183. La mia mostra col pancione al Museo Pino Pascali

June 2, 2019

Al sesto mese di gravidanza ho preso l’aereo e sono partita per Bari, dove mi aspettava l’allestimento e l’inaugurazione della mia personale con performance alla Fondazione Museo Pino Pascali di Polignano, che raccoglieva il ciclo di lavori che dal  2013 ho dedicato alla crisi dei rifugiati: dalle performance partecipative ai video, dagli oggetti alle fotografie alle videoinstallazioni.

 

A dire il vero ho potuto volare in Puglia perchè avevo programmato la data, furbescamente, in un momento della gravidanza in cui mi sarebbe stato probabilmente possibile muovermi, ossia nel secondo trimestre…  L’invito, di cui sono stata strafelice e che ho accettato con entusiasmo e commozione, l’ho avuto da Giusy Petruzzelli verso febbraio, all’inizio della mia gravidanza, quando ancora non sapeva niente nessuno 😊😉 ma io già sapevo che la sinergia con Sole stava producendo frutti meravigliosi e che già eravamo un fantastico team :)Cosi ho fissato la data, fra quelle proposte, nel momento in cui avrei potuto, in teoria, viaggiare, se la gravidanza procedeva senza problemi. E visto che doveva essere nella bella stagione abbiamo deciso per l’inizio giugno.

Quando ho accettato mi sono anche detta: vuol dire che se non riuscirò a viaggiare organizzerò la personale e le performance a distanza! Non sarebbe la prima e unica volta che un artista non può essere presente alla sua mostra!! Anzi ciò mi dava anche un non so che di fascino: nel passato ero abituata a sbattermi in lungo e in largo e in capo al mondo, quasi sempre col minimo di spese e spesso senza rimborsi, per realizzare le mie opere, e pensare ora di poter fare una mostra senza muoversi da casa mi affascinava proprio, facendomi sentire più ‘famosa’ 😜 anche se ero consapevole che è un gran casino per la realizzazione dei lavori site specific non poterci essere, e per il mio essere così esigente. Ma ero sicura che sarebbe riuscita comunque bene!

 

Ed ecco che invece passo fortunatamente la gravidanza in perfetta forma, sia fisica che mentale che spirituale (grazie!!!) e, seppur affaticata dal pancione, posso benissimo affrontare il viaggio e partire, quindi sì, Sole, andiamo a Polignano!! (che mi dicevano essere un fantastico posto di mare, come abbiamo visto coi nostri occhi –  i tuoi attraverso i miei).

 

La preparazione della mostra non è stata semplice, poichè le mie energie e il mio tempo erano comunque limitati, per il mio continuo occuparmi della tua crescita dentro di me. In realtà quasi tutti i lavori erano pronti, mancava solo da trovare la tenda dei rifugiati per fare la videoinstallazione You’re Welcome e da organizzare le performance partecipative coi rifugiati, in sinergia coi centri di accoglienza pugliesi che hanno partecipato al progetto con entusiasmo e che ringrazio. Ma il tutto comunque è stato complesso da preparare, perchè come ogni persona che fa una mostra sa, ci sono mille aspetti da curare e considerare, fra i quali anche la comunicazione. La cosa bellissima è che sono stata supportata in modo fantastico sia dalla curatrice, Giusy Petruzzelli, che dall’organizzatrice e dal curatore del Museo, Susanna Torres e Nicola Zito, nonchè dai coordinatori dei centri di accoglienza SPRAR di Polignano e Bari, dall’ Accademia di Belle Arti di Bari  e dall’assistenza in loco di due giovani artisti, Aurora Avvantaggiato e Raffaele Vitto.

 

Mi avventuro dunque in quel di Bari, accolta con tutti i riguardi dai responsabili del Museo che, visto anche il mio stato, mi sono venuti a prendere all’aeroporto, mi hanno affittato una bellissima casa con terrazza, e mi hanno messo a disposizione tutti i loro tecnici per il montaggio della mostra. Una sensazione bellissima, di cui sono davvero grata!! Che nel mondo dell’arte non capita spesso, lo sanno bene tutti gli artisti!! E pensavo, beata, ecco la soddisfazione di esporre in un Museo, dovrebbe essere sempre così!

 

 

LIUBA, Refugees Welcome, 2014-2019 videoinstallazione interattiva. Qui mi vedete insieme alla curatrice Giusy Petruzzelli (a sinistra)

 

 

La sorpresa fantastica, assolutamente non programmata e inaspettata, che forse ha anche reso magica questa mostra, è che per le performance site specific coi rifugiati, previste all’opening del 7 giugno, si sono presentate a partecipare due donne africane anche loro in gravidanza!! Eravamo così tre pancine, tutte e tre in attesa, con i semi della vita dentro di noi e dentro l’opera!! 😍😍❤️❤️

Era commovente e toccante. Non so se tutti se ne sono accorti, eravamo circa tutte e tre al sesto mese di gravidanza (altra coincidenza!) e le pance si vedevano facilmente, ma potevano anche sfuggire per chi ci vedeva per la prima volta!! E’ stato un caso, ma straordinario, e frutto, come sempre capita, di un regista sopraffino!😉

 

 

LIUBA e SOLE, Welcome Here, 2019, performance partecipativa, Museo Pino Pascali, Polignano (BA)

 

LIUBA e SOLE, YOU’RE OUT, 2014-2019, performance partecipativa Museo Pino Pascali, Polignano (BA)

 

 

La mostra al Museo Pino Pascali ( leggi qui il comunicato) e tutto il soggiorno a Polignano è stata un’esperienza bellissima, sia a livello artistico che a livello umano, per la sinergia, l’entusiasmo, la partecipazione, la collaborazione e l’inclusione di tutti. E’ bello, e sono felice, quando l’esperienza artistica dialoga con la società e si interseca con altri ambiti, e diventa esperienza per molti! Fra l’altro, in un periodo delicato dove il governo italiano ha fatto vedere cose poco simpatiche sulla tematica dei rifugiati, la coraggiosa apertura della Fondazione Pascali a volere il mio lavoro è stato un gesto anche molto simbolico, di cui vado orgogliosa e grata.

Devo ammettere che mi stavo commovendo durante l’inaugurazione, per le parole e per l’entusiasmo di tutti! (Qui sotto potete vedere il video del discorso ufficiale di apertura della mostra)

 

 

 

Ringrazio davvero tutti per l’accoglienza, il supporto, la collaborazione, l’entusiasmo! Ringrazio Rosalba Branà, Direttrice del Museo Pascali, Susanna Torres, Nicola Zito e tutto lo staff del Museo, la curatrice Giusy Petruzzelli, Alessandro e Giulia, responsabili degli SPRAR di Polignano e Bari, l’Assessore alle Politiche Sociali, Santa Nastro, per la comunicazione, Raffaele ed Aurora, per la loro assistenza alle installazioni, e tutti i partecipanti delle performance. E le gallerie Franco Marconi di Monsampolo del Tronto e Crac arte Contemporanea di Terni che sono state con me in questo progetto. Un grazie a tutti di cuore! 😘😘

 

 

ps.

L’edizione unlimited dei miei video coi rifugiati aiuta i rifugiati stessi!

se a qualcuno interessa li trovate qui: https://www.amazon.it/LIUBA-REFUGEES-VIDEOS-Un…/…/B079WP4B54

 

 

 

 

 

 

 

167. Donating to refugees at Tempelhof cafe

January 24, 2017

Getting into the big refugees camp at the Tempelhof former airport was not possible without appointments with volunteers.
I contacted them and I went into the camp cafe (hangar 1) which is the only place where not refugees people can go and can meet them.

 

My mission, at the moment, is to donate the small income coming from the two copies of my refugees videos edition which were sold at the edition launch. I also want to open a ‘canal’ to reverse any future income from those sales directly into the hands of refugees.

