200. Quarantine Trilogy

May 5, 2020

Sono arrivata al post 200! ❤️ Ho cominciato come resoconto del mio trasferimento a New York per l’arte per descrivere dal di dentro la vita di un artista, aprendo un oblò sulla vita privata e su ciò che c’è dietro le opere.

Ancora oggi sono convinte che non ci siano informazioni sugli artisti, questi esseri strani che vivono con l’obiettivo e la missione di esprimersi, di fare opere, di cercare la bellezza, di interrogarsi sul nostro vivere. Per molti un artista è come un animale esotico, poichè in giro ci sono pochi esemplari, e pertanto non si conoscono se non per stereotipi.  A questo proposito mi viene in mente il film di Sorrentino ‘La grande bellezza’ dove anche lì le scene che riguardano l’arte e gli artisti sono piene di stereotipi e clichè, a mio avviso piuttosto disturbanti, inutili e poco realistici (mi scuso con chi giudica questo film un capolavoro, ma io non lo amo, se non per la bella fotografia).

Festeggio questo duplice anniversario, dei 200 post e dei  10 anni del blog (v. il post n.1), celebrandolo con un post speciale, con la nuova performance Quarantine Trilogy fatta in casa nel periodo di quarantena e andata in onda live per Corpi sul palco, curato da Andrea Contin.  E proprio in questo lavoro unisco il mio essere artista al mio essere mamma ❤️❤️ così come in questo blog unisco la sfera professionale artistica con quella privata.

Allora… in questa quarantena me ne stavo tranquilla ( e impegnatissima) a godermi il mio adorato Sole di sei mesi, con moltissime cose da fare, tantissima gioia di momenti unici, lentezza mia solita del godere ogni momento, qualche ora al giorno, non tutti i giorni, tirata fuori ogni tanto per il mio lavoro creativo, senza scadenze e senza impegni. Guardavo con un po’ di lontananza e quasi di superiorità tutti gli artisti affaccendati a fare lavori sul virus, e pure i non artisti che ora avevano il tempo per fare gli artisti, tutti presi a dire la loro e a mostrare le loro opere in quarantena. Io mi limitavo a tirare allo scoperto, e rendere accessibili online lavori già fatti, che erano estremamente pertinenti a questa situazione, come i video dello Slowly Project, o la serie di Virus, o altri, e a vivere di, diciamo, rendita, con i lavori già esistenti (tutti molto complessi, spesso fra performance e montaggio video mi occorre anche un anno per lavoro, per non parlare di quei video che monto alcuni anni dopo aver fatto la performance…).

Ed ecco che vengo improvvisamente stanata da un sacco di richieste: talk in diretta, autoritratto fotografico in quarantena, nuova performance per la rassegna corpisulpalco. Essendo tutte cose di qualità e venendomi l’invito da amici e professionisti del mondo dell’arte che stimo, ho accettato volentieri, sapendo che,  a parte i talk online dove mi sono divertita, era una grande sfida produrre una nuova performance, in casa, in sole due settimane, in questo periodo della mia vita dedicato alle cure del mio baby neonato.

Sono stata orgogliosa di essere riuscita a trovare l’idea e a realizzarla, fra una poppata e l’altra, mettendo nell’opera ciò che stavo vivendo in questo periodo,  un affresco di vita quotidiana, scene di famiglia, felicità immensa del bimbo, risate  taumaturghe contro il virus, e citando anche la mia performance Virus Tableau Vivant, fatta 14 anni prima nella vasca di un hotel per la Flash Art Fair del 2004 esposta da Lino Baldini.

LIUBA, Quarantine Trilogy, 2020 from LIUBA on Vimeo.

Sono felice di condividere qui con voi questo lavoro, testimonianza in diretta di un periodo storico speciale e di un periodo personale speciale e straordinario.

199. I video integrali della trilogia di Virus

April 26, 2020

In questo periodo di quarantena continuo con la pubblicazione online di mie opere video integrali, realizzate in anni precedenti, ma in tema con la situazione in cui stiamo vivendo. E’ ora la volta della trilogia di Virus.

 

Parola chiave del momento, la serie di lavori VIRUS, iniziata nel 2004, rende concreti e visibili, in maniera provocatoria e ironica, i meccanismi sociali e individuali della bulimia dell’acquisto e della mercificazione del mercato, che si avverte non solo nel mondo dell’arte ma anche nella vita quotidiana – concetti che la recente situazione ci sta costringendo a ripensare.

 

Per accedere ai video integrali della trilogia di VIRUS:

 

Virus, 2004 from LIUBA on Vimeo.

 

 

LIUBA, Virus New York, 2005 from LIUBA on Vimeo.

 

 

LIUBA, Virus Tableaux vivant, 2004 from LIUBA on Vimeo.

 

 

 

Dopo la performance Virus ad Artefiera a Bologna nel 2004, nel 2005 sono stata invitata dalla Galleria Weisspollack di New York, con cui allora collaboravo, a portare quel lavoro al Sofa Fair a Manhattan, facendo una nuova performance ed esponendo la videoinstallazione col video Virus.

La performance Virus New York ha avuto esiti completamente differenti da quella realizzata a Bologna, e implicazioni aggiuntive, ben visibili nella videoinstallazione che mette a confronto i due relativi video, mostrata l’anno successivo nella mia personale a New York da Weisspollack Galleries (e curata da Irina Zucca Alessandrelli).

A New York la performance ha portato stupore, allegria, curiosità e rifiuto… reazioni divertite, complici ed entusiaste, ma anche galleristi arrabbiati, confusi, terrorizzati di non vendere. La performance infine è stata interrotta dallo Show Management e sono stata espulsa dalla fiera.

Il video inizia a ritroso con questa espulsione (le riprese erano proibite e sono state fatte di nascosto dalla mia fedele cameraman), che rende sempre più sottile e ambiguo il confine tra realtà e performance, e col paradossale dialogo sull’onnipotenza del dio-vendita e del dio-denaro negli Stati Uniti.

 

 

Virus Tableaux Vivant è stato invece realizzato al Flash Art Fair a Milano, con la collaborazione della galleria Placentia Arte. Il lavoro utilizza il bagno, la vasca, l’idea di spiare o introdursi nello spazio privato. Questa volta il virus dell’acquisto si è sparso contagiando tutto l’ambiente e il mio corpo di donna, ironico simulacro di una vendita e di un acquisto sulla persona, sul/del corpo femminile.
Tanti sono i virus che galleggiano invisibili nell’aria…

 

 

 

198. Untitled 2010-2019. Gli abbracci

April 15, 2020

In questo periodo in cui dobbiamo stare distanti, in cui non ci si può vedere e tanto meno abbracciare, mi è venuto in mente un mio lavoro che si collega benissimo a questa situazione. Si tratta di Untitled 2010-2020. Il video è costruito con le immagini di una performance fatta ad Artissima a Torino nel 2010 e montato nel 2019. Il video è ancora inedito, l’ho finito lo scorso anno ma non ancora mostrato pubblicamente, ed oggi rendo visibile integralmente la versione online al link che vedete in fondo al post.

 

Quando feci questo lavoro (nato prima dei flash mob degli abbracci) ero desolata dalla mancanza di calore che si percepiva nella società e dai rapporti distanti freddi e professionalmente disumani che si verificavano nel mondo dell arte. Così sono andata a una fiera dell arte, Artissima, ad abbracciare tutti, rendendo visibile questo bisogno di umanità e di calore che mi pervadeva. La cosa bella è che moltissimi avevano lo stesso bisogno, inespresso, e sprofondavano fra le mie braccia esibendo o facendomi percepire la loro gioia, il loro bisogno, o la loro fragilità, o la loro incredulità o il loro sollievo o la loro sorpresa o il loro odore ( pazzesco quante puzze di sudore mi sono sentita, provenienti da persone in vestiti super tirati ed eleganti! Chissà se in futuro inventeranno un apparecchio per ‘riprendere’ e riprodurre gli odori!)

 

Vedere oggi al tempo del corona virus questo lavoro e questo video sembra strano, quasi impossibile che possa essere accaduto, e comunque certi che accadrà di nuovo. Però quando potremo di nuovo abbracciarci ricordiamoci di quanto sia importante e facciamolo! ☀️

 

 

LIUBA, Untitled, 2010-2020 from LIUBA on Vimeo.

 

 

173. The Finger and the Moon #6 a Parigi

July 6, 2018

E’ parecchio che non scrivo, ho vissuto molto e intensamente, ma ora ho voglia e bisogno di riprendere a scrivere, a mettere sotto la lente questa strana vita che appartiene a chi come me ha messo il fare arte al centro della propria vita – diario di un artista – ma al tempo stesso è una persona normale nella quotidianità delle piccole cose, degli affetti, dei grandi eventi della vita. Per molto non sono riuscita a scrivere, prima per il lungo tunnel in seguito alla perdita dei miei genitori, di cui ho già parlato in vari post precedenti, poi perchè, riprendendomi, ho vissuto, intersecando sempre più cose e responsabilità, e poi perchè ho molto lavorato. E non ultimo perchè allo scrivere ci si deve abituare, lo si deve accarezzare con lo spazio raccolto durante la giornata. In realtà è molto che sento il bisogno di fermarmi in quella bolla meditativa che è la scrittura, bolla che ho usato sempre e spesso per interrogarmi e analizzarmi, in privato, e per condividere e compartire, in pubblico.

 

Riprendo dunque a scrivere questo diario raccontandovi della mia avventura artistica parigina di quest’anno, che comincia quando il mio gallerista di Parigi – Pascal Vanhoecke, che però era molto che non sentivo e con cui non facevamo cose insieme – mi scrisse entusiasta del mio libro LIUBA performance objects appena pubblicato, e ne volle acquistare delle copie, invitandomi inoltre a presentarlo nel suo stand ad Art Paris, fiera che che si sarebbe tenuta ad aprile 2018.

Ero molto felice!! A poco a poco inoltre l’invito si estese a portare una performance, e poi ad esporre anche un video in fiera. Ciò mi ha dato molta soddisfazione: queste cose aiutano anche ad aumentare la propria autostima, e ciò fa sempre un bell’effetto! E poi le soddisfazioni  mi arrivano più spesso dall’estero che dall’Italia, ciò mi fa un po’ riflettere, ma intanto me le godo! Così sono stata molto contenta di questo invito parigino, nonostante io stia passando un periodo dove spesso rifiuto di fare performance e preferisco mostrare i video risultati dalle performance precedenti. Ma ho riflettuto su Parigi, teatro di recenti conflitti e attentati, e ho deciso che volevo portare in quella città il mio progetto sulle religioni e ho elaborato una nuova performance, The Finger and the Moon #6 da realizzare all’opening di Art Paris, in concomitanza con l’esposizione, nello stand del gallerista, del precedente video a due canali della performance in Vaticano (The Finger and the Moon#2).

 

Sono stata onorata ed emozionata di andare a Parigi, ospite del gallerista, insieme a Mario che avrebbe fatto le riprese, anche se devo dire che è stato piuttosto stancante tutta la preparazione: preparare materiali documentativi della performance e dei lavori in mostra per il gallerista, scovare, tirare fuori ed eventualmente sistemare tutti gli ‘oggetti’ necessari alla performance (che implica preghiere di differenti fedi con diversi ‘strumenti’ v. foto), re-indossare e ‘resuscitare’ l’opera-abito realizzata all’inizio del progetto con la stilista Elisabetta Bianchetti, ripassare le preghiere delle diverse religioni, produrre dei nuovi lavori, organizzare il trasporto delle opere e la proiezione del video.

 

 

(Alcuni oggetti della performance – foto pubblicata in LIUBA PERFORMANCE OBJECTS, ⓒ LIUBA 2017)
particolari del vestito della performance ⓒ LIUBA 2017

 

Non so perché ma più passa il tempo più mi stresso e mi stanco a preparare le mostre e le performance, forse anche perché preparare insieme sia una performance che una mostra E’ SEMPRE molto stancante, perchè bisogna concentrarsi su più fronti. Inoltre ciò che mi stanca di più non è tanto la creazione del mio lavoro e di tutte le decisioni che bisogna prendere (anche se rifinisco tutto al cesello perché sono sempre perfezionista), ma la logistica, come il coordinare altre persone, scambiare email, produrre documentazioni e gestire le produzioni. Non credo che chi vede da fuori l’attività di un’artista si renda conto di quanto complesso sia tutto il lavoro e l’organizzazione che c’è dietro ad ogni mostra e/o performance, tanto più quando sono in simultanea. In passato mi ero ripromessa di non fare più sia mostre che performance insieme, ma per questa volta a Parigi ho fatto volentieri un’eccezione. E dire che ho anche la fortuna di avere un’assistente che un po’ mi aiuta, anche se solo una volta alla settimana, sulla comunicazione e cose varie. Lo dico con onestà: c’è la parte piena di fascino, che è la creazione e la gestione del proprio lavoro, e poi la parte più noiosa come la logistica, la documentazione e la comunicazione. E sì che ancora oggi molte persone pensano che l’artista non faccia niente e che come per miracolo stia a produrre idee che diventano automaticamente opere e lavori… niente di più sbagliato! Occorre lavoro, tanto lavoro, a 360 gradi. Che poi se ci dovessero pagare ad ore, con una tariffa oraria da professionista, non so quanto costerebbero le mie performance e i video!

