200. Quarantine Trilogy

Sono arrivata al post 200! ❤️ Ho cominciato come resoconto del mio trasferimento a New York per l’arte per descrivere dal di dentro la vita di un artista, aprendo un oblò sulla vita privata e su ciò che c’è dietro le opere.

Ancora oggi sono convinta che non ci siano abbastanza informazioni sugli artisti, questi esseri strani che vivono con l’obiettivo e la missione di esprimersi, di fare opere, di cercare la bellezza, di interrogarsi sul nostro vivere. Per molti un artista è come un animale esotico, poichè in giro ci sono pochi esemplari, e pertanto non si conoscono se non per stereotipi.  A questo proposito mi viene in mente il film di Sorrentino ‘La grande bellezza’ dove anche lì le scene che riguardano l’arte e gli artisti sono piene di stereotipi e clichè, a mio avviso piuttosto disturbanti, inutili e poco realistici (mi scuso con chi giudica questo film un capolavoro, ma io non lo amo, se non per la bella fotografia).

 

Festeggio questo duplice anniversario, dei 200 post e dei  10 anni del blog (v. il post n.1), celebrandolo con un post speciale, con la nuova performance Quarantine Trilogy fatta in casa nel periodo di quarantena e andata in onda live per Corpi sul palco, curato da Andrea Contin.  E proprio in questo lavoro unisco il mio essere artista al mio essere mamma ❤️❤️ così come in questo blog unisco la sfera professionale artistica con quella privata.

 

Allora… in questa quarantena me ne stavo tranquilla ( e impegnatissima) a godermi il mio adorato Sole di sei mesi, con moltissime cose da fare, tantissima gioia di momenti unici, lentezza mia solita del godere ogni momento, qualche ora al giorno, non tutti i giorni, tirata fuori ogni tanto per il mio lavoro creativo, senza scadenze e senza impegni. Guardavo con un po’ di lontananza e quasi di superiorità tutti gli artisti affaccendati a fare lavori sul virus, e pure i non artisti che ora avevano il tempo per fare gli artisti, tutti presi a dire la loro e a mostrare le loro opere in quarantena. Io mi limitavo portare allo scoperto e rendere accessibili online lavori già fatti, che erano estremamente pertinenti a questa situazione, come i video dello Slowly Project, o la serie di Virus, o altri, e a vivere di, diciamo, rendita, con i lavori già esistenti (tutti molto complessi, spesso fra performance e montaggio video mi occorre anche un anno per lavoro, per non parlare di quei video che monto alcuni anni dopo aver fatto la performance…).

 

Ed ecco che vengo improvvisamente stanata da un sacco di richieste: talk in diretta, autoritratto fotografico in quarantena, nuova performance per la rassegna corpisulpalco. Essendo tutte cose di qualità e venendomi l’invito da amici e professionisti del mondo dell’arte che stimo, ho accettato volentieri, sapendo che,  a parte i talk online dove mi sono divertita, era una grande sfida produrre una nuova performance, in casa, in sole due settimane, in questo periodo della mia vita dedicato alle cure del mio baby neonato.

Sono stata orgogliosa di essere riuscita a trovare l’idea e a realizzarla, fra una poppata e l’altra, mettendo nell’opera ciò che stavo vivendo in questo periodo,  un affresco di vita quotidiana, scene di famiglia, felicità immensa del bimbo, risate  taumaturghe contro il virus, e citando anche la mia performance Virus Tableau Vivant, fatta 14 anni prima nella vasca di un hotel per la Flash Art Fair del 2004 esposta da Lino Baldini.

 

 

Sono felice di condividere qui con voi questo lavoro, testimonianza in diretta di un periodo storico speciale e di un periodo personale speciale e straordinario.

 

LIUBA, Quarantine Trilogy, 2020, web version from LIUBA on Vimeo.

 

Videostill

172. The Finger and the Moon #6 a Parigi

E’ parecchio che non scrivo, ho vissuto molto e intensamente, ma ora ho voglia e bisogno di riprendere a scrivere, a mettere sotto la lente questa strana vita che appartiene a chi come me ha messo il fare arte al centro della propria vita – diario di un artista – ma al tempo stesso è una persona normale nella quotidianità delle piccole cose, degli affetti, dei grandi eventi della vita.

Per molto non sono riuscita a scrivere, prima per il lungo tunnel in seguito alla perdita dei miei genitori, di cui ho già parlato in vari post precedenti, poi perchè, riprendendomi, ho vissuto, intersecando sempre più cose e responsabilità, e poi perchè ho molto lavorato. E non ultimo perchè allo scrivere ci si deve abituare, lo si deve accarezzare con lo spazio raccolto durante la giornata. In realtà è molto che sento il bisogno di fermarmi in quella bolla meditativa che è la scrittura, bolla che ho usato sempre e spesso per interrogarmi e analizzarmi, in privato, e per condividere e compartire, in pubblico.

 

Riprendo dunque a scrivere questo diario raccontandovi della mia avventura artistica parigina di quest’anno, che comincia quando il mio gallerista di Parigi – Pascal Vanhoecke, che però era molto che non sentivo e con cui non facevamo cose insieme – mi scrisse entusiasta del mio libro LIUBA PERFORMANCE OBJECTS (v.post) appena pubblicato, e ne volle acquistare delle copie, invitandomi inoltre a presentarlo nel suo stand ad Art Paris, fiera che che si sarebbe tenuta ad aprile 2018.

 

Ero molto felice!! A poco a poco inoltre l’invito si estese a portare una performance, e poi ad esporre anche un video in fiera. Ciò mi ha dato molta soddisfazione: queste cose aiutano anche ad aumentare la propria autostima, e ciò fa sempre un bell’effetto! E poi le soddisfazioni  mi arrivano più spesso dall’estero che dall’Italia, ciò mi fa un po’ riflettere, ma intanto me le godo! Così sono stata molto contenta di questo invito parigino, nonostante io stia passando un periodo dove spesso rifiuto di fare performance e preferisco mostrare i video risultati dalle performance precedenti. Ma ho riflettuto su Parigi, teatro di recenti conflitti e attentati, e ho deciso che volevo portare in quella città il mio progetto sulle religioni e ho elaborato una nuova performance, The Finger and the Moon #6 da realizzare all’opening di Art Paris, in concomitanza con l’esposizione, nello stand del gallerista, del precedente video a due canali della performance in Vaticano (The Finger and the Moon#2).

 

Sono stata onorata ed emozionata di andare a Parigi, ospite del gallerista, insieme a Mario che avrebbe fatto le riprese, anche se devo dire che è stato piuttosto stancante tutta la preparazione: preparare materiali documentativi della performance e dei lavori in mostra per il gallerista, scovare, tirare fuori ed eventualmente sistemare tutti gli ‘oggetti’ necessari alla performance (che implica preghiere di differenti fedi con diversi ‘strumenti’ v. foto), re-indossare e ‘resuscitare’ l’opera-abito realizzata all’inizio del progetto con la stilista Elisabetta Bianchetti, ripassare le preghiere delle diverse religioni, produrre dei nuovi lavori, organizzare il trasporto delle opere e la proiezione del video.

 

 

(Alcuni oggetti della performance The Finger and the Moon. Foto pubblicata in LIUBA PERFORMANCE OBJECTS, ⓒ LIUBA 2017)

 

 

particolari del vestito della performance ⓒ LIUBA 2017

 

 

Non so perché ma più passa il tempo più mi stresso e mi stanco a preparare le mostre e le performance, forse anche perché preparare insieme sia una performance che una mostra E’ SEMPRE molto stancante, perchè bisogna concentrarsi su più fronti. Inoltre ciò che mi stanca di più non è tanto la creazione del mio lavoro e di tutte le decisioni che bisogna prendere (anche se rifinisco tutto al cesello perché sono sempre perfezionista), ma la logistica, come il coordinare altre persone, scambiare email, produrre documentazioni e gestire le produzioni. Non credo che chi vede da fuori l’attività di un’artista si renda conto di quanto complesso sia tutto il lavoro e l’organizzazione che c’è dietro ad ogni mostra e/o performance, tanto più quando sono in simultanea. In passato mi ero ripromessa di non fare più sia mostre che performance insieme, ma per questa volta a Parigi ho fatto volentieri un’eccezione. E dire che ho anche la fortuna di avere un’assistente che un po’ mi aiuta, anche se solo una volta alla settimana, sulla comunicazione e cose varie.

 

Lo dico con onestà: c’è la parte piena di fascino, del fare l’artista, che è la creazione e la gestione del proprio lavoro, e poi la parte più noiosa come la logistica, la documentazione e la comunicazione. E sì che ancora oggi molte persone pensano che l’artista non faccia niente e che come per miracolo stia a produrre idee che diventano automaticamente opere e lavori… niente di più sbagliato! Occorre lavoro, tanto lavoro, a 360 gradi. Che poi se ci dovessero pagare ad ore, con una tariffa oraria da professionista, non so quanto costerebbero le mie performance e i video!

 

Vabbè scusate la divagazione, ma ogni tanto e soprattutto qui è importante anche parlare di stanchezza e fatica, e torniamo a Parigi. Ci sono stata due volte: la prima per fare la performance e la mostra ad Art Paris, ad aprile, e la seconda volta a fine giugno per presentare in galleria il video che nel frattempo – a tempi da record per i miei standard che contemplano anche un anno di lavoro per ogni video – avevo montato, anche con soddisfazione del risultato.

 

C’è un aneddoto che mi piace svelare qui con voi riguardo alla mia performance fatta ad Art Paris al Gran Palais, perché per me è quasi un paradosso. Allora, essendo stata invitata dal gallerista a fare la performance in Fiera, mi è stato chiesto di mandare al comitato direttivo il progetto dettagliato della mia performance molti mesi prima. Ok, fatto. Non amo molto scrivere i progetti, perché ciò che voglio dire lo dico col lavoro, ma s’ha da fare anche questo – e il progetto fu approvato. Nota bene che molto spesso io lavoro facendo le performance a ‘sorpresa’ senza chiedere permesso a nessuno e senza avvisare, ma questa volta, soprattutto per gentilezza verso il mio gallerista, feci avere tutto il progetto in anteprima come richiesto.

 

Ebbene, pochi giorni prima dell’inaugurazione, il mio gallerista mi scrive dicendomi che la direzione della fiera gli comunica che non posso fare la performance all’opening della fiera, ma solo in un altro giorno di apertura, poichè durante il vernissage c’è molta gente e può “disturbare la circolazione”. Ecco cosa scrive la coordinatrice della fiera al mio gallerista:

 

Pour faire suite à nos échanges de ce jour et concernant la performance de LIUBA, je te confirme qu’aucune performance ne sera autorisée le jour du vernissage en raison des règles de sécurité en vigueur au sein du Grand Palais. (…) Si jamais l’intervention de LIUBA venait à perturber la circulation dans les allées ou créer un quelconque débordement, nous serons contraints de faire intervenir le service de sécurité.

 

AHAHAH! Cosa? Non potevo credere ai miei orecchi! Prima vogliono e approvano il progetto, poi se la fanno sotto dalla paura? Per quello non chiedo mai permesso prima di fare le performance!! 😀 😀

 

Dico allora al gallerista che non esiste, io le performance le faccio solo all’opening o niente. A livello istintivo inoltre, se fosse stato per me, questo divieto mi ‘solleticava’ davvero a provocarli, andando a fare la performance tranquillamente all’inaugurazione proprio nei luoghi più strategici. Ma non volevo mettere a disagio il mio gallerista, che esponeva in fiera e mettergli contro lo staff della fiera, per cui decidemmo insieme che avrei fatto la performance sì all’inaugurazione, ma stando in punti più defilati. E così feci. Invece di andare liberamente in giro per la fiera come un visitatore, come faccio sempre, ho dovuto concordare il giorno stesso con lo staff della security del Gran Palais, che era in fibrillazione per l’ansia, dove mi sarei fermata ‘a pregare’ e non doveva essere in zone di grande affluenza.

 

 

 

 

LIUBA, The Finger and the Moon #6, 2018 videostill from performance and video

 

 

 

Ma vi rendete conto? E’ proprio ridicolo!! Invitata a fare una performance, approvato il progetto – che fra l’altro era chiarissimo e ben documentato in quanto di questo progetto esistevano versioni precedenti fatte alla Biennale di Venezia e in Vaticano – pochi giorni prima si sono spaventati e me l’hanno vietata per sicurezza. Molto molto interessante la cosa… Molto divertente, e anche molto triste.

 

Una fiera dell’arte che boicottta, perchè spaventata, una performance artistica che aveva precedentemente richiesto e approvato. Ma allora vuol dire che l’arte ha potere sulle persone? Che parlare di certi temi è ancora molto scottante? Inoltre questo fatto è una prova ulteriore che le fiere dell’arte ‘disturbano l’arte’ e che spesso sono contro di essa. In un certo senso ciò che è accaduto è musica per le mie orecchie, perché conferma la mia irriverente seppur delicata critica a tutto il sistema, che ho affrontato spesso in tutti questi anni e con molte performances.

 

Durante la performance poi andò tutto bene, anche se come concordato ho potuto farla solo in due punti, uno dei quali lo stand della mia galleria (!), e mi sono focalizzata più del solito sulle reazioni e i visi delle persone, per poi costruire un video dove, a mio parere, ciò che emerge è la sensazione di straniamento che la spiritualità (multi-fede, con tutto ciò che implica naturalmente) causa in un contesto di ‘mercato’ come quello di una fiera commerciale di arte contemporanea. La spiritualità sembra un elemento quasi estraneo nell’ambito della Fiera, non appartenente al mondo dell’arte, cosa paradossale, in quanto sappiamo – io ne sono convinta – che ogni atto creativo è sempre connesso con la dimensione spirituale, di qualunque forma essa sia.

 

Ritornai dunque a Parigi a fine giugno per presentare in galleria il video ricavato da questa performance. Ho montato il video col nuovo Mac e devo dire che è proprio più comodo manovrare questo computer! Lo so, dovevo fare prima questo passaggio da pc a mac, ma non avevo avuto i fondi prima e la voglia poi. Ora ne sono molto soddisfatta. Ho sfidato un po’ me stessa, promettendo al gallerista che avremmo presentato il video a fine giugno e sono riuscita a montarlo in tempi molto più brevi del mio solito. E credo sia venuto un bel lavoro. E’ stata una gioia per me la serata di presentazione alla galleria di Parigi (con esposti anche gli altri video della serie The Finger and the Moon).

 

Mi ha commosso vedere l’interesse delle persone, le miriadi di domande e riflessioni del pubblico, numeroso e motivato, che rimase fino a tardi a parlarne,  in una serata lunga ricca e densa. Mi sento felice e realizzata quando i miei lavori recano agli altri tante domande riflessioni ed emozioni. Ciò mi commuove, e mi ripaga di ogni fatica. Il video è ancora inedito in Italia, a parte averlo fatto vedere, insieme ad altri lavori, nelle presentazione del mio libro e opere video che sto facendo in varie parti d’Italia. Chi lo vuole vedere (o mostrare) mi può scrivere in privato.

 

 

Videopresentation and talk at Galerie Pascal Vanhoecke in Paris, June 2018. LIUBA and Ambra Giombini

 

 

LIUBA and the Pascal Vanhoecke Gallery team 🙂

 

 

Chiudo questo post ringraziando Pascal Vanhoecke, il gallerista che mi ha invitato e ha permesso la realizzazione di questo lavoro, e la giovane curatrice Ambra Giombini, per aver scritto di me e di questo progetto sul magazine online Artjuice.net

 

 

 

LEGGI L’ARTICOLO

 

 

168. Alla Biennale. Performance virtuale

Sono andata all’Opening della Biennale anche quest’anno. Ma senza fare una performance. A dire il vero avevo proprio un’idea pronta che avevo anche accarezzato di realizzare, idea che ho da molti anni e che, con un sesto senso, mi era venuta fuori da riprendere per questa edizione. Poi poichè ero già abbastanza carica di progetti in corso (una personale inaugurata il mese precedente, un nuovo progetto in dirittura di arrivo e i video dei rifugiati che girano in mostre) ho visto che avrei avuto poco tempo e poca energia per organizzare questa performance, che di per sè è molto semplice, ma come sempre da organizzare lo è un po’ meno.

 

 

Sono andata all’Opening della Biennale anche quest’anno. Ma senza fare una performance. A dire il vero avevo proprio un’idea pronta che avevo anche accarezzato di realizzare, idea che ho da molti anni e che, con un sesto senso, mi era venuta fuori da riprendere per questa edizione. Poi poichè ero già abbastanza carica di progetti in corso (una personale inaugurata il mese precedente, un nuovo progetto in dirittua di arrivo e i video dei rifugiati che girano) ho visto che avrei avuto poco tempo e poca energia per organizzare questa performance, che di per sè è molto semplice, ma come sempre da organizzare lo è un po’ meno.

 

 

 

Mladen Stilinovic, Artist at Work, 1978/2017

 

 

 

L’idea era quella di andare all’opening con una valigetta, dentro a cui avrei messo un materasso pieghevole. Sono vestita con un vestito bianco tipo camicia da notte, largo e lungo, ma che potrebbe essere scambiato per un vestitone estivo. A un certo punto, nel bel mezzo dell’opening e con le persone che camminano da un’opera all’altra e da un padiglione all’altro, io appoggio la valigetta, tiro fuori il materasso e il piccolo cuscino, e mi stendo a dormire, con ai miei piedi una scritta che dice ‘A volte sono stanca’.

 

Questa è la mia performance virtuale, ossia pronta nel pensiero e non ancora realizzata. Figuratevi il mio stupore quando ai Giardini, all’inizio della mostra curatoriale, vedo ben tre opere di tre artisti che lavorano su questo tema: in tutti e tre i lavori c’è l’artista sdraiato sul letto o sul divano che si riposa. Pensate che coincidenza madornale, se io arrivavo lì, ovviamente ignara delle opere che sarebbero state esposte, e mi mettevo a dormire, reale e fisica e performativa, proprio accanto alle opere fotografiche o installative degli artisti che riposavano sui rispettivi letti o divani. Che roba! Quando ho visto questi lavori non potevo credere ai miei occhi, e constatare come le energie girano e si captano sottilmente.

 

Non saprei dire se avessi fatto questa performance come sarebbe stata la reazione delle persone, non tanto alla performance stessa – che avrebbe funzionato benissimo, già lo so 🙂 – quanto per il parallelo con le opere in mostra che aprono, anche esplicitandone gli intenti, la mostra curatoriale della Macel. Avrebbero pensato che io ne ero al corrente e che mi sono allineata al discorso? oppure avrebbero pensato ma che ci fa questa qui con una performance simile a quei lavori esposti? oppure avrebbero pensato che era una performance facente parte della mostra, oppure avrebbero pensato ma che figata, da una parte abbiamo le foto degli artisti che dormono, mentre qui invece, in piena folla dei visitatori dell’opening della biennale, c’è un’artista che davvero sceglie di dormire e di farci capire cosa è più importante… Insomma, le reazioni potevano scalare dalle stelle alle stalle, dal fiasco alla magia. Che poi ebbene sì una magia era bella e buona, perchè questa idea l’avevo quasi da una decina di anni e guarda caso alcune settimane prima della biennale mi riapparve chiara in mente, e necessaria da fare. Solo però che volevo DAVVERO riposarmi, e quindi non ho fatto la performance…

 

Ma ve lo sto scrivendo perchè questa per me è una performance virtuale, bell’ e che fatta. E il condividerla qui ne sancisce la sua esistenza nell’etere e nell’immaginazione. Forse un giorno la farò davvero, o forse bastano le righe che vi ho scritto qui sopra, ma la performance per me è comunque realizzata, nella sua forma virtuale per ora, che ho condiviso con voi per la sua coincidenza inaspettata e inusuale.

 

 

Franz West on Divan, 1996

 

Yelena Vorobyeva and Victor Vorobyev, The Artist is Asleep, 1996

 

Ora passo ad alcune righe sulla biennale. veloci, sintetiche, smilze. Ne ho parlato tanto con le persone, in quei giorni, e ne ho letto molto in tutte le sedi, quando sono usciti tutti gli articoli e i commenti, per cui ora (visto che mi sono ‘riposata’ ed è già passata più di una settimana dalla fine dei giorni di opening) non necessita che io mi dilunghi in commenti.

La sezione curatoriale della Macel ha avuto per me ondate contrapposte, fra lavori e sezioni che mi sono piaciute ed altri lavori e sezioni che non mi sono piaciute affatto. Devo dire che, sebbene apprezzi l’ intento della curatrice di dare la parola agli artisti e di non prevaricare con una tematica forte curatoriale, dall’altra la suddivisione per tematiche e sotto-padiglioni l’ho trovata didattica e noiosa. Mi è piaciuta la ripresa di artisti non sempre adeguatamente riconosciuti, come Maria Lai di cui era presente un ampio corpus di lavori bellissimi.

 

Riguardo ai Padiglioni avevo molto apprezzato, prima che si sapesse fosse il vincitore, il padiglione della Germania di Anne Imhof, peraltro avendolo visitato in un momento in cui non c’era l’azione performativa. Mi era piaciuta la poesia e la pulizia di questa installazione di vetri un po’ opachi dove le persone galleggiavano, la prospettiva di questa piattaforma vista dall’esterno del Padiglione e la visione alla quale questa piattaforma dava accesso permettendo di vedere due installazioni sottostanti che davano sensazioni inquietanti ed enigmatiche. Allora non sapevo che il tutto era contemplato con e per la performance, ma il padiglione mi piacque tantissimo. A posteriori, sul web, vidi dei pezzi di video della performance, e devo dire che è la cosa che mi convince di meno (ma avrei dovuto vederla), mentre l’installazione è grandiosa.

Altri padiglioni che ho amato: la Svizzera, col bellissimo e poetico video a due facce Flora di Alexander Birchler e Teresa Hubbard, la Georgia con la fantastica isba vera dentro alla quale piove continuamente di Vajiko Chachkhiani intitolata Living dog among dead lions, il video panoramico di Lisa Reihana per la Nuova Zelanda, qualcosa dei corpi e delle bocche di  Jesse Jones al Padiglione irlandese. Bocciati big come l’Inghilterra, gli Stati Uniti (a parte per l’intervento sulla volta centrale), la Spagna e la Francia.

 

Che devo dire dell’Italia? Si, meglio del solito ( e ci voleva poco…) ma non mi ha del tutto convinto, a cominciare dal titolo… Il mondo magico: ma di cosa? Di magia ne ho vista poca. Casomai inquietudine funerea nell’opera di Cuoghi, e poesia nell’intervento speculare di Andreotta Calo’, il pezzo migliore del Padiglione, a mio avviso.

 

Grandiose, specie nella fase del montaggio, le grandi mani di Lorenzo Quinn sul Canal Grande, ancora migliori in fase di installazione, più misteriose e magiche che non quando posizionate sulla parete a destinazione finale, in cui il loro senso era fin troppo ovvio.

 

 

 

160. La Convenzione di Dublino, i Rifugiati, e il mio video Refugees Welcome

La Germania ha deciso in questi giorni, visto i tragici esodi che continuano imperterriti, di non seguire più la convenzione di Dublino * per i rifugiati provenienti dalla Siria e di accoglierli, indipendentemente dal luogo in cui sono sbarcati in Europa. E’ un passo importante e un’ottima notizia. Dall’altro lato c’è però l’ennesima terribile notizie della morte di centinaia di persone, sia nel mare che nei tir, nel disperato viaggio di fuga dalle loro terre verso l’Europa.

Alla luce di questi fatti ho deciso di rendere pubblico e visibile online la VERSIONE INTEGRALE del mio video ‘Refugees Welcome’, tratto dalle performance partecipative coi rifugiati realizzate a Berlino,  video finito da poco e quindi ancora inedito.

Ho deciso di divulgarlo poichè lo spirito con cui è nato questo lavoro è di sensibilizzazione e sostegno. Il progetto è nato site specific a Berlino.
Sul mio sito trovate informazioni sul lavoro e sul progetto. In questo blog trovate molti post che raccontano la storia, gli aneddoti dei contatti coi rifugiati, gli sviluppi. (post 132, 133, 135, 136, 148).

Sotto il video ci sono alcune informazioni pratiche, non esaustive, su dati e fatti di questo problema.

 

Il video sarà visibile online da oggi mercoledì 26 agosto 2016. E’ possibile condividerlo.

 

Buona visione
LIUBA

 

LIUBA, Refugees Welcome, 2013-2015 Germany-Italy, colors, 16’57”

 

 

Alcune informazioni pratiche sul tema dei rifugiati:


Rifugiato: è una persona che, secondo lʼarticolo 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 “nel giustificato timore dʼessere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.
Secondo le stime dell’UNHCR i rifugiati nel mondo sono circa 11.7 milioni.
L’intera Europa accoglie circa 1 milione 700 mila rifugiati, un numero simile a quello presente nel solo Pakistan. La maggior parte di loro si colloca in Germania, con una presenza di 589.737, mentre 149.799 sono in Gran Bretagna e 64.779 in Italia.Richiedente asilo : Un richiedente asilo è colui che è fuori dal proprio Paese e presenta, in un altro Stato, domanda per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato in base alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, o altre forme di protezione internazionale.

 

* Convenzione di Dublino : LʼUnione Europea, per evitare le richieste di asilo multiple, inoltrate cioè a più Stati, per velocizzare le procedure e per limitare il numero di richiedenti asilo mandati da uno Stato allʼaltro, decide di uniformare il più possibile le procedure e le norme che riguardano questa materia e, a partire dalla Convenzione di Dublino entrata in vigore nel settembre del 1997, prevede che sia competente al riconoscimento o meno dello status di rifugiato “lo Stato nel cui territorio il richiedente asilo è entrato irregolarmente provenendo da uno Stato non membro dellʼUnione Europea”.

 

Eʼ evidente che lʼItalia, per le sue caratteristiche geografiche, sia il paese d’Europa dove arriva la maggior parte dei rifugiati i quali, pertanto, ottengono dei documenti validi solo in Italia. Ciò causa due effetti paradossali: che l’Italia dovrebbe gestire da sola tutto il grande flusso di arrivo dei rifugiati, e che queste persone, recandosi in altri paesi d’Europa per trovare lavoro, proprio in quei paesi non hanno nè documenti nè possibilità pertanto di lavorare.

 

Tra le molte proteste per l’acquisizione dei diritti, in Germania la più visibile fu nel 2012, quando con gli slogan “We are here” e “Kein mensch ist illegal” (Nessuno è illegale), più di 200 rifugiati da differenti parti del mondo, allestirono una tendopoli di protesta in Oranienplatz, una piazza del centrale quartiere Kreuzberg di Berlino, supportati anche dalla solidarietà di molti cittadini e di alcuni politici.

 

“The camp housed around 100 people from the end of September 2012 until April 2014, when it was cleared. From the dozens of tents that once covered the southern side of the square, only one – an information tent – was allowed to remain, and that was burnt down a few weeks ago. The refugees based there demanded the right to work, the abolition of Residenzpflicht and assurances that they will not be deported. In short, they campaigned for an existence free of constant uncertainty and the right to be allowed to settle in Germany. The camp came about as a direct result of the suicide of an Iranian refugee in a refugee shelter in Würzburg in March 2012. (Nina Rossmann)

 

Dal 25 agosto 2015 la Germania ha deciso di non seguire più la convenzione di Dublino per i rifugiati provenienti dalla Siria, e di accoglierli, indipendentemente dal luogo dove hanno toccato il suolo in Europa. Un bel passo avanti!

158. Sui rifugiati, i media italiani, le testimonianze

Non riesco a capire come mai (meglio tardi che mai) il problema dei migranti, del loro sfibrante e pericoloso viaggio per sfuggire a guerre, persecuzioni e violenze, le leggi europee che impediscono di avere documenti se non dove non sei sbarcato (e quindi solo in italia) ecc.. siano diventati pubblici mediaticamente in Italia SOLO ORA, mentre è da anni che c’è questa situazione, e infatti a Berlino il problema dei rifugiati era esploso dal 2012 con la solidarietà di tutte le persone e con la tendopoli dove i rifugiati dormivano e protestavano a Oranienplatz, nel centro di Kreuzberg. Sto terminando il secondo video del progetto coi rifugiati che avevo cominciato a Berlino nel 2013, dove parlo anche di queste cose, con testimonianze reali.

 

 

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LIUBA, refugees Welcome, performance and video, 2013-2015

 

 

Gli anni scorsi in Italia il fenomeno dei migranti e rifugiati era letto e visto solo come ‘persone che vengono qua a rubarci il lavoro’.

Eppure, dall’altro lato, il governo ha invece fatto e aiutato i rifugiati: ho sentito molte storie in questi anni a Berlino di rifugiati africani che erano sbarcati a Lampedusa ed avevano ricevuto una grande assistenza dal governo italiano, che li smistava anche in alberghi in ogni parte di Italia. Ovviamente questa ospitalità aveva una fine, e poichè il lavoro in italia non c’era (ricordiamoci che il 2013-14 è stato il picco della crisi in italia) cercavano lavoro in Europa.

 

Alcune persone mi hanno raccontato che avevano trovato lavoro per un periodo in Italia, ma con l’acuirsi della crisi l’avevano perso, quindi avevano pensato di andare via, al nord europa, e moltissimi in Germania. E che succede? si trovavano in Germania come deportati, senza avere diritto ai documenti (che invece in Italia avevano come emergenza umanitaria poichè era il primo paese europeo in cui erano sbarcati) e senza avere il diritto quindi di cercare un lavoro. Fortunatamente per loro Berlino che è la capitale della Germania e la rappresenta, è una città ‘anche’ alternativa, e una parte dei politici ha preso a cuore e difeso i loro casi, mentre altri politici del governo continuavano a sostenere che ‘Lampedusa is in Italy’ per cui il problema dei migranti erano cazzi nostri, come si suol dire. Cosa che ovviamente non è giusta, poichè loro sbarcano a Lampedusa o altrove per venire in Europa e non in Italia.

 

Addirittura ho saputo che Monti, per cercare di ‘risolvere’ il problema del continuo arrivo dei rifugiati da Libia, Siria e via dicendo (che, ripeto, c’era già allora), ha dato un ‘bonus’ di 500 euro a chiunque volesse uscire dall’Italia, per aiutarli ad andare altrove, e per lavarsi le mani alla Pilato, come d’altronde faceva l’Europa, che ha lasciato si può dire l’Italia sola con questo problema.

 

Quindi queste persone accettano con gioia il bonus di 500 euro e se ne vanno dall’Italia con la speranza di trovare lavoro in zone europee più ricche, dove i rifugiati sono più tutelati. E che succede? Non solo arrivano in un Paese dove non conoscono nessuno, ma non hanno neanche i documenti validi per restare o per lavorare! Addirittura ho conosciuto molti che dovevano andare in Italia per ‘rinnovare’ i loro documenti, documenti però che in Germania non erano validi.