 

I met two young guys, teenagers, one from Syria and one from Afghanistan and I simbolically donated to each one the proceeds of the videos, one for each.
It’s just a drop into the ocean, but the refugees art project is generating real help.
This is a performance.

 

 

166. Refugees video edition launch a Berlino

Martedì 17 gennaio ero a Berlino ad Image Movement a presentare l’edizione a tiratura illimitata dei miei video con e sui rifugiati, che sarà disponibile in vendita (braccialetto usb con i video e pieghevole info + poster) e il cui ricavato andrà in parte ad aiutare direttamente i rifugiati.

 

Mi piace molto Image Movement, dove avevo presentato un’antologica dei miei video lo scorso anno sempre a gennaio, è un posto dedicato alla video arte, al video d’artista, al video sull’arte, ai film d’autore e alla musica di ricerca. E’ un piacere andare a piluccare novità e piccole golosità in questo spazio, e sono felice che da ora in poi sarà possibile anche trovare i miei video in vendita!

 

E’ in realtà un’eccezione che i miei video siano distribuiti a tiratura illimitata (ma degli stessi lavori esiste anche un’edizione da collezione a tiratura di 3, come per gli altri miei video), ma visto la tematica così universale e attuale di questi lavori ho sentito il bisogno che queste opere circolassero anche fuori del ristretto contesto dell’arte o dei festival e che fossero accessibili a tutti. E’ un esperimento, ma anche una dichiarazione concettuale 😉

Ed ecco alcune foto:

 

 

 

 

165. Il mare nero della troppa abbondanza

January 16, 2017

Sono arrivata a Berlino per presentare l’edizione a tiratura illimitata dei miei video sui rifugiati che feci a Berlino e che sono nati da delle performance realizzate con loro, durante la protesta di Oranienplatz e dintorni.

Tutto era cominciato quando ero arrivata a Berlino nell’autunno del 2013.

 

Mi viene da pensare a questi 3 anni (e 3 mesi), di come miriadi di cose si siano succedute nella mia vita, e sicuramente per me non facili, e come la mia venuta a Berlino, città dove in un certo senso avevo intenzione di stabilirmi, almeno per qualche tempo, sia stata da allora un continuo mordi e fuggi fra il venire e l’andare, fra il portare avanti dei progetti legati a questa città, soprattutto riguardo la realizzazione e lo sviluppo del progetto dei rifugiati, e il mio stare in Italia, affrontando la perdita, il dolore, e poi anche la gestione pratica di ciò che mi hanno lasciato i miei genitori, arrivandomi sulle spalle tonnellate di lavori e responsabilità, di cui non ho avevo mai avuto competenze.

 

In un certo qual modo mi sento soddisfatta di essere ancora qua, di aver mantenuto un briciolo di forza per focalizzarmi sui miei progetti artistici – oserei definirli progetti artistici-umanitari, che è ciò che davvero mi preme di più in questo momento – e per non abbandonare tutto. Mi sento un pochino orgogliosa di aver avuto e avere la forza di attraversare un mare in tempesta senza perdermi totalmente e senza affogare, anche se un po’ di naufragi sono successi e parecchie sbandate e depressioni sono lì a chiedere il loro spazio, ed io che lotto per non darglielo tutto, senza darmi per vinta.

 

Devo ammettere, e so che forse mi capirete anche perché lo sento nell’aria come un fenomeno diffuso, che spesso mi sento abulica o meglio demotivata, persa in un mare enorme di informazioni e in una marea di cose da fare gestire leggere rispondere, che si fatica a vedere ciò che realmente vale, e ciò per cui vale la pena dedicare il proprio tempo. Soprattutto risulta difficile rispondersi alla domanda cosa valga davvero la pena di fare, quando in questo mare di cose tutto sprofonda senza che appaia veramente e dove tutto ciò che facciamo rischia di sommergersi all’istante ed essere dimenticato come quasi tutto il resto, inghiottito da questa massa scura di troppo di tutto.

 

Da artista poi ti chiedi a cosa cavolo serve l’arte, quando nel mondo ci sono così tanti problemi, quando ciò che facciamo è come una goccia in un oceano, quando andiamo alle mostre e ci sentiamo un senso di nausea (a me succede sempre più spesso) per l’inutilità e a volte la bruttezza delle opere esposte, come se l’arte fosse anche meno di un divertissment, uno spreco, quasi, molte volte. Certamente quello è un tipo di arte che non mi interessa, ma spesso e volentieri è ciò che la maggior parte della gente vede come ‘arte’ ed etichetta come tale. Mi sembra tutto molto sterile. Mi prende a volte un senso di impotenza a pensare che, bello o brutto, impegnato o non impegnato, noto o meno noto, tutto ciò che facciamo venga poi inghiottito nel buio della molteplicità della saturazione che oggi ci avvolge.

 

E con queste riflessioni in ogni modo sono qui, a prepararmi per il mio intervento di domani a Image Movement, con l’atmosfera di Berlino che come sempre mi ispira alla calma e alla riflessione, e di questo ringrazio.

Sto con una leggera insoddisfazione per la riuscita della stampa dei pieghevoli dei video, file venuto benissimo e fatto in collaborazione con la mia amica grafica Monika Redin, ma stampato e confezionato in una maniera che un po’ lo avvilisce. E mi avvilisco anch’io perché mi piace poco e perché lo volevo bellissimo, e mi avvilisco al pensiero che probabilmente tutto ciò non servirà a nulla, perfetto o non perfetto che sia, e che il lavoro dei miei ultimi 3 anni riguardo ai rifugiati non serve a nulla e a nessuno. Vedete, è strano, ero sempre stata una persona entusiasta e di instancabile slancio per tutto ciò che intraprendevo e per cui credevo, e mi ritrovo ad essere così nichilista.

Ma davvero sono i tempi che ci stanno cambiando inesorabilmente o sono solo le mie vicende personali? Ci sarà un tempo dove ritorneremo a sentire di avere uno scopo efficace per cui adoperarsi e un entusiasmo rinnovato?

 

Vi aspetto domani. Intanto è stato bello scrivervi. Forse non devo domandarmi nemmeno se sia utile o inutile, perché almeno per me è stato un piacere scrivervi.

 

 

Copertina/poster dell’edizione illimitata dei due video su e con i rifugiati realizzati a Berlino

 

 

158. Sui rifugiati, i media italiani, le testimonianze

June 23, 2015

Non riesco a capire come mai (meglio tardi che mai) il problema dei migranti, del loro sfibrante e pericoloso viaggio per sfuggire a guerre, persecuzioni e violenze, le leggi europee che impediscono di avere documenti se non dove non sei sbarcato (e quindi solo in italia) ecc.. siano diventati pubblici mediaticamente in Italia SOLO ORA, mentre è da anni che c’è questa situazione, e infatti a Berlino il problema dei rifugiati era esploso dal 2012 con la solidarietà di tutte le persone e con la tendopoli dove i rifugiati dormivano e protestavano a Oranienplatz, nel centro di Kreuzberg. Sto terminando un video che avevo cominciato a berlino nel 2013, dove parlo anche di queste cose, con testimonianze reali. (v.progetto refugees welcome)

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Gli anni scorsi in Italia il fenomeno dei migranti e rifugiati era letto e visto solo come ‘persone che vengono qua a rubarci il lavoro’. Eppure, dall’altro lato, il governo ha invece fatto e aiutato i rifugiati: ho sentito molte storie in questi anni a berlino di rifugiati africani che erano sbarcati a Lampedusa ed avevano ricevuto una grande assistenza dal governo italiano, che li smistava anche in alberghi in ogni parte di Italia. Ovviamente questa ospitalità aveva una fine, e poichè il lavoro in italia non c’era (ricordiamoci che il 2013-14 è stato il picco della crisi in italia) cercavano lavoro in Europa. Alcune persone mi hanno raccontato che avevano trovato lavoro per un periodo in Italia, ma con l’acuirsi della crisi l’avevano perso, quindi avevano pensato di andare via, al nord europa, e moltissimi in Germania. E che succede? si trovavano in Germania come deportati, senza avere diritto ai documenti e senza avere il diritto di cercare lavoro. Fortunatamente per loro Berlino che è la capitale della Germania e la rappresenta, è una città ‘anche’ alternativa, e una parte dei politici ha preso a cuore e difeso i loro casi, mentre altri politici del governo continuavano a sostenere che ‘Lampedusa is in Italy’ e per cui il problema dei migranti erano cazzi nostri, come si suol dire.

