“Che la parola di cui LIUBA si è servita anche dedicandosi al gesto performativo diventi adesso libro, dunque a sua volta materia, è probabilmente una ambizione a non disperdere, a mantenere oltre il presente, a sottrarsi all’effimero e alla mortalità dell’istante. Interessante è apprendere che persino il rapporto con il colosso che l’autrice ha avuto e annovera tra i beni di famiglia, Elio Pagliarani, sia presente nella sua memoria soprattutto per la “fisicità della sua lettura”, come ella stessa riferisce, per il “potere orale” della sua presenza. Anche il fitto riporto di eventi sensoriali di E che il bruco sbuchi rivela l’attitudine all’investimento sulle qualità corporee dell’esistere: esistiamo anche attraverso l’attività dei nostri sensi, attraverso questi il nostro corpo trasmette allo spirito o alla psiche visioni, suggestioni tattili e olfattive, gustative e uditive, e di ciò la scrittura può riferire gli effetti con aspetti emozionali profondi, così come con affetti, sensazioni, pensieri. (…)”
(dalla prefazione di Giancarlo Sammito)
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