Ciò ovviamente ha scatenato un caso politico anche in Germania, e le fazioni dei politici si sono divise in due, la via dura e razzista del ‘non li vogliamo’ e la via aperta di chi li voleva aiutare. Ma la legge che consente a un rifugiato di ottenenere i documenti in Europa SOLO nel primo paese in cui tocca terra (Convenzione di Dublino), non è stata ancora modificata.

 

Quindi strabuzzo gli occhi ora a vedere che finalmente i media italiani si stanno occupando di questa realtà, e di questo problema, ma perchè solo ora, con anni di ritardo?? Purtroppo un paio di anni fa e più, i problemi erano sempre gli stessi, e i nostri politici nascondevano la testa sotto la sabbia facendo gli struzzi e cavalcando l’onda emotiva (che avevano creato coi media) che sosteneva che gli italiani non volevano gli ’emigrati’ che gli rubavano il lavoro. E forse purtroppo solo ora, dopo che le morti nel mediterraneo sono continuate e acuite, anche in Italia si sta facendo luce su questa situazione. E se i media danno le informazioni più o meno giuste, la gente risponde e reagisce (come gli episodi di solidarietà delle persone che stanno accadendo in Italia, e che a Berlino erano cominciati nel 2012) e i politici non si possono sottrarre a prendere decisioni, che possano tutelare tutti, anche i più deboli.

 

 

 

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LIUBA, YOU’RE OUT, performance and video, 2014-2016

 

 

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LIUBA, With No Time, performance, 2015

 

 

 

Alcune immagini tratte dalle mie performance fatte con e per i rifugiati.

 

Dall’alto in basso:

Refugees Welcome, 2013-2014

YOU ARE OUT, 2014,

Senza Tempo (Without Time) 2015

 

 

https://liuba.net/projects/refugees-welcome-2/?lang=it

 

 

156. LIUBA @ Centrale Fotografia, Rocca Malatestiana, Fano

Essere invitati da Luca Panaro a partecipare a una rassegna che lui cura è sempre un piacere. Prima di tutto perchè il suo lavoro è eccellente e sempre di grande qualità, secondo perchè Luca conosce benissimo il mio lavoro, dai tempi di Bologna negli anni 2000, e lavorando con lui possiamo costruire insieme i progetti avendo tanti anni di conoscenza alle spalle.

 

Questa volta mi ha invitato a presentare il mio Slowly Project alla Rocca Malatestiana di Fano, per la rassegna Centrale Fotografia che organizza insieme a Marcello Sparaventi, facendo sia una performance live sia presentando i video già realizzati del progetto.

 

E’ stato molto interessante partecipare, interagire col pubblico divertito durante la performance, mostrare le mie opere video, fare l’intervista con Luca, e anche scoprire una cittadina come Fano che non conoscevo nella sua bellezza, nonchè andare a cena con tutti gli artisti e organizzatori partecipanti.

 

 

ROCCA MALATESTIANA di FANO (PS)

 

nell’ambito della rassegna

 

IN ITALIA
a cura di Luca Panaro e Marcello Sparaventi

 

Giovedì 11 Giugno 2015 h. 21.00

 

TAKE YOUR TIME
Performance e videoproiezione di LIUBA
dal ciclo The Slowly Project
a cura di Luca Panaro,
in concomitanza con la Lunga Giornata della Lentezza

 

Sabato 13 Giugno 2015 h. 16.00

 

Mediateca Montanari Memo, piazza Pier Maria Amiani, Fano
Proiezione dei 3 video di LIUBA del ciclo
The Slowly Project
Take your time – New York, 2005-2011
Take Your Time – Modena, 2008
Art is Long, Time is short – Basel, 2004-2009

 

e LIUBA IN CONVERSAZIONE CON LUCA PANARO

con replica della proiezione alle ore 17.

 

 

 

Qui sopra il video della pubblica intervista con Luca Panaro

 

 

155. La mia performance al Festival Internazionale di Performance a Monza

Sono onorata di essere stata invitata da Nicola Frangione a fare una mia performance per l’importante Festival Internazionale di Performance che lui organizza a Monza. Poichè il problema dei migranti e dei rifugiati ora è sempre più sentito anche in Italia (come sapete io ho cominciato ad occuparmene a Berlino nel 2013 dove c’era un dibattito acceso mentre in Italia non se ne parlava molto), e ha molte valenze sociali e politiche, ho concepito sempre su questa tematica una nuova performance, partecipativa per tutto il pubblico, su questo tema.

 

Mi sono immaginata che dei tappeti siano le barche gremite di gente in cui i migranti arrivano in Europa, la vicinanza asfissiante dei corpi contro i corpi, e ho fatto stipare sui tappeti tutte le persone del pubblico, chiedendole di non scendere (fuori dai tappeti c’era il mare) per 12 minuti di silenzio, in cui ognuno aveva il tempo di focalizzarsi sulle proprie sensazioni, sulla presenza vicina degli altri, sul viaggio metaforico che stavano facendo insieme ai migranti, sulla compartecipazione del loro destino, ecc… mentre sul muro dello spazio veniva proiettato, in silenzio, il mio video Refugees Welcome con i rifugiati in silenzio.

 

E’ stato un grande successo, tutto il pubblico ha partecipato con commozione alla performance.

 

 

Venerdì 29 maggio 2015 h. 21,00
@ URBAN CENTER, MonzaLIUBA
With No Time
duetto di performance e video
in
ART ACTION 2015
12° International performance Art Festival
Direzione artistica di Nicola Frangione

 

All the pictures: LIUBA, With No Time, 2015, photos from performance (Ph. Mario Duchesneau)

 

 

154. LIUBA performance alla Biennale di Venezia

Dopo la non-performance ad Arte Fiera di Bologna (v. post), ho deciso di portare questo lavoro anche all’Opening della Biennale di Venezia, dichiarando che quella che stavo facendo non era una performance (in quanto visitavo la mostra come gli altri), e davo al pubblico dei bigliettini – numerati e firmati – a un pubblico basito e divertito, dove veniva scritto questo assunto, che affermava e negava al tempo stesso la realtà.

 

Ho impiegato parecchi giorni a scrivere e firmare i 1300 bigliettini, e chi per caso ne conserva uno è molto fortunato/a!

 

 

LIUBA THIS IS NOT A PERFORMANCE ART PIECE

Venice Biennale Opening, May 6, 2015

 

 

 

 

 

Un’affermazione scritta che mette in dubbio il suo stesso contenuto provoca uno spaesamento nel pubblico, indotto ad interrogarsi sul labile confine tra ciò che la vita presenta e quello che l’arte rappresenta, e al tempo stesso invita a riflettere sulla natura del linguaggio e sul concetto di verità e finzione, mescolandone le carte. Umberto Eco definiva il segno, “la cosa con la quale si può mentire”.

 

Con la negazione dell’azione descritta dal testo si sviluppa l’esatto contrario di ciò che viene dichiarato nel gesto, accompagnando i partecipanti della performance in un territorio che contrappone due concetti in modo paradossale.

 

Il riferimento evidente a la trahison des images rivelata già da René Magritte si materializza in questa opera con il tradimento dell’idea di performance artistica, volendo essa interagire direttamente con ciò che appartiene a la réalité.

 

La metaperformance si basa sulla giustapposizione paradossale dell’immagine e della scritta che la smentisce, ponendo fine al regime della rappresentazione basata sulla somiglianza.

 

Relazionandosi dunque con le opere di Duchamp e ‘One and three chairs’ di Kosuth, l’incongruità semantica della non-performance si approccia ironicamente alla realtà contingente, decostruendola e inscrivendola in un sistema complesso costituito dall’analisi scientifica del gesto nel suo contesto.

 

(Irene Rossini)

 

 

LIUBA, This is not a Performance Art Piece, Venice Biennale Opening, 2016 (photos: Mario Duchesneau)

 

 

 

 

152. Ritorno a Berlino e video

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Sono stata a Berlino più di un mese, e per lo più ho lavorato al nuovo video Refugees welcome, il progetto site specific che ho in corso sulle tematiche dei rifugiati e le loro storie. Potete avere più notizie su questo progetto cliccando qui.

 

Sono stata contenta perché per la prima volta non ho montato il video da sola come ero solita fare per i precedenti progetti (devo riconoscere che sono in un periodo delicato dove mi è fondamentale lavorare con qualcun altro, almeno per non perdermi nei miei pensieri),  ma con l’aiuto di un montatore spagnolo, il supporto di un regista americano e la supervisione di un tecnico del suono italiano.

Questo poutpurri di persone e incontri da provenienze diverse non poteva accadere che qui a Berlino, ed è per questo anche che ho deciso di venire qui a produrre i lavori. E’ da novembre 2013 che avevo scelto Berlino (e non più New York) come luogo ideale per vivere e fare arte. Purtroppo ci sono stati dei forti dolori nel frattempo e delle grandi perdite, che hanno reso questo ultimo periodo davvero il più difficile della mia vita.

 

A volte ti dicono che le grandi prove della vita vengono per insegnarti qualcosa, oppure per rafforzarti, io posso solo dirvi che sto facendo una grande fatica, a volte sono proprio giù e mi sento sospesa in una bolla di vuoto che non va da nessuna parte e di cui ho paura. Ma poi da qualche parte profonda l’entusiasmo fa di nuovo capolino, l’entusiasmo per la vita e per l’arte, e riesco a procedere per la strada che penso mi sia assegnata (dico ‘penso’ perché non fa giorno che quasi non mi interrogo se sto facendo la cosa giusta o se sto seguendo la strada che devo seguire, e come potete prevedere le risposte sono alterne…!)

 

 

still refugees-141202_163929-2   Refugees Welcome, videostills, 2015

LIUBA, Refugees Welcome, videostills, performance @Kreuberg Pavillon, Berlin, 2014

 

 

 

Allora, vi dicevo di questa esperienza sociale e lavorativa berlinese che mi ha dato molta soddisfazione perché innanzi tutto ho condiviso l’entusiasmo per i miei progetti con alcune persone, e il processo di creare qualcosa di bello insieme.

Inoltre, e cosa fondamentale, per quanto riguarda i video ero bloccata da alcuni anni. Il video nel mio lavoro è una parte assai importante, che fa da complemento alla parte performativa,  Era dal 2011 che non finivo completamente un video. È impressionante! Ho lavorato a molti progetti, fatto molte performance e mostre, accumulato molto materiale di riprese, ma nessun video è stato finito. Se devo essere sincera mi sono impantanata nella realizzazione del video di The Finger and the Moon #3, al quale sto lavorando da due anni, e pur avendolo finito un paio di volte, non ne sono soddisfatta, per cui il progetto è sempre aperto, non lo ritengo finito e non l’ho ancora esposto ( e a genova stanno aspettando per esporlo!). Poi ci sono state le mie dolorose vicende personali dell’ultimo anno, che mi hanno bloccato ulteriormente, paralizzato quasi. Ora quindi è quasi una conquista aver finalmente ripreso a lavorare al montaggio dei video, e ad avere finito una nuova opera! E sapevo che da ora in poi non posso più occuparmi interamente del montaggio, e che devo cominciare a collaborare con dei montatori.

 

Così sono doppiamente contenta di aver inaugurato con questo video una nuova fase, che implica la collaborazione di diversi professionisti. Un lavoro di equipe, tenuto insieme dalla mia regia, come succede nei normali film. Mi sento grata a queste persone di aver collaborato con me, e contenta di aver cominciato questa fase collaborativa. Non posso ancora farvi vedere qualche immagine del video, perché manca la correzione colore e la lavorazione dell’audio, anche queste parti che di solito facevo da sola e che ora affido a dei collaboratori professionisti. Ciò mi diverte parecchio, di potermi occupare più precisamente della parte registica e creativa, delegando ai tecnici più esperti di me gli aspetti di loro competenza. E tutto ciò non poteva che avvenire qui a Berlino, città piena e pullulante di giovani (e non) creativi provenienti da ogni parte del mondo. E’ facile trovare collaboratori entusiasti e motivati, oltre ad essere la città sia stimolante, per le proposte, sia tranquilla e lenta, cosa che favorisce la creatività. In questo tempo quindi, a parte qualche evento sociale, o qualche uscita per andare al cinema o a sentire del jazz, o a bere la buonissima birra, ho passato la maggioranza delle mie giornate a lavorare creativamente al video e ad altri progetti, solo inframmezzate dalla ormai abitudine acquisita di correre due volte alla settimana e nuotare una volta alla settimana. Cosa che mi aiuta molto.

151. Questa non è una performance

Dopo essere rientrata in Italia da Berlino e aver vissuto rimuovendo le vacanze natalizie, arrivò gennaio e il periodo di Arte Fiera a Bologna. Ero così spompata che ovviamente non avevo nessuna voglia di preparare una performance, per cui mi dissi che sarei andata là solo come visitatrice. Poi riflettendo ho capito che anche le altre volte che avevo fatto una performance ero andata là come visitatrice, e magari anche questa volta le persone avrebbero pensato che stessi facendo una performance, mentre non la stavo facendo affatto. E così decisi di scrivere un biglietto dove avvisavo che non stavo facendo una performance (e quindi in realtà la stavo facendo!)

 

Mi misi così a scrivere centinaia di bigliettini, che avrei consegnato alle persone durante l’opening, avvisandole che “non sto facendo una performance”. Ma l’atto stesso di scrivere i bigliettini e prepararli era davvero una performance!

 

LIUBA. QUESTA NON E’ UNA PERFORMANCE, Opening di ArteFiera. Bologna, gennaio 2015

 
 

 
Un’azione – non azione che riflette sulla natura del linguaggio e sui concetti di verità-finzione, arte-vita, mescolandone le carte.

L’intenzione è quella di esplorare la relazione tra l’atto performativo e la realtà quotidiana attraverso un gesto che sta accadendo nel momento contingente all’azione.

La metaperformance si basa, infatti, sulla giustapposizione paradossale dell’immagine e della scritta che la smentisce.

 

 

 

 

 

 

 
 

149. Performance partecipativa YOU’RE OUT a Berlino

La seconda performance con i rifugiati che feci a Berlino, con l’aiuto della troupe di Zachary Kerschberg (v. post precedente), si intitola YOU’RE OUT e prende spunto dal gioco delle ‘sedie musicali’ che si faceva quando si era piccoli: c’è sempre qualcuno escluso perchè non c’è un posto per tutti.

 

Ringrazio tantissimo tutti coloro che hanno partecipato alla performance, i cameraman che hanno fatto le riprese, Zach e la sua troupe per l’organizzazione e specialmente Dominique Morales che è stata splendida nel fornirci il supporto nel trovare le sedie, il musicista e molti partecipanti.

 

Ed ecco a voi alcune foto e il comunicato di questa bella performance partecipativa realizzata a Berlino in Oranineplatz, la simbolica piazza che ha ospitato il campo di protesta dei rifugiati per più di un anno.

 

 

LIUBA, YOU ARE OUT, Oranienplatz, Kreuzberg, Berlino, 16/11/14

Performance partecipativa per un gruppo misto di rifugiati e cittadini.

 

 

In questo progetto, che segue e sviluppa Refugees Welcome Project, LIUBA continua a concentrarsi sul problema dei rifugiati in Europa e sul problema dell’integrazione e dell’accoglienza dei rifugiati. E’ un progetto che riflette anche in generale sul concetto di espulsione da una comunità.

 

L’idea della performance è quella di giocare un gioco che simbolicamente riflette ciò che accade nella realtà: non c’è sempre abbastanza spazio per tutti. Il gioco è uno di quelli vecchi che molti di noi avranno sicuramente giocato da piccoli, permettendo alle persone di sperimentare, con i loro stessi corpi, la sensazione di essere rifiutate e la lotta per trovare un posto. Fare questa performance è un modo per avere una profonda consapevolezza su questi temi e dinamiche. E’ un lavoro sulla lotta per stabilirsi in un paese e lo sforzo e le possibilità necessarie perché abbia successo.

 

 

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La performance è concepita per includere come partecipanti gli immigrati e i cittadini, per rappresentare una società multirazziale del nostro tempo e il problema dell’integrazione che i rifugiati devono affrontare quando arrivano in un altro paese.

 

All’inizio del gioco tutti ballano a tempo di musica. Quando la musica si ferma ciascuno dovrà sedersi su una sedia, ma ci sarà una sedia in meno dei partecipanti, per cui uno di loro sarà escluso. Il gioco continua fino a che tutti saranno esclusi e si ritroverà solo una persona, da sola, nella comunità. La performance finisce con un nuovo giro del gioco con tutti i partecipanti e con una sedia per ogni partecipante: quando la musica finisce ognuno potrà trovare la propria sedia, il proprio posto, e sentirsi a casa.

 

L’idea di questo lavoro nasce dal senso di frustrazione che proviamo quando vediamo la gente che lotta per avere i documenti necessari per poter stare in un paese, che non sono libere di trovare un lavoro onestamente e sono esclusi dalla comunità. Lo stesso senso di frustrazione viene ogni volta che ci sentiamo esclusi da un gruppo, siano essi amici, familiari, nel lavoro o in un paese.

 

 

 

148. La Seconda Performance Refugees Welcome a Berlino

Nonostante il periodo difficile, come scrissi nel post precedente ho accettato l’invito di un regista americano, Zachary Kerschberg, che mi chiese di tornare a Berlino per rifare la performance Refugees Welcome, alla quale lui aveva assistito a dicembre 2013, da inserire nel film che stava facendo.

 

Mi ha commosso quando mi ha detto che era al Kreuzberg Pavillon quel giorno di dicembre 2013 quando feci la performance collettiva invitando i rifugiati in galleria, e che quella è stata la cosa più commovente e speciale a cui lui aveva assistito in quella città, e voleva inserirla nel suo film. La sua telefonata è stata musica per le mie orecchie, in un momento della mia vita così doloroso e in cui ero così persa, senza fulcro, senza famiglia, senza appartenenza, e senza sapere cosa avrei fatto e dove avrei vissuto.

 

Così abbiamo fatto un accordo: io avrei rifatto la performance veramente (ossia l’avrei fatta in uno spazio e per un pubblico e non solo per le riprese del film) e lui poteva filmarla e in cambio mi dava le riprese dei suoi cameraman, da usare per il mio video, e mi avrebbe aiutato ad organizzare la complicata logistica della performance.

Poichè avevo in mente anche una nuova idea di performance collettiva da fare con i rifugiati e a lui e alla sua troupe piacque tantissimo, decidemmo che le avremmo fatte entrambe, e che mi avrebbero aiutato a produrre e organizzare il nuovo lavoro, oltre a farci le riprese.

 

Che meraviglia e che felicità! Un invito coi fiocchi e una troupe di ragazzi in gambissima con cui lavorare , l’onore di essere cercata perchè il mio lavoro li aveva colpiti, la possibilità di produrre un nuovo lavoro che era nella mia mente… tutto era un segnale perchè io tornassi a Berlino e direi come una coccola in quel lungo periodo di lutto e solitudine estrema che stavo passando.

 

Certamente non ero molto in forma quando arrivai là, nè molto allegra e in energia nei giorni in cui sono stata a Berlino, è come se tutto fosse più difficile nel mio stato e ho fatto moltissima fatica a lavorare e a concentrarmi, ma le due performance sono venute benissimo e con l’aiuto di Zach, Dominique e tutti gli altri hanno avuto una partecipazione altissima di rifugiati, ovviamente maggiore della prima volta quando andavo in giro per Berlino da sola a conoscere i rifugiati e ad ascoltare le loro storie (v. post 132, 133, 135), anche se abbiamo comunque lavorato sodo in tanti per contattare e coinvolgere i rifugiati che volevano partecipare a questa nuova performance, aiutati da alcuni rifugiati stessi.

 

Anche questa volta la performance la feci al Kreuzberg Pavillion di Berlino, poichè i galleristi, che avevano creduto moltissimo nel progetto quando l’avevo fatto la prima volta, accettarono molto volentieri di rifare una serata speciale solo per la performance.

Ed ecco alcune foto della nuova performance, e la presentazione.

 

LIUBA, REFUGEES WELCOME, Performance interattiva e collettiva con i rifugiati e il pubblico,  Kreuzberg Pavillon, Berlino 14/11/2014

 

 

Questo progetto ripropone a grande richiesta la performance effettuata da LIUBA l’anno scorso e sarà inclusa dal regista americano Zachary Kerschberg nel suo nuovo film documentario.

 

Il progetto è’ composto da due parti: la performance in galleria, e il precedente e lungo lavoro preparatorio site-specific, consistito nel prendere contatti con rifugiati in protesta a Berlino, nel conoscerli e ascoltare le loro storie e i loro problemi, per poi invitarli a partecipare alla performance in galleria che consiste in 12 simbolici minuti di silenzio in segno dei loro diritti e della loro accettazione.

 

Alcuni concetti che hanno portato LIUBA a questo lavoro:

 

Penso che le persone e i loro problemi siano più importanti dei progetti artistici.

Porto delle persone viventi in galleria perchè le persone, le loro vite e le loro problematiche sono ciò che veramente importa adesso.

Raduno insieme persone diverse in uno stesso luogo, perchè ciascuno ha il diritto di stare in quello stesso luogo.

Voglio che le persone stiano in silenzio, osservandosi l’un l’altro. Il pubblico della galleria e i rifugiati. Osservare è il primo passo per conoscere, accettare, rispettare.

Guardare l’altro significa trovare la base comune della nostra esistenza: essere vivi adesso.

Costruisco la performance col proposito di creare esperienze personali per le persone, interiori ed esteriori.

L’arte diventa un mezzo per dare ai rifugiati un modo per essere ascoltati, per essere visibili, per essere rispettati.

 

 

 

136. La performance Refugees Welcome e il crollo post performance

(post scritto come bozza in dicembre e pubblicato solo oggi, poichè ci sono stati gravi fatti familiari)

 

 

Sono stata davvero fortunata in questo mese a Berlino, non ha mai fatto molto freddo, così ho potuto liberamente uscire, incontrare persone, conoscere i rifugiati, ascoltare le loro storie, andare agli incontri su questo problema, eccetera, molto di ciò anche in bicicletta. Se c’era più freddo non ci sarei riuscita.
Però eccome se mi sono stancata: vai di qui, di là, parla, conosci, supera la timidezza, registra, pensa, scarica il materiale, scrivi email, ecc…

 

Sabato c’è stata la performance al Kreuzberg Pavillon, commovente, semplice, toccante, interattiva. Tre ragazzi africani, rifugiati e in protesta ad Oranien Platz hanno deciso di partecipare e si sono presentati in galleria. Un ready made umano. Una rosa di sguardi e sinergie. (leggi i post precedenti sul project in progress: 132, 133, 135-con video).

 

Ho chiesto al pubblico e a tutti i presenti in galleria, di fare 12 simbolici minuti di silenzio, per sintonizzarsi insieme e accogliere nello spazio della galleria i rifugiati, mettendo sullo stesso piano l’umanità di tutti.
Anche se il compito era semplice, per essere eseguita la performance ha implicato un lungo e anche stancante lavoro di conoscenza, relazione, contatto, con le persone, soprattutto coloro che sono sbarcati a Lampedusa, che hanno il problema dei loro diritti come rifugiati in Europa, e che stanno conducendo una pacifica protesta. Molti incontri, parole, scambi, energia, situazioni. Un arricchimento di vita. La performance risultante, la loro presenza in galleria, era solo la punta dell’iceberg visibile di un lungo processo di vita e relazioni.

 

(v. il progetto e il video della performance qui sul mio sito)

 

 

Il solito down post performance poi non l’ho potuto assaporare e assecondare in pieno perchè mi è stato chiesto di partecipare a una trasmissione televisiva di una TV privata con un intervista e un video. In realtà era una cosa che già sapevo, ma che doveva essere la settimana successiva, e a bruciapelo mi hanno chiesto di spostarla all’indomani. Ho accettato perchè sto imparando a usare il ferro quando è caldo, ma dovevo anche prepararmi un po’ ed ero molto agitata, proprio perchè ero stanca stanchissima delle fatiche di tutto il periodo preparatorio della performance.

 

Sono andata quindi domenica negli studi di questa TV a Wedding, e con mia grande agitazione ho scoperto che in questo talk show quel giorno ci sarei stata solo io come ospite….una incontrollata e inconscia insicurezza e paura si impossessò del mio respiro, e dovetti sudare 70 camice per imporre al mio fisico un po’ di non-scialance e tranquillità, appena appena sufficienti per permettermi di parlare dicendo cose sensate e senza balbettare (che poi essendo l’intervista in inglese, e pur parlando io abbastanza fluentemente, non è così facile dare risposte abili e brillanti in un’altra lingua in diretta televisiva…
Devo confessarvi che, insicura del risultato che è venuto fuori, non ho ancora avuto il coraggio di guardare il dvd della trasmissione che mi hanno regalato… 😉

 

E così, distrutta e liquefatta, dopo di ciò ho bassi-pressionato per circa per due giorni interi, amebizzando il tempo che non dormivo.

 

 

Ed ora eccovi qualche foto della performance “Refugees Welcome” fatta al Kreuzberg Pavillon di Berlino in dicembre 2013.

 

 

 

 

 

LIUBA, Refugees Welcome, performance and open letter, Kreuzberg Pavillon, Berlin Dec. 2013

 

 

 

AGGIORNAMENTO: Per maggiori notizie su questo progetto, che è poi continuato con altre performances e la realizzazione dei relativi video, vedi la pagina dedicata sul sito, nonchè le tante recensioni.

 

132. Ho cominciato ad andare al campo profughi di Oranienplatz

Appena arrivata a Berlino ho captato subito che il problema di maggior portata e coinvolgimento era quello dei rifugiati che richiedono asilo (molti di loro provenienti dallo sbarco a Lampedusa), della loro protesta, della problematica di queste persone, del rapporto fra le migrazioni, gli stati e la libertà. E’ un problema che mi sta a cuore (e non solo per esperienze personali) e che mi interessa enormemente approfondire, perlustrando il lato umano delle storie di queste persone migranti, e il lato sociale-antropologico che questi problemi comportano.

 

Quando sono stata invitata a presentare una performance il 14 dicembre in una galleria di Berlino, il Kreutzberg Pavillon, ho deciso che invece di presentare uno dei miei tanti progetti pronti e performance già effettuate, farò un lavoro sul territorio e darò il mio ‘spazio performativo‘ alle persone rifugiate che lottano per i loro diritti. Voglio coinvolgere queste persone a venire con me in galleria standing for their rights e, semplicemente, stare in silenzio, e guardarsi e accettarsi con le persone presenti. Tutti in uno stesso luogo, e tutti con lo stesso ‘diritto’ di esserci.

 

Mi interessa sempre la vita più dell’arte, e non mi interessa ora presentare una mia ‘opera’ ma dare attenzione a questo problema e queste persone. Potrei definirla un’operazione duchampiana animata: portare la vita quotidiana in galleria, portando le persone e la lotta per i loro problemi, perchè siano ‘viste’, conosciute e quindi rispettate.

(v. Refugees Project)

 

 

Ebbene, questo progetto, essenziale e forte al tempo stesso, semplice da dire, non è assolutamente semplice da fare. Ero già andata a un meeting con persone e attivisti di vario tipo focalizzato sul problema dei rifugiati, e avevo qualche contatto, ma conoscere alcuni immigrati e portarli in galleria non è cosa affatto semplice (e ho solo circa 10 giorni..).

Ricordo la fatica che feci per il progetto The Finger and the Moon #3 che richiese moltissimi mesi per contattare le persone delle diverse comunità religiose in Genova, e fare in modo che gli interessati venissero alla performance (e ne vennero 12, di fedi assortite, che fu già un successo, e la performance fu un momento sublime, per tutti – partecipanti e pubblico -unico, che ora sto cristallizzando in maniera universale in un video…), e fu un lavoro di relazioni, amicizie, comunicazione ed empatia umana di grande proporzioni. Ora si tratta di fare lo stesso… solo con molto meno tempo.

 

Ieri quindi sono andata in Oranienplatz, dove c’è una tendopoli come presidio di protesta, e con 100 persone che ci vivono da un anno (supportati anche dalla città e dai volontari che garantiscono pasti caldi giornalieri per tutti), a conoscere qualche persona…

 

Questa che vedete non è una mia foto, poichè mi impedirono di fare delle foto, l’ho presa dal web.

Ora vi racconto cosa è successo ieri, l’ho scritto in inglese poichè è parte del processo del lavoro.

 

1.

Today i went to the Oranien Platz Refugees Camp with the purpose of talking with some of them and of inviting them to perform with me standing symbolically into the gallery space with the idea of giving them ‘my performance space’ for their rights and respect.

As i was approaching to Oranien Platz I decided to turn on my small hd camera to self-filming my arrive to the camp place.

I just shot a few minutes of video while walking arriving there, when i was surrounded by suspicious and angry refugees activists from Africa shouting against me that i was stolen images. We talked, aggressively, for 10 min telling them my purpose to ‘work for them’ giving them my performance space and so on. I also had to explain them my personal experience with foreigners laws and extra-communitaire experiences having with my husband being Canadian. They slow down after a while but they pretended i deleted my short shootings. They didn’t accept that shootings done before meeting them (none of them was in the recording. Only the square and me..).
I finally deleted it in front of their eyes. In this way i was accepted to come after lunch to talk with them.
I went away, sort of confused and touched.
I took a few recordings of the place camp from a far away street later on and from a cafe on the other side of the square.

 

 

2.

I went back at the camp after lunch. I met friendly people who talked to me about their stories. I talked expecially with two guys, one coming from Algeria, the other from Giamaica (escaping from Mexico). The first one had been living and working in Spain for over 5 years (saying it was very nice for him staying there) but then the 2012 crysis arrived and he had to go away. He moved to Italy, where he found the same situation..no work (yes, we know it…). Then he went to Germany, and the only thing he asks is the right to work. The other guy is from Giamaica, and after having lived and studied in United States he escaped from Mexico for some personal problems and asked asylum in Germany, haven’t got it.

Both of them liked very much the idea of getting attention on their problems coming to the Art Gallery on saturday 14 with me. Let’s see if they will come. I never know what is gonna happen.

 

Tomorrow I will go back here again. I also met a young marocco filmaker who is here to make a documentary, with the refugees permission, about their struggle.

I didn’t take shootings neither asked for it. I was afraid they could be reluctant and they won’t like anymore to talk with me. I thought that I have to do things step by step, and first get their confidence. I really want to help their cause.