Addirittura ho saputo che Monti, per cercare di ‘risolvere’ il problema del continuo arrivo dei rifugiati dalla Libia, Siria e via dicendo (che, ripeto, c’era già allora), ha dato un ‘bonus’ di 500 euro a chiunque volesse uscire dall’Italia, per aiutarli ad andare altrove, e per lavarsi le mani alla Pilato, come d’altronde faceva l’Europa, che non ha lasciato si può dire l’Italia sola con questo problema. Quindi queste persone accettano con gioia il bonus di 500 euro e se ne vanno dall’Italia con la speranza di trovare lavoro in zone europee più ricche, e dove i rifugiati sono più tutelati. E che succede? Non solo arrivano in uno stato dove non conoscono nessuno, ecc. ecc. non hanno neache i documenti validi per restare o per lavorare! Addirittura ho conosciuto molti che dovevano andare in Italia per ‘rinnovare’ i loro documenti, documenti però che in Germania non erano validi. Ciò ovviamente ha scatenato un caso politico anche in germania, e le fazioni dei politici si sono divise in due, la via dura e razzista del ‘no li vogliamo’ e la via aperta di chi li voleva aiutare. Ma, da che ne so, la legge che consente a un rifugiato di ottenenere i documenti in Europa SOLO nel primo paese in cui tocca terra, non è stata ancora modifcata. E la stampa italiana, allora, non ne parlò affatto di questo bonus di 500 euro dato da Monti per tamponare il problema (ho guardato adesso anche sul web: nessuna traccia…)

Quindi strabuzzo gli occhi ora a vedere che finalmente i media italiani si stanno occupando di questa realtà, e di questo problema, ma perchè solo ora, con anni di ritardo?? Purtroppo un paio di anni fa e più, i problemi erano sempre gli stessi, e i nostri politici nascondevano la testa sotto la sabbia facendo gli struzzi e cavalcando l’onda emotiva (che avevano creato coi media) che sosteneva che gli italiani non volevano gli ’emigrati’ che gli rubavano il lavoro. E forse purtroppo solo ora, dopo che le morti nel mediterraneo sono continuate e acuite, anche in italia si sta facendo luce su questa situazione. E se i media danno le informazioni più o meno giuste, la gente risponde e reagisce (come gli episodi di solidarietà che stanno accadendo in italia, e che a berlino erano cominciati nel 2012) e i politici non si possono sottrarre a prendere decisioni, che possano tutelare tutti, anche i più deboli.

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Alcune immagini tratte dalle performance fatte con e per i rifugiati:

Refugees Welcome, 2013-2014 – YOU ARE OUT, 2014, Senza Tempo (Without Time)
2015 https://liuba.net/projects/refugees-welcome-2/?lang=it

152. Sebastianstrasse e il muro

May 3, 2015
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Quando sto a Berlino non ho abitato altro che a kreuzberg e a neukolln. Sono queste le parti della città che amo di più. E’ qui che sento soprattutto questa atmosfera speciale di internazionalità, di creatività, ed è qui che la città si manifesta in tutti i suoi parchi e i suoi canali. Non è una cosa strana che mi piaccia questa zona, anzi è quasi ovvio, e forse è pure un pochino inflazionata, ma non posso farci niente: per me è ancora la Berlino che amo di più.

In questo periodo ho abitato in Sebastianstrasse, strada di Kreuzberg vicino ad Oranienplatz, e proprio su questa strada passava il muro che divideva Berlino. Per cui, il lato della mia casa è nella parte ovest, ma davanti ci sono case che prima erano nella parte est. Strano e curioso. Fa molto pensare. Ancora oggi si può distinguere precisamente, sia a livello architettonico che urbanistico, quale parti prima erano dell’est e quali dell’ovest, ed averle entrambe vicine fa un certo effetto. Ieri ho visto una mostra ‘panorama’ in cui c’era una ricostruzione fedele, attraverso un collage di fotografie ingigantito a dimensione reale, della Berlino anni 80, quindi col muro, proprio a partire da Sebastianstrasse, cioè esattamente dove ho abitato in questo periodo.

Condivido con voi alcune foto della sebastianstrasse di allora, col muro. Il portone rosso sulla sinistra, quello in cui stanno facendo il trasloco e portando il tavolo, è la casa dove stavo fino a qualche giorno fa.

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151. Ritorno a Berlino e video

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Sono stata a Berlino più di un mese, e per lo più ho lavorato al nuovo video Refugees welcome, il progetto site specific che ho in corso qui a Berlino sulle tematiche dei rifugiati e le loro storie. Potete avere più notizie su questo progetto cliccando qui.

Sono stata contenta perché per la prima volta non ho montato il video da sola (devo riconoscere che sono in un periodo delicato dove mi è fondamentale lavorare con qualcun altro, almeno per non perdermi nei miei pensieri), come ero solita fare per i precedenti progetti, ma con l’aiuto di un montatore spagnolo, il supporto di un regista americano e la supervisione di un tecnico del suono italiano. Questo poutpurri di persone e incontri da provenienze diverse non poteva accadere che qui a Berlino, ed è per questo anche che ho deciso di venire qui a produrre i lavori. E’ da novembre 2013 che avevo scelto Berlino (e non più New York) come luogo ideale per vivere e fare arte. Purtroppo ci sono stati dei forti dolori nel frattempo e delle grandi perdite, che hanno reso questo ultimo periodo davvero il più difficile della mia vita.  A volte ti dicono che le grandi prove della vita vengono per insegnarti qualcosa, oppure per rafforzarti, io posso solo dirvi che sto facendo una grande fatica, a volte sono proprio giù e mi sento sospesa in una bolla di vuoto che non va da nessuna parte e di cui ho paura. Ma poi da qualche parte profonda l’entusiasmo fa di nuovo capolino, l’entusiasmo per la vita e per l’arte, e riesco a procedere per la strada che penso mi sia assegnata (dico ‘penso’ perché non fa giorno che quasi non mi interrogo se sto facendo la cosa giusta o se sto seguendo la strada che devo seguire, e come potete prevedere le risposte sono alterne…!)

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Refugees Welcome, videostills, 2015

Allora, vi dicevo di questa esperienza sociale e lavorativa berlinese che mi ha dato molta soddisfazione perché innanzi tutto ho condiviso l’entusiasmo per i miei progetti con alcune persone, e il processo di creare qualcosa di bello insieme. Inoltre, e cosa fondamentale, per quanto riguarda i video ero bloccata da alcuni anni. Il video nel mio lavoro è una parte assai importante, che fa da complemento alla parte performativa,  Era dal 2011 che non finivo completamente un video. È impressionante! Ho lavorato a molti progetti, fatto molte performance e mostre, accumulato molto materiale di riprese, ma nessun video è stato finito. Se devo essere sincera mi sono impantanata nella realizzazione del video di The Finger and the Moon #3, al quale sto lavorando da due anni, e pur avendolo finito un paio di volte, non ne sono soddisfatta, per cui il progetto è sempre aperto, non lo ritengo finito e non l’ho ancora esposto ( e a genova stanno aspettando per esporlo!). Poi ci sono state le mie dolorose vicende personali dell’ultimo anno, che mi hanno bloccato ulteriormente, paralizzato quasi.