 

Vabbè scusate la divagazione, ma ogni tanto e soprattutto qui è importante anche parlare di stanchezza e fatica, e torniamo a Parigi. Ci sono stata due volte: la prima per fare la performance e la mostra ad Art Paris, ad aprile, e la seconda volta a fine giugno per presentare in galleria il video che nel frattempo – a tempi da record per i miei standard che contemplano anche un anno di lavoro per ogni video – avevo montato, anche con soddisfazione del risultato.

 

C’è un aneddoto che mi piace svelare qui con voi riguardo alla performance fatta ad Art Paris al Gran Palais, perché per me è quasi un paradosso. Allora, essendo stata invitata dal gallerista a fare la performance in Fiera, mi è stato chiesto di mandare al comitato direttivo il progetto dettagliato della mia performance molti mesi prima. Ok, fatto. Non amo molto scrivere i progetti, perché ciò che voglio dire lo dico col lavoro, ma s’ha da fare anche questo – e il progetto fu approvato. Nota bene che molto spesso io lavoro facendo le performance a ‘sorpresa’ senza chiedere permesso a nessuno e senza avvisare, ma questa volta, soprattutto per gentilezza verso il mio gallerista, feci avere tutto il progetto in anteprima come richiesto.

 

Ebbene, pochi giorni prima dell’inaugurazione, il mio gallerista mi scrive dicendomi che la direzione della fiera gli comunica che non posso fare la performance all’opening della fiera, ma solo in un altro giorno di apertura, poichè durante il vernissage c’è molta gente e può “disturbare la circolazione”. Ecco cosa scrive la coordinatrice della fiera al mio gallerista:

Pour faire suite à nos échanges de ce jour et concernant la performance de LIUBA, je te confirme qu’aucune performance ne sera autorisée le jour du vernissage en raison des règles de sécurité en vigueur au sein du Grand Palais. (…) Si jamais l’intervention de LIUBA venait à perturber la circulation dans les allées ou créer un quelconque débordement, nous serons contraints de faire intervenir le service de sécurité.

 

AHAHAH! Cosa? Non potevo credere ai miei orecchi! Prima vogliono e approvano il progetto, poi se la fanno sotto dalla paura? Per quello non chiedo mai permesso prima di fare le performance!! 😀 😀

Dico allora al gallerista che non esiste, io le performance le faccio solo all’opening o niente. A livello istintivo inoltre, se fosse stato per me, questo divieto mi ‘solleticava’ davvero a provocarli, andando a fare la performance tranquillamente all’inaugurazione proprio nei luoghi più strategici. Ma non volevo mettere a disagio il mio gallerista, che esponeva in fiera e mettergli contro lo staff della fiera, per cui decidemmo insieme che avrei fatto la performance sì all’inaugurazione, ma stando in punti più defilati. E così feci. Invece di andare liberamente in giro per la fiera come un visitatore, come faccio sempre, ho dovuto concordare il giorno stesso con lo staff della security del Gran Palais, che era in fibrillazione per l’ansia, dove mi sarei fermata ‘a pregare’ e non doveva essere in zone di grande affluenza.

 

 

 

LIUBA, The Finger and the Moon #6, 2018 videostill from performance and video

 

 

 

Ma vi rendete conto? E’ proprio ridicolo!! Invitata a fare una performance, approvato il progetto – che fra l’altro era chiarissimo e ben documentato in quanto di questo progetto esistevano versioni precedenti fatte alla Biennale di Venezia e in Vaticano – pochi giorni prima si sono spaventati e me l’hanno vietata per sicurezza. Molto molto interessante la cosa… Molto divertente, e anche molto triste. Una fiera dell’arte che boicottta, perchè spaventata, una performance artistica che aveva precedentemente richiesto e approvato. Ma allora vuol dire che l’arte ha potere sulle persone? Che parlare di certi temi è ancora molto scottante? Inoltre questo fatto è una prova ulteriore che le fiere dell’arte ‘disturbano l’arte’ e che spesso sono contro di essa. In un certo senso ciò che è accaduto è musica per le mie orecchie, perché conferma la mia irriverente seppur delicata critica a tutto il sistema, che ho affrontato spesso in tutti questi anni e con molte performances.

 

Durante la performance poi andò tutto bene, anche se come concordato ho potuto farla solo in due punti, uno dei quali lo stand della mia galleria (!), e mi sono focalizzata più del solito sulle reazioni e i visi delle persone, per poi costruire un video dove, a mio parere, ciò che emerge è la sensazione di straniamento che la spiritualità (multi-fede, con tutto ciò che implica naturalmente) causa in un contesto di ‘mercato’ come quello di una fiera commerciale di arte contemporanea. La spiritualità sembra un elemento quasi estraneo nell’ambito della Fiera, non appartenente al mondo dell’arte, cosa paradossale, in quanto sappiamo – io ne sono convinta – che ogni atto creativo è sempre connesso con la dimensione spirituale, di qualunque forma essa sia.

 

Ritornai dunque a Parigi a fine giugno per presentare in galleria il video ricavato da questa performance. Ho montato il video col nuovo Mac e devo dire che è proprio più comodo manovrare questo computer! Lo so, dovevo fare prima questo passaggio da pc a mac, ma non avevo avuto i fondi prima e la voglia poi. Ora ne sono molto soddisfatta. Ho sfidato un po’ me stessa, promettendo al gallerista che avremmo presentato il video a fine giugno e sono riuscita a montarlo in tempi molto più brevi del mio solito. E credo sia venuto un bel lavoro. E’ stata una gioia per me la serata di presentazione alla galleria di Parigi (con esposti anche gli altri video della serie The Finger and the Moon). Mi ha commosso vedere l’interesse delle persone, le miriadi di domande e riflessioni del pubblico, numeroso e motivato, che rimase fino a tardi a parlarne,  in una serata lunga ricca e densa. Mi sento felice e realizzata quando i miei lavori recano agli altri tante domande riflessioni ed emozioni. Ciò mi commuove, e mi ripaga di ogni fatica. Il video è ancora inedito in Italia, a parte averlo fatto vedere, insieme ad altri lavori, nelle presentazione del mio libro e opere video che sto facendo in varie parti d’Italia. Chi lo vuole vedere (o mostrare) mi può scrivere in privato.

 

Videopresentation and talk at Galerie Pascal Vanhoecke in Paris, June 2018. LIUBA and Ambra Giombini

 

LIUBA and the Pascal Vanhoecke Gallery team 🙂

 

 

Chiudo questo post ringraziando Pascal Vanhoecke, il gallerista che mi ha invitato e ha permesso la realizzazione di questo lavoro, e la giovane curatrice Ambra Giombini, per aver scritto di me e di questo progetto sul magazine online Artjuice.net

 

 

 

 

171. Della costruzione di libri e di case-2

December 13, 2017

E’ sempre difficile lasciare traccia di una performance, un avvenimento che accade in un determinato spazio e in un determinato tempo. I video sono un modo per raccontarla, anzi per me sono nuove opere che sommano alla performance le interazioni delle persone, lo spazio, la casualità – ed infatti sono sempre stati una parte integrante del mio lavoro – ma in questi ultimi anni mi sta interessando tantissimo focalizzarmi sugli OGGETTI che hanno fatto parte di una performance, icona fisica visibile e permanente di un progetto effimero ma mitico, che rimane in vita anche attraverso la fisicità di ciò che è servito per realizzare il lavoro, oggetti adoperati o costruiti su misura per un’azione e proprio per questo capaci di conservarne il ricordo, di poterla raccontare da capo, di essere segno e simbolo di una storia e di un’azione.

 

Per la prima volta ho iniziato a condividere queste riflessioni con Mark Bartlett, collaboratore ed amico, anzi direi il curatore che meglio conosce il mio lavoro, insieme a Luca Panaro, fra i tanti con cui ho collaborato, conosciuto ai tempi della mia personale a New York nel 2006(clicca per leggere gli esilaranti racconti del diario a new york!) e da allora incontrato qua e là nel mondo (o su skype). Ricordo che eravamo nel backyard di una casa di Londra, dove a quel tempo Mark stava abitando, e parlavamo di una pubblicazione monografica in fieri sul mio lavoro (poi sfumata per motivi editoriali mannaggia!), quando ci venne l’idea di lavorare sugli oggetti per scrivere riguardo alle mie performance… a quel punto, poichè non avevo delle foto con solo gli oggetti, quando sono tornata in Italia decisi di fare un progetto fotografico che si focalizzasse sugli oggetti come fossero sculture, e ci lavorai con attrezzatura studio insieme alla fotografa Veronica Roccoli.

 

Ricordo che feci il set nella mia casa di  Viserba, e che la realizzazione delle foto fu molto divertente, studiandone la postura, l’inquadratura, l’essenza. E mi ritrovai con un corpus bellissimo di foto dei miei oggetti. Poi la mega pubblicazione curata da Mark svanì, e quindi decisi di dedicare a questo progetto un libro d’artista, con il supporto e la cura di Luca Panaro, che mi ha stimolato molto a realizzarlo, e una serie di opere gli OBJECTS POLYPTICS,  derivate dal progetto.

 

 

 

 

E’ così che è nato LIUBA. PERFORMANCE OBJECT – il libro d’artista che ho pubblicato con Quinlan Edizioni nel 2017 in una tiratura limitata di 200 copie numerate e firmate. Il volume raccoglie una ventina di ritratti fotografici di oggetti utilizzati durante le mie performance, di cui vengono messe in evidenza le loro qualità materiche e cromatiche, i segni dell’azione per cui sono stati pensati ed usati, come se fossero dei veri e propri indizi. Un testo del caro e bravissimo Luca Panaro, accompagna le immagini. (leggi il testo)

 

Anche qui, come per la ristrutturazione della casa, come vi ho descritto nel post precedente, la realizzazione non fu per niente facile, e intervallata da vari problemi (spesso nati dalla mia maniacale esigenza di perfezione visiva…) che mi hanno richiesto un costante impegno per molti mesi, dagli accordi con l’editore, allo sponsor, al progetto, alla grafica, con la collaborazione del bravissimo – e maniacale come me per i dettagli – Emiliano Biondelli, alle problematiche di stampa, alle prove colore, alla scrittura e traduzione del testo e delle didascalie, ecc.. rimbalzando da un posto all’altro, dato che l’editore è marchigiano, il laboratorio di stampa vicino a faenza e il grafico a Milano… E poichè anch’io alternavo l’essere a Milano e l’insegnamento vicino a Bologna due volte la settimana, dormendo a Rimini, immaginate gli intrecci di viaggi e di appuntamenti solo per realizzare il libro!! Anche qui riscontro che da fuori non si immagina tutto il lavoro che c’è dietro a un prodotto artistico, quale esso sia. Già lo sapevo per i video…per gli inesperti sembra che i video siano le riprese così come nascono nella videocamera, mentre invece a me occorrono a volte anche un anno o più per fare un video completo (ovvio che sono lenta perchè non faccio solo quello, ma davvero è un lavoro certosino e lunghissimo). E pure per il libro ho avuto un bel da fare, prima con l’ideazione e la creazione da sola, e poi con la collaborazione tecnica di tutti gli altri. Certamente io riconosco di essere lenta perchè molto esigente, e non è stato facile doversi relazionare con molti professionisti, ognuno nel suo settore, perchè la gimcana degli impegni di tutti non facilita il vedersi e il lavorare con profitto. Insomma questo per dirvi che la ‘lenta ricostruzione’ dopo la tempesta è stata proficua, fra la casa di Viserba ristrutturata e il libro pubblicato, ma densa di fatica, forse accentuata dal fatto che ancora non ero in perfetta forma psicofisica.

 

Una volta finito e fresco di stampa il libro però era bellissimo!! e qui è cominciata la parte più divertente, quella delle presentazioni nei musei, al bookshop del Mambo a Bologna, al Museo della Città a Rimini, all’ Università a Bologna, a Bookcity a Milano, ad Art Paris 2018, ospitata, insieme ad altre mie opere e a una performance, dalla galleria Pascal Vanhoecke, a Chippendale Studio a Milano con Luca Panaro, alla prestigiosa Sala Borromini della biblioteca Vallicelliana a Roma, di cui qui sotto potete vedere il video.