128. Dentro e fuori il silenzio

Nei mesi scorsi ho passato un lungo periodo di silenzio comunicativo mediatico, ho avuto l’istinto, l’impulso e l’esigenza di disinteressarmi e liberarmi dai vari social network, messaggi, blog, siti, telefoni, newsletters ecc.. Questo fondamentalmente perchè ho usato le mie energie semplicemente per vivere.

 

A volte mi sembra che si stia scoppiando di comunicazione, di parole, di possibilità di vedere/sentire/leggere cose, tanto che si fa di tutta l’erba un fascio e diventa difficilissimo concentrarsi sulla qualità, l’approfondimento, la riflessione. A volte tutto ciò mi causa un effetto opposto: divento estremamente lenta, mi prendo tutto il tempo che occorre per approfondire e vivere e creare ciò che voglio approfondire. Vivere e creare, e me ne frego, se così si può dire, delle comunicazioni, dei media, di internet. E’ come una difesa, e questo credo lo capiscono bene tutti, e forse molti di voi lo attuano o ne sentono l’esigenza. E’ non solo una difesa, ma una necessità per creare e vivere a volte.

 

Ho passato l’estate nell’eremo della terrazza sul mare in Romagna. Lo chiamo eremo perchè quest’estate, per una contingenza di fatti vari, ero lì da sola – però con arrivi di ospiti da varie parti del mondo, incluso viaggiatori servas, che mi divertono molto! – e avevo bisogno di quel cielo e di quel tempo di solitudine assolata per ricaricarmi, riflettere, decidere e procedere. L’ultimo anno l’avevo passato in Italia a Milano poichè mio padre si era ammalato, mia mamma non era in gran forma e non ci sono purtroppo altri fratelli e sorelle. Lì mi sono risucchiata con tanti impegni vari (ho anche insegnato storia dell’arte a un istituto serale), e come mi accade sempre in quella città che mi aliena, mi ero trovata fuori dal centro e incapace di portare avanti con calma e profondità sia scelte di vita importanti sia il mio lavoro artistico (mi ero arenata, e non riuscivo a mettermi a montare il video di Finger and the Moon 3 poichè dovevo prima imparare il nuovo programma di HD e lo stress e gli impegni azzeravano ogni cosa).

 

E finalmente quest’estate, complice l’effetto sicuro che sempre hanno su di me il sole, la natura, il cielo e l’aria buona, mi sono ri-centrata e sono tornata a respirare, vivere, stare bene, decidere, e lavorare artisticamente. Per tutto ciò ho dovuto usare molte energie, molta calma, e molto tempo, per quello non ho più scritto qui su questo blog, sull’altro, sulle newsletter, su fb, ecc. Certo, quest’estate comunque non sono stata con le mani in mano, oltre a lavorare finalmente al montaggio del mio ultimo video ho anche fatto dei workshop e costitutito un’Associazione culturale (Liupirogi E Pagiopa) ..ma il mood di fondo di tutta l’estate era il silenzio, la meditazione, la lentezza, le decisioni ponderate, il sole e il cielo (soprattutto visto dalla mia adorata amaca brasiliana). Ah, a proposito, vi presento Fiore il mio gattino magico di appena (allora) due mesi.

 

Nei mesi successivi sono stata ancora isolata perchè li ho passati continuando a montare il video, cosa che quando finalmente comincio la lavorazione di un video, mi richiede un’attenzione e una dedizione praticamente totali, a parte le necessarie incombenze pratiche e familiari. A volte scoppio che non ne posso più, ma ci vuole così tanto tempo (almeno per me) per finire un’opera video, che non finisce mai!

E quando lo interrompo per più giorni di fila, poi impiego altrettanti giorni per riprendere il filo da dove l’avevo lasciato….Vabbè, di solito dicono però che i miei video sono belli ;), ma quanta fatica, e quanta maniacale (sì è così, lo ammetto) dedizione!

Poi però, a metà novembre, son emigrata a Berlino (frutto di una delle scelte scaturite dal ritiro estivo…), e qui sto cominciando a spuntare fuori dal guscio e a riprendere a comunicare… ma di Berlino vi parlerò nel prossimo post!

 

 

Avevo espresso questa esigenza di silenzio (che non è solo personale ma anche sociale, come proposta alternativa in momenti di crisi, nella mia ultima performance, attuata al Flash Art Fair a Milano, ma anche all’opening della Biennale di Venezia, coinvolgendo il pubblico in un loop di silenzio che da estroverso diventa introverso, dal partecipare nel mondo ti trovi a partecipare nell’anima.

Ne ho parlato, con foto, in un post precedente.

 

 

LIUBA, 4’33 Chorus Loop, Biennale di Venezia Opening, 2013 

 

 


“Dubitate di tutto, ma non dubitate mai di voi stessi. ”
André Gide


“L’immaginazione è tutto. E’ la previsione di quello che attrarrete nella vostra vita.” 

Albert Einstein


“Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in se genialità, magia e forza. Comincia ora.”

Johann Wolfgang Göethe


 

AGGIORNAMENTO: questa estate di riflessione e solitudine nell’eremo di Liupirogi e Pagiopa, la nostra casa del mare, è stato anche il terreno in cui ho maturato la decisione più grande e più bella della mia vita, che ho cominciato ad attuare da subito ma che si è realizzata nella sua pienezza solo nel 2019. LEGGETE i post successivi!

 

 

124. La performance all’opening della Biennale

Anche quest’anno alla Biennale ho deciso di fare una performance a sorpresa all’Opening, e in maniera naturale è stato ovvio portare a Venezia una nuova versione della mia ultima performance collettiva preparata per il Flash Art Event a Milano (v. post), intitolata 4’33” Chorus Loop.

Questa performance parlava di silenzio, ispirandosi al famoso lavoro di John Cage, ed era ciò di cui volevo parlare anche a Venezia, dove tutto si muove, tutti parlano, tutti fanno. Io andrò lì a proporre una partitura di silenzio, e la proporrò al pubblico, invitandoli a performare in silenzio con me, piccole isole quiete nel mare della folla assordante della Vernice Veneziana.

 

E così è stato. Ho portato il mio spartito, con la partitura di John Cage, il cronometro per calcolare la lunghezza precisa del pezzo, un cameraman che mi riprendesse, e mi sono posizionata in molti punti della Biennale eseguendo questa performance, con l’interazione e la partecipazione del pubblico, che ha così provato e sperimentato la dimensione introspettiva – e comunitaria – del silenzio.

 

Eccovi alcune foto:

 

 

 

 

 

 

 

 

123. Il mio articolo sulla 55 Biennale di Venezia

Ho scritto quest’articolo sulla Biennale di Venezia  per il quotidiano ‘La Voce di Romagna’ che in cambio mi ha dato l’accredito per la vernice e così ho potuto fare la mia performance, a sorpresa, durante l’opening, di cui vi parlo in seguito (v. post).

 

Ecco l’ articolo integrale:

 

 

Con tante opere, incontri, emozioni, fatiche, file, camminate, come al solito, e pioggia e freddo (meno solito), si è inaugurata mercoledì 29, giovedì 30 e venerdì 31 maggio 2013 la 55 Biennale di Venezia, che apre al pubblico dal primo giugno al 24 novembre.

L’opening veneziano per gli addetti ai lavori dura tre giorni perché la Biennale è un fitto e spazialmente enorme insieme di mostre e di padiglioni nazionali, collocata principalmente nella vasta aerea dei Giardini e nei suggestivi ex cantieri dell’Arsenale, ma anche in diversi sedi e palazzi sparsi in tutta la città.

Come al solito tante opere, tante suggestioni, tanti opening, tanti party, tanti artisti, curatori, galleristi, visi noti e meno noti, visi amici, visi conosciuti e sconosciuti, visi di ogni nazionalità e linguaggio. A volte una vera Babele, dove ci si perde, e dove bisogna anche lasciarsi andare al caso, perché nemmeno volendolo si può vedere tutto ciò che c’è da vedere, e incontrare tutti coloro che si desidera incontrare.

 

 

Marino Auriti, The Encyclopedic Palace of the World, ca. 1950s – photo © Liuba 2013

 

 

Già da parecchi anni la Biennale d’Arte di Venezia si struttura secondo due grandi pilastri: le mostre dei Padiglioni nazionali, ciascuno con il suo curatore e il suo progetto, ospitata nei Padiglioni che le singole Nazioni hanno acquistato da tempo ai Giardini o all’Arsenale, o affittato in città, o scelto appositamente (per esempio il Portogallo quest’anno si è presentato a Venezia con una nave proveniente da Lisbona e ormeggiata davanti ai Giardini, interamente allestita dall’artista Joana Vasconcelos), e la Mostra Internazionale del curatore della Biennale, nominato per ogni edizione, e collocata all’Arsenale e in parte ai Giardini.

 

Sono venuta a Venezia con due precisi progetti, entrambi impegnativi e divertenti allo stesso tempo: fare una performance a sorpresa basata sul silenzio (come buco nero di un momento che stiamo attraversando, dove mancano le parole, e ci mancano le parole per farci sentire, o il paese non sembra aver bisogno della cultura e degli artisti anche se sempre più li cerca) e avere una visione delle opere esposte per riflettere su ciò che sta accadendo nel panorama artistico internazionale e potervele raccontare.  Progetti impegnativi perché antitetici, seppur sovrapposti: quando mi preparo per la performance e vago per i Padiglioni della Biennale, lo faccio senza vedere le opere, ma osservando  tutto in funzione della scelta dello spazio in cui farò l’intervento e mi concentro solo su quello. Quando invece ho la testa libera dalla performance, mi trasformo in visitatore e giornalista, per cogliere le opere, goderle o giudicarle, ammirarle o criticarle, parlarne con gli altri e lasciarle lavorare dentro di me (che poi è questo ‘lasciar le opere lavorare dentro di sé’ che, a mio avviso, è la ricchezza più nutriente e stimolante dell’arte).

 

Quest’anno il curatore della mostra Internazionale è Massimiliano Gioni, giovane ma già molto famoso curatore italiano, presente nello staff direttivo del New Museum di New York, e il titolo dell’esposizione è Il Palazzo Enciclopedico. Massimiliano Gioni ha introdotto la scelta del tema evocando l’artista auto-didatta italo-americano Marino Auriti che “il 16 novembre 1955 depositava presso l’ufficio brevetti statunitense i progetti per il suo Palazzo Enciclopedico, un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità, collezionando le più grandi scoperte del genere umano, dalla ruota al satellite. L’impresa di Auriti rimase naturalmente incompiuta, ma il sogno di una conoscenza universale e totalizzante attraversa la storia dell’arte e dell’umanità e accumuna personaggi eccentrici come Auriti a molti artisti, scrittori, scienziati e profeti visionari che hanno cercato – spesso invano – di costruire un’immagine del mondo capace di sintetizzarne l’infinita varietà e ricchezza.”

 

Questa scelta curatoriale e questo presupposto concettuale hanno dato luogo a una mostra molto complessa, fuori dall’ordinario, estremamente ricca di ‘inventari’ di opere di artisti e non artisti anche poco conosciuti o totalmente sconosciuti, molto interessante e ben allestita (giustamente però Marco Senaldi, sulle pagine di Artribune, evidenzia la pecca di aver nascosto le meravigliose strutture proto industriali dell’Arsenale dietro a un allestimento museale asettico e impersonale), che però si è presentata più come una grande opera curatoriale che come un insieme di opere artistiche belle e innovatrici. Una caratteristica, questa, che sta attraversando il mondo dell’arte ma che per molti addetti ai lavori risulta discutibile, poiché l’arte diventa solo un mero strumento per veicolare le visioni del mondo del curatore, che diviene l’artista finale.

 

 

Oliver Croy and Oliver Elser , The 387 Houses of Peter Fritz (1916–1992), photo © Liuba 2013

 

 

Sia all’Arsenale che ai Giardini, per la mostra curatoriale Il Palazzo Enciclopedico, sono stati presentate opere compulsive di persone autistiche, serie di foto delle Alpi viste dall’alto e pioneristicamente fotografate a fine ‘800 dallo svizzero Eduard Spelterini nei sui viaggi in Mongolfiera, la collezione di foto di Cindy Sherman sul tema dell’identità, teche con sculture in legno di splendidi animali in miniatura per teatrini da mostrare in giro per il mondo di Levi Fisher Ames, pagine giornaliere di taccuini rigorosamente riempiti e disegnati ogni giorno dell’anno, come quelli di Josè Antonio Suarez Londono, o splendidi modellini di case abitative, progettate e realizzate dall’obliato Peter Fritz, agente assicurativo che aveva passato la vita a costruire tipologie di case abitative rigorosamente in scala e qui presentate, prendendole in blocco con un’operazione duchampiana, dalla coppia di artisti austro-tedeschi Oliver Croy and Oliver Elser.

 

 

José Antonio Suarez Londono, Franz Kafka, Diarios II 1914-1923, 2000 – photo © Liuba 2013

 

 

Ci sono state naturalmente eccezioni, come il bel video sperimentale della giovane francese Camille Henrot che ha vinto il Leone d’argento come promettente giovane artista, o l’Italiana Rossella Biscotti con un progetto realizzato con le donne del carcere della Giudecca (ma poi presentato solo in forma di suono e di scultura creata col compost del carcere).

Interessante questo lavoro di catalogazione del mondo che perviene da questa mostra che si srotola per centinaia e centinaia di metri e di stanze fra gli Arsenali e i Giardini, curioso scoprire il lavoro quasi maniacale di persone più o meno conosciute che hanno lasciato tracce di sé attraverso il loro fare, commovente la riscoperta al mondo di queste opere e percorsi già trascorsi e ora rimessi in vita, sfizioso il concetto di enciclopedia e di inventario che ricorre nel succedersi delle opere mostrate, ma è mancata la presenza di grandi emozioni derivate dalle opere, e la forza artistica e innovatrice delle proposte. Altre due chicche in mostra erano l’originale del libro dei sogni di Carl G Jung, e le opere-seminari di Rudolf Steiner, opere belle e rare ma anche qui non certo opere d’arte autonome e nemmeno recenti (e vi parla qualcuno che adora il mondo di Jung e la sua vasta opera).

 

Ci si è anche domandato come mai la nostra società si stia avvolgendo su sé stessa e si proponga al mondo con la ripresa del passato e con il ripiegarsi su ciò che è andato. Curiosa infatti è la coincidenza con la grande mostra inaugurata, sempre in quei giorni a Venezia, alla Fondazione Prada a Ca’ Corner della  Regina, che ha ricostruito in TOTO (e dire in toto vuol dire che ha ricreato i muri e la disposizione delle opere proprio come era allora) la storica mostra di Harald Szeehmann alla Kunsthalle di Berna nel 1969.

Lo scopo della mostra, visitabile sino al 3 novembre, è quello di riproporre, con la stessa intensità ed energia, le ricerche che andavano dalla Process Art alla Conceptual Art, dall’Arte Povera alla Land Art, sviluppatesi a livello internazionale alla metà dagli anni ’60, e di riallestire filologicamente il concept curatoriale. Le opere, seppur create quasi 50 anni fa, sono ancora assolutamente contemporanee e molto godibili, sia dal lato estetico-formale che concettuale. E divertente anche la telefonata dell’artista Walter De Maria (tramite il telefono usato nel 1969 per quest’opera intitolata Art by Telephone) alla quale ha risposto in diretta una Miuccia Prada circondata dai fotografi.

 

Ci si domanda allora: siamo in una crisi di identità così grande che la società si ripiega sul passato?

(Ci ricordiamo anche della scorsa grande e bella edizione di Documenta (13) a Kassel curata dalla bravissima Carolyn Christov-Bakargiev, dove si sono visti, oltre in verità a innumerevoli lavori nuovi e site specific appositamente progettati per la grande kermesse, la riproposta di artisti passati o dimenticati o mai conosciuti, che comunque ha emozionato conoscere e/o rivedere).

 

 

Miuccia Prada che risponde alla chiamata di Walter de Maria dal telefono-opera – photo © Liuba 2013

 

L’opera di Walter De Maria ‘Art by Telephone’ del 1967 – photo © Liuba 2013

 

 

Ritornando alla Biennale, grande attualità e spesso spettacolari proposte si sono viste invece nelle singole mostre dei Padiglioni Nazionali, che hanno presentato in alcuni casi opere davvero potenti, assolutamente contemporanee e innovative, oltre che emozionanti e stimolanti.

Ai Giardini per esempio l’artista russo Vadim Zakharov ha presentato Danae, un’interessante installazione interattiva centrata sul tema del denaro, dell’uomo e della donna. Per questo lavoro il pavimento del piano superiore del padiglione russo ai Giardini, costruito 100 anni fa, è stato sventrato per realizzare un largo buco quadrato che permette dall’alto di vedere ciò che accade al piano inferiore,  dove le donne del pubblico – nella parte inferiore del Padiglione non veniva permesso agli uomini di entrare – alle quali viene fornito un ombrello trasparente, vengono investite da una pioggia di monete d’oro proveniente da una piramide posta nel soffitto. Sui muri del piano superiore ci sono le parole rivolte all’uomo, al quale viene ricordato che è il momento di confessare, tra le altre, lussuria, avidità, narcisismo, invidia, ingordigia e stupidità. Lo stesso uomo costretto, iconograficamente, a flettersi (il buco realizzato per osservare la pioggia d’oro è circondato da un inginocchiatoio in velluto rosso) davanti al dio denaro.

 

Molto interessante, poetico e innovativo anche il Padiglione di Israele, dove l’artista Gilad Ratman ha presentato The Workshop 2013 un’installazione multicanale site-specific e performativa,  ispirata a un viaggio sotterraneo intrapreso da una piccola comunità di persone da Israele a Venezia. Il loro viaggio epico comincia nelle caverne israeliane, attraverso pericolosi varchi sotterranei fisici, ma anche simbolici,  per poi irrompere nel pavimento del padiglione israeliano, da un tunnel sotterraneo scavato per l’occasione. Queste persone quindi si ‘installano’ nel Padiglione e diventano i partecipanti del workshop, che consiste nel scolpire il loro autoritratto con l’argilla e inserirvi un microfono con registrati i suoni delle proprie voci. Un progetto complessivo che si attua quindi attraverso diversi media, dal video, al suono, all’installazione, alla scultura, alla performance, alla Land Art, a un intervento fisico nella struttura del padiglione, in un connubio certamente riuscito e significante.

 

Ancora il ‘Padiglione in sé’ è protagonista dell’operazione concettuale di Francia e Germania che per quest’edizione, e in simbolo di pace, si cambiano il relativo Padiglione Nazionale, in ricordo e in occasione del 50mo anniversario del trattato dell’Eliseo che mise fine a mille anni di guerra tra Germania e Francia. I padiglioni nazionali quindi diventano terreni simbolici di identità nazionale, scambio di identità, e materiale installativo da plasmare all’esigenza del progetto.

 

A tale proposito riuscito e stimolante è anche il Padiglione della Danimarca, sempre ai Giardini. L’artista Jesper Just, in collaborazione con un architetto e un comunicatore, ha chiuso l’entrata principale del padiglione stesso, facendo entrare i visitatori da un’entrata posteriore immersa in simulacri di lavori in corso, aprendo una connessione tra lo spazio dell’opera, lo spazio fisico del padiglione e lo spazio digitale del messaggio e sottolineando la sinergia con l’installazione video multicanale presente all’interno, che riflette sull’immigrazione,  sul rifiuto, sui detriti, sul paesaggio.

 

Notevole è anche il Padiglione degli Stati Uniti, con l’artista Sarah Sze che in tre mesi costruisce in loco un’installazione poliedrica intensa e apparentemente caotica costruita con miriadi di materiali assemblati, che ricrea un caos del cosmo, che poi caos non è più.

 

Bello, poetico, denso e intenso il lavoro di Alfredo Jaar al Padiglione Cileno all’Arsenale, che con un’installazione altamente suggestiva, riflette sull’anacronismo delle Nazioni presenti con un proprio Padiglione Nazionale ai Giardini, padiglioni costruiti a partire dall’inizio del secolo scorso e non più adeguati a rappresentare la vasta e mutata geografia politica attuale. Jaar presenta infatti una struttura quadrata di metallo di 5 metri x 5 riempita di acqua, del colore dei canali veneziani, dalla quale, approssimativamente ogni tre minuti, emerge il plastico, ricostruito rigorosamente in scala 1:60, dell’Area dei Giardini di Venezia con i suoi 28 Padiglioni Nazionali. Il plastico architettonico dei Giardini rimane visibile per alcuni secondi, e poi si ri-immerge lentamente nelle acque verdastre della laguna. Questa installazione coinvolgente è un intervento evocativo e critico per esaminare in che modo la cultura del nostro tempo, costituita da network globali sempre più complessi, possa essere adeguatamente rappresentata su un palcoscenico internazionale.

 

 

Alfredo Jaar, Venezia Venezia, 2013 – photo © Liuba 2013

 

 

Degno di nota, non forse per la qualità delle opere rappresentate, ma come notizia del suo esserci come Nazione, è il nuovo Padiglione della Santa Sede, all’Arsenale, che ha investito parecchie migliaia di euro per presentare opere centrate sul tema della creazione, ispirandosi ai primi 11 capitoli della Genesi. Tano FestaStudio Azzurro (che con un’installazione video interattiva ricorda, non raggiungendone però l’altezza, le opere di Bill Viola), Josef Koundeka e Lawrence Carroll. Che anche il Vaticano stia capendo, a modo proprio, che la cultura non è sempre ‘pericolosa’ e che si potrebbe tornare alle grandi committenze che hanno fatto fiorire il Rinascimento e il Barocco?

 

Il Padiglione Italia, invece, nella sua recente collocazione alla Tesa delle Vergini all’Arsenale, e quest’anno curato da Bartolomeo Pietromarchi, ha presentato sette ambienti – sei stanze e un giardino – che ospitano ciascuno due artisti in dialogo fra loro. Alcuni binomi e opere erano più riusciti di altri, le proposte si indirizzavano verso linguaggi che spaziavano dall’installazione, alla performance, alla fotografia, e al suono e all senso dell’olfatto. Singolare e forte, a questo proposito, vorrei evidenziare l’opera  olfattiva Per l’eternità di Luca Vitone, che in stretta collaborazione col maestro profumiere Mario Candida Gentile, riporta le essenze di rabarbaro svizzero, belga e francese, come evocazioni olfattive del disastro ambientale dell’Eternit, costringendoci, annusando l’essenza diffusa nell’ambiente, ad associare immagini inquietanti di presenze tossiche nell’aria che respiriamo.

 

Ci sarebbero ancora molte opere da analizzare o da mostrarvi, ma vi consiglio di andarci di persona e di lasciarvi interrogare dalle opere e relazionarvi con ciò che vedete. Ci sarebbero ancora molte parole da dire, ma vi lascio col silenzio, che è l’opera performativa che ho presentato a sorpresa durante l’opening. Avvalendomi di una partitura ispirata al famoso pezzo di John Cage 4’33” – che ho eseguito più volte di fila e accogliendo nella performance persone che desideravano interagire con me – ho incarnato, attraverso il silenzio, la difficoltà di parlare e di farsi sentire in un momento di grande crisi e di mancate speranze come quello che la nostra società sta attraversando, e la possibilità di essere sé stessi nonostante tutto, semplicemente connettendosi con ciò che si è.

 

 

LIUBA, 4’33” Silence Loop, 2013 performance a sorpresa con interazioni spontanee –  photo Riccardo Lisi

 

 

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Tutte le foto dell’articolo: © LIUBA 2013, courtesy Biennale di Venezia

Per la performance di Liuba: © LIUBA 2013, foto di Riccardo Lisi, courtesy of the artist

 


guarda più foto della performance
di LIUBA

 

 

117. La performance 4’33” Chorus Loop

4’33” Chorus Loop, performance collettiva per coro di persone assortite, 4 performances in 4 giorni, Flash Art Event, Milano, © LIUBA 2013

 

 

Ho concepito questa performance per parlare del silenzio, o meglio per farlo vivere. Silenzio perchè siamo in tempi in cui, a mio avviso, la scelta migliore è stare in silenzio, raccogliere energie e meditare e ho deciso di fare una performance collettiva in cui il pubblico partecipante potesse vivere il silenzio, provare empatia per gli altri, esperimentare gli effetti interiori che un silenzio prolungato, dal quale per accordo non si può uscire prima del tempo, genera nella propria anima e psiche. Mi sono ispirata al famoso pezzo di John Cage 4’33”, declinandolo in chiave performativa – partecipativa, pensando a un coro di persone che esegue insieme un tot di volte il famoso brano. Il che vuol dire un silenzio di 4 minuti e 33 secondi ripetuto in loop almeno 3 volte, ossia circa 13 minuti di silenzio da eseguire e rispettare.

 

Coloro che desideravano partecipare alla performance dovevano sottoscrivere un patto con me, nel quale si impegnavano a rimanere nel coro della performance per tutta la durata del silenzio, e a scrivere su carta le loro impressioni alla fine della loro esperienza. In cambio io ho donato a ciascuno un attestato di partecipazione alla performance.

 

 

La performance è stata molto intensa e si è ripetuta per ogni giorno della Fiera di Flash Art, nello stand di Visualcontainer dove era in corso la personale delle mie opere fotografiche e video.

 

 

 

Patto di partecipazione

 

 

 

Performances (photos Mario Duchesneau)

 

Un coro di persone assortite che sono rimaste in silenzio per decine di minuti, e dove il patto di partecipazione, che le persone hanno dovuto sottoscrivere per partecipare, implicava l’impegno a non lasciare la performance prima che fosse finita e a scrivere le proprie riflessioni ed emozioni dopo che fosse finita. Ciò che mi interessava, e mi interessa, è usare la performance come ‘strumento’ per un lavoro su sè stessi che le persone sono stimolate a provare.

 

La tensione che si è creata fra i partecipanti e me, che guidavo il coro, fra i partecipanti fra loro e fra i partecipanti e il pubblico, è stata molto emozionante intensa e curiosa.  Il pubblico guardava in silenzio, noi che performavamo in silenzio, in un incrocio di sguardi, di occhi, di osservazioni, di tempi e di quiete, in mezzo al turbinio della fiera. Un rapporto e una fusione tra guardante e guardato, osservante e osservato, performante e spettatore, che ha contribuito, nella sua maniera sottile e discreta, a volgere l’attenzione, almeno per una volta, verso l’interno e non l’esterno di noi stessi.

 

 

E questi di seguito alcuni commenti dei partecipanti, commenti che compongono una installazione insieme col leggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per chi vuole ecco la presentazione del progetto, come era presentata nel catalogo della mostra.

 

 

Questo progetto implica la partecipazione del pubblico.
In questa fase della società e della ricerca artistica, mi interessa che l’arte e la performance diventino uno strumento ad uso del pubblico, uno strumento che possa aiutare le persone a indagare dentro sé stessi e a mettersi in gioco.
In particolare, questa performance si focalizza sulla capacità di stare in silenzio, in quiete e in piedi, per un periodo abbastanza lungo di tempo, provocando nelle persone che vi partecipano diverse emozioni e diversi modi di viversi questa sfida. Costruire questa performance dà alle persone la possibilità di lavorare su sé stessi e sulla meditazione.
Per questo motivo ho scelto il famoso brano di Jonh Cage 4’33” declinandolo in maniera performativa e collettiva e facendolo diventare qualcosa di nuovo e di paradigmatico del tempo in cui stiamo vivendo.
In un periodo di crisi e di implosione, come quello in cui siamo, un coro di persone che performano in silenzio, diventa icona e simbolo di questo stato di implosione e di mancanza di parole, ma anche terreno fertile per ritrovare dentro di sé le motivazioni e le forze per una successiva ripresa e rinascita.  Inoltre, stare in silenzio davanti a un pubblico guardante si presta molto bene per riflettere ‘introspettivamente’ su sé stessi, facendo in modo che la performance diventi un terreno di ascolto di sé e delle proprie emozioni. 

La semplice ripetizione del pezzo in loop è un elemento fondamentale del progetto, poiché causa un allungamento del tempo da passare in silenzio, diventando anche una sfida di resistenza e di ascolto da parte dei partecipanti e da parte del pubblico.

 

 

 

 

116. Riflessioni dopo il Flash Art Event


Ho lasciato passare del tempo, dalla mostra al Flash Art Event, (v. post col comunicato stampa) perché avevo bisogno di metabolizzare, di riprendermi, di capire e di curarmi. Non so se quello che ho intenzione di scrivervi vi sarà di giovamento oppure si torcerà contro di me, oppure sembrerà inopportuno. Non lo so bene, ma so che desidero in questo diario raccontarmi, e raccontandomi essere onesta, ed essendo onesta aprire pagine del proprio essere che gli altri possono condividere, facendo vedere qualche piega magari oscura, che contrasta con ciò che si percepisce da fuori e che percepiscono gli altri. E poi, non so se per presunzione o meno, vorrei che il condividere ciò che provo, e anche le difficoltà di una vita gestita cercando di dare il meglio di sé nell’arte e al tempo stesso cercando di convivere con i normali problemi della sopravvivenza, possa essere se non di aiuto, almeno di conforto a qualcun altro, alle prese con le stesse difficoltà.

 

Perché di difficoltà si tratta. Ho fatto questa mostra personale per il Flash Art Event di febbraio, preparandola con la gioia nel cuore e con l’emozione che spesso capita per questi eventi, come quella di essere eccitata, e al tempo stesso però sentirsi essere messa alla prova, essere alla ribalta ed essere sotto i raggi x.  Ho preparato questa mostra con sentimenti contrastanti, che oscillavano fra l’entusiasmo e la paura, fra la contentezza e gli ostacoli (v. pozzo e la gioia, le fasi della creazione), per alcuni mesi prima dell’evento, lavorando a più non posso, e come spesso accade, donandomi a tal punto da non aver pensato né a me stessa, né agli altri, né alle incombenze pratiche, né ai banali impegni quotidiani. Ho cercato di mettere tutta me stessa nella realizzazione di una serie di opere fotografiche nuove (The Finger and the Moon #5 – Serie di Polittici tratte dalle performance del progetto The Finger and the Moon) e di una nuova performance collettiva con la partecipazione del pubblico.

 

Ho adorato lavorare in sinergia con il curatore Mark Bartlett per la realizzazione dei nuovi lavori, e con la gallerista di Visualcontainer per le decisioni di comunicazione e logistiche, mi sono spaventata per i costi di produzione delle opere, che non avevo ma che decisi di affrontare per dare il meglio di me (e quindi permettendomi, al contrario di altre volte, di produrre lavori grandi), e insomma stanca morta ma soddisfatta e con tutto pronto a puntino arrivo al giorno dell’opening (possiamo dire che come spesso succede le ultime cose sono state finite solo alcuni momenti prima che il pubblico arrivasse) e comincio subito a sentirmi a disagio. Mi rendo conto che non so bene cosa fare e come comportarmi.