Ora quindi è quasi una conquista aver finalmente ripreso a lavorare al montaggio dei video, e ad avere finito una nuova opera! E sapevo che da ora in poi non posso più occuparmi interamente del montaggio, e che devo cominciare a collaborare con dei montatori. Così sono doppiamente contenta di aver inaugurato con questo video una nuova fase, che implica la collaborazione di diversi professionisti. Un lavoro di equipe, tenuto insieme dalla mia regia, come succede nei normali film. Mi sento grata a queste persone di aver collaborato con me, e contenta di aver cominciato questa fase collaborativa. Non posso ancora farvi vedere qualche immagine del video, perché manca la correzione colore e la lavorazione dell’audio, anche queste parti che di solito facevo da sola e che ora affido a dei collaboratori professionisti. Ciò mi diverte parecchio, di potermi occupare più precisamente della parte registica e creativa, delegando ai tecnici più esperti di me gli aspetti di loro competenza.

E tutto ciò non poteva che avvenire qui a Berlino, città piena e pullulante di giovani (e non) creativi provenienti da ogni parte del mondo. E’ facile trovare collaboratori entusiasti e motivati, oltre ad essere la città sia stimolante, per le proposte, sia tranquilla e lenta, cosa che favorisce la creatività.

In questo tempo quindi, a parte qualche evento sociale, o qualche uscita per andare al cinema o a sentire del jazz, o a bere la buonissima birra, ho passato la maggioranza delle mie giornate a lavorare creativamente al video e ad altri progetti, solo inframmezzate dalla ormai abitudine acquisita di correre due volte alla settimana e nuotare una volta alla settimana. Cosa che mi aiuta molto.

146. Di nuovo a Berlino ma senza di lei

November 18, 2014

Non ho più scritto su questo blog per molti mesi. Amici cari, sono stata congelata e paralizzata.
Ho vissuto e sto vivendo un dolore grande che talvolta mi porta via. Sono e mi sento senza radici.
Per pudore non ho più scritto. Il dolore è qualcosa di molto privato che non vuoi e non puoi condividere. E non vado a scriverlo.
Però ho deciso che questo blog andava continuato.
Dall’inizio questo progetto implica un diario che racconta la vita di una persona che è artista, con le sue difficoltà e le sue gioie, i back stage, le fatiche, i successi, gl incontri, la vita quotidiana. e raccontare la vita vuol dire aprirsi e lasciarsi vedere.
E’ successo a maggio. Eravamo insieme a Berlino. Mi ha lasciato anche lei, la mia mamma. 4 mesi dopo il mio papà.
Sono rientrata in Italia e sono rimasta là. Per ora è il posto dove devo stare, poi si vedrà. Non ho più scritto. Non ho più mandato newsletter. Congelata. Persa. Vuota.

Ora sono ritornata a Berlino perchè mi hanno invitato a fare due performance sul progetto dei rifugiati che avevo cominciato qui. Ho accettato di venire perchè mi sembra abbia un senso continuare ciò che avevo cominciato e non lasciare tutto al vento. Sono certa che la mia mamma l’avrebbe voluto. Ma lei non è più qui con me. Ogni strada mi ricorda il tempo felice che abbiamo passato qui insieme. E ogni strada sento la malinconia della mancanza e di ciò che non è più. Lei era sempre felice, adorava il verde e i fiori, e la scorsa primavera il tempo era stupendo, un sacco di fiori e di alberi, abitavamo in una parte di kreuzberg molto verde, con anche tanti parchi intorno e un bel giardino nel cortile della casa. Lei si meravigliava di tutto come una bambina. Una bambina saggia. Una persona meravigliosa. Ho condiviso con mia mamma la mia vita, la portavo anche alle mostre o ai concerti, andavamo insieme a mangiare nei localini, lei era sempre felice, e mi diceva: perchè non veniamo ad abitare qua? ed io dicevo: ci stiamo già abitando! Anche se come sempre, l’estate l’avremmo passata a Rimini nella nostra terra. Mi diceva sempre: ‘è meglio ridere che piangere’ e non ho mai conosciuto al mondo una persona con questa dose straordinaria di ottimismo e di carica vitale come lei
Grazie mamma grazie grazie grazie, mi manchi tanto tanto tanto tanto tanto. Ma so che mi stai guardando e sento pure che mi proteggi. Ci sei ancora.

143. Refugees Hunger Strike

April 24, 2014

Qui a Berlino ho ripreso a lavorare intensamente e parecchio. Ho l’aiuto di una persona che parla italiano che sta per 6 ore con mia madre, occupandosi di lei, così in quel tempo io sono libera di lavorare ai miei progetti.

E tutto sta andando avanti: il video di The Finger and the Moon #3, che è finito e di cui ho gestito con un tecnico alcuni problemi tecnici inerenti l’rsportazione del filmato HD, Poi sto rielaborando nella parte tecnica anche il video The Finger and the Moon #2, invitato a un festival di videoarte in Baviera quest’estate ( e lo volgiono già da ora), poi sto facendo un sito nuovo di zecca insieme a una bravissima web-designer and developer austrraliana, con la quale stiamo lavorando molto bene insieme e pure velocemente…non vedo l’ora che sia online!

e, last but not least, sto proseguendo con le riprese e la ricerca sulla situazione dei rifugiati e dei lampedusa people. Recentemente è stato sgomberato il campo profughi di protesta ad Oranienplatz. Alcuni sostengono che c’è stato un accordo e un patto fra i rifugiati e il comune, altri, compreso alcuni di loro, sostengono che il patto era più uno specchietto per le allodole e i media, che un passo concreto verso la risoluzione della loro situazione, per cui si è creata una ulteriore resistenza, ed è stato iniziato uno sciopero della pace in Oranienplatz.

Qui di seguito potete vedere un video, fatto appeno lo sciopero della fame cominciò ( e montato mischiando velocemente anche dell’altro materiale che avevo archiviato, in attesa di fare un lavoro video più ampio su tutta questa situazione), e delle foto fatte ieri, due settimane dopo.

 

142. Ho portato la mamma 83enne a Berlino

April 14, 2014

Ho preso la decisione coraggiosa di portare mia mamma a Berlino con  me. Non poteva rimanere da sola a Milano con solo la donna delle pulizie che viene mezzagiornata, poichè negli ultimi anni ha perso la sua lucidità mentale, nè tantomeno volevo lasciarla a una badante fissa, come quasi tutti mi avevano consigliato.
Ho pensato che per lei fosse meglio stare con me che stare nella sua casa con un’estranea, e per me era più tranquillo, seppur faticoso, gestire mia mamma a Berlino abitando insieme piuttosto che a distanza.

Detto fatto, un bel giorno di sole (fortuna vuole che questa primavera è magnifica, sia in Italia che in Germania) abbiamo preso l’aereo e siamo atterrati a Berlino. Appena arrivati mia madre era contenta, non stanca del viaggio, ed entusiasta di vedere una città fresca, giovane, rilassante, con molti parchi, verde e aria buona, e dove tutti – come lei mi rimarca spesso – sono sempre sorridenti.
Ed io sono felice di poter condividere del tempo con lei, e che lei, finalmente, possa condividere un po’ la mia vita per il mondo a fare arte.

Anche gli amici berlinesi mi dissuadevano da questa scelta, ma io mi ero bene informata dai medici e specialisti prima di partire, avevo portato mia mamma da tutti i medici necessari e rinfrescato tutte le terapie. Ognuno di loro mi diede l’approvazione dicendo che, anche se gli anziani sono affezionati alla loro casa, è molto meglio per lei stare con me in un altro luogo che stare con un’altra persona nella sua casa, e così è stato. Ho trovato inoltre una persona che parla italiano che sta con lei 5-6 ore al giorno di modo che ho ripreso a lavorare, a montare il video, a scrivere il blog, a vedere mostre e a prendermi un pochino del mio spazio.

E Berlino è una città dove mi sento davvero a casa, serena, tranquilla, stimolata ma non stressata. un bel mix fra l’esperienza di New York e la mia Bologna dei tempi dell’univeristà e post università – ho abitato 13 anni a Bologna, amandola un casino! (paragone strano vero? ma è l’esatto mix di queste due esperienze bellissime in due città diverse).