 

 

Biblioteca Vallicelliana di Roma, con LIUBA, Sabrina Vedovotto, Luca Panaro, 7.11.2018

 

 

Mi ha dato molta soddisfazione il ‘format’ che ho portato in giro e che vorrò presentare ancora: parlare del libro e parlare delle performance presentando su grande schermo parti dei miei lavori video, commentando e raccontando aneddoti di backstage, cosa che diverte molto il pubblico che, incuriosito dai progetti, mi fa sempre molte domande. Ringrazio di cuore l’editore Roberto Maggiori e i relatori delle diverse presentazioni, fra cui Massimo Pulini assessore di Rimini, il critico e curatore Luca Panaro, la curatrice e storica dell’arte Cristina Principale, il professor Ferrari di psicologia dell’Arte, il critico e accademico Mark Bartlett, la curatrice e critica Sabrina Vedovotto. E’ stato un gran piacere e un gran divertimento fare queste presentazioni del libro e del mio lavoro con tutti voi!!

 

 

Per chi fosse interessato, il libro è ancora disponibile all’acquisto  > qui

 

 

 

 

 

 

 

 

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LIUBA

PERFORMANCE OBJECTS
Con un testo di Luca Panaro
ANNO DI PUBBLICAZIONE > 2017  PAGINE > 76
IMMAGINI > 94
FORMATO > 20,5 x 25,3 cm
​COPERTINA > rigida
TIRATURA > 200 copie numerate e firmate 
COPIE SPECIALI > da I a X con opera dell’artista inclusa

 

167. Donating to refugees at Tempelhof cafe

January 24, 2017

Getting into the big refugees camp at the Tempelhof former airport was not possible without appointments with volunteers.
I contacted them and I went into the camp cafe (hangar 1) which is the only place where not refugees people can go and can meet them.

 

My mission, at the moment, is to donate the small income coming from the two copies of my refugees videos edition which were sold at the edition launch. I also want to open a ‘canal’ to reverse any future income from those sales directly into the hands of refugees.

 

I met two young guys, teenagers, one from Syria and one from Afghanistan and I simbolically donated to each one the proceeds of the videos, one for each.
It’s just a drop into the ocean, but the refugees art project is generating real help.
This is a performance.

 

 

166. Refugees video edition launch a Berlino

Martedì 17 gennaio ero a Berlino ad Image Movement a presentare l’edizione a tiratura illimitata dei miei video con e sui rifugiati, che sarà disponibile in vendita (braccialetto usb con i video e pieghevole info + poster) e il cui ricavato andrà in parte ad aiutare direttamente i rifugiati.

 

Mi piace molto Image Movement, dove avevo presentato un’antologica dei miei video lo scorso anno sempre a gennaio, è un posto dedicato alla video arte, al video d’artista, al video sull’arte, ai film d’autore e alla musica di ricerca. E’ un piacere andare a piluccare novità e piccole golosità in questo spazio, e sono felice che da ora in poi sarà possibile anche trovare i miei video in vendita!

 

E’ in realtà un’eccezione che i miei video siano distribuiti a tiratura illimitata (ma degli stessi lavori esiste anche un’edizione da collezione a tiratura di 3, come per gli altri miei video), ma visto la tematica così universale e attuale di questi lavori ho sentito il bisogno che queste opere circolassero anche fuori del ristretto contesto dell’arte o dei festival e che fossero accessibili a tutti. E’ un esperimento, ma anche una dichiarazione concettuale 😉

Ed ecco alcune foto:

 

 

 

 

161.masterchef

August 23, 2015

E’ stato strano per me scoprire quanta gente segua Masterchef, programma che, devo essere sincera, io non sapevo nemmeno che esistesse. Sino a un anno e mezzo fa, quando mi chiamarono per partecipare a una trasmissione come ospite assaggiatore. Era una trasmissione dedicata a Frida kahlo, di cui c’era una importante mostra a Roma, e decisero di invitare artisti e personaggi dell’arte a fare da assaggiatori. Io accettai volentieri perchè quella telefonata venne nell periodo più nero e più triste della mia vita, e la data in cui dovevamo registrare la trasmissione, il 13 luglio, era un chiaro segno per me che in questo invito ci fosse lo zampino della mia mamma, che mi aveva lasciato. Così andai a Roma per registrare la trasmissione, certo non in forma, ma l’esperienza fu interessante, anche se non esilarante. Avevano imbandito una grande tavolata di vetro, in cui ci avevano fatto accomodare, e ci avevano preparato dicendoci soltanto che dovevamo commentare i piatti riferendoci al gusto ma anche all’estetica dei piatti, e che i concorrenti dovevano cucinare ispirandosi a Frida Kahlo. Il tutto fu abbastanza breve, quando si iniziò a girare, e quando cominciammo a riscaldarci nel chiacchierare, scaldati da un po’ di vino e dimenticandoci delle telecamere, e trovando piacere e neaturalezza nella conversazione – Bonami, che era davanti a me, era uno dei commensali più spiritosi – le riprese finirono. All’inizio invece eravamo un po’ più impacciati e freddini. I piatti ci hanno un po’ deluso, 4 portate in tutto, due per squadra, e con delle grandi macedonie di gusti e ingredienti: cernia con pezzetti di frutta e cacao, e quanti più mix possibili che toglievano per lo più il piacere della qualità degli ingredienti che non si sentivano più. Ricordo di una commensale che disse appunto di un piatto: è una cernia affogata nella macedonia!

masterchef4

Nel complesso l’esperienza è stata interessante, forse più per vedere dietro le quinte e la preparazione della trasmissione, più che la partecipazione in sè, che fu troppo corta per poter divertirsi davvero – dovevano essere almeno una decina di piatti diversi ad arrivare e alcuni bicchieri di vino in più! Comunque mi ha colpito il fatto che molte persone, dai contesti più disparati, quando la trasmissione andò in onda, molti e molti mesi dopo la registrazione, mi fermavano dicendomi che mi avevano vista a masterchef: impressionante, pensavo, anche lui o lei vede masterchef? Ed io non sapevo nemmeno che esisteva, e per vedermi la puntata quando andò in onda trovai l’unica amica che avevo che aveva l’abbonamento al canale dove c’era masterchef, che io e nessuno dei miei altri conoscenti aveva 😀

Comunque per chi lo vuol vedere, ecco il video della trasmissione che è andata in onda. Naturalmente hanno fatto un mega montaggio e preso pochissimi frammenti del nostro stare a tavola e assaggiare e commentare. Ma è divertente rivederlo!

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152. Sebastianstrasse e il muro

May 3, 2015
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Quando sto a Berlino non ho abitato altro che a kreuzberg e a neukolln. Sono queste le parti della città che amo di più. E’ qui che sento soprattutto questa atmosfera speciale di internazionalità, di creatività, ed è qui che la città si manifesta in tutti i suoi parchi e i suoi canali. Non è una cosa strana che mi piaccia questa zona, anzi è quasi ovvio, e forse è pure un pochino inflazionata, ma non posso farci niente: per me è ancora la Berlino che amo di più.

In questo periodo ho abitato in Sebastianstrasse, strada di Kreuzberg vicino ad Oranienplatz, e proprio su questa strada passava il muro che divideva Berlino. Per cui, il lato della mia casa è nella parte ovest, ma davanti ci sono case che prima erano nella parte est. Strano e curioso. Fa molto pensare. Ancora oggi si può distinguere precisamente, sia a livello architettonico che urbanistico, quale parti prima erano dell’est e quali dell’ovest, ed averle entrambe vicine fa un certo effetto. Ieri ho visto una mostra ‘panorama’ in cui c’era una ricostruzione fedele, attraverso un collage di fotografie ingigantito a dimensione reale, della Berlino anni 80, quindi col muro, proprio a partire da Sebastianstrasse, cioè esattamente dove ho abitato in questo periodo.

Condivido con voi alcune foto della sebastianstrasse di allora, col muro. Il portone rosso sulla sinistra, quello in cui stanno facendo il trasloco e portando il tavolo, è la casa dove stavo fino a qualche giorno fa.

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144. Una foto trovata mentre rifaccio il sito

April 28, 2014
Sto lavorando con una giovane e bravissima web designer and developer australiana per rifare il mio sito personale (finalmente! erano alcuni anni che volevo rifare tutto ma non avevo trovato in passato la persona giusta e in Italia non mi piaceva come i webdesigner lavorano, nè le cifre esorbitanti che molti di loro chiedono, mentre qui a Berlino sapevo che avrei trovato la persona adatta!) e sto risistemando tutte le foto. spulciando qua e là ne ho trovate due, molto diverse fra loro, che mi è venuta voglia di mettervi qua! Forse perchè entrambe mi stanno simpatiche e in entrambe mi rappresento! (oddio…lo so che sono una persona dalle tante sfaccettature e dell’unione degli opposti! )

136.La performance Refugees Welcome, il crollo post performance e l’intervista in TV

February 22, 2014

(post scritto come bozza in dicembre, ripreso in mano e pubblicato solo oggi)

Sono stata davvero fortunata in questo mese a Berlino, non ha mai fatto molto freddo, così ho potuto liberamente uscire, incontrare persone, conoscere i rifugiati, ascoltare le loro storie, andare agli incontri su questo problema, eccetera, molto di ciò anche in bicicletta. Se c’era più freddo non ci sarei riuscita.
Però eccome se mi sono stancata: vai di qui, di là, parla, conosci, supera la timidezza, registra, pensa, scarica il materiale, scrivi email, ecc…

Sabato c’è stata la performance al Kreuzberg Pavillon, commovente, semplice, toccante, interattiva. Tre ragazzi africani, rifugiati e in protesta ad Oranien Platz hanno deciso di partecipare e si sono presentati in galleria. Un ready made umano. Una rosa di sguardi e sinergie. (leggi i post precedenti sul project in progress: 132, 133, 135-con video).
Ho chiesto al pubblico e a tutti i presenti in galleria, di fare 12 simbolici minuti di silenzio, per sintonizzarsi insieme e accogliere nello spazio della galleria i rifugiati, mettendo sullo stesso piano l’umanità di tutti.
Anche se il compito era semplice, per essere eseguita la performance ha implicato un lungo e anche stancante lavoro di conoscenza, relazione, contatto, con le persone, soprattutto coloro che sono sbarcati a Lampedusa, che hanno il problema dei loro diritti come rifugiati in Europa, e che stanno conducendo una pacifica protesta. Molti incontri, parole, scambi, energia, situazioni. Un arricchimento di vita. La performance risultante, la loro presenza in galleria, era solo la punta dell’iceberg visibile di un lungo processo di vita e relazioni.

Il solito down post performance poi non l’ho potuto assaporare e assecondare in pieno perchè mi è stato chiesto di partecipare a una trasmissione televisiva di una TV privata con un intervista e un video. In realtà era una cosa che già sapevo, ma che doveva essere la settimana successiva, e a bruciapelo mi hanno chiesto di spostarla all’indomani. Ho accettato perchè sto imparando a usare il ferro quando è caldo, ma dovevo anche prepararmi un po’ ed ero molto agitata, proprio perchè ero stanca stanchissima delle fatiche di tutto il periodo preparstorio della performance.
Sono andata quindi domenica negli studi di questa TV a Wedding, e con mia grande agitazione ho scoperto che in questo talk show quel giorno ci sarei stata solo io come ospite….una incontrollata e inconscia insicurezza e paura si impossesso del mio respiro, e dovetti sudare 70 camice per imporre al mio fisico un po’ di nonscialance e tranquillità, appena appena sufficienti per permettermi di parlare dicendo cose sensate e senza balbettare (che poi essendo l’intervista in inglese, e pur parlando io abbastanza fluentemente, non è così facile dare risposte abili e brillanti in un’altra lingua in diretta televisiva…
Devo confessarvi che, insicura del risultato che è venuto fuori, non ho ancora avuto il coraggio di guardare il dvd della trasmissione che mi hanno regalato… 😉

E così, distrutta e liquefatta, dopo di ciò ho bassipressionato per circa per due giorni interi, amebizzando quando non dormivo.

E qualche ora qualche foto della performance:

 

 

 

 

 

Refugees Welcome, performance and open letter, Kreuzberg Pavillon, Berlin dec. 2013

135. Ancora sui rifugiati e Berlino e video

December 11, 2013

In questi giorni continuo a contattare i rifugiati (molti parlano italiano poichè sono sbarcati a Lampedusa e sono stati lì per parecchi mesi). Storie, emozioni, incontri, persone. Qui in fondo condivido con voi alcuni stralci del diario di bordo in inglese che sto scrivendo. In seguito, quando riuscirò, ho intenzione di mandare alcuni stralci di riprese delle dichiarazioni dei rifugiati e delle loro storie (chi accetta di parlarne) diffondendole per il web e pure per i siti informativi, poichè credo che, in Italia sicuramente, non ci sia abbastanza informazione di ciò che sta succedendo, e di come questa questione sollevi problemi ben più ampi che la comunità europea, e la comunità umana deve risolvere: come accogliere profughi che scappano da cattive condizioni nel loro paese? come accogliere chi deve fuggire per una guerra? (mi domando che ne sarebbe stato di Duchamp, di Man Ray, di tutta una parte dell’avanguardia che è fuggita in America durante le guerre mondiali in Europa…e se non fossero stati accolti? quanta  ricchezza in meno per la nostra storia e la nostra cultura!) Come garantire a tutti la propria dignità? e l’uguaglianza? Tutte queste questioni urgono di trovare una soluzione, o quantomeno di essere discusse, per questo che anche il ruolo di informazione acquisisce importanza, e anche di informazione poetica, per coinvolgere le sensibilità delle persone.