 

Avevo una voglia esorbitante di parlare dei lavori, di tutti i progetti che ci sono dietro, di conoscere le persone, ma per una sorta di pudore, di timidezza e di convenienza di ruoli, pensavo che fosse molto meglio che lo facesse la gallerista, inoltre ero molto agitata per il fatto che desideravo intensamente una vendita, sia per ripagarmi di una parte delle spese sostenute per questo progetto che dura da anni, sia per una gratificazione banale quanto necessaria: se qualcuno paga per quello che fai vuol dire che ti accetta in pieno. E, siccome ahimè ho sempre venduto poco, questa volta ne avrei avuto davvero proprio tanto bisogno.
Certo che sapevo bene che è il momento peggiore, che c’è la crisi e bla bla bla, ma come spesso mi capita avevo proprio deciso di andare controcorrente, dicendomi: quando tutti si lamentano e si piangono addosso, io invece di lagnare mi butto e mi metto ad investire di più del solito. E questo decisi di fare, ma forse senza rendermi conto dei rischi che mi prendevo (per non dire del fatto che a prendermeli sono stata da sola, essendo stata spalleggiata sul lato concettuale ma non sul lato pratico). Quindi insomma, con tutto sto bagaglio e con tanta ansia, gioia, indecisione, stupore, goffaggine, mi sono vissuta il giorno dell’opening, fino alla performance.

 

Poi, come al solito mi accade, come per incanto e per magia, durante la performance, compresa la parte preparatoria col patto di partecipazione del pubblico, sono stata d’incanto. Perfettamente a mio agio, perfettamente e profondamente me stessa, perfettamente padrona della situazione, godendomi la performance e, per fortuna, facendo godere anche gli altri. Certo, sono abituata:  a volte nella vita normale mi sento goffa imbarazzata e a disagio, e poi nella performance ritrovo ciò che più profondamente sono, la vera me stessa, e tutto sembra assoluto, senza difficoltà, perfetto e come deve essere. Per tutti i giorni successivi della fiera è andata così: fatica, disagio, timidezza, pudore, fintanto che arrivava il momento della performance e tutto si dissolveva, facendomi stare di nuovo bene.

 

Non sono riuscita però a fregarmene di tutto e di tutti e arrivare alla fiera solo per la performance, per cui arrivavo più o meno per l’apertura e ciondolavo a volte come un’ameba, stralunata del successo del pubblico che i miei lavori riscontravano, della fila allo stand per vedere le foto e i video (ce n’erano tre che si succedevano su un monitor), contenta ma tesa, cercando di captare cosa sarebbe potuto succedere di positivo, oltre a tutti quegli elogi e quella estrema visibilità. E non successe praticamente niente. Non che non mi facessero piacere gli elogi e il, come si può dire, ‘successo’, da sempre credo che un artista prenda sul serio ciò che fa perché desidera incontrovertibilmente comunicare in profondità con gli altri, però a volte accade che non ti basta. E ti trovi anche a scoprirti arrabbiata che tutto ciò non ti basti più.

 

Finita la fiera sono scoppiata in una grande crisi, ritrovandomi con tutta la vita da riprendere in mano, con tutti le cose pratiche, gli impegni, le relazioni, i pagamenti che avevo trascurato, cercando di riprenderne il filo e di mettermi a pari, e al tempo stesso ritrovandomi lo studio occupato dai grossi lavori nuovi, esposti e prodotti per la fiera, che poiché invenduti sono ritornati indietro impacchettati. Mi sono sentita un verme. Tutta sta fatica, spese, spremiture fino all’osso, per pochi giorni di mostra e poi rimettere le opere nella plastica a bolle e nasconderle al mondo nel mio studio, dove tra l’altro mi ingombrano poiché ho lo studio nell’appartamento dove vivo e poiché colmo di opere di varie altre fasi e mostre e tempi. Certo, alcune opere sono uscite da quello studio, destinazione gallerie, acquirenti eccetera, ma troppo poche per sentirmi leggera, e perché il peso delle opere di tanti anni non si faccia sentire da tutte le scatole, le pareti e gli anfratti dove sono nascoste.

 

Non che mi penta di aver prodotto quelle opere, e ora non è che siano buttate al macero, esistono e insieme a gallerista e curatore si vedrà cosa farne, però è frustrante sentire di perdere pezzi di carne, sangue tempo e vita per anni e anni e anni e sempre dopo una mostra ripiombare nella fatidica domanda del senso del fare queste cose e del perché e chi te l’ha fatto fare, e paradossalmente una parte profonda e perversa di noi stessi soffre di più in diretta proporzione all’apprezzamento del proprio lavoro.

Perché ti senti davvero solo, solo con il tuo apprezzamento, che non ti serve per pagare le bollette di casa, per aiutarti ad andare avanti, per motivarti davvero a continuare, perché ti senti solo a scegliere stupidamente di investire energie tempo soldi fatiche momenti anni sangue pensieri emozioni convinzioni in qualcosa così effimero come un’opera d’arte che non sai mai se sarà vista, e se sarà vista non sai che senso ha che sia vista, e così pure  per la performance, dove la gratificazione è immediata, e ripagano gli sforzi gli abbracci e i grazie delle persone, ma quanto spesso ti senti sola nel portare avanti questo fardello, nel mettere in gioco tutto, quando gli altri spesso non fanno altro che stare lì dal di fuori a dare i giudizi. No, a volte non è proprio facile, né piacevole la vita dell’artista, e ci vuole tempra, se mai si riesce a resistere. Checchè ne dicano quelli che incontri dal di fuori che ti dicono: ah fai l’artista, che figata!!

Però non nego che qualche vantaggio c’è, almeno la libertà è qualcosa che nessuno ci toglierà mai, e liberamente in questi giorni ho deciso di staccare per ricaricarmi, per finalmente vivere senza occuparmi delle scelte artistiche da fare, fregandomene abbastanza di tutto e cercando di darmi del tempo per capire perché, nonostante una bella mostra, e un discreto successo, io abbia sofferto come un cane.

 

Alcune immagini della mia mostra nello stand di VisualContainer al Flash Art Event

 

Non so se qualcuno si è riconosciuto in queste parole. Ma mi sono sforzata di tirarle fuori e di mettermi a nudo proprio per solidarietà con questo qualcuno. Raga, anche se magari in pochi, ma siamo nella stessa barca, forse, o no?? Se volete scrivere le vostre storie o i vostri commenti mi farà immensamente piacere!

115. Ritorno a Milano al Flash Art Event

Ritorno a Milano con un nuovo progetto espositivo e una nuova performance interattiva al Flash Art Event.

Vi ho già scritto alcuni retroscena (1, 2, 3), e in seguito vi scriverò le impressioni e i retroscena, per ora eccovi il comunicato stampa, e vi aspetto numerosi!! (anche perchè la performance la farete voi insieme a me!! …)

    

 

Visualcontainer Italian Videoart Distributor presenta:
 
LIUBA
                                   
Guest curator: Mark Bartlett

 

Opening: 7 Febbraio
 8 – 10 Febbraio 2013
 Stand G5 – Visualcontainer/LIUBA
LIUBA – The Finger and the Moon #5 – Polyptic 1, 2013, collage di foto di performance su carta baritata, cm 130 x 90, ed.3
                                                                                                                        

In occasione dei 20 anni di carriera dell’artista multimediale e performer LIUBA, Visualcontainer e il curator Mark Bartlett hanno il piacere di presentare, alla prima edizione del Flash Art Event di Milano dal 7 al 10 di febbraio, una mostra monografica con l’ultima produzione fotografica e video dell’artista e una nuova performance collettiva con la partecipazione del pubblico.

 

4’33″Chorus Loop, performance collettiva per coro di persone assortite
Giovedì 7 febbraio h.21;  venerdì 8 e sabato 9  h.20;  domenica 10 h.18

 

Il pubblico è invitato a prendere parte alla performance. per partecipare presentarsi allo stand mezzora prima l’inizio della performance, preferibilmente vestiti di nero. Non è necessaria nessuna esperienza performativa. E’ gradita la prenotazione a questo indirizzo mail: 433.chorusloop@gmail.com

 

I curatori hanno selezionato dei lavori di LIUBA che sottolineano l’esplorazione di tematiche politiche, sociali e religiose e le relazioni concettuali ed estetiche che intercorrono fra le sue opere fotografiche, video e performative.

 

Silenzio, spiritualità, lentezza, vuoto, ironia sono le tematiche centrali dei suoi sfaccettati progetti, che si manifestano tutte nel suo lavoro in progress più recente: The Finger and the Moon Project.
L’esposizione si concentra su questo progetto per due ragioni principali: primo, per la sua cruciale riflessione critica sulla religione, forza culturale e politica che ha visto una sorprendente ascesa di influenza nel mondo contemporaneo a scala globale; e secondo poiché, essendo questo progetto rappresentativo di molti altri progetti dell’artista, è anche un’estensione di essi che suggerisce nuove direzioni future del suo lavoro.

 

Le opere in mostra hanno anche il ruolo di fornire al visitatore il contesto adatto al suo nuovo progetto performativo, “4’33” Chorus Loop, la cui premiere assoluta sarà durante il Flash Art Event. Questo lavoro offre una tensione dialettica fra le restrizioni dei limiti e la pura casualità. Sarà una performance eseguita da uno spontaneo ‘coro collettivo di persone assortite’ che aderiscono volontari, permettendo quindi al lavoro di cambiare di performance in performance, e di rimanere aperto, indeterminato e sorprendente. Volontà dell’artista è di creare le condizioni per far compiere ai partecipanti un percorso dentro sé stessi.

 

Alessandra Arnò, Co-founder di Visualcontainer – Milano
Dr. Mark Bartlett, University of the Creative Arts, UK

 

 

LIUBA – The Finger and the Moon #5 – Polyptic 2, 2013, collage di foto di performance su carta baritata, cm 130 x 90, ed.3

 

 

 

LIUBA è un’artista multimediale che lavora con performance, video e progetti site specific. Il suo lavoro si occupa di tematiche sociali, geografie antropologiche, questioni filosofiche, comportamento umano, interattività e casualità. La sua ricerca si basa sull’analisi della società contemporanea, indagando le contraddizioni e i problemi sociali della vita quotidiana, cercando sempre di mantenere un approccio sincero e ironico. Ha partecipato a collettive e personali in ambito nazionale e internazionale, ha presentato sue performance e video ad Artissima Art Fair, PAC di Milano, Biennale di Venezia, Art Basel, The Armory Show a New York, Scope London e in molte gallerie italiane ed estere.
Lavora tra Milano e New York

www.liuba.net
www.thefingerandthemoon.net

 

 

Dr. Mark Bartlett è Associate Editor of animation presso una rivista interdisciplinare sui new media e docente di teorie e storia dell’ arte contemporanea, cinema, nuovi media e games presso l’Università delle Arti Creative del Regno Unito. I suoi testi sono pubblicati in riviste accademiche, cataloghi e riviste di arte contemporanea. Vive a Londra.

 

I video di Liuba sono distribuiti da: Visualcontainer Italian Videoart Distributor
www.visualcontainer.org

 

 

Details:

FLASH ART EVENT MILANO, 2013
Palazzo del Ghiaccio
Via G.B. Piranesi 14
Milano

www.flashartevent.it

 

Opening: 7 febbraio h. 19-22
Apertura al pubblico Flash Art Event:
8 – 9 febbraio – h14.00 – 21.00
10 febbraio – 12.00 – 19.00

 

 

4’33″Chorus Loop, performance collettiva per coro di persone assortite –  gio 7 h. 21 – ven/sab h.20 – Dom.h.18
Per partecipare alla performance presentarsi allo stand mezzora prima l’inizio, preferibilmente vestiti di nero. Non è necessaria nessuna esperienza performativa.
E’  consigliabile prenotare specificando la data in cui si desidera partecipare, scrivere a: 433.chorusloop@gmail.com

 

114. Il pozzo e la gioia, le fasi della creazione

Sto preparando assiduamente dei nuovi lavori polittici col materiale fotografico di tutte le fasi del progetto ‘The Finger and the Moon‘. Sto lavorando tantissimo e initerrottamente da poco prima di Natale, quando si è concretizzata la mia partecipazione a una importante esposizione a febbraio al Flash Art Event. Sto preparando anche una performance nuova, ma per la performance sono oramai molto abituata a lavorarci e il grosso della mia preparazione si svolge nella mia immaginazione, pensiero e corpo, nonostante poi ci sia una fase di ricerca materiali (prove no, non amo fare prove delle performance, non ne ho mai fatte perchè fare una prova senza il pubblico per me non ha senso e abbassa l’energia del lavoro). Invece per questi nuovi lavori fotografici sto affrontando qualcosa di seminuovo che mi stimola molto ma anche mi costa una grandissima fatica decisionale.

 

Diciamo che sto lavorando in maniera compositiva e a collage. Usavo fare moltissimi collage già dai miei primi inizi, con moltissimi materiali, e anche con ritagli di riviste, e ci ho lavorato fisicamente per alcuni anni. Poi la tecnica del collage è passata dentro il computer, e mi rendo conto adesso che tutti i miei video si basano sul collage, collage delle ore e ore di riprese delle mie performances (da uno o più cameraman) selezionate al microscopio e giustapposte per creare una sequenza che renda l’emozione, la concettualità e l’interattività del progetto (parlo naturalmente delle performance in contesti di vita reali, che io chiamo ‘urban interactive performances’).

E ora adesso sto cominciando a lavorare al collage di composizioni dalle foto delle performances, per creare delle nuove opere che abbiano l’intensità visiva, lo spessore del progetto dal quale nascono, la valenza concettuale e la valenza estetica. Devo ringraziare il mio curatore Mark Bartlett che mi ha stimolato in questa direzione, in funzione della mostra che sto preparando e che lui curerà. E’ stato molto stimolante e bello lavorare insieme al curatore per alcuni giorni, adoro la collaborazione fra le persone e insieme abbiamo fatto davvero quella che, a livello profondo ma non succede quasi mai, dovrebbe essere l’interazione fra il curatore e l’artista nella creazione dell’opera.

 

Ok, dunque, mi sto divertendo molto a creare questi nuovi lavori però quanto stress e quanta fatica anche! Un po’ per la scadenza ravvicinata, un po’ per la decisione infinita dei vari elementi (comprese le dimensioni, e la confezione, che non è cosa da poco), un po’ per l’accumularsi di cose e di pensieri, un po’ per le spese di produzione onerose che questi lavori comportano, ho vissuto queste settimane con intensità, emozioni, tremore, paure, insicurezze, esaltazioni, divertimento, sudore e nottate.

 

Vi sto scrivendo questo post, non solo per condividere le mie fatiche e i miei pensieri, ma anche per dare un segno di solidarietà a chiunque si cimenti nella creatività e si sente scoraggiato o sopraffatto dalla fatica. Ebbene sì, scoraggiamento fatica, paure sono all’ordine del giorno in questi casi. Però non bisogna mollare, perchè l’emergere di queste paure e di queste fatiche le rende gestibili e anche vulnerabili, per cui arriva un momento in cui le paure spariscono e le fatiche si sciolgono (ve lo immaginate quanto bello è questo momento??) finalmente ci sentiamo di nuovo a cavallo e al timone della nostra impresa, e con gioia e divertimento proseguiamo con lena, in quel momento di solito si riesce a vedere finalmente chiaro e tutto ciò che rimaneva non scelto si comincia a dipanare verso una risoluzione e una forma.

 

Quali sono le paure che più mi hanno sfidato in questi giorni? (le cito e le nomino, perchè nominarle vuole già dire riconoscerle e riconoscerle vuol dire non farsene spaventare e infine farle dileguare).

Primo, la paura di sbagliare, di fare qualcosa che va bene ma con qualche particolare sbagliato che fa crollare tutto. Questa è una paura che si innesca con la rabbia contro noi stessi e la lotta contro la nostra imperfezione. Poi, di conseguenza, la paura di non essere all’altezza della situazione: scadenza importante, stress a tremila! paura di mangiarsi la possibilità, paura di essere derisi, paura di essere rifiutati… Poi viene anche la paura di spendere e la paura di spendere male. Per produrre questi lavori in grande occorrono un sacco di soldi (e questa volta purtroppo devo sostenere le spese di produzione) e subentra la paura di non farcela economicamente, oppure di non potersi permettere la soluzione migliore, oppure di spendere un sacco e non avere la qualità che ci si aspetta.. e quando si lavora forsennatamente per un opera si vuole il risultato migliore, specialmente per quanto riguarda la produzione che è qualcosa in più e di diverso rispetto al lavoro artistico.

 

Poi ci sono le stanchezze, e vanno dal mal di testa colossale per stare sempre incollati al computer con la tensione decisionale, al male al collo e  cervicale per gli stessi motivi, alla fatica di non riuscire più a fare altro e avere nella mente tutto ciò che si sta trascurando e si deve fare dopo, alla fatica di non poter ‘polleggiare’ (questa parola si usa solo a bologna, ma quanto la adoro!) tutto il tempo che si vuole (quando la scadenza è molto ravvicinata, ma le scadenze, per una magia strana, sono SEMPRE ravvicinate..!).

 

Allora a volte ti prende l’ansia di non farcela, di buttare via tutto e di dirti chi te l’ha fatto fare (tanto l’hai scelto tu), e ciò che stai facendo ti diventa pesante, a volte insopportabile, e fonte di sofferenza. Poi però arriva il bello! Anzi il bello arriva anche prima. (Di solito a me capita che inizio con gioia, poi sprofondo nel pozzo, poi ritorno alla gioia… sarà mica la dialettica hegeliana di tesi antitesi e sintesi che governa il mondo della psiche?). Il pozzo arriva sempre come un sandwich tra l’entusiasmo dell’inizio e le gioie della realizzazione. Per cui non preoccupatevi se vi capita di cadere nel pozzo… è normale! L’importante è sapere che si risalirà, che si risale sempre, che le paure e le fatiche scompaiono o non sono più nocive, che si ritorna sempre nell’aria fina a respirare la gioia della creazione e della libertà estrema di creare un mondo immaginario e parallelo che a poco a poco prende forma, diviene reale e comincia a vivere di vita propria.

 

Ecco, questo post lo dedico a tutti creativi, a chi cammina in una direzione, a chi ha dei sogni, a chi cade nel pozzo, a chi ama essere libero, a chi pensa di non farcela più, a chi continua, a chi continua sempre.

 

 

 

The Finger and the Moon #5 – Polyptic 1, 2013, collage di photo di performances su carta baritata, cm. 130 x 80, ed. 6

 

 

 

 

 

The Finger and the Moon #5 – Polyptic 2, 2013, collage di photo di performances su carta baritata, cm. 130 x 80, ed. 6

 

 

105. La performance collettiva a Genova: prime impressioni

Devo essere sincera: sono stata molto contenta dell’esito della performance collettiva The Finger and the Moon #3 che abbiamo fatto a Genova e dell’adesione entusiasta di molte persone. E’ stato un lavoro lungo più di un anno, dall’ideazione al coinvolgimento del curatore e del Museo, dalla ricerca antropologica al lavoro sul campo, dalla strutturazione alla regia.

 

Mi interessa molto lavorare in progetti dove la gente comune, gli abitanti di un luogo, diventano i protagonisti e i co-interpreti della performance. Mi piace l’idea di un’arte che è fatta di persone, in cui ciascuno diventa parte dell’opera. In più, se aggiungiamo che queste persone che mi ero ripromessa di portare a partecipare alla performance dovevano essere di diverse fedi religiose e di diversi credo, si vede subito come questo progetto non fosse così facile e anzi molto ambizioso. (v. i  preparativi nei post  90, 91, 92, 103)

 

Molti sanno, e qualcosa ho anche scritto su questo diario, che ci sono stati momenti molto difficili, di sconforto, di fatica, di dubbi e di ostacoli. Però diciamo che non potevo e non volevo lasciar perdere, per la forza con cui credevo in questo progetto, ma anche in onore di quei donatori che hanno contribuito a sostenere il progetto, chi con poco chi con molto.

Per cui ho continuato a tirarmi su le maniche, stringere i denti e lottare, con l’aiuto di molte persone, e dobbiamo tutti ringraziarci a vicenda se il bersaglio è stato centrato e la performance riuscita, con pure molta partecipazione (dato l’argomento delicato del progetto la realizzazione della performance non era assolutamente scontata…).

 

A fare la performance insieme a me sono venute 12 persone, tra le cui musulmani, baha’i, sikk, induisti, ebrei, atei, pacifisti. Molte persone sono venute come pubblico, partecipando emotivamente all’evento dall’esterno, lasciandosi coinvogere dalle videoinstallazioni e dalla performance. Molti altri hanno aderito ma per impegni personali non hanno potuto essere presenti quella sera.

 

Ero tesa sino a pochi giorni prima per il fatto che non sapevo fino all’ultimo quante persone avrebbero potuto presentarsi. Di molti avevo fiducia e certezza, però un conto è dire sì partecipo, un conto venire davvero, e venire prima per le prove, e coinvolgersi, e metterci il proprio corpo, la propria faccia.
E’ stata un’esperienza umana, emotiva, spirituale e artistica molto intensa per tutti. Sono felice e sono anche un pizzico orgogliosa, poichè posso dire che è stata una vittoria.

 

In altro momento e in altro luogo (v. il blog del progetto: the finger and the moon blog) vi racconterò più dettagliatamente della performance e a poco a poco ci saranno foto, video, backstage (ho un sacco di splendido materiale sul back stage), elementi, impressioni, commenti.

 

 

Preparazione prima della performance coi partecipanti

 

 

 

The Finger and the Moon #3, Chiesa sconsacrata di S.Agostino, genova 2012 (photo: Mario Duchesneau)

 

 

103. Di nuovo a Genova per The Finger and the Moon #3

E’ dall’inizio di settembre che di nuovo sono a Genova per la preparazione del progetto ‘The Finger and the Moon#3.

La maggior parte del lavoro di questo progetto è un lavoro sulle persone e sul territorio, e il coinvolgere persone appartenenti a diverse fedi religiose, diverse comunità religiose o laiche, è la parte principale del progetto.
Per cui sono ancora qui che trottello come una matta da una comunità all’altra.

 

 

Come forse sapete tra l’altro, la performance collettiva finale, frutto del lavoro di ricerca sul territorio di un anno, e frutto di un calibrato lavoro multimediale di creazione di abito, musica, video, regia, era in programma lo scorso 19 maggio per la Notte dei Musei, che è stata annullata in tutta Italia, poche ore prima dell’orario di inizio della mia performance, per l’attentato di Brindisi. Magari avete già letto come ci eravamo rimasti male e cosa era successo (v. post), e che sberla è stato l’annullamento improvviso poche ore prima dell’inizio dell’evento.

 

 

La cosa utopica – perchè lo è – di questo progetto è l’andare in giro in una città che non conosco a trovare segnali, nomi, persone e comunità che vogliano partecipare alla performance. E’ un lavoro di tessuto umano. E’ vita che costruisce arte, o meglio il lavoro.
A volte mi sembra di dover vendere un detersivo, e non è facile agganciare le persone (metti magari quando vai alla chiesa anglicana o alla moschea) e cominciare a parlare del progetto, dell’intento, della modalità, e infine chiedere se vogliono partecipare (perchè un conto è dire uh che bello, molto interessante, fantastico… un altro è partecipare in prima persona, prendersi le proprie responsabilità e partecipare alla performance… Non molti ne hanno avuto il coraggio, ma quelli che poi lo hanno fatto è stato con una passione entusiasmante).

 

 

 

(Lavoro sul campo… rispettivamente con membri della comunità Anglicana, con un prete ortodosso, con la chiesa Valdese, con un induista.

Si notino le mie facce a volte stanche e stravolte, e gli sguardi allibiti o sospettosi degli interpellati…)

 

Possibile che mi invento sempre progetti artistici in cui mi trovo a fare mille mansioni più uno?

Per questo progetto: ideazione, progettazione, ricerca risorse umane, regia, videoinstallazione, musiche, performance, ideazione vestito, allestimento, segreteria, antropologa, globetrotter genovese, comunicatrice….!! certo che se ci fosse stato un budget adeguato alla vastità di questo progetto avrei potuto fare solo le già tante cose di mia competenza, ma essendo un budget ridotto all’osso mi sono dovuta prodigare in ogni direzione!… ma che dire, oggi – e non solo oggi – in Italia per far nascere dei progetti devi prendere tutto di petto e combattere sino all’osso, perchè altrimenti non li fai e tutto tace (soluzione che potrei adottare presto).

Per cui ancora una volta ho dovuto spingere il piede sull’accelleratore e dedicare anima e corpo alla realizzazione di questo progetto, ringraziando pure le tantissime persone che mi hanno aiutato ed hanno collaborato, perchè senza di loro sarebbe stato ancora più difficile, se non impossibile.

 

 

per maggiori info sul progetto, e il materiale in progress che a poco a poco vi verrà pubblicato, vedi il sito e blog: thefingerandthemoon.net

oppure qui sul mio sito

94. Performance e workshop a Cantù per ‘Corpi Scomodi’

Dopo la delusione di Genova (v.post) ho passato momenti duri, sia per il morale, sia per il fisico, ma soprattutto perché papà ha avuto una grandissima operazione e dopo un mese e mezzo è ancora in clinica, e sia per me che per mia madre è stato un periodo di molta ansia e molto stress, anche se siamo state brave a farci forza e a sostenere la tensione e trasmettere la positività. Ma entrambe (e lei è magnifica ma ha la sua età) un po’ a turno, crollavamo, per poi rimetterci in sesto.
La famiglia prima di tutto. Anche se giro il mondo, quando c’è bisogno io ci sono, o almeno faccio il mio meglio (non sempre è totalmente apprezzato, ma pazienza).

 

Una nota positiva in questo periodo un duro e sofferente (anche se però è stata molto dolce la relazione con papà e la ripresa affettuosa del nostro rapporto che in passato aveva avuto punte di nervosismo e di incomprensioni) è stata la due giorni di Cantù nell’ambito del Festival ‘Corpi Scomodi’, un festival di performance urbane organizzato da Mondovisione e curato da Filippo Borella.

 

I ragazzi sono stati molto bravi. Hanno invitato e spesato molti artisti, trasformando la piccola ma ricca città di Cantù in un teatro di azione di vari progetti interattivi e performativi in dialogo con la città.
Ho visto molti progetti interessanti, conosciuto persone molto simpatiche, dormito benissimo un paio di notti in un fiorito (‘la finestra sul giardino’ si chiama …) bed and breakfast che mi avevano prenotato, mi sono divertita sia nel fare la performance che il workshop (eravamo in pochi ma mi ha dato una soddisfazione molto grande vedere come i partecipanti hanno goduto intensamente la cosa), ho avuto successo e complimenti … Insomma, una bella piccola ricarica in un periodo un po’ faticoso, e questo ci voleva! (Naturalmente, io che appena posso ho bisogno di natura come il pane, ho trovato anche il tempo per andare a fare il bagno in un piccolo laghetto vicino graziosissimo – il lago di Montorfano, che vi consiglio davvero).

 

 

“L’intervento che ho pensato per ‘corpi scomodi’ è concepito come un workshop e una performance di gruppo che coinvolge le persone del territorio. Mi interessa estendere alle persone la possibilità di diventare protagonisti di un’opera e di una performance. Mi piace pensare che la performance sia ‘amplificata’ divenendo un’opera in cui agiscono simultaneamente con me molte altre persone.

 

Il concetto che ho scelto di sviluppare in maniera ‘collettiva’ a Cantù riguarda il mio progetto in divenire ‘The Slowly Project’, dove si analizza, in maniera poetica e provocatoria, la dimensione frenetica e veloce della vita quotidiana, divenendo, attraverso il corpo e l’interazione con la città, icona e simbolo di altro.
Mi diverte l’idea di creare un folto gruppo di persone che attraverseranno con me la città di Cantù muovendosi a rallenti, mi immagino questa nube di persone che, come apparizioni, attraversano la città in maniera rarefatta e quasi surreale. E mi interessa, come al solito, l’interazione con il territorio e la città.

 

Perché corpi ‘scomodi’? Intanto perché fare questa performance è molto ‘scomodo’ e faticoso: camminare perfettamente a rallentatore implica un lavoro di controllo e contrazione dei muscoli piuttosto difficile, che richiede molta concentrazione e strategie fisiche che insegnerò nel workshop. Il corpo dell’artista diventa scomodo per diventare un segno visibile per gli altri.

 

Inoltre il concetto di scomodo si può applicare al concetto di lentezza: a volte è scomodo prendersi il proprio tempo, il tempo del silenzio e del proprio centro, sembra un qualcosa difficile da permettersi, ma a volte proprio solo da questa provocazione scomoda e rarefatta sembra possibile trovare pienezza.”

 

LIUBA,  giugno 2012

 

 LIUBA, The Slowly Project – performance collettiva e workshop, Cantù, giugno 2012

 

 

 

E’ un po’ di tempo che mi interessa un’arte che più che opera è processo e progetto, e che diventa parte integrante e attiva della vita delle persone.

 

Ho cominciato a lavorare uscendo dalle gallerie ed entrando ‘nel territorio’ 13 anni fa, cominciando nel 1999 quelle che ho chiamato ‘urban interactive performances’, e in quest’ultimo periodo mi interessa sempre di più sviluppare la parte interattiva e relazionale, e coinvolgere attivamente le persone nella performance.
Mi interessa tantissimo non solo comunicare emozioni ed idee e concetti ed estetica a un pubblico, ma anche fare in modo che il pubblico esperimenti dentro di sè il coinvolgimento emotivo, fisico, energetico e mentale che occorre per fare le performances, vivendosi dal di dentro l’azione.

 

Per fare questo ho deciso di proporre un workshop propedeutico alla performance, aperto a chiunque voglia partecipare alla performance. “Nel workshop i partecipanti faranno un lavoro su di sè, sul proprio corpo, sulla propria capacità di resistenza e di concentrazione. Si avrà la possibilità di vedere dall’interno come funziona la preparazione energetica e fisica per una performance, e di avere la possibilità di prendervi parte il giorno dopo”.

 

L’esperienza è stata molto bella e interessante, soprattutto mi ha colpito la contentezza delle persone che hanno partecipato alla performance, poichè agire a rallentatore nel mezzo della vita quotidiana implica un lavoro su di sè di meditazione, di energia, di controllo del corpo, dei muscoli e dei movimenti, che diventa come un rito purificatorio e uno strumento di conoscenza di sè per chi vi partecipa.
La gioia che ho avuto, non solo nel fare la performance e provocare reazioni nella città e nel pubblico, ma anche per la felicità di chi ha partecipato, è stata davvero grande.