Berlino è una città dove è facile lavorare e collaborare, è piena di creativi in ogni senso ed è facile ricorrere a persone che ti possono aiutare, che provengono da tutto il mondo. Ci sono un sacco di artisti, ma per quanto mi riguarda mi sta interessando stare a berlino più per produrre i miei lavori che per prendere nuovi contatti. sento che è proprio il tempo dell’azione. Però vado regolarmente a vedere mostre. A volte porto appresso pure lei 🙂

137. L’intervista alla TV di Berlino

March 17, 2014
Come vi dicevo nel post precedente domenica 15 dicembre, appena prima di rientrare in Italia per Natale e appena dopo la mia performance collettiva con i rifugiati, sono stata invitata a partecipare a un talk show e a presentare un’anteprima del mio ultimo video a una TV privata di Berlino, i cui studi erano in un grande palazzone a Wedding. Con mia grande agitazione appena arrivata là scoprii che in questo talk show quel giorno ci sarei stata solo io come ospite….una incontrollata e inconscia insicurezza e paura si impossesso del mio respiro, e dovetti sudare 70 camice per imporre al mio fisico un po’ di nonscialance e tranquillità, appena appena sufficienti per permettermi di parlare dicendo cose sensate e senza balbettare -che poi essendo l’intervista in inglese, e pur parlando io abbastanza fluentemente, non è così facile dare risposte abili e brillanti in un’altra lingua in diretta televisiva..Devo dire comunque che il prof. Donald Muldrow Griffith, ideatore e conduttore del programma, è stato molto carino nel mettermi a mio agio sia prima che durante la trasmissione, e mi ha infuso un po’ di tranquillità e sicurezza. Ora che mi sono rivista…beh pensavo peggio …non sono andata poi tanto male! o no?

Buona visione 🙂


136.La performance Refugees Welcome, il crollo post performance e l’intervista in TV

February 22, 2014

(post scritto come bozza in dicembre, ripreso in mano e pubblicato solo oggi)

Sono stata davvero fortunata in questo mese a Berlino, non ha mai fatto molto freddo, così ho potuto liberamente uscire, incontrare persone, conoscere i rifugiati, ascoltare le loro storie, andare agli incontri su questo problema, eccetera, molto di ciò anche in bicicletta. Se c’era più freddo non ci sarei riuscita.
Però eccome se mi sono stancata: vai di qui, di là, parla, conosci, supera la timidezza, registra, pensa, scarica il materiale, scrivi email, ecc…

Sabato c’è stata la performance al Kreuzberg Pavillon, commovente, semplice, toccante, interattiva. Tre ragazzi africani, rifugiati e in protesta ad Oranien Platz hanno deciso di partecipare e si sono presentati in galleria. Un ready made umano. Una rosa di sguardi e sinergie. (leggi i post precedenti sul project in progress: 132, 133, 135-con video).
Ho chiesto al pubblico e a tutti i presenti in galleria, di fare 12 simbolici minuti di silenzio, per sintonizzarsi insieme e accogliere nello spazio della galleria i rifugiati, mettendo sullo stesso piano l’umanità di tutti.
Anche se il compito era semplice, per essere eseguita la performance ha implicato un lungo e anche stancante lavoro di conoscenza, relazione, contatto, con le persone, soprattutto coloro che sono sbarcati a Lampedusa, che hanno il problema dei loro diritti come rifugiati in Europa, e che stanno conducendo una pacifica protesta. Molti incontri, parole, scambi, energia, situazioni. Un arricchimento di vita. La performance risultante, la loro presenza in galleria, era solo la punta dell’iceberg visibile di un lungo processo di vita e relazioni.

Il solito down post performance poi non l’ho potuto assaporare e assecondare in pieno perchè mi è stato chiesto di partecipare a una trasmissione televisiva di una TV privata con un intervista e un video. In realtà era una cosa che già sapevo, ma che doveva essere la settimana successiva, e a bruciapelo mi hanno chiesto di spostarla all’indomani. Ho accettato perchè sto imparando a usare il ferro quando è caldo, ma dovevo anche prepararmi un po’ ed ero molto agitata, proprio perchè ero stanca stanchissima delle fatiche di tutto il periodo preparstorio della performance.
Sono andata quindi domenica negli studi di questa TV a Wedding, e con mia grande agitazione ho scoperto che in questo talk show quel giorno ci sarei stata solo io come ospite….una incontrollata e inconscia insicurezza e paura si impossesso del mio respiro, e dovetti sudare 70 camice per imporre al mio fisico un po’ di nonscialance e tranquillità, appena appena sufficienti per permettermi di parlare dicendo cose sensate e senza balbettare (che poi essendo l’intervista in inglese, e pur parlando io abbastanza fluentemente, non è così facile dare risposte abili e brillanti in un’altra lingua in diretta televisiva…
Devo confessarvi che, insicura del risultato che è venuto fuori, non ho ancora avuto il coraggio di guardare il dvd della trasmissione che mi hanno regalato… 😉

E così, distrutta e liquefatta, dopo di ciò ho bassipressionato per circa per due giorni interi, amebizzando quando non dormivo.

E qualche ora qualche foto della performance:

 

 

 

 

 

Refugees Welcome, performance and open letter, Kreuzberg Pavillon, Berlin dec. 2013

135. Ancora sui rifugiati e Berlino e video

December 11, 2013

In questi giorni continuo a contattare i rifugiati (molti parlano italiano poichè sono sbarcati a Lampedusa e sono stati lì per parecchi mesi). Storie, emozioni, incontri, persone. Qui in fondo condivido con voi alcuni stralci del diario di bordo in inglese che sto scrivendo. In seguito, quando riuscirò, ho intenzione di mandare alcuni stralci di riprese delle dichiarazioni dei rifugiati e delle loro storie (chi accetta di parlarne) diffondendole per il web e pure per i siti informativi, poichè credo che, in Italia sicuramente, non ci sia abbastanza informazione di ciò che sta succedendo, e di come questa questione sollevi problemi ben più ampi che la comunità europea, e la comunità umana deve risolvere: come accogliere profughi che scappano da cattive condizioni nel loro paese? come accogliere chi deve fuggire per una guerra? (mi domando che ne sarebbe stato di Duchamp, di Man Ray, di tutta una parte dell’avanguardia che è fuggita in America durante le guerre mondiali in Europa…e se non fossero stati accolti? quanta  ricchezza in meno per la nostra storia e la nostra cultura!) Come garantire a tutti la propria dignità? e l’uguaglianza? Tutte queste questioni urgono di trovare una soluzione, o quantomeno di essere discusse, per questo che anche il ruolo di informazione acquisisce importanza, e anche di informazione poetica, per coinvolgere le sensibilità delle persone.

Logisticamente sono molto fortunata: per mia gioia non fa assolutamente freddo, ci sono 7-8 gradi, è grigio e piove un po’, e mi piace questo tempo, mi sento perfettamente a casa, è quello che di solito caratterizza i nostri inverni nel Nord Italia. In più sto abitando in una casa perfetta, a Kreuzberg-Friedrichshan, vicino alla maggioranza dei posti dove devo andare, e pure davanti a un bel parco dove, sempre grazia a un clima accettabile, vado a volte – non sono una fanatica – a correre. Così riesco a prendere la bicicletta e mi muovo per Berlino come i Berlinesi. Ah, con la casa ho ricevuto anche la bici! 🙂 Al freddo sottozero non mi abituerò mai, ogni volta mi sento a disagio, ingoffata dai vestiti, impossibilitata a vestirmi come mi pare (di solito mi vesto da marziano mettendo su tutto ciò di pesante che posso avere, strato dopo strato..!), quasi paralizzata nei movimenti, e anche un po’ nervosa…Per ora quindi mi ritengo fortunata che in questo mese a Berlino non si è mai andati sottozero se non qualche giorno fa, che poi ha anche leggermente nevicato, ma è sparito subito. Altrimenti non so come avrei fatto a seguire tutte le conferenze sul problema dei refugees che sto seguendo, e ad andare ogni giorno a parlare con le persone…


5. sat.dic.7

I went at the tent at 3.30pm. I had appointment with some refugees people, to go and see the gallery (that opens only on Saturdays). I met people and I talked with people, mostly in front of the camp fire (afterwards I was smelling like the smoked scamorza cheese..).Then 3 of us went to the gallery.
After that I met an italian architect, Manuela, living in Berlin since 13 years wishing to help me with the project. I am having a lot of encouragement and helping by friends in all the world, many of whom put me in contact with some of their friends living in Berlin. Manuela and I decide that she would have come with me on Monday to the occupied school, to meet more people.