Logisticamente sono molto fortunata: per mia gioia non fa assolutamente freddo, ci sono 7-8 gradi, è grigio e piove un po’, e mi piace questo tempo, mi sento perfettamente a casa, è quello che di solito caratterizza i nostri inverni nel Nord Italia. In più sto abitando in una casa perfetta, a Kreuzberg-Friedrichshan, vicino alla maggioranza dei posti dove devo andare, e pure davanti a un bel parco dove, sempre grazia a un clima accettabile, vado a volte – non sono una fanatica – a correre. Così riesco a prendere la bicicletta e mi muovo per Berlino come i Berlinesi. Ah, con la casa ho ricevuto anche la bici! 🙂 Al freddo sottozero non mi abituerò mai, ogni volta mi sento a disagio, ingoffata dai vestiti, impossibilitata a vestirmi come mi pare (di solito mi vesto da marziano mettendo su tutto ciò di pesante che posso avere, strato dopo strato..!), quasi paralizzata nei movimenti, e anche un po’ nervosa…Per ora quindi mi ritengo fortunata che in questo mese a Berlino non si è mai andati sottozero se non qualche giorno fa, che poi ha anche leggermente nevicato, ma è sparito subito. Altrimenti non so come avrei fatto a seguire tutte le conferenze sul problema dei refugees che sto seguendo, e ad andare ogni giorno a parlare con le persone…


5. sat.dic.7

I went at the tent at 3.30pm. I had appointment with some refugees people, to go and see the gallery (that opens only on Saturdays). I met people and I talked with people, mostly in front of the camp fire (afterwards I was smelling like the smoked scamorza cheese..).Then 3 of us went to the gallery.
After that I met an italian architect, Manuela, living in Berlin since 13 years wishing to help me with the project. I am having a lot of encouragement and helping by friends in all the world, many of whom put me in contact with some of their friends living in Berlin. Manuela and I decide that she would have come with me on Monday to the occupied school, to meet more people.

5. sun.dic8
I had to prepare, in 1 hour and among previous Sunday friends visits already programmed, a short video of me talking about the refugees project for a political performance art symposium in Belgrad. I wanted to send them a video of a previous and already finished work, but they were so interested about this issue, that they asked me just to share what’s going on with the audience in Belgrade. I prepared a short video. Even if it could be simple, preparing a short video is not so easy and fast, but it was fun. I was at Waltraud’s studio, a German artist friend, and she help me gladly with location, scenography and recordings.
Here’s the video:

6. mon.dic9
I went to she occupied school with Manuela. It was dark because we went there after her job, at 5.30 (here in winter sun sets down around at 4…). I looked for Turgai, the Turkish activist who is living there. He invited us to a panel discussion occurring in an occupied part of the Betanja building in a couple of hours. Then we met people in the school and we talked with two guys very nice, telling us their stories coming from Africa to Lampedusa and then being in Berlin. There were reggae music on their phones. Everything was friendly. I was with them. I asked them recording their stories with the camera, but they didn’t want. They were interested in participating to the performance and being at the gallery. I wrote the address on a little paper. Everybody is intimidate by the camera, so I never use it, neither I show it. But everybody is ok with audio, so I often record our voices while talking. We went to the activist meeting at the Betanja occupied section, invited by Turgai. They had a conference explaining the process of the protest and the next steps. They showed interesting videos. I had the permission to film. We also met some of the more active refugees leaders of the group. I could talk easily with them of the idea of the performance action for their respect, voice and rights. Maybe some of them will come. As usual I don’t know. I really want to help. They’ll decide what is best for them.

132. Ho cominciato ad andare al campo profughi di Oranienplatz

December 4, 2013

Appena arrivata a Berlino ho captato subito che il problema di maggior portata e coinvolgimento era quello dei rifugiati che richiedono asilo (molti di loro provenienti dallo sbarco a Lampedusa), della loro protesta, della problematica di queste persone, del rapporto fra le migrazioni, gli stati e la libertà. E’ un problema che mi sta a cuore (e non solo per esperienze personali) e che mi interessa enormemente approfondire, perlustrando il lato umano delle storie di queste persone migranti, e il lato sociale-antropologico che questi problemi comportano.

Quando sono stata invitata a presentare una performance il 14 dicembre in una galleria di Berlino, il Kreutzberg Pavillon, ho deciso che invece di presentare uno dei miei tanti progetti pronti e performance già effettuate, farò un lavoro sul territorio e darò il mio ‘spazio performativo’ alle persone rifugiate che lottano per i loro diritti. Voglio coinvolgere queste persone a venire con me in galleria standing for their rights e, semplicemente, stare in silenzio, e guardarsi e accettarsi con le persone presenti. Tutti in uno stesso luogo, e tutti con lo stesso ‘diritto’ di esserci.
Mi interessa sempre la vita più dell’arte, e non mi interessa ora presentare una mia ‘opera’ ma dare attenzione a questo problema e queste persone. Potrei definirla un’operazione duchampiana animata: portare la vita quotidiana in galleria, portando le persone e la lotta per i loro problemi, perchè siano ‘viste’, conosciute e quindi rispettate.

Ebbene, questo progetto, essenziale e forte al tempo stesso, semplice da dire, non è assolutamente semplice da fare. Ero già andata a un meeting con persone e attivisti di vario tipo focalizzato sul problema dei rifugiati, e avevo qualche contatto, ma conoscere alcuni immigrati e portarli in galleria non è cosa affatto semplice (e ho solo circa 10 giorni..). Ricordo la fatica che feci per il progetto The Finger and the Moon #3 che richiese moltissimi mesi per contattare le persone delle diverse comunità religiose in Genova, e fare in modo che gli interessati venissero alla performance (e ne vennero 12, di fedi assortite, che fu già un successo, e la performance fu un momento sublime, per tutti – partecipanti e pubblico -unico, che ora sto cristallizzando in maniera universale in un video…), e fu un lavoro di relazioni, amicizie, comunicazione ed empatia umana di grande proporzioni. Ora si tratta di fare lo stesso…

Ieri quindi sono andata in Oranienplatz, dove c’è una tendopoli come presidio di protesta, e con 100 persone che ci vivono da un anno (supportati anche dalla città e dai volontari che garantiscono pasti caldi giornalieri per tutti), a conoscere qualche persona…

Questa che vedete non è una mia foto, poichè mi impedirono di fare delle foto, l’ho presa dal web.
Ora vi racconto cosa è successo ieri, l’ho scritto in inglese poichè è arte del processo del lavoro.

1.

Today i went to the oranien platz camp of refugees with the purpose to talk with some of them and inviting them to perform standing symbolically into the gallery space with the idea of giving them ‘my performance space’ for their rights and respect.

As i was approaching to oranien platz i decided to turn on my small hd camera to self-filming my arrive to the camp place. I just shot a few minutes while walking arriving there, when i was circonded by suspicious and angry refugee activists from Africa shouting against me that i was stolen images. We talk, also aggressively, for 10 min telling them my purpose to ‘work for them’ giving them my performance space and so on. I also had to explain them my personal experience with foreigners laws and extra-communitaire experiences having with my husband being Canadian. They slow down after a while but they pretended i deleted my short shootings. They didn’t accept that shootings done before meeting them (none of them was in the recording. Only the square and me..)
I finally deleted it in front of their eyes. In this way i was accepted to come after lunch to talk with them.
I went away, sort of confused and touched.
I took a few recordings of the place camp from a far away street later on and from a cafe on the other side of the square.

2.

I went back at the camp after lunch. I met friendly people who talked to me about their stories. I talked expecially with two guys, one coming from Algeria, the other from Giamaica (escaping from Mexico). The first one had been living and working in Spain for over 5 years (saying it was very nice for him staying there) but then the crysis arrived and he had to go away. He moved to Italy, where he found the same situation..no work (yes, we know it…), Then he went to Germany, and the only thing he asks is the right to work. The other guy is from Giamaica, and after having lived and studied in United States he escaped from Mexico for some personal problems and asked asylum in Germany, haven’t got it.

Both of them liked very much the idea of getting attention on their problems coming to the gallery on saturday 14 with me. Let’s see if they will come. I never know what is gonna happen.

Tomorrow I will go back there again. I also met a young marocco filmaker who is here to make a documentary, with the refugees permission, about their struggle.

I didn’t take shootings neither asked for it. I was afraid they could be reluctant and they won’t like anymore to talk with me. I thought that I have to do things step by step, and first get their confidence. I really want to help their cause.




116. Riflessioni dopo il Flash Art Event

March 6, 2013


Ho lasciato passare del tempo, dalla mostra alla fiera di flash art, perché avevo bisogno di metabolizzare, di riprendermi, di capire e di curarmi. Non so se quello che ho intenzione di scrivervi vi sarà di giovamento oppure si torcerà contro di me, oppure sembrerà inopportuno. Non lo so bene, ma so che desidero in questo diario raccontarmi, e raccontandomi essere onesta, ed essendo onesta aprire pagine del proprio essere che gli altri possono condividere, facendo vedere qualche piega magari oscura, che contrasta con ciò che si percepisce da fuori e che percepiscono gli altri. E poi, non so se per presunzione o meno, vorrei che il condividere ciò che provo, così come le difficoltà di una vita gestita cercando di dare il meglio di sé nell’arte e al tempo stesso cercando di convivere con i normali problemi della sopravvivenza, possa essere se non di aiuto, almeno di conforto a qualcun altro, alle prese con le stesse difficoltà.