 

 

92. La Notte dei Musei annullata, The Finger and the Moon #3 solo rinviato

Questo è il testo che ho diffuso alla mia mailing list e sul sito di Artribune per comunicare l’annullamento della Notte dei Musei e l’impossibilità di fare performance. Desidero convididerlo anche con voi. Di seguito il Comunicato stampa. E per sapere le emozioni, la storia, la preparazione, leggete  il post precedente.

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The Finger and the Moon #3 di Liuba (NET) a cura di Alessandra Gagliano Candela è stato un lavoro organizzato da un anno e preparato in ogni dettaglio per culminare in una performance collettiva a Genova durante la notte dei musei di ieri sabato 19 maggio alla chiesa sconsacrata di S. Agostino, appartenente all’omonimo Museo.

 

Per l’occasione un lavoro sul territorio lungo mesi aveva radunato persone di diverse fedi religiose che si sarebbero unite all’artista Liuba in una performance artistica collettiva di meditazione di culture di tutto il mondo. Questo evento, che avremmo dedicato come atto collettivo e risposta pacifica alla violenza di Brindisi, è stato bloccato per la decisione del ministero di annullare la notte dei musei.

 

La performance sarà rimandata e la rifaremo ancora più grande e con ancor più partecipanti, e la dedicheremo alla tragedia di Brindisi e all’opposizione contro il terrorismo di tutti i tipi.

Ma annullare la Notte dei Musei ieri facendo tacere la cultura, non ci è sembrata la scelta adeguata.

 

 

La bellissima abside vuota della Chiesa di S. Agostino a Genova, dove era prevista (e poi c’è stata più avanti) la performance

La curatrice Alessandra Gagliano Candela in un momento di stanchezza

 

 

 

COMUNICATO STAMPA

 

 

THE FINGER AND THE MOON #3
performance collettiva

 

di Liuba (NET)
a cura di Alessandra Gagliano Candela

 

SABATO 19 MAGGIO h. 22.30
EX CHIESA DI S.AGOSTINO, GENOVA

 

 

Il giorno 19 maggio 2012 alle ore 22.30 in occasione della “Notte dei Musei 2012” nella Chiesa sconsacrata di Sant’Agostino a Genova, parte del complesso museale omonimo, avrà luogo la performance di Liuba (Net) “The Finger and the Moon #3”. Terza tappa del progetto incominciato nel 2007 all’Opening della Biennale di Venezia e proseguito nel 2009 in Piazza San Pietro in Vaticano, curato da Luca Panaro con una trasmissione in streaming in gallerie in tutto il mondo,  la performance che avrà luogo a Genova, ne costituisce uno sviluppo importante ed originale.
“The Finger and the Moon” riflette, infatti,  sulla spiritualità nella nostra società, sull’affinità tra le diverse forme di preghiera, sulla libertà religiosa e il rispetto per ogni forma di religione, sulla limitatezza e la pericolosità del fanatismo e della chiusura al dialogo. A “The Finger and the Moon #3”, prenderanno parte esponenti delle più diverse confessioni religiose, che mediteranno insieme in una performance-rito collettivo.

 

L’evento, curato da Alessandra Gagliano Candela, è stato preceduto da quasi un anno di lavoro di mappatura sul territorio, svolto dall’artista e dall’antropologa Barbara Caputo, che hanno stabilito un rapporto diretto con le diverse comunità religiose presenti, coinvolgendo direttamente gli abitanti della città  ad esse appartenenti .

 

La chiesa di S. Agostino, contenitore ricco di storia e di vissuto, si presta particolarmente alla realizzazione di questa performance-rito di grande impatto emotivo e concettuale: al suo interno una videoinstallazione presenterà i video delle due precedenti tappe, mentre le persone appartenenti alle varie confessioni procederanno ciascuna con la propria preghiera lungo la navata dell’antico edificio religioso.

L’artista Liuba indosserà per l’occasione un nuovo abito-opera, frutto della collaborazione tra lei e la stilista Elisabetta Bianchetti come nelle due precedenti tappe.

 

Integrano il progetto un sito web apposito ed un blog multireligioso e multiculturale che ne supportano il divenire (http://www.thefingerandthemoon.net/), servendo anche da piattaforma per un eventuale dialogo tra le comunità e i partecipanti al progetto. Alla performance faranno seguito una pubblicazione ed una mostra negli spazi del  Museo.

 

 

Liuba (NET) è il nome che Liuba ha scelto per mantenere la sua identità di artista, ma anche per evidenziare e ringraziare il network di persone che collaborano, supportano, assistono e contribuiscono ai suoi progetti, senza i quali il lavoro non sarebbe possibile.

 

In particolare per THE FINGER AND THE MOON #3 : Adelmo Taddei, Direttore del Museo di S. Agostino, Gianna Caviglia, Comune di Genova,  Alessandra Gagliano Candela, curatrice del progetto, Barbara Caputo, antropologa, Elisabetta Bianchetti, stilista e produttrice dell’abito, Pat Veriepe, web developer , Chiara Parmiggiani, per il fundraising, Francesca Agrati, assistente dell’artista e Claude Caponetto, per le traduzioni.

Un grande grazie ai donatori:P. Alessio Saccardo, per il suo generoso contributo che ha permesso di cominciare a realizzare tutto. DanieleCabri e Nadia Antoniazzi, Annalisa Cevenini, Cecilia Freschini, Francesca Agrati, per il loro sostegno non solo economico.

 

 

PER PARTECIPARE ALLA PERFORMANCE e’ NECESSARIO VENIRE ALLE PROVE GENERALI DI VENERDì 18 MAGGIO, ORE 18, DENTRO ALLA CHIESA DI S.AGOSTINO O, SE IMPOSSIBILITATI, TROVARSI NELLA CHIESA DI S.AGOSTINO ALLE ORE 20 PRECISE DEL 19 MAGGIO, GIORNO DELLA PERFORMANCE.

 

 

Notte dei Musei 2012 Museo  di Sant’Agostino, Piazza Sarzano, 35 R – 16128 Genova
Tel. 010 2511263 ; fax 010 2464516 http://www.museidigenova.it/

 

 

Con il pastore Valdese

 

con i pastori anglicani

 

riunione preparatoria

91. The Finger and the Moon #3… e il blocco

 

Ce l’avevamo quasi fatta. Avevo lavorato, per il progetto della performance collettiva a Genova (v.post precedente), con un team che comprendeva la curatrice, l’antropologa, il direttore del museo, la stilista, la webmaster, il traduttore, qualche donatore … I fondi erano irrisori per l’entità del progetto e la fatica di fare tutto quasi a costo zero è stata immensa per tutti, specialmente per me e la curatrice che abbiamo dovuto fare le magie per coprire anche ruoli che non ci competevano, data l’impossibilità di pagare persone esterne, però siamo riusciti a portare a termine ciò che avevo ideato. E poi l’aiuto delle persone di Genova, che è stato affascinante e fondamentale.

 

Insomma, alla fine ce l’avevamo quasi fatta. E avevamo coinvolto molte persone per fare la performance collettiva con me. Molte persone di diverse etnie e diverse religioni, come era la mia visione e il sogno che nutrivo nella mente. Il lavoro di contattare le persone, spiegare la performance e invogliarli a partecipare è stato uno dei più faticosi, ma anche il più affascinante. Un’arte che va in strada, nel territorio, fra le persone, che è vita, carne, contatto, ricerca, relazione … Ecco cosa cercavo. E tutto ciò stava accadendo. Ho avuto contatti con persone musulmane, buddhiste, protestanti, evangeliche, ortodosse, ebree, sikh, baha’i, cattoliche, africane. Avevamo documentato questo lavoro sul territorio con foto e video, per la successiva mostra, grazie anche all’aiuto di due giovani artiste genovesi che sono venute in giro con me, Elena e Luisa.

 

Pochi giorni prima della performance si viene a sapere che il museo non solo non ha luci per illuminare la chiesa gotica, ma nemmeno l’impianto audio. Salti, giri, richieste, apparizioni e fortuna ci aiutarono a risolvere anche questo problema, e all’ultimo riuscì a sistemare lo spazio come lo desideravo, con la video proiezione, le due musiche, le luci soffuse nella navata … è stato un duro lavoro di equipe, e tutto si stava risolvendo grazie all’aiuto di tutti … Anche della mia assistente Francesca che venne apposta da Milano il giorno della performance per portarmi il vestito/opera (v. foto qui sotto), che aveva avuto qualche problema dallo stampatore ed era pronto – a Milano – solo il giorno precedente.

 

 

Ce l’avevamo fatta. Io ero esaurita, con otite curata ad antibiotici e cortisone, l’ultima settimana avanti e indietro fra Milano e Genova (anche per problemi familiari che mi preoccupavano assai), ore di telefono per coordinare tutte le persone e rispondere alle domande tecniche di chi partecipava, preparazione psichica e fisica alla performance, gestione della regia collettiva, ma l’energia stava salendo, il venerdì abbiamo fatto le prove generali nella chiesa sconsacrata di Sant’Agostino (ma quanto è bella!) con alcuni dei partecipanti, e tutti eravamo emozionati. sarebbe stata una sinfonia di credo, meditazioni, azioni, interazioni, emozioni, immagini. Eccoci.

 

Ci siamo. Mancano poche ore. E’ il 19 maggio, la Notte dei Musei, e il nostro progetto-evento-performance era parte del programma della notte dei Musei di Genova, alla chiesa del Museo S. Agostino. Ma succede un attentato a Brindisi. Violenza. L’Italia che è sconvolta. Una ragazza uccisa.
Io subito che penso – e Alessandra la curatrice ha pensato in contemporanea lo stesso – di dedicare il nostro lavoro, la nostra performance, la nostra meditazione collettiva  con persone di diverse fedi religiose, alla memoria di questa ragazza, all’opposizione alla violenza. Ancora di più tutti eravamo emozionati, e fare questa performance era un segno. Il nostro segno. Erano le nostre energie che desideravano fondersi, mostrarsi, anche levarsi contro, ma in pace, in positività, in arte.

 

E invece poche ore prima dell’inizio, nel pomeriggio, si diffonde la notizia ufficiale che il ministro ha bloccato la Notte dei Musei in tutta Italia. Ha fatto tacere la cultura. Ci ha tolto la voce. Ha vinto la logica della violenza. E vedere bloccato tutto è stato l’ennesimo controsenso che si esperimenta qui in Italia, dove già resistere è difficile, già continuare a lottare è duro, dove cercare di creare dei sogni è quasi utopia, e poi quando ci si è quasi riusciti, tutto si spegne per motivi quasi soprannaturali.
E’ stata una ferita forte.
Forse non mi sono ancora ripresa.

 

The Finger and the Moon  #3 non sarà annullato, solo spostato. ma bisogna riorganizzare tutto e ricontattare tutti, e ritrovare il tempo, l’energia, il coordinamento delle persone e la voglia di dare corpo anima cuore settimane e mesi per realizzarlo di nuovo … Abbiamo bisogno dell’aiuto e del sostegno di tutti voi. La performance si farà dopo la metà di settembre in data da definire, chi vuole avere info può lasciare un segno qui o mandare un email

 

 

LIUBA, The Finger and the Moon #3, mantello da indossare per la performance, composto da 40 foto scattate a New York di chiese e templi di varie religioni e stampate su tessuto, 2012. Foto e composizione: LIUBA, realizzazione mantello: Elisabetta Bianchetti

 

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v. il comunicato stampa e l’email che annuncia l’annullamento

 

 

 

90. A Genova per preparare The Finger and the Moon #3

Appena rientrata in Italia e dopo qualche giorno di catalessi (ma perché sono sempre spompata? Certo, direte, faccio molte cose, ma a volte neanche poi tanto, oppure sì??) e di dormite ininterrotte causa fuso orario e annessi e connessi, mi sono dovuta subito catapultare mente corpo e cuore a Genova per l’ultimo slancio realizzativo del progetto ‘The Finger and the Moon #3“.
Era più di un anno che l’avevo concepito e visto nella mia testa, e poi deciso come e dove realizzarlo.
E da allora ho lavorato per concretizzare e dare realtà a questa visione stampata nella mia testa.

 

Una delle cose più caratteristiche e speciali del fare arte è il fatto di far diventare reale qualcosa che è immaginario, è il miracolo di trasformare un pensiero, idea, emozione, in un qualcosa di tangibile, dare realtà, ossia realizzare. Questo è il creare. Dal niente all’oggetto – o al progetto – dall’invisibile al visibile, e per compiere questo tragitto lo sforzo è spesso immenso, a volte titanico (almeno per me lo è proprio). Chi non realizza non sa cosa vuol dire. Si possono avere mille idee, si può passare il proprio tempo a pensare e programmare, ma è solo realizzando che si tramuta la realtà e si crea. Ma quanta energia ci vuole! Di pensare sono bravi tutti, di avere belle idee sono bravi in molti, ma è il realizzare le proprie idee che fa la differenza, e pochi ci riescono.

E questo progetto, che implica la partecipazione di persone di varie fedi religiose della città, da coinvolgere nella performance collettiva prevista nella Chiesa Sconsacrata del Museo Sant’Agostino, richiede energie organizzative e artistiche davvero infinite.

 

Ho passato molti giorni in questa bella città (quanto è stata piovosa e umida però in questo periodo!), ospitata un po’ dal gentilissimo amico servas Carlo, che ha aiutato e collaborato in maniera generosa ed essenziale, e un po’ nella casa per artisti che il Comune di Genova mi aveva messo a disposizione nella zona del Ghetto, vicino a via del Campo (una delle canzoni che più amo di de Andrè!).

Il lavoro era andare in giro per le comunità delle varie fedi religiose e chiedere alle persone se volevano partecipare con me a una performance collettiva in cui ciascuno pregava nella sua maniera, formando un coro di voci multireligiose. Non è stato facile presentarsi dalle persone e spiegare il progetto e poi spiegargli come partecipare se avessero voluto… Ho avuto accoglienze entusiaste, ed altre di totale chiusura (ricordo che alla Sinagoga e in nessuna altra comunità ebraica mi fecero entrare), e ho intrapreso, con l’aiuto di due assistenti, un’antropologa, la curatrice e amici vari, un lavoro capillare di informazione nella città.

 

Tutta la parte preparatoria di questo back stage, è stata documentata, dove possibile.

E’ stata un’esperienza umana straordinaria.

 

LIUBA, The Finger and the Moon #3, Backstage photos, Genova 2012

 

 

89. Rocambolando per l’Italia

Di solito,da anni e anni, quando finisco una performance ho una stanchezza tale e anche lo scarico della tensione e di tutta l’energia accumulata e usata, che dormo e larveggio per alcuni giorni, senza a volte riuscire ad alzarmi dal letto o a fare alcunché, e sono giorni in cui ti godi il non far nulla, in cui senti il corpo azzerato che sa come rimettersi in sesto, e da un lato ti senti beata e soddisfatta, dall’altra c’è sempre anche un po’ di tristezza e di interrogativo – del tipo: ma che senso ha tutto questo, tanto gran lavoro e poi cosa resta, ecc … – interrogativo che quando sei stanca come una larva può anche causare leggeri pianti depressi ma poi passa col rifiorire delle forze – bene, dicevo che di solito succede così, e il mio corpo va in catalessi per tre dì …

 

Ma questa volta il giorno dopo della performance al Grace Exhibition Space ( v. post) corrispondeva al giorno prima dell’aereo, e invece di poter restare a far niente tutto il giorno, dormire, vedere amici e vagare per New York o magari sdraiarsi a central park, ho dovuto sforzarmi quasi piangendo perché non avevo forza alcuna, per liberare la mia camera, fare le valige (compreso fare alcuni miracoli per fare stare tutte le cose), andare a fare un’ultima foto della moschea per il progetto delle religione che mi avevano detto essere verso 30th street o giù di lì, e uscire con un mio caro amico appena rientrato a New York dopo mesi che non c’era …
Troppo per lo stato larvale del post performance. E non scherzo. E’ il fisico a non esserci. Cambio faccia, divento pallida, non riesco a muovere gli arti ma li trascino, tendo a stare solo orizzontale, il pensiero è più lento di una lumaca, e di solito piango per un nonnulla, e il cuore batte a tremila per lo sforzo. So che sapete cosa intendo. Energie residue -100.

 

Non era una bella sensazione non dare al tuo corpo e alla tua mente ciò di cui ha bisogno, e tantomeno pensare di attraversare l’Oceano e di andare altrove, e di chiudere per ora con questa parte di mondo. Io non sono per niente brava con i distacchi. Sia con le persone che con i luoghi. E paradossalmente forse per questo mi muovo molto e viaggio, per poter ritornare da chi ho lasciato, in un vortice quasi perverso di pezzettini che ti si staccano dentro. E naturalmente infatti avevo voglia anche di rientrare in Italia, con le persone care che mi aspettavano, e finalmente un cibo decente, e una camera un po’ più larga (qui a Manhattan vivevo stretta come in un sandwich), e il progetto a Genova che si avvicinava e che avrebbe catalizzato tutte le mie forze per il prossimo mese … ma no, lasciatemi riposare per almeno una settimana, poi riparto. E invece l’aereo è lì, come un laccio al collo, e poi non sarebbe possibile rimandare, perché ho le scadenze italiane … e nemmeno è possibile partire senza fare i bagagli e dividere cosa mi porto e cosa lascio (lascio sempre alcune cose a New York che non mi sto a portare avanti e indietro, e che mi fanno sentire ‘casa’ quando torno … ). Non è possibile prendere l’aereo senza le cose (e tra vestiti per tre stagioni, tecnologia, materiali, libri, beautycase ben equipaggiato e le tante paia di scarpe necessarie, il gioco non è di quelli essenzialmente leggeri …

 

Distrutta, amebica, post performance, piangente dalla spossatezza, mi trascino a fare tutto, e poi alla sera mi sveglio pure e passo la nottata fuori col mio amico Ish (e poi mi dico vabbè, è l’ultima nottata a New York e mi sforzavo anche se ero fuori del melone dalla stanchezza … ).
Che dirvi, il giorno dopo metto la sveglia dopo poche ore, finisco di impacchettare tutto (devo anche correre a comprare un’altra valigia, e per far prima ci vado in bicicletta, compro un valigione enorme che persone gentili mi aiutano a fissare sulla bici e pedalo sino a casa con sta cassa di valigia in bilico sul manubrio … Insomma faccio tutto, prenoto taxi collettivo, faccio le ultime telefonate agli amici, e mi trovo al JFK dove per un motivo o per l’altro non mi riesco a rilassare nemmeno lì (tanto per cambiare qualche disfunzione imprevista dell’Alitalia, tipo caricarsi il valigione perché era l’unica compagnia aerea che non aveva il tapirulan per il check in.
 
Prendo il volo. Adoro però l’aereo. Perché quando sei lì ciò che hai fatto hai fatto, un luogo diventa passato, e quello in cui vai è ancora futuro e non sta nella tua testa, quindi la testa è libera di volare, è leggera, è presente nel presente, è vigile, è paziente. E naturalmente quando arrivo a Milano, con le 6 ore perse nel fuso orario e una giornata in cui la notte non esiste e non hai dormito per due giorni, ecco che mi trascino da Malpensa verso Milano verso il taxi verso via Bramante verso il mio letto (anzi il divano letto della cucina) e mi incollo lì per due giorni e notti consecutivi, senza sapere nemmeno dove sono dove vivo e chi sono.

88. La performance al Grace Exhibition Space. Dietro le quinte e qualche foto

 

Avevo deciso di fare un lavoro sul cibo.
Lo decido perché è la summa di un’esperienza pluriennale del mio stare qui a New York, oltre a un’esperienza pluriennale di interesse alla qualità del cibo, al mangiare bene e alla cura naturale. In più qui in America più che altrove, il cibo – come tutto – è oggetto di marketing sfrenato e tutto fa capo ai soldi. Ho vissuto e pensato e sperimentato tantissimo su questo argomento e fatto riflessioni composite per molti anni. In più questa volta, arrivando a New York a gennaio, ho cominciato subito a fare una serie di fotografie centrate sul rapporto col cibo. Per cui ora era proprio giunto il momento di parlare di questa cosa, e parlarne voleva dire usare il mio linguaggio, e fare un’azione di performance mista con foto e testi, dove ho messo tutto ciò che volevo dire, che sentivo, pensavo e comunicavo. (Credo che noi artisti creiamo cose perché non siamo capaci di esprimere con un linguaggio comune la sottigliezza delle cose che vorremmo esprimere, e allora ti devi trovare un linguaggio appropriato per comunicarlo).

 

Ovviamente avrei potuto fare al Grace Exhibition Space un lavoro già preparato e già sperimentato, dove non avrei avuto la vertigine dei tempi della creazione e dei tempi stretti della scadenza, ma sapevo che questo nuovo “Food Project” era ciò di cui avevo esigenza ORA di fare e che lo dovevo assolutamente fare in America, perché è stato incubato qui, e il linguaggio che voglio usare ha senso qui. E sempre un po’ sacrificandomi per l’arte e per esprimermi, mi sono messa in questa gara di preparare e inventare tutto per tempo (e poiché a New York le cose accadono, ma tutto è veloce, ho avuto la conferma della data solo un paio di settimane prima e non si sarebbe potuta rimandare più in là, perché dopo dovevo prendere un aereo …).

 

A volte invidio un po’ le persone che lavorano nel teatro. Loro producono degli spettacoli, impiegano le risorse per molto tempo, poi però per magari un anno, o comunque moltissime repliche, vanno in giro a portare quello stesso spettacolo già preparato. Almeno la fatica della preparazione ha i suoi benefici e viene diciamo, sfruttata … Invece per noi non è così. Nell’arte contemporanea, e nella performance, ogni evento è unico e irripetibile. Ogni performance è un qui ed ora, hinc et nunc, irripetibile. A volte ho impiegato anche anni a preparare dei progetti (v. per esempio la complessa performance ‘The finger and the Moon #2’) e poi la fai una volta sola. Poi impiego pure molti mesi per lavorare ai video. E basta. Fine. Il lavoro rimane. E’ esposto. Viene visto, ma non si ripete. A volte ciò mi frustra un po’. Eppure poi sono io per prima che lo scelgo: infatti quando mi invitano a ripetere le performances, io di solito non lo faccio. Al limite, se mi interessa, parto dal progetto ma lo modifico adeguandolo al territorio e allo spazio. Credo proprio che una delle differenze più sostanziali tra la performance art e il teatro sia proprio questa ‘unicità’ versus la ‘ripetibilità’, la presenza dell’esserci Vs la recitazione di qualcosa. Non dico una è meglio una è peggio. Sono solo sostanzialmente diverse (tanto è che nel passato mi offrirono più volte di ‘recitare’ a teatro, ma non ne sono minimamente capace né mi interessa, perché riesco solo a fare ‘me stessa’ ed esprimere ciò che sento in quel dato momento).

 

Cosa ho fatto per la performance a Brooklyn? Ho creato una videopresentazione con le – belle – foto fatte in questi mesi newyorkesi sul cibo, sul marketing, sui dollari e la fame. Poi ho scritto dei commenti poetici alle foto che ho messo in parallelo nel video e ho mandato il video, grande, a tutta parete, durante la performance, con la funzione di contrappunto e dialogo con l’azione live, in quanto ciò che facevo con le azioni era spesso in contrasto e contrapposizione con ciò che la gente vedeva nel video. E, sia giocosa che professionale, precisissima, ma ironica, mentre andavano le immagini e le riflessioni, ho cucinato live per 30 persone. I puri, perfetti, decantati e amati spaghetti col sugo fatti a regola d’arte (ovviamente, dato che sono italiana), di quelli da leccarsi i baffi e che in America non sanno cosa sia ma che adorano anche con i surrogati, e poi ho invitato il pubblico a condividere il cibo, a fare festa, a fare banchetto. Perché il cibo è anche incontro, e non solo sfruttamento, è socialità, e non solo biologia, è dono e non solo marketing. Ho voluto appositamente portare lì una parte importante della mia italianità, il rapporto col cibo e la socialità ad esso connessa. Avevo il bisogno di dichiarare la mia identità e la mi appartenenza. In modo evidente, ma non banale.
Ancora per una volta la mia performance era un dono, perché mi sono spremuta come un limone per un mese, ho dato ogni mia fibra (compreso lo stress della stanchezza) e come spesso accade non ho preso il becco di una lira, ma il senso del dono del cibo e del darsi e dell’offrirsi era anche uno dei sensi del lavoro.

 

(P.S. Per cucinare cotanta roba al Grace Exhibition Space ho letteralmente smontato la cucina dell’appartamento in cui vivevo nell’East Village, e devo essere grata a Fred, il mio padrone di casa, per avermi lasciato usare e trasportare attrezzi vari e pure la sua cucina a piastre elettriche …
Inciso: – consiglio a tutti gli aspiranti performer e artisti di essere maschi o mascolini principalmente, o fare molto sollevamento pesi, perché così si riescono più facilmente a sgroppare tutti i materiali che occorrono perchè si fa una fatica boia (io sono robusta in molte cose ma la forza nelle braccia no, non ce l’ho proprio, e o stramazzo o devo chiedere aiuti vari a destra e a manca o a pagamento …) – fine dell’inciso.

 

 

Ecco alcune foto
The Food Project. Performance, texts, photos   © LIUBA 2012  – Grace Exhibition Space, Brooklyn, NYC

 

 

 

 

 

87. Montreal/New York e performance ‘to do list’

Rientro a New York da Montreal con emozioni a palla: il distacco che sempre fa male, tanto più perché è stato un distacco di pochi giorni insieme, passati nella burrasca, e quando il mare è tornato liscio e trasparente era ora di partire. E partire voleva dire non solo andare a New York, ma poi dopo riattraversare un oceano e sei ore di fuso orario e tornare in Europa, in Italia, e sentire la frattura della nostra distanza moltiplicarsi.

 

Rientro a New York e ho una nuova performance imminente, con la dose di incognita, imprevisto, fatica e lavoro che mi aspetta. Già da parecchio la stavo preparando, ma gli ultimi giorni sono sempre i più densi  – quelli dove non ti puoi permettere deroghe, perché se c’è una cosa da scegliere e da preparare, la devi scegliere e preparare da un momento all’altro, e non puoi andartene a dormire o passeggiare, nemmeno se sei molto stanca (e la fatica sta proprio in questo costringere il cervello il cuore e la fantasia al lavoro anche se ti chiedono di riposare …).

 

Rientro a New York da Montreal e dopo poco rientrerò in Italia, non so più di dove sono e a chi appartengo. Un po’ ne ho voglia e un po’ no, un po’ non vedo l’ora di ritornare a una modalità di vita che mi appartiene e mi manca, così come non vedo l’ora di vedere la mia famiglia e le persone care, ma al tempo stesso non sono pronta ad andare via da qui, tutto è troppo veloce e ho bisogno di più tempo. O di vite parallele. E’ come se le vite scorressero parallele in più luoghi, e mi ci vuole tanto tempo per ciascuno.

 

Faccio le 12 ore di pullman per New York con queste emozioni contrastanti, intense, struggenti. Arrivo a Manhattan distrutta e senza nemmeno il tempo di riposare o di ascoltarmi. La “to do list” per la performance incombe e, chi realizza cose lo sa, mi ero fatta un calendario improrogabile per farci stare tutto ciò che dovevo fare e che occorreva ultimare – finire il video, decidere le immagini, comprare i materiali, trovare arnesi, rivedere i testi, scegliere i vestiti, ecc … pazzesco come lavorare con la performance sia a volte lavorare a 360 gradi – tra qui e l’ora della performance, e ogni deroga non era concessa.

 

Mille equilibrismi per fare tutto … Mi sentivo come l’elefante di Union Square …

 

Miquel Barcelò, Grand Elefandret

85. Manca solo una settimana … e foto templi …

Come molti di voi già sanno, sto lavorando da più di un anno al nuovo step del progetto ‘The Finger and the Moon (che sarà il #3), e si terrà a Genova il 19 maggio di quest’anno (non vi preoccupate, rientro in Italia per tempo, anzi un mese prima e mi piazzerò a Genova per mettere a punto tutto il lavoro di preparazione e di coinvolgimento delle persone … Intanto però qui a new York ho trovato ispirazione per fantastici preparativi anche per questo progetto!).

E’ un ampio progetto che comporta un lavoro di equipe, e che coinvolgerà moltissime persone in una performance collettiva.


Nel frattempo, come regalo in anteprima (ah, se accedete al sito e fate una anche pur piccola donazione, riceverete in cambio dei lavori firmati del progetto … E spero con tutto il cuore che ne rimarriate contenti!)
come regalo in anteprima, dicevo, vi metto alcune foto della serie sui templi/chiese che sto facendo qui a New York.
Enjoy! (come dicono qua per quasi tutto, e a me piace molto questa espressione).

 

   
  
Liuba – The Finger and the Moon #4 – new photo series (all right reserved)

 

 

*AGGIORNAMENTO:  queste foto della serie The Finger and the Moon #4  sono state usate anche per formare, stampate su tessuto, l’abito della nuova performance The Finger and the Moon #3. che avrei fatto a Genova pochi mesi dopo (v. The Finger and the Moon Project)

 

69. Il video “Senza Parole”

Nel frattempo qui a New York ho finito di mettere online il video Senza Parole che ho ‘ritirato’ dalla Biennale di Torino (v. post) e mandato la newsletter (dovevo farlo prima di partire ma non ce l’ho fatta, e poi nessuno mi correva dietro d’altronde … ).

 

 

 

 

 

The video comes from LIUBA performance at the entrance of the Italian Pavillion at Venice Biennial 2011.

 

The Italian Pavillion 2011 was very controversial and discussed. The curator, active more in the Politics than in the Contemporary Art, asked to 100 of Italian ‘known’ people to invite their one best loved artist to the Venice Biennial Italian Pavillion. The result was a show with no curatorial logic and full of any kind of works and styles.
Many of the Italian Art-World people criticized this Pavillion. LIUBA expressed her disagreement in an ironic way, distributing flyers at the entrance of the show, as giving the explication of the exhibition. Except that the flyers were white, blank. Empty.

 

Interesting, as usual in LIUBA’s works, people reactions: many react automatically when receiving a flyer, many don’t want it, many other take it without reading, some were thinking Liuba was a Biennial Hostess and asked practical informations, and many people perceived and enjoyed the performance as well.

66. Il Supermerkato di Torino

So che siete curiosi di sapere com’è andata alla Biennale di Torino, molti mi hanno chiesto il resoconto e le mie opinioni, ed eccomi qui, con calma in una giornata nevosissima in montagna (scrivo in un posto con larghe vetrate ed è bello vedere grossi fiocchi scendere da ore e ore, e vedere incicciottirsi lo strato di neve sui pini, sulle case, sulla strada e sulle macchine … ).