5. sun.dic8
I had to prepare, in 1 hour and among previous Sunday friends visits already programmed, a short video of me talking about the refugees project for a political performance art symposium in Belgrad. I wanted to send them a video of a previous and already finished work, but they were so interested about this issue, that they asked me just to share what’s going on with the audience in Belgrade. I prepared a short video. Even if it could be simple, preparing a short video is not so easy and fast, but it was fun. I was at Waltraud’s studio, a German artist friend, and she help me gladly with location, scenography and recordings.
Here’s the video:

6. mon.dic9
I went to she occupied school with Manuela. It was dark because we went there after her job, at 5.30 (here in winter sun sets down around at 4…). I looked for Turgai, the Turkish activist who is living there. He invited us to a panel discussion occurring in an occupied part of the Betanja building in a couple of hours. Then we met people in the school and we talked with two guys very nice, telling us their stories coming from Africa to Lampedusa and then being in Berlin. There were reggae music on their phones. Everything was friendly. I was with them. I asked them recording their stories with the camera, but they didn’t want. They were interested in participating to the performance and being at the gallery. I wrote the address on a little paper. Everybody is intimidate by the camera, so I never use it, neither I show it. But everybody is ok with audio, so I often record our voices while talking. We went to the activist meeting at the Betanja occupied section, invited by Turgai. They had a conference explaining the process of the protest and the next steps. They showed interesting videos. I had the permission to film. We also met some of the more active refugees leaders of the group. I could talk easily with them of the idea of the performance action for their respect, voice and rights. Maybe some of them will come. As usual I don’t know. I really want to help. They’ll decide what is best for them.

134. Berlin East Side Gallery Wall

Ieri, andando in bicicletta al megastore (non faccio pubblicità dei nomi..) di Alexander Platz per comprare un’altra memory card più spaziosa per la mia videocamera, passai per la famosa East Side Gallery, l’unica porzione di muro che hanno deciso di lasciare, interamente dipinta da artisti e fumettisti di molte parti del mondo. Si trova sul lato est del fiume Spree, che in quest’area divideva la città fra ovest ed est. E’ non molto lontano da dove abito.
Anche se non sono qui per fare la turista, avevo la macchina fotografica poichè andavo a prendere la memory card, così non ho resistito e ho fatto delle foto. Eccole qua da condividere con voi.

The East Side Gallery in Berlin – l’unica parte rimasta del muro e dipinto dagli artisti, visto dal lato est (all the photos © Liuba)

Il nero Spree..


La mecca dei mega store e del commercio alla ex est Alexander Platz…in tempo Natalizio…
(all the photos © Liuba)

133. Secondo giorno meeting refugees

December 4, 2013
Il problema dei refugees è bollente a Berlino soprattutto, ma coinvolge tutta Europa e non solo. 
Molti di loro, arrivati a Lampedusa, vengono poi in Germania, ovviamente attratti da una migliore situazione economica e da una maggiore possibilità di ricevere lo stato di ‘asylus’, che riguarda gli aiuti, anche economici e pratici, che i rifugiati politici qui possono avere. Ma, per una legge che dice che in Europa si può chiedere asilo politico solo nel Paese dove prima si accede, la maggioranza di loro, venuti via Lampedusa, non ha nessun diritto in Germania, mentre altri, volati direttamente qui, hanno potuto ottenere, secondo le circostanze, alloggio e stipendio sociale. Inoltre, molti di loro hanno ricevuto dall’Italia, durante il governo Monti, un buono di uscita da 500 e a volte più Euro per venire in Germania, dove però per i motivi sopra elencati, non hanno trovato gli stessi diritti degli altri, cosa che ha complicato la questione, e che ovviamente non è stata accolta con gioia dalla Germania, che si è vista arrivare caterve di persone in fuga dalle guerre africane. Però questo campo, eretto da più di un anno, è stato supportato da molti volontari, dal sindaco del quartiere kreuzberg, da organizzazioni umanitarie.
info più giornalistiche le potete trovare a questi link:
https://www.ilpost.it/2013/10/16/profughi-berlino/
https://www.refugeetentaction.net/index.php?lang=en


Beh, questa è la situazione. Io non so come si svilupperà questo progetto, sto conoscendo le storie di queste persone, toccanti e interessanti, che protestano da un anno in un campo eretto a Oranienplatz, nel mezzo di Kreuzberg e della città, e li sto invitando a fare un’azione insieme a me, per il loro rispetto e per il loro problema. Ci riuscirò?




3. dic4, 2013 (#1-2)


Today I arrived at Oranien Platz around 2pm. The weather was dusky and humid. I talked with some people, everybody very kind. Most of the people were different from the ones of yesterday, but I recognized some of them, and they did the same to me. So today approaching was a little easier.
I talked with a guy from Niger that was living in Lybia before leaving Africa. We talked italian because he had been living in Italy for some time, then he tried in Germany. He has got now a 2 days a week job creating Christmas lights in a shop. He showed me some pictures (from a nice smartphone) very proudly. He told me he had a nice job in Lybia and no money problem, but he can’t go back because of the war and of the terrible political situation there. He was very interested in participating to the performance action. I think he completely understood the point and the sense for them to come. I hope he will. We saved our phone numbers.
Among others, not really very interested in talking with me, I met a Turkish activist who instead was very interested in talking to me. The conversation was not that simple, because he only spoke Turkish and German, so I had to try to pick up from my brain all the few German words that I had in my memory…but, for the essential, it worked. He is a journalist and activist who had been in prison 15 years in Turkey. He was condemned for live sentence, and two years ago he was liberated through the help of humanitarian institutions as amnesty international. He went to Germany and he got political asylum, with ‘wohnung’ and money. However, he still struggles with the people, and he now lives into an occupied school, where many of the refugees people live (he said 150). We went together to the school, he wanted I took some pictures there. It was a good idea, I was very interested in it, and also after more than two hours under the big tent I was really freezing…


The school was huge and dirty. I met some people, and also a Rumanian group of families with 10 childrens. They asked me money to take pictures. I gave them 2 euros but I didn’t take any picture. Then Turgay, that’s the name of the Turkich journalist, showed me the space where he lived. I was thinking that was not so different from the prison were he was living 15 years in Turkey.. but he was free, and he got all he needed: books, computer, internet, laundry machine, cooking fire and heating. We decide to make a short interview to him, telling us the important points of the refugee protest. Of course he spoked in German. I will have to contact someone for translation…Then we had an excellent cup of Turkish tea. He was very kind. He is really a nice and smart guy.



132. Ho cominciato ad andare al campo profughi di Oranienplatz

Appena arrivata a Berlino ho captato subito che il problema di maggior portata e coinvolgimento era quello dei rifugiati che richiedono asilo (molti di loro provenienti dallo sbarco a Lampedusa), della loro protesta, della problematica di queste persone, del rapporto fra le migrazioni, gli stati e la libertà. E’ un problema che mi sta a cuore (e non solo per esperienze personali) e che mi interessa enormemente approfondire, perlustrando il lato umano delle storie di queste persone migranti, e il lato sociale-antropologico che questi problemi comportano.