Perché di difficoltà si tratta. Ho fatto questa mostra personale per il Flash Art Event di febbraio, preparandola con la gioia nel cuore e con l’emozione che spesso capita per questi eventi, come quella di essere eccitata, e al tempo stesso però sentirsi essere messa alla prova, essere alla ribalta ed essere sotto i raggi x.  Ho preparato questa mostra con sentimenti contrastanti, che oscillavano fra l’entusiasmo e la paura, fra la contentezza e gli ostacoli (v. pozzo e la gioia, le fasi della creazione), per alcuni mesi prima dell’evento, lavorando a più non posso, e come spesso accade, donandomi a tal punto da non aver pensato né a me stessa, né agli altri, né alle incombenze pratiche, né ai banali impegni quotidiani. Ho cercato di mettere tutta me stessa nella realizzazione di una serie di opere fotografiche nuove (tratte dalle performance del progetto the finger and the moon) e di una nuova performance collettiva con la partecipazione dl pubblico.
Ho adorato lavorare in sinergia con il curatore Mark Bartlett per la realizzazione dei nuovi lavori, e con la gallerista di Visualcontainer per le decisioni di comunicazione e logistiche, mi sono spaventata per i costi di produzione delle opere, che non avevo ma che decisi di affrontare per dare il meglio di me (e quindi permettendomi, al contrario di altre volte, di produrre lavori grandi), e insomma stanca morta ma soddisfatta e con tutto pronto a puntino arrivo al giorno dell’opening (possiamo dire che come spesso succede le ultime cose sono state finite solo alcuni momenti prima che il pubblico arrivasse) e comincio subito a sentirmi a disagio. Mi rendo conto che non so bene cosa fare e come comportarmi.
Avevo una voglia esorbitante di parlare dei lavori, di tutti i progetti che ci sono dietro, di conoscere le persone, ma per una sorta di pudore, di timidezza e di convenienza di ruoli, pensavo che fosse molto meglio che lo facesse la gallerista, inoltre ero molto agitata per il fatto che desideravo intensamente una vendita, sia per ripagarmi di una parte delle spese sostenute per questo progetto che dura da anni, sia per una gratificazione banale quanto necessaria: se qualcuno paga per quello che fai vuol dire che ti accetta in pieno. E, siccome ahimè ho sempre venduto poco, questa volta ne avrei avuto davvero proprio tanto bisogno. Certo che sapevo bene che è il momento peggiore, che c’è la crisi e bla bla bla, ma come spesso mi capita avevo proprio deciso di andare controcorrente, dicendomi: quando tutti si lamentano e si piangono addosso, io invece di lagnare mi butto e mi metto ad investire di più del solito. E questo decisi di fare, ma forse senza rendermi conto dei rischi che mi prendevo (per non dire del fatto che a prendermeli sono stata da sola, essendo stata spalleggiata sul lato concettuale ma non sul lato pratico). Quindi insomma, con tutto sto bagaglio e con tanta ansia, gioia, indecisione, stupore, goffaggine, mi sono vissuta il giorno dell’opening, fino alla performance. Poi, come al solito mi accade, come per incanto e per magia, durante la performance, compresa la parte preparatoria col patto di partecipazione del pubblico, sono stata d’incanto. Perfettamente a mio agio, perfettamente e profondamente me stessa, perfettamente padrona della situazione, godendomi la performance e, per fortuna, facendo godere anche gli altri. Certo, sono abituata:  a volte nella vita normale mi sento goffa imbarazzata e a disagio, e poi nella performance ritrovo ciò che più profondamente sono, la vera me stessa, e tutto sembra assoluto, senza difficoltà, perfetto e come deve essere. Per tutti i giorni successivi della fiera è andata così: fatica, disagio, timidezza, pudore, fintanto che arrivava il momento della performance e tutto si dissolveva, facendomi stare di nuovo bene.
Non sono riuscita però a fregarmene di tutto e di tutti e arrivare alla fiera solo per la performance, per cui arrivavo più o meno per l’apertura e ciondolavo a volte come un’ameba, stralunata del successo del pubblico che i miei lavori riscontravano, della fila allo stand per vedere le foto e i video (ce n’erano tre che si succedevano su un monitor), contenta ma tesa, cercando di captare cosa sarebbe potuto succedere di positivo, oltre a tutti quegli elogi e quella estrema visibilità. E non successe praticamente niente. Non che non mi facessero piacere gli elogi e il, come si può dire, ‘successo’, da sempre credo che un artista prenda sul serio ciò che fa perché desidera incontrovertibilmente comunicare in profondità con gli altri, però a volte accade che non ti basta. E ti trovi anche a scoprirti arrabbiata che tutto ciò non ti basti più.
Finita la fiera sono scoppiata in una grande crisi, ritrovandomi con tutta la vita da riprendere in mano, con tutti le cose pratiche, gli impegni, le relazioni, i pagamenti che avevo trascurato, cercando di riprenderne il filo e di mettermi a pari, e al tempo stesso ritrovandomi lo studio occupato dai grossi lavori nuovi, esposti e prodotti per la fiera, che poiché invenduti sono ritornati indietro impacchettati. Mi sono sentita un verme. Tutta sta fatica, spese, spremiture fino all’osso, per pochi giorni di mostra e poi rimettere le opere nella plastica a bolle e nasconderle al mondo nel mio studio, dove tra l’altro mi ingombrano poiché ho lo studio nell’appartamento dove vivo e poiché colmo di opere di varie altre fasi e mostre e tempi. Certo, alcune opere sono uscite da quello studio, destinazione gallerie, acquirenti eccetera, ma troppo poche per sentirmi leggera, e perché il peso delle opere di tanti anni non si faccia sentire da tutte le scatole, le pareti e gli anfratti dove sono nascoste.
Non che mi penta di aver prodotto quelle opere, e ora non è che siano buttate al macero, esistono e insieme a gallerista e curatore si vedrà cosa farne, però è frustrante sentire di perdere pezzi di carne, sangue tempo e vita per anni e anni e anni e sempre dopo una mostra ripiombare nella fatidica domanda del senso del fare queste cose e del perché e chi te l’ha fatto fare, e paradossalmente una parte profonda e perversa di noi stessi soffre di più in diretta proporzione all’apprezzamento del proprio lavoro.
Perché ti senti davvero solo, solo con il tuo apprezzamento, che non ti serve per pagare le bollette di casa, per aiutarti ad andare avanti, per motivarti davvero a continuare, perché ti senti solo a scegliere stupidamente di investire energie tempo soldi fatiche momenti anni sangue pensieri emozioni convinzioni in qualcosa così effimero come un’opera d’arte che non sai mai se sarà vista, e se sarà vista non sai che senso ha che sia vista, e così pure  per la performance, dove la gratificazione è immediata, e ripagano gli sforzi gli abbracci e i grazie delle persone, ma quanto spesso ti senti sola nel portare avanti questo fardello, nel mettere in gioco tutto, quando gli altri spesso non fanno altro che stare lì dal di fuori a dare i giudizi. No, a volte non è proprio facile, né piacevole la vita dell’artista, e ci vuole tempra, se mai si riesce a resistere. Checchè ne dicano quelli che incontri dal di fuori che ti dicono: ah fai l’artista, che figata!!  Però non nego che qualche vantaggio c’è, almeno la libertà è qualcosa che nessuno ci toglierà mai, e liberamente in questi giorni ho deciso di staccare per ricaricarmi, per finalmente vivere senza occuparmi delle scelte artistiche da fare, fregandomene abbastanza di tutto e cercando di darmi del tempo per capire perché, nonostante una bella mostra, e un discreto successo, io abbia sofferto come un cane.

Non so se qualcuno si è riconosciuto in queste parole. Ma mi sono sforzata di tirarle fuori e di mettermi a nudo proprio per solidarietà con questo qualcuno. Raga, anche se magari in pochi, ma siamo nella stessa barca, forse, o no?? Se volete scrivere le vostre storie o i vostri commenti mi farà immensamente piacere!

103. Di nuovo a Genova per The Finger and the Moon #3

September 26, 2012

E’ dall’inizio di settembre che di nuovo sono a Genova per la preparazione del progetto ‘The Finger and the Moon’. La maggior parte del lavoro di questo progetto è un lavoro sul territorio, e il coinvolgere persone appartenenti a diverse fedi, diverse comunità religiose o laiche, è parte del progetto.
Per cui sono ancora qui che trottello come una matta.

Come forse sapete tra l’altro, la performance collettiva finale, frutto del lavoro di ricerca sul territorio di un anno, e frutto di un calibrato lavoro multimediale di creazione abito, musica, video, regia, era in programma lo scorso 19 maggio per la Notte dei Musei, che è stata annullata in tutta Italia, poche ore prima, per i fatti di Brindisi. Magari avete già letto come ci eravamo rimasti e cosa era successo (v. qui), e che sberla è stato l’annullamento improvviso poche ore prima dell’inizio dell’evento.

La cosa utopica – perchè lo è – di questo progetto è l’andare in giro in una città che non conosco a trovare segnali, nomi, persone e comunità che vogliano partecipare alla performance. E’ un lavoro di tessuto umano. E’ vita che costruisce arte, o meglio il lavoro.
A volte mi sembra di dover vendere un detersivo, e non è facile agganciare le persone (metti magari quando vai alla chiesa anglicana o alla moschea) e cominciare a parlare del progetto, dell’intento, della modalità, e infine chiedere se vogliono partecipare (perchè un conto è dire uh che bello, molto interessante, fantastico… un altro è partecipare in prima persona, prendersi le proprie responsailità e partecipare alla performance..)

lavoro sul campo…

Possibile che mi invento sempre progetti artistici in cui mi trovo a fare mille mansioni più uno? per questo: ideazione, progettazione, ricerca risorse umane, regia, videoinstallazione, musiche, performance, ideazione vestito, allestimento, segreteria, antropologa, globetrotter genovese, comunicatrice….!! certo che se ci fosse stato un budget adeguato alla vastità di questo progetto avrei potuto fare solo le già tante cose di mia competenza, ma essendo un budget ridotto all’osso mi sono dovuta prodigare in ogni direzione!… ma che dire, oggi – e non solo oggi – in Italia per far nascere dei progetti devi prendere tutto di petto e combattere sino all’osso, perchè altrimenti non li fai e tutto tace (soluzione che potrei adottare presto). Per cui ancora una volta ho dovuto spingere il piede sull’accelleratore e dedicare anima e corpo alla realizzazione di questo progetto, ringraziando pure le tantissime persone che mi hanno aiutato ed hanno collaborato, perchè senza di loro sarebbe stato ancora più difficile, se non impossibile.

per maggiori info sul progetto, e il materiale in progress che a poco a poco vi verrà pubblicato, vedi il sito e blog: thefingerandthemoon.net

95. Fughino in Germania per dOCUMENTA 13

July 25, 2012
Incollata a Milano per gravi problemi di salute di mio padre da più di un paio di mesi, ansia, tensione, caldo, fatica, corri di qui e di là, parcheggia e sparcheggia, frustrazione di avere tanti progetti in testa e non ho tempo per farli, l’aria che non mi fa respirare, la cappa che mi fa soffocare, sono uscita qualche stirato weekend ma nulla più, ma ecco che alcuni amici mi propongono un viaggio a Kassel per vedere documenta, un viaggio breve con molti kilometri, forse un po’ stancante, visto la già stanca situazione in cui mi trovavo, ma naturalmente la curiosità, la voglia di staccare e la passione per i viaggi e la compagnia hanno preso il sopravvento: giusto la sera prima della partenza ho deciso di andare et voilà alle 5 di mattina siamo partiti in 5 da Milano! A parte Filippo, l’artista curatore di “Corpi Scomodi” (conosciuto tra l’altro da poco a Cantù, anche se eravamo in contatto via e-mail da un po’), non conoscevo nessun altro, ma avevo molta voglia di rimettermi in gioco e di ritornare ai tempi in cui si prendeva e si partiva in compagnia.
Lungo viaggio, macchina comodissima, compagnia piacevole e divertente, alcune pause strategiche sul cammino, visitando luoghi molto belli, arriviamo a Kassel a notte tarda, complice anche avventure e disavventure in autostrada … (vi devo raccontare che a un certo punto siamo stati trainati con una corda da un tipo portoghese con furgone-casa, poiché eravamo in panne??) …
Documenta, sì che dire, bella, interessante, capillare, curata molto bene, brava Carolyn! Molta terra, molto corpo, molti progetti, processi, molta socialità, molta solidarietà, molti progetti di benessere, politici, di ricostruzione, di ecologia, di rapporto. L’arte sparsa e diffusa in tutta la città, come è solito essere in Kassel, documenta accade ogni 5 anni ma è davvero l’evento internazionale più ampio e di più solidi contenuti.
Tanto è stato scritto, e principalmente vi vorrei mettere un po’ di immagini. Però vorrei fare una considerazione, qui ora, a tarda notte (rientrata a Milano già stento a dormire seppure molto stanca, bah): ho visto delle scelte, curatoriali e artistiche, che vanno nella direzione del processo più che dell’opera, del fare e costruire realtà più che confezionare lavori. È una tendenza in cui mi riconosco, una direzione che anch’io cammino, e un desiderio, dell’arte e anche della società, di creare domande, creare benessere, creare vita. Non opere, ma vita. Mi ha molto colpito anche la rosa molto varia di artisti (e non artisti) invitati, che spaziavano da persone attive 50 anni fa ad alcune giovanissime, da nomi non conosciutissimi di artisti magari già scomparsi ma con un lavoro sorprendentemente attuale e comunicante, da reinterpretazioni di artisti già storici (come Morandi, esposte coi suoi quadri ma anche con le sue bottiglie reali, che diventavano una sorta di installazione più vera dei quadri … ) a progetti di artisti che non sono artisti (curatori, filosofi, ecc … ).
Ho goduto, a girare come una trottola, ma con molta calma e godendomi tutto, la miriade di opere e la miriade di luoghi, specialmente quelli sparsi nel grande parco, una sorta di caccia al tesoro per trovare le opere, installate dappertutto (nelle serre, nella casa del giardiniere, sul fiume, tra gli alberi …
Sono stati solo due giorni di Kassel, e due giorni di viaggio, non molto in verità, ma già sufficienti per farti ritrovare la bellezza del vivere e la bellezza di stare in compagnia. E sentire il sapore di libertà. E sentire il sottile fascino di essere mischiati nel mondo, e sentire il sapore dell’internazionalità, il sapore di altri mondi e di altre strutture (poi ogni volta che si va in Germania ci si sente stupiti e meravigliati ed estasiati da cotanta organizzazione e funzionalità (!) che un po’ ci fa pure invidia … ).
Beh, bando alle parole, ecco il posto alle immagini:

    il testo della curatrice sul muro d’ingresso del Museum Fridericianum (https://www.fridericianum-kassel.de/)

 potete vedere molte più immagini qui:
e qui se volete leggere alcuni articoli:
«Quello che i partecipanti fanno e quel che esibiscono a dOCUMENTA potrebbe anche non essere arte, il confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è è diventato meno importante» ha spiegato Christov-Bakargiev. La mostra «si occupa di momenti di trauma e di svolta, di incidenti, catastrofi, crisi» e il tema della distruzione e della ricostruzione è comune a molte opere. «dOCUMENTA a Kassel è volutamente scomodo, incompleto, carente. Penso che la confusione sia davvero meravigliosa», ha detto. dOCUMENTA (13) terminerà il 16 settembre.
ciao!