 

E’ il momento adatto per fare il punto della situazione, finalmente mi prendo un bel break, riposo e ripensamento su tutto. Spesso continuare ad andare avanti a fare l’artista non è proprio una cosa facile, e dopo tanto lavoro (a volte con risultati gratificanti, a volte meno) è necessario prendere un po’ di distacco dal mondo dell’arte ( … non dalla creatività).

 

Se devo essere onesta, anche la Biennale Torinese di Sgarbi ha contribuito a stancarmi e non è stata per niente gratificante, anzi pure un po’ deprimente, vedendo il modo in cui vengono fatte le cose (d’altronde non è che mi aspettavo niente da questo evento) e come sono trattati gli artisti.
La prima emozione che ho provato è stato di sforzo vano e di stress per nulla in cambio, ed irritazione per tutto. Ma veniamo ai dettagli.

 

Innanzi tutto era da quando mi avevano invitato, più di un mese prima della vernice, che, sia io che la mia assistente, abbiamo detto più volte che avrei esposto un video e chiesto se c’era l’attrezzatura appropriata, ma sino all’ultimo momento non abbiamo ricevuto risposta. Come sapete dalle puntate precedenti, non ero molto convinta di partecipare, anzi non ero convinta affatto per quanto riguarda la natura e la modalità dell’evento, ma ho ritenuto interessante partecipare per dire, con un’opera, la mia opinione e la mia perplessità. L’arte è anche un modo di comunicare, e cosa c’è di meglio che parlare con il proprio lavoro? Così, invece di rifiutare l’invito, ho preparato il video ‘Senza Parole’ e ho partecipato in maniera critica e dialettica, cosa di cui sono soddisfatta e orgogliosa … (Ma lo sforzo è valsa la pena? … ).

 

Pochi giorni prima dell’opening vengo a sapere in maniera definitiva che ogni artista si deve ‘arrangiare’, quindi per il mio video non c’è niente (“Ha un quadro o una scultura?” Era questa la domanda che mi sentivo ripetere da chiunque mi contattava o contattavo – e già questo la dice lunga sull’attualità di questa mostra … ).

Quindi dovevo portare a Torino la mia attrezzatura e lasciarla in mostra per due mesi, secondo il calendario. Ero fuori di me dal nervosismo per questa situazione: portare il mio videoproiettore e il computer (meno male che ho un secondo computer più vecchio)? comprare un monitor da lasciare lì? Già cominciavo a dare i numeri e andai a Torino, nei giorni dell’allestimento, tesa come una corda di violino (fa anche rima … ).
Per fortuna è proprio la prima volta che mi capita di essere invitata a una mostra dovendomi portare la tecnologia per esporre, e francamente spero sia anche l’ultima.

 

Arrivo alla sala Nervi, spazio meraviglioso e gigante, senza nemmeno sapere se c’era almeno una presa per ricevere la corrente e una posizione adeguata. Sono stata fortunata perché sono stata accolta in maniera molto gentile e professionale dalla ditta di allestitori che si occupava di montare tutte le opere arrivate (dicono un circa mille opere). L’architetto mi ha seguito nell’allestimento e abbiamo creato uno spazio sufficientemente buio, con una parete fittizia, per allestire il video con il videoproiettore (mio, che mi ero portata da casa!) e il loro elettricista ha risolto tutti i problemi di connessione e allacciamento per l’elettricità. Bene – ho pensato – almeno questa è fatta, e non mi sono dovuta stressare (al contrario invece di moltissimi altri artisti che, portando le loro opere, pretendevano di essere messi nello spazio più in vista di tutti e si litigavano le locations … Forse perché a me non me ne importava granché, ho avuto il trattamento migliore – così mi disse pure l’architetto … ).
Bene dunque per l’allestimento e gli allestitori, ma l’enorme quantità delle opere e gli abissi di qualità tra una e l’altra, e l’effetto vetrina-totalmente-riempita-di-un-negozio-dove-non-vedi-più-cosa-c’è-dentro, mi lasciava molto perplessa, anzi attonita.

 

Ero sempre meno convinta di avere un effetto benefico dal partecipare a questa mostra … ero pure un po’ inquieta, anche e soprattutto per il mio videoproiettore – anche se mi avevano assicurato che c’era un’assicurazione per le opere – lo avrebbero acceso correttamente? (nonostante avessi appiccicato le istruzioni per colui che l’avrebbe manovrato), l’avrebbero addirittura acceso o se lo sarebbero dimenticato? (visto che era l’unica videoproiezione di tutte le mille opere … ) e se si fulminava la luce?

Vabbè, ci penserò su, finito l’allestimento torno a Milano e ritorno sabato per l’opening ufficiale, facendo mille salti mortali per incastrare tutto con i tanti altri impegni.

 

Cosa devo dirvi? qualche opera interessante c’era, ma era tutto uno sopra l’altro, c’era di tutto e di più, non un minimo di ‘concetto curatoriale’ nè un criterio espositivo e selettivo … C’era solo questa idea sbandierata in lungo e in largo di arte per tutti, arte senza limiti, mostra come un imbuto dove metter di tutto e poi il pubblico sceglie … Molti artisti erano al settimo cielo di essere presenti e di essere esposti, per qualcuno era davvero gratificante, per altri molto meno, dipende da cosa cerchi, chi sei e cosa vuoi, no?

 

Io posso essere d’accordo in linea di massima sul concetto di far uscire l’arte dalle poche gallerie monopolizzanti, ma ho trovato questa mostra e tutta l’operazione un grande sfruttamento dell’arte e degli artisti fatta a scopi pubblicitari  e politici. Scusate la franchezza, ma mi sono davvero irritata, non c’era nè catalogo nè il nome degli artisti partecipanti, solo una grande eloquenza intorno al nome di Sgarbi e della sua ‘democratica’ operazione. E vedevo con rammarico stuole di artisti che si sono pagati la spedizione di opere enormi e pesanti da ogni parte di Italia, a loro spese, pur di partecipare e di dire: io c’ero alla Biennale di Sgarbi … A me sembra l’ennesimo modo di trarre profitto dal lavoro degli artisti e di ricevere gratis e senza troppo sforzo un grande ritorno sfruttando il lavoro degli altri. Boccaccia mia statte zitta, ma questo è ciò che penso e sapete che nel mio blog sono sempre sincera.

 

Rispetto al cento per cento gli artisti che credono in queste operazioni, quelli che sono stati contenti e che hanno avuto una opinione positiva e gratificante, rispetto il concetto di voler fare qualcosa fuori dalle logiche delle gallerie potenti e dai ‘soliti noti’, però lasciatemi dire che io  non trovo minimamente il senso di mostre come queste. C’erano così tante opere accumulate una sull’altra, e tante sale, e tanto freddo (non era stato acceso il riscaldamento durante l’opening e nemmeno durante l’allestimento!!) che non era possibile vedere tutti i lavori, e men che meno capire perchè erano lì.

 

Devo anche riconoscere che la mia partecipazione ‘critica’, col video della mia performance al Padiglione Italia alla Biennale di Venezia che ironicamente si beffava di questa esposizione, non mi è sembrata potesse ricevere la necessaria attenzione, perché il contesto era del tutto inadatto alla fruizione di quel lavoro.

Così  HO DECISO DI TOGLIERE LA MIA OPERA dalla mostra, lasciare la mia parete vuota (portarmi a casa il proiettore!) e pubblicare il video su vimeo e su you tube … (chi me lo faceva fare di stare là in mezzo col mio lavoro e in più rischiare di perdere un prezioso videoproiettore per questo supermerkato dell’arte?).

 

ECCO, solo quando la mia amica Flavia di Torino, che è andata gentilmente a prendermi il mio lavoro e tutto il materiale, mi ha scritto “missione compiuta!”  MI SONO FINALMENTE SENTITA SOLLEVATA!!

E se volete vedere il video ritirato … eccolo qui, liberamente fruibile per tutti su vimeo e youtube

 

 

LIUBA, Senza Parole, performance e video, Biennale di Venezia 2011, videostills

 

 

 

 

The video comes from Liuba performance at the entrance of the Italian Pavillion at Venice Biennial 2011.

The Italian Pavillion 2011 was very controversial and discussed. The curator, active more in the Politics than in the Contemporary Art , asked to 100 of Italian ‘known’ people to invite one best loved artist to the Venice Biennial Italian Pavillion. The result was a show with no curatorial logic and full of any kind of works and styles.

Many of the Italian Art-World people criticized this Pavillion. Liuba expressed her disagreement in an ironic way, distributing flyers at the entrance of the show, as giving the explication of the exhibition. Except that the flyers were white, blank. Empty.

Interesting, as usual in Liuba’s works, are people reactions: many react automatically when receiving a flyer, many don’t want it, many other take it without reading, some were thinking Liuba was a Biennial Hostess and asked practical informations, and many people perceived and enjoyed the performance as well.

65. La Biennale di Sgarbi…

Sono stata invitata a partecipare alla mostra del Padiglione Italia –  Biennale di Venezia che si terrà alla Sala Nervi di Torino organizzata da Vittorio Sgarbi.

 

In un primo momento sono rimasta basita, poiché ho apertamente espresso cosa ne pensavo di quest’operazione attraverso una performance sottile e ironica ma molto critica, che feci proprio a Venezia all’ingresso del Padiglione Italia, intitolata Senza Parole.

 

Ma come, ho pensato, sono proprio matti, mi invitano a partecipare a questa mostra quando io non ho nemmeno esposto al Padiglione Italia di quella Biennale e addirittura li ho criticati facendo una performance a sorpresa! Non ci capisco proprio nulla!

Oppure hanno visto o saputo della mia performance, e proprio perchè gli è piaciuta mi hanno invitato? Allora, in questo caso, sarebbero piuttosto intelligenti!

 

Rimasi parecchio tempo indecisa, mi informai bene, e poi decisi di accettare l’invito, e di approfittare dell’occasione per esprimere le mie idee col mio lavoro, presentando PROPRIO il video di questa performance, che come una forsennata mi ero buttata a capofitto a montare per renderlo pronto ad hoc per questa mostra, prima di partire per Miami.

 

E così, ciò che vedrete in mostra, in prima assoluta, sono il video e le foto nate dalla performance alla Biennale dal titolo  ‘Senza Parole’.
Ho lavorato molto per preparare il video in tempo, ma non potevo partecipare altrimenti che con questa opera in tema e in relazione ‘dialettica’ all’evento.

 

 

 

 

 

Questo è il video integrale.

per vedere altre foto della performance clicca qui

64. La città i colori le poesie e le opere

Questi sono brevi pensieri nella nebbia e nel grigio della Pianura Padana d’inverno, dopo il mio rientro da Miami, pensieri arrivati soprattutto oggi venerdì 16 dicembre, uscita in macchina per commissione urgente dato che c’è sciopero dei mezzi.

Un caos terrificante, e soprattutto tanta fuliggine dappertutto. La mia macchina, solo dopo poche settimane dal lavaggio, è nera a chiazze, con pulviscoli di smog per ogni dove, e quando guidi vedi tutte le altre macchine, e le cose, e i teli, e gli edifici, tutti ricoperti da quella stessa schifosa patina di grigio inquinamento – e che poi naturalmente ti domandi che effetto fa nei tuoi polmoni quando respiri.
La situazione diventa ancora più deprimente quando ti rendi conto, e oggi ho OSSERVATO attentamente, che nessuno usa dei colori, che tutti per lo più vestono di grigio scuro, nero, blu scuro marrone scuro, uniche macchie chiare sono di colori sporchi tipo beige panna o grigio chiaro.
Le case sono per lo più grigie, le macchine sono per lo più grigie, le strade sono tutte grigie, pure le facce delle persone sono grigio smorto.

 

Io per puro istinto, senza pensarci nemmeno su (dato che è un periodo che non me ne frega molto di come vesto e di cosa metto), indosso sempre cose colorate, con una sinfonia di colori primari o secondari o comunque puri, saturi. Credo sia un bisogno essenziale, un cibo che il mio occhio necessita come un affamato, per non impazzire. E mi dico, ma perché questa città, e molte altre città, sono codificate sul grigio? Perché i colori sono estromessi dalla vita cittadina, oggi ho guidato un paio d’ore nel traffico per andare dall’altra parte di Milano, e sempre osservando attentamente, tutto ciò che mi entrava negli occhi era triste e deprimente. Le forme, i non colori, il caos.

 

Io ho bisogno di colore negli occhi! Ho bisogno di bellezza, di armonia. Tutti abbiamo bisogno di colori!! E perchè nessuno indossa cose colorate? Perchè la città non ha case, pali, panchine colorate? Magari con diversi tipi di colore, a seconda delle zone e delle funzioni, come si sa benissimo dagli effetti psicologici delle vibrazioni della luce da cui deriva la cromoterapia. Se fossi il sindaco – e mi sono immaginata anche nella pelle del nuovo sindaco di Milano Pisapia, che anch’io ho votato e che sono contenta di avere in questa città – dicevo, se fossi in lui farei un ordinamento in cui ordinerei a ciascun edificio di avere almeno un elemento colorato, e assolderei esperti di colore per tinteggiare gli arredi urbani con delle tinte che armonizzino il cervello e instillino allegria.

 

Con queste giornate deprimenti, in questo periodo italiano dove c’è un degrado di immaginario, di prospettive, di speranze, dove serpeggia solo un grande stress per riuscire alla meno peggio ad assolvere a tutte le funzioni base della sopravvivenza e della routine (a volte in questo periodo pesantissimo anche per me, non riesco a trovare il tempo o l’energia per fare una spesa decente, per mangiare bene, per comprarmi il liquido delle lenti che mi serve, per telefonare a chi vorrei).
No, lo dico senza mezze misure, purtroppo ora la vita in Italia e soprattutto a Milano non mi piace proprio per niente. (E il mio viaggiare, a volte con fatiche e sacrifici non indifferenti, lo dimostrano).
Amo molte persone qui, e anche amo molte cose del mio paese, ma sono oberata dal grigio deprimente che incombe su tutto. E no, la vita è troppo bella e troppo corta per sprecarla nel gorgo dello stress e dell’inquinamento, e come sempre ho imparato che bisogna essere radicali e decisi e prendere le decisioni basandosi solo sull’amore (traducendo: amore per la vita, per la bellezza, per le nostre persone care, per ciò che si desidera, per i sogni. Sì, anche per i sogni. Non sembra ma sono importanti. Tanto importanti).

 

Mi vengono in mente due poesie che avevo scritto quando ero rientrata a Milano dopo 13 anni vissuti a Bologna, ossia a fine anni ’90, e da allora la situazione non è molto cambiata. Queste poesie fanno parte di una serie di testi, di performance e di quadri (la serie delle Mummie Vincenti) sul tema delle ‘scatole’ e della prigionia della vita nella nostra civiltà e sulla ricerca di uscirne e di liberarsi.

 

 

LIUBA, Le Mummie Vincenti, performance e video, Milano 2000

 

LIUBA, Le Mummie Vincenti, videoinstallazione con video di performance, scatole e resti di performance, Villa Serena, Bologna, 2000

 

POESIE

Chissà se a volte ci ricordiamo

di che colore hanno le foglie,

che profumo emana l’erba,
che fragore incanta il mare
che dolcezza ci modella la sabbia
com’è il vento quando ci scompiglia i capelli.
Viviamo in un mondo di plastica.
Pure i sentimenti sono di plastica.
E la lotta si fa dura.
Ci vuole molta fantasia.
—-
Chissà perché
ci siamo costruiti un mondo finto
dove i doveri
pesano come mattoni
sopra le nostre case
stanche
dove il denaro signoreggia
sui nostri desideri ormai sfiniti
sfibrati e assurdi
Chissà perché i profumi spariscono
tra le puzze del cemento e lo scarico
di gas nocivi
gli occhi diventano opachi e il respiro
segue i ritmi convenzionati.
Chissà perché. Non c’è una risposta. E’ solo pazzia.

 

Le Mummie Vincenti, serie di quadri, 1999 acetato di performance, acrilici e collage su tela, cm 50×50 ciascuno
 

P.S. in quel periodo dipingevo costruendo a mano col pennellino in acrilico tutte le belle letterine, non sono mica fatte con photoshop!!



 
 
 

63. Miami, hotel, spiaggia e feeding birds!

Chi ha letto i precedenti due post su Miami sa un pochino quanto difficili e stancanti siano stati i miei giorni a Miami per la Fiera. Solo gli ultimi due giorni mi sono però potuta veramente rilassare, godendo il clima fantastico (29-30 gradi e secco!) di questo luogo tropicale, la sabbia bianchissima e facendo dei bei bagni nell’oceano e in piscina, in questa stagione insolita (certo che lì non sembra davvero di essere in periodo natalizio, anche se qua e là ci sono decorazioni tra le palme! ).

 

Non è stato facile anche godersi tutto questo ben di Dio perché purtroppo la mia relazione sentimentale pazza da un capo all’altro del mondo è spesso causa di molto malessere e poco benessere, e di tutto ciò devo confessare che ne sono anche stanca e delusa. Però è stato bello passare gli ultimi due giorni al Catalina Hotel in South Beach, suggerimento datoci da Marilyn, dove per un prezzo irrisorio avevamo spiaggia privata, teli e sdraio, due piscine, di cui una sul tetto con i vaporizzatori, free drinks, airport shuttle, fre wi-fi … e una camera bianca e rossa da urlo con tanto di big tv al plasma. E’ pazzesco, per questi servizi strepitosi in Italia avremmo pagato centinaia di euro a notte e lì solo 35 dollari a testa! Questo è un aspetto dell’America che mi diverte, tutto è big e molto spesso tutto è alla portata, basta prenderlo o a volte cercarlo.

 

 

 

 

 

E sulla spiaggia estiva, seppur dicembrina, in questi ultimi due giorni di vacanza e riposo, dentro questo viaggio pazzesco, ho fatto una performance privata, dando da mangiare ai gabbiani che a fiotte si sono riversati su di me. Tutto è documentato per puro caso, perchè Mario nel frattempo ha scattato una serie di belle foto, che mi piace mettervi qui e perchè no? la considero una mia performance a tutti gli effetti.

Ricordo ancora la magia di quella luce arancione, l’arrivo a fiotte di quei gabbiani giganti e il loro canto nell’aria…

 

LIUBA, Feeding Birds, private performance, Miami beach, Dec. 2011 (photos: Mario Duchesneau)

 

 

62. Art Basel Miami Beach … il quasi arresto per la performance

Continuo a ricevere messaggi curiosi che vogliono sapere come è andata a Miami e che cosa ho fatto … Ed eccomi qui a raccontarvi tutto e a mandarvi un po’ di immagini. Sono stati 9 giorni di fuoco, di emozioni, di delusioni e di fiamme, per fortuna finite e ritemprate da un bagno fantastico nell’Oceano e dagli ultimi due giorni di sole rigenerante.

 

Devo riconoscere che sono partita per Miami con l’idea di fare una performance piuttosto semplice ma anche piuttosto ‘disturbante’, sebbene ironica o forse nemmeno tanto … diciamo che mi interessava enormemente fare un’azione che mettesse in risalto il carattere effimero e piuttosto schiacciante del sistema dell’Arte con l’ A maiuscola, quello del potere, dei tanti soldi e delle gallerie superstar, che è rappresentato forse con la potenza più esplicativa proprio ad ART BASEL MIAMI, che a detta di tutti sta diventando – o è diventata – il polo catalizzante di tutta la cream del mondo dell’Arte. Quasi ancor più dell’Armory Show di New York e della stessa Art Basel, mi dicono. Diciamo che volevo usare Art Basel Miami Beach come materiale del mio lavoro e come paradigma di un sistema potente e spesso effimero in sè stesso.
Però già prima di partire sapevo che questo lavoro che andavo a fare poteva essere un po’ disturbante, e che potevo essere bloccata o interrotta dopo poco … ma dato che il caso e la sorpresa e il contesto sono alcuni degli ingredienti fondamentali del mio lavoro e ciò che mi interessa approfondire, sono partita ugualmente alla carica …e anche un po’ allo sbaraglio perchè le mie condizioni psico-fisiche erano piuttosto provate dal trambusto del viaggio e della logistica.

 

 

 

Vi ho già raccontato nel post precedente del nervosismo galoppante, della stanchezza allucinante e dell’arrabbiatura del viaggio, e di come sia arrivata alla casa in cui ero stata invitata dagli italiani con i nervi a fior di pelle. Mi ero portata dei lavori piccoli in valigia, attentamente imballati, e dei video, da esporre in questo spazio americano (è molto grande, mi avevano detto, porta tutti i lavori che vuoi e i video!) e poi mi sarei dedicata alla mia performance a a vedere le mostre in giro per Miami. Forse sarebbe arrivato anche Mario da Montreal, avevo piacere e paura al tempo stesso di vederlo, anche perché non sapevo bene nemmeno io dove avrei dormito e in che situazione, a parte i giorni in cui sarei stata accolta calorosamente da Marilyn.

 

Non vi sto a tediare col racconto catastrofico dei primi tre giorni, la persona che mi aveva invitato aveva fatto un sacco di casini e tutto era diverso da ciò che mi aveva detto. Ho vissuto delle emozioni tristi e interiormente faticose. Problemi con l’ospitalità e problemi con lo spazio della mostra. La situazione non mi piacque affatto, e nemmeno mi interessava più, così decisi che non valeva la pena esporre con loro e di dedicarmi solo alla mia performance e a qualche giorno di vacanza. In realtà ero arrabbiatissima sia con loro che con me per questa situazione, con loro perché mi avevano dato informazioni vaghe e piuttosto diverse dal vero, con me perché sono una entusiasta e credulona, e avevo aderito a qualcosa di cui già i giorni prima della partenza avevo ‘nasato’ che era organizzata poco bene.

 

 

Sembra che in America il sistema dell’Arte sia sia abbondantemente ripreso dalla breve crisi dell’anno scorso e tutta Miami si è riempita di ricchissimi collezionisti con yacht e aerei privati alla caccia di acquisti forsennati. Ed è pazzesco come tutti, chiunque, in ogni dove, cerchi di esporre e di tentare la fortuna che qualche ‘buyer’ gli compri a peso d’oro le sue opere … E’ impressionante e forse un poco nauseante. Durante Art Basel, oltre alla Fiera principale al Convention Center, c’erano ben altre 22 fiere … Oltre a queste 22 Fiere, Art Basel, arte pubblica sparsa nella città, c’erano caterve di loft e capannoni industriali nella zona di Wynwood – che è il nuovo quartiere delle gallerie, prima chiamato ‘design district’, e in cui era situato lo spazio dove avrei dovuto esporre anch’io – con ogni tipo di artisti, di opere, di pastrocchi, di kitsch, di opere di dimensioni monumentali, di saltimbanchi e imbianchini, tutti a cercare di farsi vedere e di esporsi ed esporre e poter farsi comprare.

 

Certo, alcune cose belle le ho viste – eccellente soprattutto lo spazio enorme della collezione Margulies, davvero incredibile, sia per le opere, sia per la location, sia per la cura dell’esposizione. Lì mi sono davvero emozionata. (guarda il sito)

 

“Marty Margulies has collected one of the most expansive and impressive collections of contemporary art in the world. Although the warehouse does not look like much from the outside, inside it houses not only an immaculate collection of sculpture and installations, but an archive of photography and priceless pieces.
Any art lover will recognize everything from Barry McGee to original Jasper Johns. The most impressive thing about the Margulies Collection is the diversity and foresight. They have large scale installations, paintings, video art dating back into the eighties before the movement. Sometimes they even have performance pieces on display”

 

 

 

Ho naturalmente visto altre opere ottime e altre buone, sia nella Fiera che in altre location, però l’impressione generale è di un grande luna park divertimentificio e macchina-per-spremere-i-soldi che mi ha lasciato estremamente perplessa, o irritata o abbacchiata, come se ci fosse una ruota del lotto che premia alcuni artisti e altri no, e dove chiunque può prendere delle lastre di plexiglass, metterci degli scarabocchi, dire che è arte e trovare chi le compra a peso d’oro. Beh, forse esagero, ma spesso la sensazione è questa qui e anche nella fiera principale, con gli artisti già affermati. Basta vedere lo stand di Gagosian, o delle altre few top galleries, pieno zeppo di gente come se si fosse nel quartier generale del Presidente o a colazione da Tiffany, per vedere che il valore delle opere esposte è per lo più dato dal plus valore di chi le espone … non è certo una novità, si sa come funziona il sistema dell’Arte – e non solo quello dell’arte – e non ho scoperto l’acqua calda, ma vedere tutto ingigantito in quelle dimensioni è come avere una grande lente di ingrandimento, e vedere davvero bene …

 

 

E’ in questo turbinio di emozioni e di sentimenti (accentuate anche dal fatto che Mario era arrivato ma come al solito litigavamo tutto il tempo per cose banali ed ero come se fossi esasperata da tutto e da tutti … ) che arrivò il giorno in cui avevo deciso di fare la performance: il sabato, giorno di un’affluenza inverosimile.

 

Avevo già fatto il sopralluogo il giorno dell’opening, e avevo deciso che avrei cominciato la performance nell’ingresso della Fiera e nella Hall dove la gente passa prima di accedere agli stands veri e propri. Questo per una questione logistica di struttura, di materiali e di funzionalità.

Ho deciso di portare a Miami, per completarlo ed esaltarlo, il nuovo lavoro che avevo cominciato questa primavera nella rassegna di performance alla Naba curata da Marco Scotini e Giacinto di Pietrantonio  (The invisible web of the italian Art System v.post e foto): costruire una ragnatela di fili invisibili che avvolge cose persone e spettatori, visualizzando in questo modo il labirinto del sistema dell’Arte e la sua capacità di prenderti nella morsa, e magari imprigionarti, oppure  bloccarti i movimenti … Un filo invisibile come invisibile è il web dell’Art System, invisibile ma a volte asfissiante come una ragnatela.. .

 

A Miami ho cominciato a tessere questa ragnatela legando il filo a una colonna dell’ingresso principale, per poi andare avanti e intanto, ad altezza busto perché non fosse pericoloso, dipanare la matassa del filo, coinvolgendo architettura e persone.

 

 

 

The performance The invisible web of the Art System at Art Basel Miami has started!

 

Ma non feci che poco più di un minuto di performance che una guardia mi si scagliò addosso prendendomi il filo e strappandolo coi denti gridandomi se ero pazza.
Allora delicatamente mi diressi all’indietro verso il primo grande atrio dell’entrata e lì ricominciai a tessere la mia ragnatela legando il filo a un altra colonna e procedendo tra la gente, quand’anche qui fui interrotta da un guardiano e poi a raffica arrivarono lo show manager, un poliziotto, una direttrice della sicurezza e non so chi altro, gridandomi come forsennati che ero pazza e che mi avrebbero portato in prigione.
… Io gli dissi che era una performance … loro diventavano sempre più aggressivi, erano fuori di sè come se io fossi un attentatore con una bomba pronta ad esplodere addosso … C’era una guardia in particolare che mi guardava con due occhi pieni di odio, e diceva che voleva portarmi in prigione per quello che avevo osato fare … (vi rammento che mi hanno bloccato dopo circa un minuto).
Era un po’ come Davide contro Golia, the “Big System” che si scagliava contro di me. Una macchina gigante che si scaglia contro un micro elemento che gli dà fastidio. Certo, forse in fondo in fondo avevano ragione, forse poteva creare scompiglio (è ciò che volevo, no?) o forse anche poteva essere pericoloso (però ero conscia di stare bene attenta e tiravo il filo in basso) ma esemplare è stato il commento della mia amica Marilyn, che era venuta per vedere la performance e che la sa lunga, in quanto vive a Miami da più di 30 anni e ha diretto un importante albergo: questa fiera fa girare SO MANY MONEY che non possono nemmeno concepire che succeda un minimo incidente o un fuori programma, perché avrebbero dei guai di immagine che farebbero finire questo bengodi … (questo è il succo di ciò che ci ha detto, tradotto con parole mie).
Quando finalmente mi hanno ‘liberato’ e lasciato uscire dall’edificio, la guardia più cattiva mi sibilò: e se tu o i tuoi amici (nel frattempo avevano visto il cameraman e Mario che faceva le foto e Marilyn che mi difendeva) osate farvi rivedere dentro THIS BUILDING, you will go to prison immediately!

 

 

 

 

 

Il giorno dopo, quando la Fiera non c’era più, tornai all’edificio, e ho tessuto da sola una ragnatela di fili invisibili nel quale sono stata imprigionata … la ragnatela esiste ugualmente, la performance pure, anche se alla Fiera è stata bloccata. D’altronde il mio lavoro si basa essenzialmente sul caso e su ciò che le mie azioni performative provocano.

 

 

 

 

 

 

 

LIUBA, “The invisible web of the Art System”, performance, 2011 (photo credits: Mario Duchesneau)

 

Se volete sapere i precedenti della partenza, la decisione improvvisa e il viaggio allucinante, leggete il post precedente

55. La mostra ad Art Verona e riflessioni varie

Sdraiata al parco. Domenica. Mi godo il non far niente. Sono così stanca che non ho nemmeno voglia di chiamare le persone care. Sono rientrata ieri da Verona. E’ stato bello, mi sono divertita e pure ‘lusingata’, ho respirato aria buona e goduto i riflessi romantici della città sul ponte pietra, vicino a dove abitavo, ospite di una simpaticissima servas (vi ho già parlato di servas e non lo rifarò qui!). Verona è stata affascinante, coi suoi riflessi di luce sinuosi e romantici sulle rive del fiume, su cui si levano i ponti e il castello. Un fascino sensuale e ossigenante mi ha trasmesso questa città, quasi fosse una delicata sirena respirante sull’acqua.

 

La mostra curata da Cecilia Freschini intitolata ‘The Mystical Self” era molto bella e anche ben allestita, con una serie di grandi schermi al plasma collocati circolarmente, in cui era possibile vedere in contemporanea tutti i lavori presentati in mostra.

Il mio video ha riscosso molto successo e naturalmente sono contenta. Le fatiche che ci sono dietro a tutti i miei lavori sono molte, ma in particolare questo video è stato frutto di una preparazione di due anni per la performance e la sua organizzazione (poichè tra l’altro era vista in streaming in diretta in una serie di gallerie nel mondo espressamente e pubblicamente collegate all’evento) più quasi un annetto per il montaggio e la regia del video finale, che è un’installazione a due canali, qui presentata in un monitor solo, per ovvi motivi di logistica. Mi piace comunque lo stesso, il lavoro visto con il monitor diviso nei due canali dei due video. Per cui fa molto ma molto piacere avere apprezzamenti, stimola e aiuta a proseguire. La strada come sappiamo non è facile, e a volte impervia, ma la gioia e il piacere che se ne ricava è impagabile. In particolare mi ha commosso una giovane artista che è rimasta così toccata dal mio lavoro, cogliendone il nocciolo, che mi ha contagiato con le sue emozioni e il suo entusiasmo, e la ringrazio, ripagandomi delle mille fatiche che questa ‘scelta vivendi’ comporta, scelta vivendi che è comunque necessaria come l’aria che respiro.