Quando sono stata invitata a presentare una performance il 14 dicembre in una galleria di Berlino, il Kreutzberg Pavillon, ho deciso che invece di presentare uno dei miei tanti progetti pronti e performance già effettuate, farò un lavoro sul territorio e darò il mio ‘spazio performativo’ alle persone rifugiate che lottano per i loro diritti. Voglio coinvolgere queste persone a venire con me in galleria standing for their rights e, semplicemente, stare in silenzio, e guardarsi e accettarsi con le persone presenti. Tutti in uno stesso luogo, e tutti con lo stesso ‘diritto’ di esserci.
Mi interessa sempre la vita più dell’arte, e non mi interessa ora presentare una mia ‘opera’ ma dare attenzione a questo problema e queste persone. Potrei definirla un’operazione duchampiana animata: portare la vita quotidiana in galleria, portando le persone e la lotta per i loro problemi, perchè siano ‘viste’, conosciute e quindi rispettate.

Ebbene, questo progetto, essenziale e forte al tempo stesso, semplice da dire, non è assolutamente semplice da fare. Ero già andata a un meeting con persone e attivisti di vario tipo focalizzato sul problema dei rifugiati, e avevo qualche contatto, ma conoscere alcuni immigrati e portarli in galleria non è cosa affatto semplice (e ho solo circa 10 giorni..). Ricordo la fatica che feci per il progetto The Finger and the Moon #3 che richiese moltissimi mesi per contattare le persone delle diverse comunità religiose in Genova, e fare in modo che gli interessati venissero alla performance (e ne vennero 12, di fedi assortite, che fu già un successo, e la performance fu un momento sublime, per tutti – partecipanti e pubblico -unico, che ora sto cristallizzando in maniera universale in un video…), e fu un lavoro di relazioni, amicizie, comunicazione ed empatia umana di grande proporzioni. Ora si tratta di fare lo stesso…

Ieri quindi sono andata in Oranienplatz, dove c’è una tendopoli come presidio di protesta, e con 100 persone che ci vivono da un anno (supportati anche dalla città e dai volontari che garantiscono pasti caldi giornalieri per tutti), a conoscere qualche persona…

Questa che vedete non è una mia foto, poichè mi impedirono di fare delle foto, l’ho presa dal web.
Ora vi racconto cosa è successo ieri, l’ho scritto in inglese poichè è arte del processo del lavoro.

1.

Today i went to the oranien platz camp of refugees with the purpose to talk with some of them and inviting them to perform standing symbolically into the gallery space with the idea of giving them ‘my performance space’ for their rights and respect.

As i was approaching to oranien platz i decided to turn on my small hd camera to self-filming my arrive to the camp place. I just shot a few minutes while walking arriving there, when i was circonded by suspicious and angry refugee activists from Africa shouting against me that i was stolen images. We talk, also aggressively, for 10 min telling them my purpose to ‘work for them’ giving them my performance space and so on. I also had to explain them my personal experience with foreigners laws and extra-communitaire experiences having with my husband being Canadian. They slow down after a while but they pretended i deleted my short shootings. They didn’t accept that shootings done before meeting them (none of them was in the recording. Only the square and me..)
I finally deleted it in front of their eyes. In this way i was accepted to come after lunch to talk with them.
I went away, sort of confused and touched.
I took a few recordings of the place camp from a far away street later on and from a cafe on the other side of the square.

2.

I went back at the camp after lunch. I met friendly people who talked to me about their stories. I talked expecially with two guys, one coming from Algeria, the other from Giamaica (escaping from Mexico). The first one had been living and working in Spain for over 5 years (saying it was very nice for him staying there) but then the crysis arrived and he had to go away. He moved to Italy, where he found the same situation..no work (yes, we know it…), Then he went to Germany, and the only thing he asks is the right to work. The other guy is from Giamaica, and after having lived and studied in United States he escaped from Mexico for some personal problems and asked asylum in Germany, haven’t got it.

Both of them liked very much the idea of getting attention on their problems coming to the gallery on saturday 14 with me. Let’s see if they will come. I never know what is gonna happen.

Tomorrow I will go back there again. I also met a young marocco filmaker who is here to make a documentary, with the refugees permission, about their struggle.

I didn’t take shootings neither asked for it. I was afraid they could be reluctant and they won’t like anymore to talk with me. I thought that I have to do things step by step, and first get their confidence. I really want to help their cause.




130. Mostre e concerti a Berlino

December 1, 2013

Fra le varie cose che ho visto in questi giorni (in cui sto anche molto lavorando al progetto site specific che ho intrapreso qui a Berlino) voglio ricordare, poichè mi sono molto emozionata, in maniera diversa, una mostra e un concerto.
Una mostra enorme, molto interessante, curata benissimo, ciclopica, dell’artista Christof Schlingensief è inaugurata sabato al Kunst Werke, istituzione pubblica per l’Arte Contemporanea di alta qualità, spazio dalle mille sale e caterve di persone all’opening. Il lavoro di questo artista-regista-presentatore, ecc. ecc. prematuramente scomparso (a 50 anni nel 2010) è fatto di denuncia politica, trasgressione, interazione del pubblico, interventi in urban situations, video, video e video e installazioni. Decisamente da ricordare. In Germania era molto famoso. Ho fatto alcune foto col telefono, ma non sono venute granchè, a parte quella delle persone sugli alberi (ho deciso comunque che in generale non mi porto dietro la macchina fotografica nel quotidiano e faccio le foto col telefono, perchè vengono abbastanza bene e la figata è che con drop box le foto scattate vanno online e poi direttamente sul mio pc, senza che devo fare niente…). Ho deciso che tornerò a vederla anche un altro giorno, siamo stati lì almeno un paio d’ore e avremo visto la metà dei video che c’erano e materiali documentativi vari (se dicessi che c’erano 70 video o giù di lì?)

Christof Schlingensief al KW-Berlin
In quei giorni ero andata anche a qualche altro opening, per esempio all’Autocenter, un nuovo spazio ‘cool’ dell’arte berlinese, ma la mostra mi era piaciuta poco, anzi affatto.
Il concerto che mi ha colpito è stato stasera all’ Exploratorium, un concerto di musica contemporanea di improvvisazione, dove un percussionista (che ha fatto vibrare almeno una 50ina di oggetti e strumenti percussivi), una contrabbassista, una clarinettista-flautista (la persona che conoscevo e che mi ha invitata) e una danzatrice hanno creato un lavoro di improvvisazione di alta musica e qualità. Mi hanno detto che questo posto, l’Exploratorium, è l’unico al mondo che presenta quasi esclusivamente questo tipo di sperimentazioni e di musiche. Molto interessante. Ed entrambe le esperienze molto vicino, in un modo o nell’altro, seppur molto diversamente, al mio lavoro e a ciò che mi interessa. Adoro avere grandi stimoli!

129. Arrivo a Berlino per un po’

November 29, 2013

Dico ‘arrivo a Berlino per un po’ perchè ancora non so quanto ci voglio stare. sicuramente non poco, ma la mobilità e l’elasticità mi appartengono così tanto che ormai mi ci sono abituata e diventano un’esigenza.
Qualcuno di voi penserà che io sia miliardaria a muovermi sempre così, invece no, e lo faccio per esistere, per sopravvivere, e per fare l’artista sempre nel migliore dei modi, ma prima di tutto per vivere. E’ da quando ho 18 anni che sono abituata a viaggiare, e da subito imparai come si fa a viaggiare stando bene e spendendo meno di quando si è a casa propria, così negli anni ho affinato una rete di scambi case, ospitalità, subaffitti, sharing e quant’altro, che mi rendono possibile muovermi con facilità e potermelo permettere… (potrei tenere dei corsi in merito: come muoversi nel mondo sentendosi a casa propria e poterselo permettere: qualcuno è interessato?)
Ed eccomi qui, in quella che ritengo essere ora il fulcro d’Europa, e una delle città più internazionali e creative dei nostri tempi. Si sente subito l’energia, e già questo mi fa bene. Ho molti difetti, ma una dote che non mi manca è quella di non subire troppo le cose, di reagire e di avere coraggio: per cui mi sono detta ancora una volta che se stavo in Italia ancora un po’ mi trovavo depressa come un cioccolatino sciolto, e così ho chiuso baracca e burattini, come si dice, ma avendo l’accortezza di avere tutti i salvagenti possibili al mio ritorno (questo è un altro segreto del viaggiare bene e del potersi muovere) e sono partita.

