“E che il bruco sbuchi”(Campanotto, 2025), è una selezione delle mie otto raccolte di poesie, scritte nel corso di molti anni, testi che hanno accompagnato e nutrito la mia ricerca artistica, diventandone spesso il motore e il complemento.
 

La poesia è stata il mio primo linguaggio, il modo in cui ho imparato a guardare il mondo, a interrogarmi sull’essere e a cercare senso nelle cose.
Questo libro raccoglie testi nati in tempi diversi, ma uniti da un filo comune: lo sguardo poetico come strumento per esplorare la vita, la spiritualità e la condizione umana.
 

È un progetto intimo e complementare alla mia ricerca artistica e che condivido con gioia con chi vorrà leggerlo.

 
 

“Sono grata a Carlo Marcello Conti e a Campanotto Editore per avermi spronato e incentivato a scoperchiare il vaso di Pandora delle mie otto raccolte di poesie, scritte, catalogate e ordinate, nel corso di moltissimi anni.

 

Ho cominciato a scrivere dodicenne, come modo di riflettere sul mondo, su me stessa e sulla profondità dell’essere, e in gioventù ho condiviso con la poesia – e attraverso di lei guardato e conosciuto – i moti della mia anima e i perché del nostro esserci al mondo.

 

Ho sempre adorato scrivere, e in certi periodi questa è stata la mia espressione primaria, ma ho anche sempre dipinto e disegnato, tanto che ai tempi dell’Università, a Bologna, dove frequentavo il DAMS, molte persone mi chiedevano se fossi una pittrice o una scrittrice e che cosa volessi diventare, lasciandomi intendere che se non avessi sviluppato esclusivamente uno dei due linguaggi, non ne avrei saputo cogliere le profondità. Ciò mi turbò molto, perché per me la parola era il braccio e la pittura la gamba, e per vivere non potevo tagliare nessuna delle due. Decisi allora, al contrario, di unire questi linguaggi e cominciai a contaminarli, sperimentando installazioni e quadri con parole e perlustrando la performance proprio come luogo di incontro di questi due mondi.

La parola e la poesia sono state molto importanti per le mie prime performances, poi sono a poco a poco sparite dalla mia ricerca performativa, assorbite dall’incisività delle metafore visive, ma hanno sempre costituito un fertile terreno di riflessione e un grande serbatoio di idee. (…) ”   LIUBA

 

“Che la parola di cui LIUBA si è servita anche dedicandosi al gesto performativo diventi adesso libro, dunque a sua volta materia, è probabilmente una ambizione a non disperdere, a mantenere oltre il presente, a sottrarsi all’effimero e alla mortalità dell’istante. Interessante è apprendere che persino il rapporto con il colosso che l’autrice ha avuto e annovera tra i beni di famiglia, Elio Pagliarani, sia presente nella sua memoria soprattutto per la “fisicità della sua lettura”, come ella stessa riferisce, per il “potere orale” della sua presenza. Anche il fitto riporto di eventi sensoriali di E che il bruco sbuchi rivela l’attitudine all’investimento sulle qualità corporee dell’esistere: esistiamo anche attraverso l’attività dei nostri sensi, attraverso questi il nostro corpo trasmette allo spirito o alla psiche visioni, suggestioni tattili e olfattive, gustative e uditive, e di ciò la scrittura può riferire gli effetti con aspetti emozionali profondi, così come con affetti, sensazioni, pensieri. (…)”

 

(dalla prefazione di Giancarlo Sammito)

 

 

Il libro lo trovate qui
oppure chiedetelo a me se lo volete con dedica 🙂

 

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