94. Performance e workshop a Cantù per ‘Corpi Scomodi’

Dopo la delusione di Genova ho passato momenti duri, sia per il morale, sia per il fisico, ma soprattutto perché papà ha avuto una grandissima operazione e dopo un mese e mezzo è ancora in clinica, e sia per me che per mia madre è stato un periodo di molta ansia e molto stress, anche se siamo state brave a farci forza e a sostenere la tensione e trasmettere la positività. Ma entrambe (e lei è magnifica ma ha la sua età) un po’ a turno, crollavamo, per poi rimetterci in sesto.
Una grande gioia di questo periodo un po’ duro e sofferente (anche se però è stata molto dolce la relazione con papà e la ripresa affettuosa del nostro rapporto che in passato aveva avuto punte di nervosismo e di incomprensioni) è stata la due giorni di Cantù nell’ambito del Festival ‘Corpi Scomodi’, un festival di performance urbane organizzato da Mondovisione e curato da Filippo Borella.
I ragazzi sono stati molto bravi. Hanno invitato e spesato molti artisti, trasformando la piccola ma ricca città di Cantù in un teatro di azione di vari progetti interattivi e performativi in dialogo con la città.
Ho visto molti progetti interessanti, conosciuto persone molto simpatiche, dormito benissimo un paio di notti in un fiorito (‘la finestra sul giardino’ si chiama …) bed and breakfast che mi avevano prenotato, mi sono divertita sia nel fare la performance che il workshop (eravamo in pochi ma mi ha dato una soddisfazione molto grande vedere come i partecipanti hanno goduto intensamente la cosa), ho avuto successo e complimenti … Insomma, una bella piccola ricarica in un periodo un po’ faticoso, e questo ci voleva! (Naturalmente, io che appena posso ho bisogno di natura come il pane, ho trovato anche il tempo per andare a fare il bagno in un piccolo laghetto vicino graziosissimo – il lago di Montorfano, che vi consiglio davvero).
“L’intervento che ho pensato per ‘corpi scomodi’ è concepito come un workshop e una performance di gruppo che coinvolge le persone del territorio. Mi interessa estendere alle persone la possibilità di diventare protagonisti di un’opera e di una performance. Mi piace pensare che la performance sia ‘amplificata’ divenendo un’opera in cui agiscono simultaneamente con me molte altre persone.
Il concetto che ho scelto di sviluppare in maniera ‘collettiva’ a Cantù riguarda il mio progetto in divenire ‘The Slowly Project’, dove si analizza, in maniera poetica e provocatoria, la dimensione frenetica e veloce della vita quotidiana, divenendo, attraverso il corpo e l’interazione con la città, icona e simbolo di altro.
Mi diverte l’idea di creare un folto gruppo di persone che attraverseranno con me la città di Cantù muovendosi a rallenti, mi immagino questa nube di persone che, come apparizioni, attraversano la città in maniera rarefatta e quasi surreale. E mi interessa, come al solito, l’interazione con il territorio e la città.
Perché corpi ‘scomodi’? Intanto perché fare questa performance è molto ‘scomodo’ e faticoso: camminare perfettamente a rallenti implica un lavoro di controllo e contrazione dei muscoli piuttosto difficile, che richiede molta concentrazione e strategie fisiche che insegnerò nel workshop. Il corpo dell’artista diventa scomodo per diventare un segno visibile per gli altri.
Inoltre il concetto di scomodo si può applicare al concetto di lentezza: a volte è scomodo prendersi il proprio tempo, il tempo del silenzio e del proprio centro, sembra un qualcosa difficile da permettersi, ma a volte proprio solo da questa provocazione scomoda e rarefatta sembra possibile trovare pienezza.”
Liuba,  giugno 2012

   The Slowly Project – performance collettiva e workshop, Cantù, giugno 2012

E’ un po’ di tempo che mi interessa un’arte che più che opera è processo e progetto, e che diventa parte integrante e attiva della vita delle persone.
Ho cominciato a lavorare uscendo dalle gallerie ed entrando ‘nel territorio’ 13 anni fa, cominciando nel 1999 quelle che ho chiamato ‘urban interactive performances’, e in quest’ultimo periodo mi interessa sempre di più sviluppare la parte interattiva e relazionale, e coinvolgere attivamente le persone nella performance.
Mi interessa tantissimo non solo comunicare emozioni ed idee e concetti ed estetica a un pubblico, ma anche fare in modo che il pubblico esperimenti dentro di sè il coinvolgimento emotivo, fisico, energetico e mentale che occorre per fare le performances, vivendosi dal di dentro l’azione.
Per fare questo ho deciso di proporre un workshop propedeutico alla performance, aperto a chiunque voglia partecipare alla performance. “Nel workshop i partecipanti faranno un lavoro su di sè, sul proprio corpo, sulla propria capacità di resistenza e di concentrazione. Si avrà la possibilità di vedere dall’interno come funziona la preparazione energetica e fisica per una performance, e di avere la possibilità di prendervi parte il giorno dopo”.
L’esperienza è stata molto bella e interessante, soprattutto mi ha colpito la contentezza delle persone che hanno partecipato alla performance, poichè agire a rallenti nel mezzo della vita quotidiana implica un lavoro su di sè di meditazione, di energia, di controllo del corpo, dei muscoli e dei movimenti, che diventa come un rito purificatorio e uno strumento di conoscenza di sè per chi vi partecipa. La gioia che ho avuto, non solo nel fare la performance e provocare reazioni nella città e nel pubblico, ma anche per la felicità di chi ha partecipato, è stata davvero grande.

89. La performance al Grace Exhibition Space. Dietro le quinte e qualche foto

June 11, 2012
Avevo deciso di fare un lavoro sul cibo. 
Lo decido perché è la summa di un’esperienza pluriennale del mio stare qui a New York, oltre a un’esperienza pluriennale di interesse alla qualità del cibo, al mangiare bene e alla cura naturale. In più qui in America più che altrove, il cibo – come tutto – è oggetto di marketing sfrenato e tutto fa capo ai soldi. Ho vissuto e pensato e sperimentato tantissimo su questo argomento e fatto riflessioni composite per molti anni. In più questa volta, arrivando a New York a gennaio, ho cominciato subito a fare una serie di fotografie centrate sul rapporto col cibo. Per cui ora era proprio giunto il momento di parlare di questa cosa, e parlarne voleva dire usare il mio linguaggio, e fare un’azione di performance mista con foto e testi, dove ho messo tutto ciò che volevo dire, che sentivo, pensavo e comunicavo. (Credo che noi artisti creiamo cose perché non siamo capaci di esprimere con un linguaggio comune la sottigliezza delle cose che vorremmo esprimere, e allora ti devi trovare un linguaggio appropriato per comunicarlo).
Ovviamente avrei potuto fare al Grace Exhibition Space un lavoro già preparato e già sperimentato, dove non avrei avuto la vertigine dei tempi della creazione e dei tempi stretti della scadenza, ma sapevo che questo nuovo “Food Project” era ciò di cui avevo esigenza ORA di fare e che lo dovevo assolutamente fare in America, perché è stato incubato qui, e il linguaggio che voglio usare ha senso qui. E sempre un po’ sacrificandomi per l’arte e per esprimermi, mi sono messa in questa gara di preparare e inventare tutto per tempo (e poiché a New York le cose accadono, ma tutto è veloce, ho avuto la conferma della data solo un paio di settimane prima e non si sarebbe potuta rimandare più in là, perché dopo dovevo prendere un aereo …).
A volte invidio un po’ le persone che lavorano nel teatro. Loro producono degli spettacoli, impiegano le risorse per molto tempo, poi però per magari un anno, o comunque moltissime repliche, vanno in giro a portare quello stesso spettacolo già preparato. Almeno la fatica della preparazione ha i suoi benefici e viene diciamo, sfruttata … Invece per noi non è così. Nell’arte contemporanea, e nella performance, ogni evento è unico e irripetibile. Ogni performance è un qui ed ora, hinc et nunc, irripetibile. A volte ho impiegato anche anni a preparare dei progetti (v. per esempio la complessa performance ‘The finger and the Moon #2’) e poi la fai una volta sola. Poi impiego pure molti mesi per lavorare ai video. E basta. Fine. Il lavoro rimane. E’ esposto. Viene visto, ma non si ripete. A volte ciò mi frustra un po’. Eppure poi sono io per prima che lo scelgo: infatti quando mi invitano a ripetere le performances, io di solito non lo faccio. Al limite, se mi interessa, parto dal progetto ma lo modifico adeguandolo al territorio e allo spazio. Credo proprio che una delle differenze più sostanziali tra la performance art e il teatro sia proprio questa ‘unicità’ versus la ‘ripetibilità’, la presenza dell’esserci Vs la recitazione di qualcosa. Non dico una è meglio una è peggio. Sono solo sostanzialmente diverse (tanto è che nel passato mi offrirono più volte di ‘recitare’ a teatro, ma non ne sono minimamente capace né mi interessa, perché riesco solo a fare ‘me stessa’ ed esprimere ciò che sento in quel dato momento).
Cosa ho fatto per la performance a Brooklyn? Ho creato una videopresentazione con le – belle – foto fatte in questi mesi newyorkesi sul cibo, sul marketing, sui dollari e la fame. Poi ho scritto dei commenti poetici alle foto che ho messo in parallelo nel video e ho mandato il video, grande, a tutta parete, durante la performance, con la funzione di contrappunto e dialogo con l’azione live, in quanto ciò che facevo con le azioni era spesso in contrasto e contrapposizione con ciò che la gente vedeva nel video. E, sia giocosa che professionale, precisissima, ma ironica, mentre andavano le immagini e le riflessioni, ho cucinato live per 30 persone. I puri, perfetti, decantati e amati spaghetti col sugo fatti a regola d’arte (ovviamente, dato che sono italiana), di quelli da leccarsi i baffi e che in America non sanno cosa sia ma che adorano anche con i surrogati, e poi ho invitato il pubblico a condividere il cibo, a fare festa, a fare banchetto. Perché il cibo è anche incontro, e non solo sfruttamento, è socialità, e non solo biologia, è dono e non solo marketing. Ho voluto appositamente portare lì una parte importante della mia italianità, il rapporto col cibo e la socialità ad esso connessa. Avevo il bisogno di dichiarare la mia identità e la mi appartenenza. In modo evidente, ma non banale.
Ancora per una volta la mia performance era un dono, perché mi sono spremuta come un limone per un mese, ho dato ogni mia fibra (compreso lo stress della stanchezza) e come spesso accade non ho preso il becco di una lira, ma il senso del dono del cibo e del darsi e dell’offrirsi era anche uno dei sensi del lavoro.
(P.S. Per cucinare cotanta roba al Grace Exhibition Space ho letteralmente smontato la cucina dell’appartamento in cui vivevo nell’East Village, e devo essere grata a Fred, il mio padrone di casa, per avermi lasciato usare e trasportare attrezzi vari e pure la sua cucina a piastre elettriche …
Inciso: – consiglio a tutti gli aspiranti performer e artisti di essere maschi o mascolini principalmente, o fare molto sollevamento pesi, perché così si riescono più facilmente a sgroppare tutti i materiali che occorrono perchè si fa una fatica boia (io sono robusta in molte cose ma la forza nelle braccia no, non ce l’ho proprio, e o stramazzo o devo chiedere aiuti vari a destra e a manca o a pagamento …) – fine dell’inciso.
Alcune foto
 ‘The Food Project. Performance 1″   © liuba 2012  – Grace Exhibition Space, Brooklyn, NYC
(Le immagini dell’ultima parte non le ho perchè sono nelle riprese video che non ho ancora scaricato…!).

85. Manca solo una settimana … e foto templi …

March 28, 2012

Come molti di voi già sanno, sto lavorando da più di un anno al nuovo step del progetto ‘The Finger and the Moon’ (che sarà il #3), e si terrà a Genova il 19 maggio di quest’anno (non vi preoccupate, rientro in Italia per tempo, anzi un mese prima e mi piazzerò a Genova per mettere a punto tutto il lavoro di preparazione e di coinvolgimento delle persone … Intanto però qui a new York ho trovato ispirazione per fantastici preparativi anche per questo progetto!).

E’ un ampio progetto che comporta un lavoro di equipe, e che coinvolgerà moltissime persone in una performance collettiva.


Manca solo UNA SETTIMANA per sostenere, tramite l’apposito sito online, questo imminente progetto di performance collettiva  programmato per maggio a Genova.  Il piccolo contributo di tutti voi è fondamentale perché l’operazione riesca!!   
E ciascuno di voi può partecipare alla performance, se lo desidera!

PER PARTECIPARE E /O SOSTENERE ‘THE FINGER AND THE MOON #3:

Clicca qui ENTRO il 3 APRILE 2012!

 https://www.indiegogo.com/The-finger-and-the-moon?c=home




Nel frattempo, come regalo in anteprima (ah, se accedete al sito e fate una anche pur piccola donazione, riceverete in cambio dei lavori firmati del progetto … E spero con tutto il cuore che ne rimarriate contenti!)
come regalo in anteprima, dicevo, vi metto alcune foto della serie sui templi/chiese che sto facendo qui a New York.
Enjoy! (come dicono qua per quasi tutto, e a me piace molto questa espressione).