 

 

 

Inoltre a Verona è stato un tripudio di cene mondane ed eventi, che ci volevano, dopo la vita austera di questo mese a Milano (è strano, quando sono a Milano, poiché – lo ammetto – mi annoia quasi tutto quando esco nei locali, faccio a volte una vita quasi da eremita, passando la maggior parte del tempo a lavorare in studio e un paio di giorni alla settimana a insegnare). E’ anche per questo che ci torno, ci sto un po’ e poi me ne riparto di nuovo, come dovrei fare anche quest’inverno.

 

Mi sto accorgendo che ho parlato di ‘vita da eremita’ a Milano sotto alle foto della performance sulle religioni … mi fa quasi strano. Non è questo il luogo dove trovare riferimenti su questo lavoro (ci sono due bellissimi testi critici, uno di Luca Panaro e uno di Mark Bartlett che potete trovare qui), però posso dirvi che ho cominciato a lavorare a questo progetto molti anni fa, anche perché mi interessa molto il lato spirituale della vita. A volte, o forse spesso, mi sento e sono molto mistica, e ho sempre ricercato molto in varie religioni e vie spirituali, accettandole tutte e trovandone le affinità nelle verità essenziali dell’uomo (ed è uno dei motivi per cui è nato questo progetto).
E devo dire che in un certo qual modo, e dico forse una parola grossa, ma me lo perdonerete vero? (e poi qui in questo blog sono onesta, ormai lo sapete), in un certo qual modo, dicevo, per me fare arte e perseguire questa via è quasi una missione, o comunque lo svolgimento del mio pieno senso dell’esserci al mondo … Ve l’avevo detto che erano un po’ di parole grosse, però sono vere, e mò ve le beccate. E’ proprio così, per me l’arte è qualcosa di molto profondo e un modo, modesto, limitato, imperfetto, che ho di dare qualcosa al mondo e agli altri. Sì, una vera e propria missione …

 

Sono parecchio stanca oggi, anche perché ieri mattina sono partita da Verona in tutta fretta (certo, ho potuto dormire sino alle 10, cosa per me essenziale, però avrei voluto girovagare un po’ di più per i colli della città, visto la splendida giornata e visto che era sabato), sono piombata in autostrada e ho dovuto affrettarmi per arrivare a Milano alle 2 del pomeriggio, in tempo per iniziare a fare la mia lezione di Storia dell’Arte all’Istituto Paolo Frisi, sezione serale. Sebbene insegnare mi piaccia anche, almeno nella sua dinamica di trasmettere cose che amo alle persone e nel lato umano della questione,  sono totalmente insofferente per ogni burocrazia e ogni orario, e non riesco a resistere a lungo, e in un modo o nell’altro, mi allontano sempre dalla scuola, perché seppur un po’ di dindini mi fanno comodo, non riesco a sentirmi limitata della mia libertà, e inoltre il bisogno di viaggiare e di spostarsi nel mondo è anche lui, così come l’arte, importante come l’aria che respiro.

 

(E letteralmente sempre più spesso parto perché i miei polmoni hanno bisogno di respirare un’aria migliore di quella milanese, che riesco a tollerare per un massimo di una settimana tutta di fila … per esempio: l’altra settimana ho lavorato un casino e poi mercoledì me lo son preso libero e ho girovagato verso i laghi scoprendo una sponda del lago di Monate meravigliosa, ho fatto il bagno, mi sono rilassata, ho respirato, letto, parlato, e poi sono rientrata a Milano, contenta della mia dose di buon respiro settimanale, e pronta per durare un’altra settimana – e poi, tra un po’, però, ritornare a New York.)

53. Il comunicato stampa di Art Verona

In questo periodo sto cominciando a collaborare con degli assistenti, e mi sta piacendo molto … Oddio, è un gran lavoro questa selezione, perché ho ricevuto un sacco di offerte e proposte di persone che desiderano lavorare con me, e leggere i curriculum, fare colloqui e scegliere le persone non è stato facile, e ancora sono all’inizio e ho cominciato provando a collaborare con diverse persone e ciascuna con sue mansioni, ma intanto devo seguire tutto. Ho proprio voglia di non lavorare più da sola e di interagire con più persone. Il mio sogno è costituire un ‘dream team’ che parte dai miei progetti e poi si allarga, dove tutti hanno le loro mansioni, le loro competenze e i loro compensi. Per ora è molto in nuce, anche perché mancano le … entrate per poter gestire tutto al meglio, ma ho davvero voglia di proseguire in ‘gruppo’. Ho già alcuni collaboratori fidati per quanto riguarda le riprese, elemento fondamentale per il mio lavoro, e quindi già da un po’ ho selezionato con chi lavorare. Invece ora sto cercando di avere assistenti per la comunicazione e il web.

 

E, guardate un po’, in queste settimane e a parecchie mani, abbiamo preparato il comunicato della mostra di videoarte ad Art Verona, dove è presentato il mio video The Finger and the Moon #2 … eccolo qui, il primo comunicato che esce dal gruppo ‘liubapress’!!!

 

 

Dal 6 Ottobre LIUBA sarà presente ad ArtVerona e all’Archivio Regionale di Videoarte di Verona
con l’opera video The finger and the moon #2
nella collettiva “The Mystical Selfcurata da Cecilia Freschini

 

Il video a due canali “The finger and the moon #2” presentato in mostra è un’attenta indagine sociologica nata dalla performance svoltasi nel 2009 in piazza San Pietro a Roma.

 

L’operazione performativa alla base del progetto è una, la riflessione sulle principali religioni del mondo, evidenziando affinità fra differenti modalità di preghiera. L’abito utilizzato dall’artista, un esemplare unico creato assieme alla stilista Elisabetta Bianchetti, è un vestito in apparenza simile a quello indossato dalle suore cristiane, ma con diversi accorgimenti ‘multireligiosi’ che consentono a LIUBA di praticare contemporaneamente la preghiera musulmana e quella ebraica, la meditazione buddista, la spiritualità dei nativi americani e varie posizioni yoga-indù.
Piazza S. Pietro in Vaticano è un luogo insolito per tale tipo di operazione ma dal forte valore simbolico: durante la performance romana la polizia ha intimato a LIUBA di andarsene perché “non conforme alle giuste norme della preghiera …”.

 

Usa albero lampadine.jpg

 

LIUBA ha partecipato a collettive e personali in ambito nazionale e internazionale, ha presentato le sue performance ad Artissima Art Fair, PAC Padiglione d’arte contemporanea di Milano, alla Biennale di Venezia, ad Art Basel, The Armory Show a New York, Scope London. Lavora tra Milano e New York.

 

The Mystical self è a cura di Cecilia Franceschini curatrice indipendente da anni residente in Cina. Curatrice del padiglione cinese alla IV Biennale di Praga ha curato esposizioni al museo di Verona, a Palazzo Forti, alla Gam di Bologna in gallerie private. Scrive regolarmente su Flash Art International, Exibart on paper, Lobodilattice. Si occupa di arte contemporanea ed economia dell’arte e ha pubblicato libri e cataloghi per le più importanti case editrici specializzate. Vive in Italia e in Cina.

 

 

 

THE MYSTICAL SELF
a cura di Cecilia Freschini

Doppio allestimento, nei giorni di fiera all’interno del padiglione 7, e dall’ 8 ottobre al 6 novembre presso la Sala Nervi della Biblioteca Civica di Verona, sede dell’Archivio Regionale di Videoarte, per questo progetto, nato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura di Verona, a cura di Cecilia Freschini, giovane curatrice residente a Beijing, esperta di video arte.

 

Punto di partenza l’idea che anche il fare arte non sia più tanto una questione di significato quanto di essere; con una rassegna che intende coinvolgere e indagare la sfera trascendentale, che inevitabilmente tocca, in quanto persona, l’artista stesso.
Dal 15 al 29 novembre la mostra sarà ospitata presso lo spazio [BOX] Videoart project space di Milano.

 

 

Artisti (in ordine alfabetico), opere, didascalie

 

1.Resmi Al Kafaji, Armonia degli opposti, 2011, video, b/n, 2’ 40’’
2.Silvia Camporesi, Secondo vento, 2010, dvd video hd 16/9, color, sound, 4’17”
3.Matia Chincarini, Divine, 2008, video,1’51”
4.Hervé Constant, Hang ballet, 2006, video, 4’
5.Tung-Lu Hung, Nirvana, 2008, video,10’15”
6.Kensuke Koike, Miracle of Prophet, 2009, video loop
7.LIUBA, The finger and the moon #2, 2009/10, two channel video, 12’38’’ (performance in P.za S. Pietro)
8.Luca Christian Mander, Echo, 2009, dvd PAL, 2’30”, Courtesy Visual Container (MI)
9.Moataz Nasr, At death’s door, 2009, 3’16”, video projection, Courtesy Galleria Continua
10. Emeka Ogboh, Jos, 2010, video, 9’10’’
11. Ferhat Özgür, I Can Sing, 2008, video, 7’
12. Alessandro Rolandi, Born again? No, I’m not, 2011, video, 6’
13. Masha Sha, My Mother, 2007, b/n, video sound, loop, 6’50’’
14. Zhang Xiaotao, Sagya, 2011, animation, 806, Courtesy Stux Gallery (NY)

 

 

ArtVerona – padiglione 7 – Veronafiere
6 – 10 ottobre 2011

 

Biblioteca Civica – Sala Nervi – Via Cappello 43, Verona
8 ottobre – 6 novembre 2011

 

 Venerdì 7 ottobre – ore 12  – Talk: “Videoart: simbologia e spiritualità
8 ottobre – 6 novembre 2011

 

Intervengono: Erminia Perbellini, Assessore alla Cultura Comune di Verona; Agostino Contò, responsabile della Biblioteca Civica di Verona; Alessandra Arnò, co-fondatore di Visualcontainer; Hervé Constant, artista; Liuba, artista
scorcio alto.jpg

49. Le foto della rassegna di performance di Brema

Ciao condivido con voi questa bella foto che ho ricevuto da Anette, la curatrice della rassegna internazionale di performance a cui ho partecipato a Brema (v. questo post), che racchiude un’immagine per ogni performance presentata al Festival.

 

 

 

E il Programma:

 

 

 

 

 

48. La mia performance “Senza parole” alla Biennale di Venezia

Mi sono divertita tantissimo a fare questa performance e, oggettivamente, devo dire che sono stata brava. Era molto facile da fare, ma per farla bene occorreva una concentrazione non indifferente.

 

Mi sono vestita in maniera accurata e molto normale, un pochino da hostess, con pantaloni bianchi, camicia a volant blu e giacca blu, con dettagli rossi come la collana, lo zainetto, il rossetto, lo smalto.
Mi presento all’ingresso del Padiglione Italia, all’Arsenale, quest’anno curato da Vittorio Sgarbi, il venerdì, giorno dell’Inaugurazione ufficiale del Padiglione Italia. Ho uno zainetto sulla spalla e un pacco di volantini in mano. Sembro una hostess, o una rappresentante. Comincio a distribuire i volantini. Seriamente, assiduamente, professionalmente, gentilmente. Solo che i volantini sono bianchi. Nessuna parola. Nessuna lettera. Vuoti.

 

 

LIUBA, Senza Parole, performance e video, videostill, Opening Padiglione Italia, Biennale di Venezia, 2011

 

 
Non mi interessa ora dire o spiegare il significato, perché ognuno ci può vedere dentro ciò che vuole, e le derive di significati possono essere molteplici, (e inoltre odio parlare del ‘significato’ di un mio lavoro … se ne avessi le parole non farei il lavoro, no??).

 

Mi interessa invece registrare le reazioni delle persone.

La cosa divertente è che io distribuivo a raffica, come fanno i volantinari veri, che mettono in mano depliant o pubblicità, e le persone tendenzialmente reagivano di riflesso condizionato, come reagiscono ai volantinari: chi prende il biglietto senza neanche guardarlo, chi lo evita e si scosta, chi tende la mano perché lo vuole anche lui … molti incuriositi e speranzosi che ci fosse un testo di presentazione per il Padiglione italia. Ed in effetti la presentazione c’era … solo che era la pagina bianca!

 

Molte persone, accortesi del contenuto del volantino dopo averlo girato e rigirato nelle mani, si sono divertite un sacco, altre ci sono rimaste di stucco, altre mi chiedevano: ma che cos’è? Ed io professionalmente e seriamente dicevo: alcune riflessioni sulla mostra (oppure: la presentazione della mostra …) e molti gongolavano entusiasti dell’idea, altri non capivano, altri ancora rimanevano ‘senza parole’ … altri si conservavano felici il foglio. Sì perché il foglio bianco ha avuto una vita sua propria: chi lo conservava, chi lo rigirava, chi lo riceveva senza guardarlo nemmeno, chi lo voleva due volte, chi lo buttava nel cestino, chi me lo ha reso perché non c’era scritto niente, chi diceva: che bello, ci danno un foglio per fare note e scrivere i nostri appunti sulla mostra … !

 

Farò in seguito un video anche di questo lavoro*, anche se tra la folla a getto continuo che entrava non è stato facile fare le riprese per il mio cameraman ( e non vi dico chi era … ), ma tirerò sicuramente fuori un video interessante, breve e ironico. Lentamente, però, ci sono molti video in coda che attendono di essere finiti (e intanto sono assorbita, quasi troppo per i miei gusti, dal coordinamento con i curatori che invitano i miei video a varie mostre – per esempio quella che ora è a Roma al MLAC.

 

Alcuni amici sono stati così gentili, i giorni seguenti, di mandarmi qualche notizia sulle recensioni di questo lavoro, ed in effetti c’è un bell’articolo che vi segnalo su Artribune e un servizio piuttosto ampio sul Gazzettino del 6 giugno, di cui vi segnalo sia la versione online che quella cartacea che pubblico qui sotto (grazie di cuore all’amico artista Antonio Sassu che me l’ha scannerizzata e mandata!).

 

 

 

Ringrazio la giornalista Alda Vanzan per l’ottimo articolo e per la sua intelligente e ironica comprensione.
Questo lavoro ha tratto ispirazione da Manfred Kirschner, che ringrazio.

 

 
* AGGIORNAMENTO:
Il video l’ho poi montato poco dopo perchè me l’hanno chiesto a una mostra.
Più info sul progetto le potete vedere qui, dove potete vedere anche il video

47. Arrivo a Venezia, il pre performance day

Ritmo serrato. Un’altra performance. Sono a Venezia, inaugura la Biennale.
Bello essere a Venezia ma non ho voglia di casino. Non sono andata all’opening ai Giardini oggi, c’era una coda assurda e voglio stare tranquilla. E poi domani ho preparato una performance a sorpresa e voglio concentrarmi. Una performance come piace fare a me, mischiata tra le persone, mischiando la vita con l’arte, e quest’ideuzza che ho avuto pochi giorni fa è il mio modo di rispondere, come artista e col mio linguaggio, alla mostra organizzata da Sgarbi per il Padiglione Italia.

 

Sono qui a scrivere in una riva incantata, tra le Zattere e l’Accademia, in un deposito di Gondole su un canale, dove la Moldavia ha fatto il suo Padiglione. Molto semplice, un grill, del vino, le gondole ormeggiate, un’opera con le scarpe. C’è una luce eccezionale. Ho incontrato per caso Oxana e mi ha fatto piacere, anche se lei era impegnatissima perché era la curatrice del Padiglione Moldavo.

Farò una performance domani e oggi me la voglio  prendere comoda. Non ho voglia di andare in giro per mostre nè di stare nella confusione, ero passata anche ai Giardini (erano già le 17.00 però) e non sono entrata, troppa bolgia dentro, preferisco godermi la luce veneziana.
Siamo arrivati oggi verso le 2 a Cioggia, io e Mario, avendo trovato fortunatamente una camera per dormire a Chioggia attraverso un amico che abita lì. Nel viaggio ancora litigi stupidi con Mario (che dalle cose stupide emergano abissi che pescano dai nostri modi inconsci di percepire e di percepirsi è qualcosa che sto imparando e da cui sto cercando di difendermi … ). Sono un po’ triste perché questo rapporto non funziona, e perché lui è sempre nervoso. Il rapporto paradossalmente funziona quando non ci vediamo ma ci amiamo, e ci sentiamo a molti km di distanza … Era diverso sino a due anni fa, quando la distanza di un oceano non ci spaventava pur di vederci e cercare di vivere insieme.

Arrivati a Chioggia lui ha voluto rimanere lì, ed io ho preso il traghetto per Venezia, ed eccomi qui. Ora sono in giro da sola, la qualcosa non mi dispiace, perché il mio temperamento ha bisogno di solitudine e di meditazione per ricaricarsi e per creare (credo che questa sia una difficoltà comune a tutti gli artisti e per questo che le relazioni sono sempre un po’ difficili e burrascose … tanto più se gli artisti della coppia sono due … ), però ero sola anche quando eravamo a migliaia di km di distanza, per cui, che rapporto è che quando siamo insieme facciamo tutto da soli lo stesso?

 

Domani farò una performance semplice, ‘sottile’, che ho preparato con poco, ma, almeno nel mio intento, elegantemente polemica. Sono contenta di farla. Ancora una volta ho deciso di fare tutto ciò che mi passa per la testa, e visto che l’idea mi era venuta chiara, forte, e divertita, alcuni giorni prima dell’opening di Venezia, ho deciso di attuarla, anche per seguire la mia ormai consolidata tradizione di ‘performance a sorpresa’ all’opening della Biennale (cominciata nel 2003 col Cieco di Gerico).

 

Sono contenta di farla, anche perché è un mio modo di rispondere, agire e dialogare, usando il mio lavoro e il mio linguaggio, alle scelte fatte da Sgarbi per il Padiglione Italia alla 54° edizione della Biennale di Venezia.
La mia performance sarà sottilmente polemica, è un modo di parlare e dire il mio dubbio, o comunque far riflettere e porre domande sull’operazione. Non ho intenzione di fare un capolavoro, semplicemente di esprimermi col mio linguaggio e con i miei gesti per parlare agli altri. E chi accoglie accoglie. Anzi, per precisione,  per parlare all’Italia, dato che sono disgustata dai modi in cui viene gestita spesso la cosa pubblica, specialmente per la cultura e l’arte. Però non farò una cosa aggressiva, sarà una performance leggera, con la sua ironia, e un filo beckettiana …
La performance si intitola ‘Senza parole’ e nel prossimo post vi racconto come è andata (e magari vi mostro qualche foto … ).

 

LIUBA, Senza Parole, 2011, performance e video, Biennale di Venezia, Padiglione Italia

 

45. Viaggio a Berlino e performance

Dopo Bremen siamo partiti per Berlino.
Dico ‘siamo’ perché nel frattempo a Brema era arrivato anche Mario che mi ha raggiunto lì arrivando direttamente da Montreal e con l’idea di stare prossimamente in Italia. Era da alcuni mesi che non ci vedevamo perché dopo che finalmente avevamo passato un week-end bellissimo a New York per il mio compleanno, lui era partito per il grande Nord a fare un lavoro in mezzo agli Inuit a 2000 km nord di Montreal a 50 sottozero (ed io ero rimasta a New York ovviamente … ).
Anzi, se devo essere onesta, questa alternanza di lontananza e vicinanza a me ha fatto molto bene, e credo anche a lui,  perché ti senti al tempo stesso libera e legata a qualcuno, e inoltre mi sono dedicata intensamente e totalmente all’arte in quei mesi, e quando lo faccio mi sento bene come un papa. (Mi sembra quasi preoccupante: più vado avanti, più mi diverto a fare sempre arte e sto bene solo così! … ).
Non vi sto ora a parlare di me e di Mario, però devo confessarvi che ero piuttosto tesa quando ci siamo rivisti a Brema, perché l’ultima cosa che volevo era ricominciare a litigare, e non potevo nemmeno permettermelo, visto che ero lì per fare una mostra e una performance che erano molto importanti, e soprattutto per la performance live è impossibile per me farla bene se ho della tensione o del nervosismo …
Fortunatamente però è andato tutto bene … abbiamo cominciato a litigare soltanto a Berlino! 😀

 

Dunque, dicevamo, siamo partiti martedì in treno da Brema per Berlino, dove ci aspettava una simpatica famiglia di Servas dalla quale saremmo stati ospitati (vi ricordate che vi avevo parlato di Servas qualche post fa? http://liubadiary.blogspot.com/2011/05/41-on-road-again-hamburg-may-2011.html)
Loro si chiamano Mirko, Susanne e Rebekka, e li saluto e li ringrazio per il caloroso welcoming nella loro bella casa (per la prima volta ho dormito su un materasso ad acqua … e mi è piaciuto molto!).

 

Ero stata a Berlino giovanissima nel ’90, pochi mesi dopo la caduta del muro, ed ero stata impressionata dall’energia di sofferenza e di dolore che vi avevo respirato, percepivo la ferita che aveva tagliato la città e il dolore che era stato patito, e al tempo stesso sentivo le ribellioni di tutti quelli che si radunavano a Berlino come simbolo di lotta e resistenza … Ero stata magnetizzata da quella città, respiravo tensioni forti che mi facevano sentire viva, seppur in maniera tragica ( e a quel tempo ero piuttosto tragica … e malinconica, poi sono diventata, crescendo, più ironica e solare, che è la mia natura più vera).
Poi ero ritornata a Berlino una decina di anni fa, la città era totalmente cambiata, e seppur rimasi solo un paio di giorni per una mostra visitai le nuove opere architettoniche della ricostruzione, come il Sony Center in Postdamer Platz, il nuovo Reichstag, e rimasi affascinata da questo ricostruire e da questo rinascere.

 

Ma questa volta ho trovato una città totalmente trasformata , una città che è come se avesse rimarginato le ferite e quasi come se si fosse scordata di ciò che successe (anche perché ormai le nuove generazioni sono nate in una città libera e senza muro, e lo conoscono solo dalle storie, molto diverso invece averlo vissuto!).
Ho trovato una Berlino vitalissima, e questo lo sapevo e me lo aspettavo, ma anche una Berlino completamente piena di speranza, che risorge e rinasce e che emana contentezza e movimento da tutti i pori, come invece nel ’90 emanava sofferenza e depressione da ogni poro. E la mia felicità è stata grande nel sentire questo cambiamento attuato e questa speranza diventare certezza e questa città risorgere dalle ceneri totalmente.

Anche questa volta il mio stare a Berlino è stato di pochi gorni, per cui non ho girato tanto, ma è stato importante assaporare tutte queste sensazioni (e girare in barca sul fiume inondato di luce).

 

Ero a Berlino anche per partecipare a un festival di performance concepito come un lab dove artisti di varie parti del mondo interagivano tra loro e si scambiavano stimoli sul lavoro. E’ stato tutto preparato velocemente, ed io ho scelto una semplice azione performativa (presa dal mio precedente ‘Side by Side’) basata sul dualismo urlo-quiete e ho lavorato facendo interagire la mia performance con la performance di due artisti tedeschi: Albrecht e Utte.
Il Festival, che si chiamava Hunger Festival, era organizzato in diverse locations di Berlino per alcuni week-ends. Quando ci sono stata io si è tenuto a BLO atelier, un luogo molto affascinante, che era un deposito di treni dell’ ex Berlino Est. Un grande parco (e quel giorno migliaia di pollini fluttuavano come neve), alberi, fabbricati, depositi di treni in disuso, formavano una cornice interessante e stimolante, molto underground e molto berlinese. Devo dire che, avendo passato moltissimi anni ai miei inizi bolognesi in ambienti alternativi e underground, ora li sento un po’ passati per me, ma pur sempre ricchi e stimolanti.

 

Vi allego qui alcune foto della performance che abbiamo fatto come risultato del lab.

photos:  Luz Scherwinski

43. Brema, l’ospitalià e la performance

Sono arrivata a Brema da Amburgo giovedì sera. Anette, l’organizzatrice del Performance Festival, mi è venuta a prendere alla stazione e mi ha portato a casa sua, dove mi ha sistemato in un appartamento sotto il suo, completamente a mia disposizione, con bagno, cucina, giardino, e un sacco di delicati e dolci accorgimenti di benvenuto: la piantina di Brema con segnato il luogo della loro casa, una rosa del loro giardino sul comodino, frutta, succhi, pane formaggi tipici nel frigo.
Mi sono sentita commossa e riconoscente, e dolcemente viziata e cullata, e nelle migliori condizioni per rilassarmi e prepararmi pscicofisicamente alla performance di domenica.Quando ho preparato tutto per una performance, quando l’idea concettuale è pronta, i materiali scelti decisi e installati, la parte organizzativa più o meno finita, ecco che comincio l’ultima fase della preparazione: quella dell’energia e della concentrazione.Non provo mai le mie performance prima dell’evento, poiché per me la performance è un’azione unica che esalta il momento, ma mi preparo sempre intensamente con la concentrazione e la meditazione, in modo da trovare la parte più profonda delle mie energie e dare il meglio delle mie possibilità.E’ la ricerca del centro, e l’essere profondamente centrati o no è quello che fa la differenza tra una ottima performance o una solo buona (questo vale anche per un musicista, un attore, un trapezista … ). Adoro attingere a quei livelli di profondità, e godo moltissimo quando faccio le performance perché entro in una dimensione di centratura e concentrazione, di potere e di energia, che non è facile ottenere nella vita quotidiana, ma che è preziosa più che mai e infinitamente bella. E’ come un tuffo al centro della vita, ed io anche spero che questo tuffo sia percepito dagli altri, e che lo possano assorbire  le persone che ‘incontrano’ le mie performance.

 

L’energia e la pace che ho respirato in quella casa, le persone interessanti che ho conosciuto, hanno contribuito a creare la concentrazione e la forza necessaria per dare il meglio di me nella performance. E spero che questo sia riuscito!

Mi sono divertita molto a fare la performance Jericho in Bremen, che è cominciata col mio arrivo alla stazione dei treni della città, ed è proseguita per le vie del centro cittadino, fino ad arrivare nel luogo dove c’era la grande mostra e visitarla, sempre performanco con gli occhiali che non fanno vedere, ma camminando come se vedessi…

Ecco alcune foto della performance!

 

 

LIUBA, Jericho in Bremen, performance interattiva per la città, Brema 2011
photos: Gisela Winter

 

All’interno dell’esposizione del Padiglione Fieristico c’era anche una bella mostra di videoarte, allestita con televisori di varie epoche e di vari formati, fra i cui video esposti c’era anche il mio Cieco di Gerico della Biennale di Venezia del 2003, che era correlato alla performance che presentavo a Brema. In queste foto di sotto ci sono io che durante la performance gioco a ‘vedere’ e ‘non vedere’ il mio video dove non vedo anche se sembra che ci veda…

 

 

 

photos: Mario Duchesneau

40. La performance a Brema si avvicina

Che bello quando si lavora con persone professionali e serie, ci si sente bene, e si può dare il meglio.
E’ dall’anno scorso che ho ricevuto un invito a partecipare a un festival internazionale di performance in Germania, da parte di The Künstlerinnenverband in Bremen. Mi hanno contattato l’estate scorsa, con un invito un anno in anticipo. In questi mesi ci siamo sempre sentiti, e abbiamo costruito insieme il mio intervento e, ai tempi opportuni, mi hanno richiesto i materiali necessari per la comunicazione e il web. E, sempre di loro iniziativa e con i tempi adeguati, mi hanno proposto un contratto, con i termini della mia partecipazione e l’accordo su cosa darci reciprocamente. E’ bello vedere che ci sono dei paesi che trattano gli artisti con molta serietà, e credo che molte gallerie ed entità italiane dovrebbero trarne esempio, anzi imparare proprio.

 

Sono tornata in Europa da New York anche perché sapevo di questa data, e infatti mercoledì 11 maggio parto per la Germania. Ne sono molto contenta, perché è un po’ che non ci vado, e apprezzo molto questa terra, soprattutto a livello culturale e artistico.
Arriverò ad Amburgo, mi fermerò là una sera poi andrò a Brema, ospite della curatrice del progetto. E dopo Brema, andrò a Berlino, dove c’è un’altra mia sorpresa performativa che vi attende! (ma lo saprete al momento opportuno!).

 

 

PRESS RELEASE

 

The Künstlerinnenverband Bremen / GEDOK organizes a Festival of Performance which brings together international performers with artists of the region. 
Between the 5th of May and the 6th of June every weekend there will be a live entry: invited are Jessica Findley from Brooklyn, New York, the Austrian Marc Aschenbrenner, Nezekat Ekici of turkish descent, Marcia Farquhar from Great Britain and the Italian Liuba
Artists from Bremen will be Kerstin Drobek, Elianna Renner and Gertrud Schleising. 
The festival program of the Künstlerinnenverband shows aspects of contemporary performance as it is found in the international context – body related, societal, politic, theatrical and interactive approaches.
During the week there will be shown a video program of different occurences of performance in the past and nowadays. Tieing in with the history of the Künstlerinnenverband and it’s former performance festival in 1985, videos of Ulrike Rosenbach, Alison Knowles, Pat Olesko a.o. are to be seen as well as different actual positions focussing on either body-movement, sound, dance, language or public intervention. The ongoing discourse about the advantages and disadvantages of media-based documentation of live acts is thereby marked out, whereas Marcia Farquhar contrasts videos of her performances of the last 12 years with her live comments and actions.
The festival takes place within the scope of the Bremer Kunstfrühling, organized by the BBK (Bundesverband Bildender Künstler ­– the association of artists) in a former freight terminal. It includes a curated exhibition as well as presentations of museums, galleries and artist associations of Bremen. Some of the entrances will spread into the public space of the city as f.i. the bycicle ride of Jessica Findley who starts the series of performances.

 

project info:  https://liuba.net/projects/blind/?lang=it

38. La performance alla NABA di Milano

Appena tornata in Italia, trafelata dalla lavorazione degli ultimi sgoccioli del video di Slowly New York, e pure un po’ triste che non ho potuto essere presente alla inaugurazione della mia mostra in US perchè scadeva il visto, sono stata contenta di essere stata invitata da Marco Scotini a preparare un intervento performativo a sorpresa per la serata delle performances organizzata da lui e Giacinto Di Pietrantonio alla NABA di Milano nell’ambito e in concomitanza del MIART.
Ho preparato un progetto inedito, che avevo in mente da un po’ di tempo, e che ora mi sembrava davvero l’occasione giusta e perfetta per metterlo in pratica.
Si intitola: The invisible web of italian art system, e sono contenta di mostrarvi e condividere alcune foto, i commenti li lascio a voi …

 

 

 

 

 

 

LIUBA, The invisible web of italian art system,  interactive performance, NABA, Milan, 2011

 

 

37. Cosa è il video per me

Ciao, condivido con voi questo testo scritto in occasione della mostra ancora in corso alla Gallery Project ad Ann Arbor (USA) in cui è in mostra una videoinstallazione dei miei video dello ‘slowly project’. Ho scritto il testo a caldo, appena finito il montaggio del video newyorkese, e desidero condividerlo con voi, perché sono le radici del senso che dò oggi ai miei video (o, come lo chiamano in Usa, è un ‘artist statement’), e ne sono anche un po’ orgogliosa! …
“I  consider my videos like paintings, books and sculptures.
I carve them, beginning with hours and hours of shootings as they were a huge marble stock, cutting and selecting piece after piece in order to obtain the final shape.
I paint every single second of the video, deciding colors and combining sequences, in order to arrive to the final pattern.
I write the chapters and the scenes as a story, where I give a sense to each step following the other.
And I mix the music with the intent to give voice to the whole levels of lecture implicit in the work.
I use only original shootings taken during my performances. No studio shootings or actor interactions are used to edit my videos. What is shown is part of what ‘really’ happened and it’s chance one of the main hero of the work.
I consider my videos as portraits of a specific society, city, country, because everything that happens reflects the identity of the place. Each video is completely different from the other, even when it’s made from the same performance in different locations. Seeing the differences of the videos it’s a way to investigate the differences of the places.
I’d like that people consider the video as a poetry, catching the emotions and the concepts that there are inside.
I’d also like that people reflect upon how difficult is to perform perfectly in ‘slow motion’, controlling each muscle movements not to go faster, for hours and hours in the same day. I consider ‘taking our time’ in life and society as difficult as this performance but, nevertheless, necessary. “
Liuba,  March 30, 2011

34. “Unreal Exit” performance @ Grace Exhibition Space

La domenica subito dopo la presentazione dei video avvenuta di sabato, c’è stata la mia performance ‘live’ per il SITE fest al Grace Exhibition Space. Ve l’avevo già detto che queste ultime due settimane erano inverosimilmente piene, e non ho avuto un attimo di respiro, ma sono stata davvero onorata di essere stata invitata a fare una performance in questa galleria emergente dedicata esclusivamente alla performance art.

In questo week-end c’erano 75 performance in 4 spazi in contemporanea, e nonostante ciò lo spazio era pieno, e molte persone erano venute appositamente per l’orario della mia performance, e amici che seguono il mio lavoro, e ringrazio tutti. Davvero felice! davvero davvero!

 

Ma sono stata emozionata e colpita e onorata che fosse venuto a vedermi Tehching Hsieh, e sua moglie!

Teching è un artista performer famoso per le sue ‘One Year Performance‘ che ha fatto negli anni 70, e avevo conosciuto il suo lavoro un paio di anni fa quando qui a New York vidi una mostra bellissima al Moma. Emozionata dal suo lavoro gli scrissi un’email e da allora siamo rimasti in contatto, e qualche mese fa, al mio arrivo a New York, ci eravamo finalmente conosciuti di persona. E’ un artista che adoro e che considero un maestro e uno dei più importanti artisti che abbiano lavorato con la performance. Tra l’altro lui mi diceva che ha ormai 60 anni e che il riconoscimento vero e proprio gli è arrivato da non molti anni … Guardatevi un po’ del suo lavoro, che proprio merita!

 

La dolcezza e la soddisfazione di vedermi Tehching che è venuto apposta per vedere la mia performance, nonostante pure il diluvio universale di quel giorno, mi ha commosso e dato un senso di gioia profonda dentro. E ciò mi aiuta ad andare avanti e dare un senso a ciò che faccio.

 

La performance che ho presentato questa volta non era a sorpresa tra la folla, ma fatta per essere guardata da un pubblico.
E’ ormai più di 10 anni che ho scelto soprattutto di agire con azioni a sorpresa e in contesti di vita reale, lavorando site specific e in maniera interattiva, appunto perché volevo andare ‘dentro’ la vita e non fare le performance per un pubblico negli spazi prestabiliti,  però per questa rassegna avevo deciso che avrei di nuovo fatto una performance che andava vista poiché ci sarebbe stato un pubblico specifico a ‘guardare’.

Così ho ripreso in mano la tematica delle ‘scatole’, su cui lavoravo anni fa, perché mi era diventata attualissima nella mia esperienza newyorkese, e ho costruito un lavoro di interazione e ‘duetto’ tra la performance reale e la performance ‘virtuale’ del video sovrapposto, una dialettica tra la speranza e la rassegnazione, fra la realizzazione e il fallimento … un pendolo che oscilla da entrambe le parti forse per tutta la vita …Si intitola UNREAL EXIT, Uscita irreale, come irreale è la virtualità dello schermo rispetto alla vita.

 

LIUBA, Unreal Exit, performance and videoprojection, sunday March 6, 2011, photos: Julie Finton
Grace Exhibition Space – 840 Broadway, 2nd Floor, Brooklyn
 
The piece is a ‘duet’ between live performance & video projection, where the same performance goes in a different way. Real & Unreal mix together through the theme of being imprisoned into boxes & the ‘virtual’ possibility to get out of them.

 

 

 

 

 

E questo è il video.
Desidero però che fate attenzione, e per me è molto importante, a percepire la differenza fra un video che è la pura ‘documentazione’ di una performance fatta per essere vista, come in questo caso, dove la videocamera registra in tempo reale cosa si sta svolgendo, e i video invece che risultano dalle mie azioni a sorpresa tra la realtà e la folla. Quei video mi richiedono una fatica immane, di solito faccio una o più giornate di performance riprese da una o più cameraman, e impiego anche anni a dare la forma a quel materiale e a creare il video, che è opera, con tutta la casualità delle interazioni e di ciò che succede … Ci ritornerò su questa cosa, ma intanto godetevi il video ‘documentazione’ della performance ( di cui non ho fatto altro che scaricarlo, toglierli qualcosa all’inizio, convertirlo e caricarlo (per le mie opere video impiego dai 3 mesi ai 5 anni per finirle! (v. lo ‘slowly project’ … )

strabaci

 

 

 

33. Il SITE fest a Brooklyn e la presentazione dei video

Devo dirvi cari amici che finalmente in questi giorni sono felice, davvero felice e leggera … In tutti questi mesi ho lavorato tantissimo, senza mai fermarmi, e New York quando vuole è proprio dura (e chi ci ha abitato lo sa), dovendomi occupare a 360° di tutto, dalla segreteria organizzativa, all’ufficio stampa, agli aggiornamenti sul web, al lavoro artistico vero e proprio, ai contatti e alla documentazione … quasi ogni artista deve fare contemporaneamente il lavoro di 5 persone e professionisti diversi, ed è da stramazzare, e alla fine si è come dei registi di sè stessi, che danno gli ordini ad altrettanti sè stessi che devono eseguire miriadi di cose che vanno fatte …

 

E devo pure dire che sono fortunata, che ho chi mi supporta e chi mi aiuta, come Gianluca che mi ha dato una mano tecnicamente col sito e col blog, Claudio, che mi ha dato una mano via e-mail per le traduzioni (a sì dimenticavo, fra le varie mansioni che servono all’artista c’è anche quella dello scrittore, perché bisogna scrivere la presentazione dei progetti, le sinossi, le traduzioni, ecc. ecc.).

Ci sono gli amici che mi hanno aiutato nella logistica, come Ceren che a Milano ha cercato a casa mia il cappotto che mi serviva per la performance e ci siamo coordinati con Bruno perché lo portasse a New York, c’è stata Julie, la sorella di Nora dalla quale ora abito, che mi ha procurato la pittura giusta per dipingere le scatole che mi servivano per la performance (perché dal ferramenta dove ero andata mi avevano chiesto 50 dollari e avevo capito che non era il tipo che volevo dato che in Italia di solito ne costa 10 … !) … però confesso che mi merito un’assistente, qualcuno che mi aiuti nello sbrigare un sacco di cose logistiche connesse col mio lavoro, e sogno di avere uno staff dove c’è chi si occupa della segreteria, di rispondere a tutte le e-mail, di mandare le foto e i cv e i progetti ai curatori o ai galleristi che te le chiedono, di fissare gli appuntamenti … poi c’è chi si occuperebbe della logistica: trovare i materiali, trovare i vestiti, trovare i cameraman o la tecnologia necessaria, e poi serve chi aggiorna il sito e i network vari, e poi e poi … insomma, se la guardiamo con la lente di ingrandimento la vita dell’artista ha il suo fascino ma oggi come oggi è una fatica enorme perchè dobbiamo essere uno nessuno e centomila! E poichè non siamo una ditta con un fatturato e non abbiamo nessuna entrata certa (e spesso nessuna certezza, aggiungerei …) pagare dei collaboratori non è un giochetto da ridere, e così gli artisti che possono permettersi degli assistenti sono davvero pochi … però, come dicevamo oggi con la mia amica Amanda, con cui finalmente dopo tre mesi siamo riusciti a vederci e a prenderci un drink raccontandoci le nostre vicende artistiche, tutto ciò dà pure soddisfazione!

 

Allora, vi dicevo, finalmente l’altra mattina mi sono alzata leggera, e felice, felice perché tutto il week-end artistico era andato benissimo e ho ricevuto un sacco di soddisfazioni, davvero profondamente felice e grata alle persone che hanno condiviso con me ciò che ho potuto dare con la mia arte.
Finalmente, dopo aver solo lavorato, mi sono goduta la bellezza di questa vita e il sapore dell’apprezzamento, esaltato pure dal fatto di aver ricevuto un invito da una galleria per una mostra col mio progetto sulla lentezza! …
Tra l’altro devo ammettere che molte volte, e so che capita a tutti, dopo aver intensamente lavorato per una mostra o una performance, il giorno dopo ci si sente quasi delusi, svuotati dal tanto impegno e inquietamente dubbiosi se tutto ciò abbia un senso, oppure pignolamente mai contenti e soddisfatti … a me è capitato molte volte, però evviva evviva questa volta il post-lavoro è meravigliosamente bello e inebriante. Mi sento felice. E sono grata a tutti.

Sabato ho presentato i miei video al 3ward di Brooklyn nell’ambito del SITE FEXT, e davvero ho percepito nelle persone che li vedevano con interesse e piacere, e poterne parlare insieme a loro e mostrarli mi ha dato gioia e soddisfazione.

Questa formula delle presentazioni live delle mie opere video mi piace sempre di più e vorrei che diventasse una attività ricorrente.

L’ho già fatto alcune volte, come quella a Celico, in Calabria, presso la residenza artistica del mio amico Alfredo Granata, ed era stato così bello ed emozionante presentare i miei video a quel pubblico curioso e generoso!.

 

Bello è stato vedere la mia amica Nora e il mio amico Eric che nonostante siano in un periodo di super impegno e lavoro, sono venuti apposta per me e ne sono fiera e grata – bisogna dire poi che qui a New York le distanze sono lunghissime, e questo festival, il SITE fest appunto, è stato organizzato a Bushwich, che è il quartiere artistico emergente di New York ma chè è in una zona ancora poco esplorata della città e non facilmente raggiungibile da alcune zone di Manhattan. Per cui il loro sforzo di venire mi ha davvero commosso ed emozionato.

Ed ecco alcune foto fatte dal mio amico fotografo Regi Metcalf.

 

photos: Regi Metcalf  

 

 

see more pictures:
http://www.flickr.com/photos/60321523@N02/sets/72157626101207477/with/5510684056/

 

32. La slowly performance a Manhattan e all’ Armory Show

“Ma com’è andata la performance per la giornata Mondiale della Lentezza?” Mi chiederete. E’ andata molto bene, anche se è stato molto faticoso per me farla per due giorni, sia a livello fisico che psichico che logistico.
Lunedì siamo stati a Union Square, era una giornata uggiosa e piovosa, ma ci sono stati spiragli che mi hanno permesso di fare la performance. E come al solito le reazioni sono state di stupore, di gioia, di condivisione, di fastidio.. i clacson impazzivano quando attraversavo la strada!!! LOL!! 😀

 

Qui potete vedere qualche immagine documentativa, frettolosamente montata dalle riprese ( e attenzione, perché per me è così differente quando monto e propongo un video come ‘lavoro’ o quando c’è una mera documentazione della performance’, come in questo caso … )

 

 

 

 

C’era tutto il team di Vivere con Lentezza, con Bruno Contigiani che faceva interviste ai passanti frettolosi, e con lui i ragazzi che cantavano arie di opera tra un’intervista e l’altra …

 

Mercoledì la performance ha continuato per Manhattan al Metropolitan Museum e in Times Square sino alle tre (e faceva invece un gran freddo, e non ero molto coperta, perché avevo deciso di vestirmi come l’altra performance fatta a New York, ossia con un leggero spolverino di camoscio nero aperto (così fluttuava lentamente) su un completo bianco di golf e pantaloni.

Quando si fanno le performance s diventa quasi come dei ‘fachiri’… la concentrazione è e deve essere così grande che il corpo riesce a sopportare di tutto! (Lo dice una freddolosa totale).

 

Il pomeriggio sono andata all’inaugurazione dell’Armory Show, sempre ‘lentamente’ …

Volete sapere la verità? L’amibiente mi è sembrato, scusate se lo dico, artificiale e fastidiosamente mondano  (e noiosissime le opere, tranne poche).
Ed io che stavo lì a camminare a rallentatore mi chiedevo che senso avesse tutto ciò, e anch’io, e l’arte in generale …

Anzi forse, essere lì, delicatamente camminando lentamente facendo la moviola, e discretamente passando tra la gente festaiola e chiacchiereccia, mi ha dato una sensazione di vuoto e di fanfara, di un sistema dell’arte che usa gli artisti e si diverte alle loro spalle, e sui loro sacrifici e sulla loro pelle, ogni tanto osannandone alcuni, per poi dimenticarli e usarne poi altri …

 

Inutile dire che il giorno dopo ero massacrata, il lavoro di muscoli coinvolto in questa performance è abissale, e il continuo controllo dei movimenti è davvero faticoso, e, come sempre il giorno dopo le mie performances, passo una giornata di low pression a letto vegetando e recuperando le energie, senza fare minimamente nulla (ma la mia giornata di riposo manco è stata completa, dato che ho dovuto nel pomeriggio mettermi a lavorare per la performance e la presentazione dei video per il SITE fest, che sarebbero state pochi giorni dopo.

Ma evviva l’abbondanza di lavoro che ho a New York!

31 – Tra una performance e l’altra

Dopo aver gironzolato per Manhattan per due giorni camminando a rallentatore e bloccando il traffico dei mille taxi in arrivo, dopo aver fatto la performance all’opening dell’Armory Show (sempre lentamente: l’Arte è lunga, il tempo breve, scriveva Baudelaire) in mezzo a cocktail e miriadi di persone, e non aver avuto nemmeno il tempo di riprendermi, ecco che devo fare una nuova performance e due presentazioni dei video in tre posti differenti nel prossimo week-end, nell’ambito del SITE Fest a Brooklyn, festival internazionale di performance ed evento ufficiale dell’Armory Week.

 

Sono contenta ma così ‘multitasking’ come dicono qua (ossia pensare e fare mille cose in contemporanea) che quasi non riesco nemmeno a divertirmi, tanta è la fatica, ma tutto è molto stimolante.

 

Sono felice ma spesso mi arrabbio, perché, sembra strano a dirsi, ma qui capita spesso che tutto venga fatto all’ultimo momento. Mi era capitato quando lavoravo con la galleria alcuni anni fa (ricordo le corse a finire la videoinstallazione la notte prima della mostra, semplicemente perché il gallerista aveva avvisato il falegname all’ultimo momento, e la prima bozza era pronta solo il giorno prima, e poiché andavano fatte un sacco di modifiche tutto è stato fatto al volo … e varie altre nottate) e anche adesso, per questo festival di performance, hanno selezionato mi sembra 75 performance in 3 differenti locations, ma poi tutto è allo sbaraglio nell’organizzazione, tanto che fino alla settimana scorsa non si poteva nemmeno fare un sopralluogo nello spazio né mettersi d’accordo con i due fantomatici ‘tecnici’ di cui ci avevano dato l’indirizzo e-mail ma con cui non si poteva parlare … ora che mancano due giorni finalmente si fanno sentire, ma io odio dover pensare alle cose tecniche all’ultimo momento!

In confronto sto avendo un’esperienza ‘paradisiaca’ con la Germania: sono stata invitata a partecipare con un lavoro a un’importante rassegna internazionale di performance a maggio 2011, e sono stata avvisata un anno prima (meraviglia!) e da molti mesi hanno già organizzato il programma, e per ogni artista c’è un’ottimo budget per il lavoro, ospitalità, contratto … Qui a New York è tutto di fretta e all’ultimo momento, poi però tutto si aggiusta e diventa esilarante …

E ciò che mi piace di New York è che è una sorpresa continua! …

 

Ecco il programma:

 

 

Sabato 5 marzo h. 18.30 e Domenica 6 marzo h.13.30
LIUBA – Presentazione live  dei video Virus, Virus New York

3rd Ward
195 Morgan Ave – Brooklyn 

Virus/Virus New York
Virus is investigating over the ‘buying bulimy’, that affects the daily-life models and the art world as well.  An ironical reflection over value of works and value of selling.

 

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Domenica 6 Marzo, 2011, h. 16.30
LIUBA  – performance: Unreal Exit

Grace Exhibition Space
840 Broadway, 2nd Floor, Brooklyn

 Unreal Exit
The piece is a ‘duet’ between live performance & video projection, where the same performance goes in a different way.
Real & Unreal mix together through the theme of being imprisoned into boxes & the ‘virtual’ possibility to get out of them.

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Venerdì 4 marzo, 2011: h. 19
Liuba – proiezione del video: Rimini Rimini

 

SITE Fest Launch Party!
by Arts in Bushwick
Brooklyn Fire Proof • 119 Ingraham St., Brooklyn 
 
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Arts in Bushwick is pleased to announce the third annual SITE Fest.
Performance artists, dancers, and musicians will offer a condensed, two-day sampling of work from the
burgeoning arts scene of Bushwick, lauded by the New York Times as “arguably the coolest place on the
planet.” SITE Fest focuses around four hubs that have swiftly become major forces in the Brooklyn art scene:
Chez Bushwick, Grace Exhibition Space, The Bushwick Starr and 3rd Ward.
Over 75 performances will take place at our hub venues

http://artsinbushwick.org/site20
 

programma: http://www.artsinbushwick.org/docs/siteFest/site2011.pdf

Grace Exhibition Space

 

Grace Exhibition Space, opened in 2006, is the singular gallery in New York City devoted to Performance-Art. They are committed to exhibiting the premier artists in the world, whether emerging, mid career or established. Being a Brooklyn loft, their events are presented in an environment where, by presenting the performances on an equal level as the viewers, the boundary between artist and viewer is dissolved. They believe strongly that this is how performance-art is meant to be viewed, presented and experienced. Their mission is the glorification of performance art.

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29. The Slowly Project a New York per la Giornata Mondiale della Lentezza

Lentezza come silenzio opposto al frastuono dello stress, rumoroso divoratore di ogni cosa.

Lentezza come reazione alla bulimia del voler tutto senza gustare niente.

Lentezza come metafora di una dialettica tra tempo personale e tempo sociale, tra essere e dover essere.”

 

 

 

Ecco il Comunicato Stampa della mia prossima performance a New York (ben due giorni di camminata a rallentatore … sarà molto faticoso, sul piano psicofisico … ) nell’ambito della V Giornata Mondiale della Lentezza. In questi giorni sto correndo e facendo di tutto freneticamente ma con la … doverosa … lentezza …

 

 

COMUNICATO STAMPA

 

V Giornata Mondiale della Lentezza – New York, 28 Febbraio 2011

 

 

Lunedì  28 Febbraio e Mercoledì 2 Marzo, 2011, per la V Giornata Mondiale della Lentezza a New York

LIUBA farà una nuova urban interactive performance del suo “Slowly” project chiamata “Take Your Time”

precedentemente realizzata a Milano, Basel, New York (2006), Modena.

La performance diventerà anche parte della sua nuova videoinstallazione.

 

LIUBA – The Slowly Project. Take Your Time

 

 

Luoghi della performance e orari*:
Lunedì 28 Feb, 2011. – Union Square, Greenmarket and around (11.00am –  3.00 pm)
Mercoledì 2 Marzo, 2011  – Museum Mile and MET area (10.00am  – 11.30am)
-Times Square (12.00pm – 2.30pm)
– Armory Show Opening (3.30pm – 6.00pm)

 

*Gli orari possono variare a causa  della natura imprevedibile della performance

 
 

La V Giornata Mondiale della Lentezza, ideata per attirare l’attenzione sui temi di un buon uso del tempo delle persone, in armonia con l’ambiente, si svolgerà a New York e nel mondo il 28 febbraio 2011 e ha come tema: Ambiziosi e Altruisti – Slow life, green life, better life.
La V Giornata prevede una vera e propria kermesse che vede svilupparsi oltre 100 eventi in varie città del mondo in contemporanea e per più giorni.
Le  precedenti  edizioni della Giornata hanno avuto come fulcro le città di Milano 2007, New York 2008, Tokyo 2009, Shanghai 2010. Nel 2011 ritorna a New York: la città ha intrapreso da tempo una serie di politiche per migliorare la vita dei cittadini quali la chiusura al traffico motoristico di alcuni luoghi simbolo, l’espansione della ciclabilità di numerose zone, la trasformazione di zone quali la High Line in zone pedonali e di completo relax, campagne contro l’obesità e contro il fumo, etc. Per questi motivi L’Arte del Vivere con Lentezza Onlus ritorna nella Grande Mela, guidata dall’amministrazione Bloomberg.

 

 
 

Grazie a:
 
Claude Caponetto per l’aiuto nelle traduzioni
Gianluca Teti per l’aiuto nell’aggiornamento del sito
Ceren Bayazit per l’aiuto nella logistica del vestito per la performance
Bruno Contigiani, Ella, Muna e tutto lo staff di L’Arte di vivere con Lentezza
per l’organizzazione e la comunicazione

 

27. Idea da attuare!

Passeggio per Miami Beach e Surf Side e la trovo davvero molto simile a Rimini, solo con i grattacieli più alti, gente molto più ricca, miriadi di palme, un’atmosfera un po’ più fredda e ordinata, e i dollaroni che girano …
C’è la spiaggia di bellissima sabbia chiara, la costa col mare continuo, la passeggiata con tutti i locali e la vita notturna, i mega alberghi, il carnaio dei punti congestionati della spiaggia … non posso non pensare alla mia Rimini (di cui però soprattutto amo l’entroterra e la collina, e la giovialità romagnola e mangiarsi le tagliatelle fatte in casa … ) tanto che mi è venuto in mente di fare qui l’anno prossimo una nuova performance, sulla scia di quella intitolata Rimini Rimini e questa sarà intitolata Miami Miami!

Liuba, Rimini Rimini, foto da performance su alluminio, 2003 – 2005 (foto Marco Cenci)

 

 

Da quando feci la performance a Rimini inscatolata, avevo in mente un’idea che è rimasta nel cassetto e in fase di progetto per tutto questo tempo ma che ora sento che è decisamente arrivato il momento e questo è il posto perfetto!

E’ un’evoluzione del lavoro di Rimini Rimini, e in qualche modo riprende ancora il tema delle scatole, anche se in modo molto diverso (e che naturalmente ora non vi dirò) e sto rendendomi conto del fatto che qui negli Stati Uniti mi sta rivenendo a galla il tema delle scatole su cui lavoravo alcuni anni fa, e si rispecchia in pieno sia nella esperienza personale che ora sto facendo, sia nella società che mi trovo davanti e con cui mi trovo a reagire. Lo stile di vita americano, detto senza peli sulla lingua, per certe cose è esilarante, perché puoi incontrare il meglio di tutto il mondo e le produzioni più strepitose e giganti, ma dall’altra parte è un sistema che stritola: la morsa del dio denaro e l’assoluta necessità del soldo sono davvero delle ‘scatole’ che tengono l’uomo imprigionato dentro gli schemi del guadagno, della lotta del più forte, e della necessità del dollaro per esistere.

E così sono ritornata sul tema delle scatole risentendolo attuale per me qui e ora, e proprio per questo motivo la prossima performance che sto preparando per il Site Fest di Brooklyn sarà una rielaborazione su questo tema.

 

Per vedere le foto di Miami: clicca qui

24. Save the dates!

Questo è un breve riassunto dei miei prossimi appuntamenti artistici a New York, e quella che leggete è una letterina che ho scritto agli amici newyorkesi per avvisarli delle date. Manderò in seguito i vari comunicati per ogni evento. Intanto sappiate che si prospettano due settimane molto impegnative per me, ma anche molto gratificanti!

Sono sempre felice quando ho l’occasione di esibirmi e di esibire il mio lavoro, è qualcosa di esilarante, e che dà il senso a tutto ciò che faccio e mi rende profondamente appagata.

 

 

Hi, my friends in New York!
I am very happy to announce that I’ll soon have two new performances (for three days) and one video presentation (for two days) in Manhattan and Brooklyn in the upcoming weeks.

I’ve been invited to perform my ‘Take your Time‘ performance of the Slowly project series for the ‘5th Global day of Slow living’. The performance will be in Manhattan in the following days and location:

 

Feb 28, monday, 11 am – 3pm in Union Square and around
March 2, wednesday, 10am – 12pm in Museum Mile and around Met area;  1pm – 3 pm in Times Square and around;  5pm – 7pm at the Armory Show Opening Day.

 

 

I’ve been selected to perform and show my videos at the SITE FEST in Bushwick, Brooklyn

 

March 5, saturday, at 6.30 pm and March 6, sunday, at 1.30pm I’ll show my videoworks
One of the two screenings will be with my live presentation.

March 6, sunday, at 4.30pm  I’ll perform a new piece, Unreal Exit at Grace Exhibition Place in Brookyn

 

 

LIUBA, The Slowly Project. Take your Time – New York, performance, 2006, videostill

 

4. Liuba @ Artissima

Et voilà eccomi qui, ancora stanca ma soddisfatta dopo la performance di giovedì all’Opening di Artissima: i preparativi, la trasferta, la concentrazione dei giorni precedenti, la performance, il finire il video in anteprima che andrà in mostra a Genova (domani ma dovevo finire e spedire il dvd settimana scorsa…), fare lezione ai miei studenti tutto il sabato e finalmente IERI riposarmi un po’ (ho passato la domenica a dormire debole come un purè). Avrei voluto postare prima, ma è stato impossibile, e poi ho dovuto scaricare, scegliere e adattare al web la selezione delle più di 500 foto fatte alla performance dal bravissimo Ivo, e selezionare i videostill dalle riprese di Angela.

Ora vi spiego cosa ho fatto e poi vi metto alcune foto.

 

Il lavoro è nato provando sulla mia pelle il disagio di sentire la freddezza dei rapporti che solitamente si instaurano con gli altri, anche e soprattutto nel mondo dell’arte. Spesso ci si relaziona per progetti in comune, per business, per utilità, per conoscersi, per collaborare.. ma le dinamiche di incontro sono quasi sempre fredde, impersonali, frettolose e stressate. Stiamo perdendo la capacità di instaurare rapporti ‘caldi’ con gli altri, affettivi, che partono da un dialogo con l’individualità e la personalità di ciascuno.
Per questo motivo mi sono immaginata un’azione dove il protagonista è l’abbraccio, il contatto umano, lo stringersi di corpo contro corpo. E questo tanto più in un contesto ‘formale’ e sociale come l’opening di un’ importante fiera dell’arte, dove tutti si incontrano, si parlano, si scambiano opinioni, fanno affari … senza mai incontrarsi davvero.
Mi sembra che la nostra società stia perdendo la fisicità e l’emozione, e il rapporto con gli altri è sempre più mentale o utilitario, o addirittura virtuale, come accade con e-mail, chat, social network, sms.
Invece a me interessa il lato umano delle persone e la fisicità della vita (pur non disdegnando il virtuale, e infatti sto facendo il blog…!)

 

Ho cominciato ad ‘abbracciare’ alle 6.30 sino a più delle 9.30, avrò abbracciato centinaia e centinaia di persone. Il mio abbraccio era diretto, accogliente, guardavo dritto negli occhi e toccavo le persone, e quasi tutte hanno avuto reazioni di estrema gioia, di bisogno estremo di quell’affetto, molte sentivo che si rilassavano dentro stretta del mio corpo e delle mie braccia, moltissime si capiva che ne avevano un bisogno estremo e il loro corpo diventava improvvisamente vivo, gli occhi rilucevano, e la bocca sorrideva beata…

 

Non è stato facile prepararmi, perchè sapevo che anche questa volta, per fare la performance, dovevo mettermi a nudo totalmente, aprire la mia affettività e la mia umanità agli estreanei che incontravo, e non vi nascondo che prima della performance mi sono detta: ma chi me l’ha fatto fare?? (è buffo, lo dico sempre…prima penso e immagino che performance vorrei fare, godo al prepararla e già la vedo, poi quando la devo fare, qualche ora prima, mi dico sempre se sono scema….anche prima della performance in Vaticano, preparata con fatica in due anni, mi sono data mille pizzicotti dalla paura mandandomi invettive sulla mia idea di piazza S. Pietro…)

 

 

 

 

Durante la performance mi sono sentita benissimo, ho dato e ricevuto emozioni, e ho visto che guardando dritto negli occhi le persone ed abbracciadole ciascuno si lasciava andare a questo senso di umanità. E davvero era come se non mi fregasse più niente dell’arte, la vita innanzitutto, e le emozioni, e i corpi, e le energie vitali.
Alla sera però ero stanca morta, non sembra ma aprire le braccia, chiuderle e stringere per centinaia di volte mette in moto dei muscoli che non sempre sono abituati a tanto sforzo prolungato! (così come quando faccio la performance del camminare a rallentatore dopo mi fanno male da morire i polpacci e tutti i muscoli delle gambe!…ragazzi, non fate palestra ma performance per tenervi i forma!)

un ‘abbraccio’
LIUBA

 

un grazie vivissimo a:
Angela Tomasini per le riprese
Ivo Martin per le fotografie
Grazia di Bartolo per l’accoglienza nella sua bella casa
Charlie di Room Arte per il supporto logistico

 

 

 

 

 

 

AGGIORNAMENTO:

 

Il Video di questa performance è stato fermo per 10 anni e ho ripreso a montarlo nel 2020 quando, in piena Pandemia, parlare di ‘abbracci’ era qualcosa di straordinario e di purtroppo vietato come un miraggio.

Ho finito il video nel 2020, che pertanto si intitola: Untitled 2010-2020.

 

Potete vederlo nella versione integrale in esclusiva sul canale di videoarte Visualcontiner.tv a questo link