   
  
Liuba – The Finger and the Moon #4 – new photo series (all right reserved)

69. Il video “Senza Parole”

February 4, 2012

Nel frattempo ho finito di mettere online il video che ho ‘ritirato’ dalla Biennale di Torino e mandato la newsletter (dovevo farlo prima di partire ma non ce l’ho fatta, e poi nessuno mi correva dietro d’altronde … ).

The video comes from Liuba performance at the entrance of the Italian Pavillion at Venice Biennial 2011.

The Italian Pavillion 2011 was very controversial and discussed. The curator, active more in the Politics than in the Contemporary Art, asked to 100 of Italian ‘known’ people to invite their one best loved artist to the Venice Biennial Italian Pavillion. The result was a show with no curatorial logic and full of any kind of works and styles.
Many of the Italian Art-World people criticized this Pavillion. Liuba expressed her disagreement in an ironic way, distributing flyers at the entrance of the show, as giving the explication of the exhibition. Except that the flyers were white, blank. Empty.

Interesting, as usual in Liuba’s works, people reactions: many react automatically when receiving a flyer, many don’t want it, many other take it without reading, some were thinking Liuba was a Biennial Hostess and asked practical informations, and many people perceived and enjoyed the performance as well.

62. Art Basel Miami Beach … il quasi arresto e la delusione dagli italiani

December 10, 2011

Continuo a ricevere messaggi curiosi che vogliono sapere come è andata a Miami e che cosa ho fatto … Ed eccomi qui a raccontarvi tutto e a mandarvi un po’ di immagini. Sono stati 9 giorni di fuoco, di emozioni, di delusioni e di fiamme, per fortuna finite e ritemprate da un bagno fantastico nell’Oceano e dagli ultimi due giorni di sole rigenerante.

Devo riconoscere che sono partita per Miami con l’idea di fare una performance piuttosto semplice ma anche piuttosto ‘disturbante’, sebbene ironica o forse nemmeno tanto … diciamo che mi interessava enormemente fare un’azione che mettesse in risalto il carattere effimero e piuttosto schiacciante del sistema dell’Arte con l’ A maiuscola, quello del potere, dei tanti soldi e delle gallerie superstar, che è rappresentato forse con la potenza più esplicativa proprio ad ART BASEL MIAMI, che a detta di tutti sta diventando – o è diventata – il polo catalizzante di tutta la cream del mondo dell’Arte. Quasi ancor più dell’Armory Show e della stessa Art Basel, mi dicono. Diciamo che volevo usare Art Basel Miami Beach come materiale del mio lavoro e come paradigma di un sistema potente e spesso effimero in sè stesso.
Però già prima di partire sapevo che questo lavoro che andavo a fare poteva essere un po’ disturbante, e che potevo essere bloccata o interrotta dopo poco … ma dato che il caso e la sorpresa e il contesto sono alcuni degli ingredienti fondamentali del mio lavoro e ciò che mi interessa approfondire, sono partita ugualmente allo sbaraglio …

 
Vi ho già raccontato nel post precedente del nervosismo galoppante, della stanchezza allucinante e dell’arrabbiatura del viaggio, e di come sia arrivata alla casa in cui ero stata invitata dagli italiani con i nervi a fior di pelle. Mi ero portata dei lavori piccoli in valigia, attentamente imballati, e dei video, da esporre in questo spazio americano (è molto grande, mi avevano detto, porta tutti i lavori che vuoi e i video!) e poi mi sarei dedicata alla mia performance a a vedere le mostre in giro per Miami. Forse sarebbe arrivato anche Mario da Montreal, avevo piacere e paura al tempo stesso di vederlo, anche perché non sapevo bene nemmeno io dove avrei dormito e in che situazione, a parte i giorni in cui sarei stata accolta calorosamente da Marilyn.
Non vi sto a tediare col racconto catastrofico dei primi tre giorni, la persona che mi aveva invitato aveva fatto un sacco di casini e tutto era diverso da ciò che mi aveva detto. Ho vissuto delle emozioni tristi e interiormente faticose. Problemi con l’ospitalità e problemi con lo spazio della mostra. La situazione non mi piacque affatto, e nemmeno mi interessava più, così decisi che non valeva la pena esporre con loro e di dedicarmi solo alla mia performance e a qualche giorno di vacanza. In realtà ero arrabbiatissima sia con loro che con me per questa situazione, con loro perché mi avevano dato informazioni vaghe e piuttosto diverse dal vero, con me perché sono una entusiasta e credulona, e avevo aderito a qualcosa di cui già i giorni prima della partenza avevo ‘nasato’ che era organizzata poco bene.

Sembra che in America il sistema dell’Arte sia sia abbondantemente ripreso dalla breve crisi dell’anno scorso e tutta Miami si è riempita di ricchissimi collezionisti con yacht e aerei privati alla caccia di acquisti forsennati. Ed è pazzesco come tutti, chiunque, in ogni dove, cerchi di esporre e di tentare la fortuna che qualche ‘buyer’ gli compri a peso d’oro le sue opere … E’ impressionante e forse un poco nausenate, durante Art Basel, oltre alla Fiera principale al Convention Center, c’erano ben altre 22 fiere … Oltre a queste 22 Fiere, Art Basel, arte pubblica sparsa nella città, c’erano caterve di loft e capannoni industriali nella zona di Wynwood – che è il nuovo quartiere delle gallerie, prima chiamato ‘design district’, e in cui era situato lo spazio dove avrei dovuto esporre anch’io – con ogni tipo di artisti, di opere, di pastrocchi, di kitsch, di opere di dimensioni monumentali, di saltimbanchi e imbianchini, tutti a cercare di farsi vedere e di esporsi ed esporre e poter farsi comprare.
Certo, alcune cose belle le ho viste – eccellente soprattutto lo spazio enorme della collezione Margulies, davvero incredibile, sia per le opere, sia per la location, sia per la cura dell’esposizione. Lì mi sono davvero emozionata. (guarda il sito)
“Marty Margulies has collected one of the most expansive and impressive collections of contemporary art in the world. Although the warehouse does not look like much from the outside, inside it houses not only an immaculate collection of sculpture and installations, but an archive of photography and priceless pieces.
Any art lover will recognize everything from Barry McGee to original Jasper Johns. The most impressive thing about the Margulies Collection is the diversity and foresight. They have large scale installations, paintings, video art dating back into the eighties before the movement. Sometimes they even have performance pieces on display”

Ho naturalmente visto altre opere ottime e altre buone, sia nella Fiera che in altre location, però l’impressione generale è di un grande luna park divertimentificio e macchina-per-spremere-i-soldi che mi ha lasciato estremamente perplessa, o irritata o abbacchiata, come se ci fosse una ruota del lotto che premia alcuni artisti e altri no, e dove chiunque può prendere delle lastre di plexiglass, metterci degli scarabocchi, dire che è arte e trovare chi le compra a peso d’oro. Beh, forse esagero, ma spesso la sensazione è questa qui e anche nella fiera principale, con gli artisti già affermati. Basta vedere lo stand di Gagosian, o delle altre few top galleries, pieno zeppo di gente come se si fosse nel quartier generale del Presidente o a colazione da Tiffany, per vedere che il valore delle opere esposte è per lo più dato dal plus valore di chi le espone … non è certo una novità, si sa come funziona il sistema dell’Arte – e non solo quello dell’arte – e non ho scoperto l’acqua calda, ma vedere tutto ingigantito in quelle dimensioni è come avere una grande lente di ingrandimento, e vedere davvero bene …

E’ in questo turbinio di emozioni e di sentimenti (accentuate anche dal fatto che Mario era arrivato ma come al solito litigavamo tutto il tempo per cose banali ed ero come se fossi esasperata da tutto e da tutti … ) che arrivò il giorno in cui avevo deciso di fare la performance: il sabato, giorno di un’affluenza inverosimile.
Avevo già fatto il sopralluogo il giorno dell’opening, e avevo deciso che avrei cominciato la performance nell’ingresso della Fiera e nella Hall dove la gente passa prima di accedere agli stands veri e propri. Questo per una questione logistica di struttura, di materiali e di funzionalità.

Ho deciso di portare a Miami, per completarlo ed esaltarlo, il nuovo lavoro che avevo cominciato questa primavera nella rassegna di performance alla Naba curata da Marco Scotini e Giacinto di Pietrantonio: costruire una ragnatela di fili invisibili che avvolge cose persone e spettatori, visualizzando in questo modo il labirinto del sistema dell’Arte e la sua capacità di prenderti nella morsa, e magari imprigionarti, oppure  bloccarti i movimenti … Un filo invisibile come invisibile è il web dell’Art System, invisibile ma a volte asfissiante come una ragnatela.. .
Ho cominciato a tessere questa ragnatela legando il filo alla colonna dell’ingresso, per poi andare avanti e, ad altezza busto perché non fosse pericoloso, dipanare la matassa coinvolgendo architettura e persone.
Ma non feci che poco più di mezzo minuto che una guardia mi si scagliò addosso prendendomi il filo e strappandolo coi denti gridandomi se ero pazza.
Allora delicatamente mi diressi all’indietro verso il primo grande atrio dell’entrata e lì ricominciai a tessere la mia ragnatela legando il filo a un altra colonna e procedendo tra la gente, quand’anche qui fui interrotta da un guardiano e poi a raffica arrivarono lo show manager, un poliziotto, una direttrice della sicurezza e non so chi altro, gridandomi come forsennati che ero pazza e che mi avrebbero portato in prigione … Io gli dissi che era una performance … loro diventavano sempre più aggressivi, erano fuori di sè come se io fossi un attentatore con una bomba pronta ad esplodere addosso … C’era una guardia in particolare che mi guardava con due occhi pieni di odio, e diceva che voleva portarmi in prigione per quello che avevo osato fare … (vi rammento che mi hanno bloccato dopo nemmeno un minuto).

Era un po’ come Davide contro Golia, the “Big System” che si scagliava contro di me. Una macchina gigante che si scaglia contro un micro elemento che gli dà fastidio. Certo, forse in fondo in fondo avevano ragione, forse poteva creare scompiglio (è ciò che volevo, no?) o forse anche poteva essere pericoloso (però ero conscia di stare bene attenta) ma esemplare è stato il commento della mia amica Marilyn, che era venuta per vedere la performance e che la sa lunga, in quanto vive a Miami da più di 30 anni e ha diretto un importante albergo: questa fiera fa girare SO MANY MONEY che non possono nemmeno concepire che succeda un minimo incidente o un fuori programma, perché avrebbero dei guai di immagine che farebbero finire questo bengodi … (questo è il succo di ciò che ci ha detto, tradotto con parole mie).
Quando finalmente mi hanno ‘liberato’ e lasciato uscire dall’edificio, la guardia più cattiva mi sibilò: e se tu o i tuoi amici (nel frattempo avevano visto il cameraman e Mario che faceva le foto e Marilyn che mi difendeva) osate farvi rivedere dentro THIS BUILDING, you will go to prison immediately!
Il giorno dopo, quando la Fiera non c’era più, tornai all’edificio, e ho tessuto una ragnatela di fili invisibili nel quale sono stata imprigionata …

All the photos: 
Liuba, “The invisible web of the Art System”, performance, 2011 (photo credits: Mario Duchesneau)
Naturalmente nascerà anche un video da tutto ciò. Un brevissimo, ma intenso video (quando il cameraman mi manderà il ‘minuto’ di riprese – perché è dovuto partire subito … altro problemino che mi stressa, non avere nemmeno le riprese … però ho tante foto … e il video sarà anche con le foto … )



Se volete sapere i precedenti della partenza, la decisione improvvisa e il viaggio allucinante, leggete il post precedente

58. Le foto del laboratorio “Corpo, performance, conoscenza di sè”

November 3, 2011

Ho caricato le foto del corso di performance che ho tenuto all’Associazione Culturale Geart a settembre, qui nel borgo delle Ronchesane dove abita Danusia e dove sono ancora adesso (vi avevo scritto che ero venuta per le feste del Capodanno Celtico nel post precedente! (leggi).
Le foto le avevo fatte con la macchina di Danusia e la cartellina è rimasta qua ad aspettarmi, visto che Dani non ama aggeggiare col computer e d’altronde non c’era fretta di archiviarle. Le foto le ho fatte ogni tanto nel corso, in pochi momenti, perché generalmente ero concentrata su ciò che stavamo facendo. Per cui non vedrete le diverse fasi del corso, ma solo qualche spiraglio. Sono riuscita a fare abbastanza foto invece durante la costruzione dei vari lavori: durante le performances le foto le ha fatte Danusia, poiché io facevo le riprese.
Intanto vi presento le nostre mascotte:

i 6 meravigliosi cuccioli di Trilly
davvero adorabili e indimenticabili (già ora i cuccioletti non ci sono più perché sono stati tutti adottati, è rimasta Trilly che è un cane che adoro (mentre di solito io sono una gattara) e mi accompagna sempre a fare lunghe passeggiate, mentre ora che sto scrivendo russa sul divano facendo ogni dieci minuti puzzolenti scoreggine …

Ed ecco qualche foto del laboratorio:

Alfredo in un atteggiamento inequivocabilmente meditativo …



Nadia in incubazione nel paesaggio …

Daniele che desiderava l’ “upside down” per tutto …

Danusia che nutre le piante …

e tutti noi …

  La preparazione di Daniele è lunga e laboriosa …

Con Nadia proviamo, parliamo e fotografiamo tutto insieme …

cominciano le performance …

Giada partecipa come performer al progetto di Alfredo …


e poi abbraccia i cucciolotti! …

per vedere più foto guarda la pagina facebook dell’evento: 

55. La mostra ad Art Verona e riflessioni varie

October 19, 2011

Sdraiata al parco. Domenica. Mi godo il non far niente. Sono così stanca che non ho nemmeno voglia di chiamare le persone care. Sono rientrata ieri da Verona. E’ stato bello, mi sono divertita e pure ‘lusingata’, ho respirato aria buona e goduto i riflessi romantici della città sul ponte pietra, vicino a dove abitavo, ospite di una simpaticissima servas (vi ho già parlato di servas e non lo rifarò qui!). Verona è stata affascinante, coi suoi riflessi di luce sinuosi e romantici sulle rive del fiume, su cui si levano i ponti e il castello. Un fascino sensuale e ossigenante mi ha trasmesso questa città, quasi fosse una delicata sirena respirante sull’acqua.

La mostra curata da Cecilia Freschini intitolata ‘The Mystical Self” era molto bella e anche ben allestita, con una serie di grandi schermi al plasma collocati circolarmente, in cui era possibile vedere in contemporanea tutti i lavori presentati in mostra. Il mio video ha riscosso molto successo e naturalmente sono contenta. Le fatiche che ci sono dietro a tutti i miei lavori sono molte, ma in particolare questo video è stato frutto di una preparazione di due anni per la performance e la sua organizzazione (poichè tra l’altro era vista in streaming in diretta in una serie di gallerie nel mondo espressamente e pubblicamente collegate all’evento) più quasi un annetto per il montaggio e la regia del video finale, che è un’installazione a due canali, qui presentata in un monitor solo, per ovvi motivi di logistica. Mi piace comunque lo stesso, il lavoro visto con il monitor diviso nei due canali dei due video. Per cui fa molto ma molto piacere avere apprezzamenti, stimola e aiuta a proseguire. La strada come sappiamo non è facile, e a volte impervia, ma la gioia e il piacere che se ne ricava è impagabile. In particolare mi ha commosso una giovane artista che è rimasta così toccata dal mio lavoro, cogliendone il nocciolo, che mi ha contagiato con le sue emozioni e il suo entusiasmo, e la ringrazio, ripagandomi delle mille fatiche che questa ‘scelta vivendi’ comporta, scelta vivendi che è comunque necessaria come l’aria che respiro.

Inoltre a Verona è stato un tripudio di cene mondane ed eventi, che ci volevano, dopo la vita austera di questo mese a Milano (è strano, quando sono a Milano, poiché – lo ammetto – mi annoia quasi tutto quando esco nei locali, faccio a volte una vita quasi da eremita, passando la maggior parte del tempo a lavorare in studio e un paio di giorni alla settimana a insegnare). E’ anche per questo che ci torno, ci sto un po’ e poi me ne riparto di nuovo, come dovrei fare anche quest’inverno.
Mi sto accorgendo che ho parlato di ‘vita da eremita’ a Milano sotto alle foto della performance sulle religioni … mi fa quasi strano. Non è questo il luogo dove trovare riferimenti su questo lavoro (ci sono due bellissimi testi critici, uno di Luca Panaro e uno di Mark Bartlett che potete trovare qui o uno dei tanti comunicati qui), però posso dirvi che ho cominciato a lavorare a questo progetto molti anni fa, anche perché mi interessa molto il lato spirituale della vita. A volte, o forse spesso, mi sento e sono molto mistica, e ho sempre ricercato molto in varie religioni e vie spirituali, accettandole tutte e trovandone le affinità nelle verità essenziali dell’uomo (ed è uno dei motivi per cui è nato questo progetto).
E devo dire che in un certo qual modo, e dico forse una parola grossa, ma me lo perdonerete vero? (e poi qui in questo blog sono onesta, ormai lo sapete), in un certo qual modo, dicevo, per me fare arte e perseguire questa via è quasi una missione, o comunque lo svolgimento del mio pieno senso dell’esserci al mondo … Ve l’avevo detto che erano un po’ di parole grosse, però sono vere, e mò ve le beccate. E’ proprio così, per me l’arte è qualcosa di molto profondo e un modo, modesto, limitato, imperfetto, che ho di dare qualcosa al mondo e agli altri. Sì, una vera e propria missione …

Sono parecchio stanca oggi, anche perché ieri mattina sono partita da Verona in tutta fretta (certo, ho potuto dormire sino alle 10, cosa per me essenziale, però avrei voluto girovagare un po’ di più per i colli della città, visto la splendida giornata e visto che era sabato), sono piombata in autostrada e ho dovuto affrettarmi per arrivare a Milano alle 2 del pomeriggio, in tempo per iniziare la mia lezione di Storia dell’Arte all’Istituto Paolo Frisi, sezione serale. Sebbene insegnare mi piaccia anche, almeno nella sua dinamica di trasmettere cose che amo alle persone e nel lato umano della questione, sono totalmente insofferente per ogni burocrazia e ogni orario, e non riesco a resistere a lungo, e in un modo o nell’altro, mi allontano sempre dalla scuola, perché seppur un po’ di dindini mi fanno comodo, non riesco a sentirmi limitata della mia libertà, e inoltre il bisogno di viaggiare e di spostarsi nel mondo è anche lui, così come l’arte, importante come l’aria che respiro.
(E letteralmente sempre più spesso parto perché i miei polmoni hanno bisogno di respirare un’aria migliore di quella milanese, che riesco a tollerare per un massimo di una settimana tutta di fila … per esempio: l’altra settimana ho lavorato un casino e poi mercoledì me lo son preso libero e ho girovagato verso i laghi scoprendo una sponda del lago di Monate meravigliosa, ho fatto il bagno, mi sono rilassata, ho respirato, letto, parlato, e poi sono rientrata a Milano, contenta della mia dose di buon respiro settimanale, e pronta per durare un’altra settimana – e poi, tra un po’, però, ritornare a New York.

53. Il comunicato stampa di Art Verona

October 4, 2011

In questo periodo sto cominciando a collaborare con degli assistenti, e mi sta piacendo molto … Oddio, è un gran lavoro questa selezione, perché ho ricevuto un gran sacco di offerte e proposte di persone che desideravano lavorare con me, e leggere i curriculum, fare colloqui e scegliere le persone non è stato facile, e ancora sono all’inizio e ho cominciato provando a collaborare con diverse persone e ciascuna con sue mansioni, ma intanto devo seguire tutto. Ho proprio voglia di non lavorare più da sola e di interagire con più persone. Il mio sogno è costituire un ‘dream team’ che parte dai miei progetti e poi si allarga, dove tutti hanno le loro mansioni, le loro competenze e i loro compensi. Per ora è molto in nuce, anche perché mancano le … entrate per poter gestire tutto al meglio, ma ho davvero voglia di proseguire in ‘gruppo’. Ho già alcuni collaboratori fidati per quanto riguarda le riprese, elemento fondamentale per il mio lavoro, e quindi già da un po’ ho selezionato con chi lavorare. Invece ora sto cercando di avere assistenti per la comunicazione e il web.
E, guardate un po’, in queste settimane e a parecchie mani, abbiamo preparato il comunicato della mostra di videoarte ad Art Verona, dove è presentato il mio video ‘The Finger and the Moon #2 … eccolo qui, il primo comunicato che esce dal gruppo ‘liubapress’!!!

Dal 6 Ottobre Liuba sarà presente ad ArtVerona e all’Archivio Regionale di Videoarte di Verona
con l’opera video The finger and the moon #2
nella collettiva “The Mystical Selfcurata da Cecilia Freschini

Il video a due canali “The finger and the moon #2” presentato in mostra è un’attenta indagine sociologica nata dalla performance svoltasi nel 2009 in piazza San Pietro a Roma.
L’operazione performativa alla base del progetto è una, la riflessione sulle principali religioni del mondo, evidenziando affinità fra differenti modalità di preghiera. L’abito utilizzato dall’artista, un esemplare unico creato assieme alla stilista Elisabetta Bianchetti, è un vestito in apparenza simile a quello indossato dalle suore cristiane, ma con diversi accorgimenti ‘multireligiosi’ che consentono a Liuba di praticare contemporaneamente la preghiera musulmana e quella ebraica, la meditazione buddista, la spiritualità dei nativi americani e varie posizioni yoga-indù.
Piazza S. Pietro in Vaticano è un luogo insolito per tale tipo di operazione ma dal forte valore simbolico: durante la perfomance romana la polizia ha intimato a Liuba di andarsene perché “non conforme alle giuste norme della preghiera …”.

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Liuba ha partecipato a collettive e personali in ambito nazionale e internazionale, ha presentato le sue performance ad Artissima Art Fair, PAC Padiglione d’arte contemporanea di Milano, alla Biennale di Venezia, ad Art Basel, The Armory Show a New York, Scope London. Lavora tra Milano e New York.
The Mystical self  è a cura di Cecilia Franceschini curatrice indipendente da anni residente in Cina. Curatrice del padiglione cinese alla IV Biennale di Praga ha curato esposizioni al museo di Verona, a Palazzo Forti, alla Gam di Bologna in gallerie private. Scrive regolarmente su Flash Art International, Exibart on paper, Lobodilattice. Si occupa di arte contemporanea ed economia dell’arte e ha pubblicato libri e cataloghi per le più importanti case editrici specializzate. Vive in Italia e in Cina.

THE MYSTICAL SELF
a cura di Cecilia Freschini

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Doppio allestimento, nei giorni di fiera all’interno del padiglione 7, e dall’ 8 ottobre al 6 novembre presso la Sala Nervi della Biblioteca Civica di Verona, sede dell’Archivio Regionale di Videoarte, per questo progetto, nato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura di Verona, a cura di Cecilia Freschini, giovane curatrice residente a Beijing, esperta di video arte.

Punto di partenza l’idea che anche il fare arte non sia più tanto una questione di significato quanto di essere; con una rassegna che intende coinvolgere e indagare la sfera trascendentale, che inevitabilmente tocca, in quanto persona, l’artista stesso.
Dal 15 al 29 novembre la mostra sarà ospitata presso lo spazio [BOX] Videoart project space di Milano.

Artisti (in ordine alfabetico), opere, didascalie

1.    Resmi Al Kafaji, Armonia degli opposti, 2011, video, b/n, 2’ 40’’
2.    Silvia Camporesi, Secondo vento, 2010, dvd video hd 16/9, color, sound, 4’17”
3.    Matia Chincarini, Divine, 2008, video,1’51”
4.    Hervé Constant, Hang ballet, 2006, video, 4’
5.    Tung-Lu Hung, Nirvana, 2008, video,10’15”
6.    Kensuke Koike, Miracle of Prophet, 2009, video loop
7.    Liuba, The finger and the moon #2, 2009/10, two channel video, 12’38’’ (performance in P.za S. Pietro)
8.    Luca Christian Mander, Echo, 2009, dvd PAL, 2’30”, Courtesy Visual Container (MI)
9.    Moataz Nasr, At death’s door, 2009, 3’16”, video projection, Courtesy Galleria Continua
10. Emeka Ogboh, Jos, 2010, video, 9’10’’
11. Ferhat Özgür, I Can Sing, 2008, video, 7’
12. Alessandro Rolandi, Born again? No, I’m not, 2011, video, 6’
13. Masha Sha, My Mother, 2007, b/n, video sound, loop, 6’50’’
14. Zhang Xiaotao, Sagya, 2011, animation, 806, Courtesy Stux Gallery (NY)

ArtVerona – padiglione 7 – Veronafiere
6 – 10 ottobre 2011

Biblioteca Civica – Sala Nervi – Via Cappello 43, Verona
8 ottobre – 6 novembre 2011

 Venerdì 7 ottobre – ore 12  – Talk: “Videoart: simbologia e spiritualità
8 ottobre – 6 novembre 2011

 Intervengono: Erminia Perbellini, Assessore alla Cultura Comune di Verona; Agostino Contò, responsabile della Biblioteca Civica di Verona; Alessandra Arnò, co-fondatore di Visualcontainer; Hervé Constant, artista; Liuba, artista

 

49. Le foto da Brema

June 24, 2011

Ciao condivido con voi questa bella foto che ho ricevuto da Anette, che racchiude un’immagine per ogni performance presentata al Festival di Brema …

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