Quando ci si muove spesso, e quando si fanno mostre in diverse parti del mondo, ti capita sempre di avere conoscenti o addirittura amici in diverse parti del mondo (o direi meglio, in diverse parti strategiche del mondo) e quando sono in un posto mi vengono sempre in mente le persone connesse con quel luogo, o a volte ne sono in contatto ancor prima.

Vi dico già che sono stata felice sino alle lacrime di rivedere Gaby, la flautista tedesca con cui feci una delle mie prime performance nel 1993 a Bologna: erano 20 – oddio 20! – anni che non ci vedevamo, e in questi vent’anni lei ha continuato a fare la musicista ed io ho continuato a fare l’artista, entrambe siamo un po’ invecchiate, ma sempre gli stessi sogni e la stessa passione ci abitano, e tutto ciòmi rimbombava nel cuore quando ho sentito un suo concerto l’altra sera al Shoneberg Rathaus, donandomi emozioni forte e tanta felciità di statre al mondo e forse tanta nostalgia delle cose che passano, che girano, ma che poi restano e si ritrovano. Se sapessi in anticipo dove andrebbe proposto, mi piacerebbe rifare con Gaby la performance della margherita dai petali colorati che avevamo preparato insieme a Bologna tanti anni fa!

Ho cominciato qui a Berlino, come faccio di solito quando arrivo in una città straniera, ad essere ospitata da qualche servas, poichè mi piace la situazione di sentirmi accolta, a casa, e di conoscere le vite di queste persone sempre interessanti che fanno parte del circuito mondiale di servas, è un modo per sentirsi subito a casa nella città in cui vai. Per una logistica varia ho passato solo la mia seconda notte in un ostello, e pur avendo una camerata tutta per me, mi sentivo un po’ sola e triste, sensazioni che sono sparite subito quando il giorno dopo sono andata nella bella e accogliente casa di Eva a Charlottemburg, che mi apsettava con gioia e disponibilità. Whau!
Che devo dire? in due settimane ho rivisto parecchi amici artisti, conosciuti di molti nuovi, visto mostre, lavorato al video (non ancora finito ma ci manca poco, haugh!), alle mail, ho avuto l’invito per una performance, mi è stata offerta una casa in subaffitto a kreuzberg, davanti a un parco (anche se freddino, sono andata a fare footing – abitudine cominciata l’inverno scorso a milano grazie a Mario) per alcune settimane….ma grazie Berlino per la bella accoglienza!
Bisogna ripeterselo sempre: farsi un sogno, un progetto, un obiettivo, e poi indirizzarsi verso la strada…la vita ti farà incontrare abbondantemente ciò che hai seminato….
Non so cosa succederà qui ancora, so solo che mi sento bene, che sono felice, e che sto imparando. C’è ancora molta strada da fare per continuare i propri sogni, e il lavoro si prospetta lungo, ma affascinante. E, nota bene, i miei sogni non riguardano Berlino in sè, riguardano l’amore, l’arte, la vita, la felicità, come i sogni di molti altri uomini (beh, forse il sogno dell’arte non ce l’hanno proprio tutti! – e a volte sarebbe anche un po’ più facile non averlo ! ;), ma per me ciò si identifica con la vita, con l’amore, con la mia vita. Bon, e adesso basta paroloni, mi preparo ad uscire che vado a un opening, dove mi vedo con vari amici.
(ultima considerazione: ciò che fa sentire bene in ogni luogo è fare la stessa vita in ogni parte del mondo: sia io a new york, a berlino, a milano, o a rimini, come imposto la mia giornata, ciò che faccio è sempre simile, perchè in questo sono fortunata, lavorando col corpo, col computer e col territorio posso lavorare in ogni luogo! (diverso è capire quando si è pagati per ciò, ma questo f parte dell’instabilità di essere artisti, e se ciò non ti va bene è tanto che avresti già smesso – comunque sono qui a Berlino anche per vedere di incrementare, se è possibile, l’aspetto economico di tutta la faccenda…).
la torre di alexander plaz vista dalla chiesa di marienkirche


Un ultimo inciso: e gli affetti, vi chiederete? (domanda da 300 milioni di dollari, che non sarebbe da inciso): è proprio per questo motivo che mi muovo molto, perchè desidero fare molte vite, e poter vivere insieme a chi amo, quando è possibile, e andare dove voglio andare, quando è possibile. Andare e tornare, questo è il mio motto. E poi a volte, pur mancandosi, l’amore a distanza riempie i cuori più di quello accanto al materasso….)

48. La mia performance “Senza parole” alla Biennale di Venezia

June 13, 2011

Mi sono divertita un casino a fare questa performance e, oggettivamente, devo dire che sono stata brava. Era molto facile da fare, ma per farla bene occorreva una concentrazione non indifferente.
Mi sono vestita in maniera accurata e molto normale, un pochino da hostess, con pantaloni bianchi, camicia a volant blu e giacca blu, con dettagli rossi come la collana, lo zainetto, il rossetto, lo smalto.
Mi presento all’ingresso del Padiglione Italia, all’Arsenale, il venerdì, giorno dell’Inaugurazione ufficiale del Padiglione Italia. Ho uno zainetto sulla spalla e un pacco di volantini in mano. Sembro una hostess, o una rappresentante. Comincio a distrubuire i volantini. Seriamente, assiduamente, professionalmente, gentilmente. Solo che i volantini sono bianchi. Nessuna parola. Nessuna lettera. Vuoti.

Non mi interessa ora dire o spiegare il significato, perché ognuno ci può vedere dentro ciò che vuole, e le derive di significati possono essere molteplici, (e inoltre odio parlare del ‘significato’ di un mio lavoro … se ne avessi le parole non farei il lavoro, no??).

Mi interessa invece registrare le reazioni delle persone. La cosa divertente è che io distribuivo a raffica, come fanno i volantinari veri, che mettono in mano depliant o pubblicità, e le persone tendenzialmente reagivano di riflesso condizionato, come reagiscono ai volantinari: chi prende il biglietto senza neanche guardarlo, chi lo evita e si scosta, chi tende la mano perché lo vuole anche lui … molti incuriositi e speranziosi che ci fosse un testo di presentazione per il Padiglione italia. Ed in effetti la presentazione c’era … solo che era la pagina bianca! Molte persone, accortesi del contenuto del volantino dopo averlo girato e rigirato nelle mani, si sono divertite un sacco, altre ci sono rimaste di stucco, altre mi chiedevano: ma che cos’è? Ed io professionalmente e seriamente dicevo: alcune riflessioni sulla mostra (oppure: la presentazione della mostra …) e molti gongolavano entusiasti dell’idea, altri non capivano, altri ancora rimanevano ‘senza parole’ … altri si conservavano felici il foglio. Sì perché il foglio bianco ha avuto una vita sua propria: chi lo conservava, chi lo rigirava, chi lo riceveva senza guardarlo nemmeno, chi lo voleva due volte, chi lo buttava nel cestino, chi me lo ha reso perché non c’era scritto niente, chi diceva: che bello, ci danno un foglio per fare note e scrivere i nostri apputi sulla mostra … !
Farò in seguito un video anche di questo lavoro, anche se tra la folla a getto continuo che entrava non è stato facile fare le riprese per il mio cameraman ( e non vi dico chi era … ), ma tirerò sicuramente fuori un video interessante, breve e ironico. Lentamente, però, ci sono molti video in coda che attendono di essere finiti (e intanto sono assorbita, quasi troppo per i miei gusti, dal coordinamento con i curatori che invitano i miei video a varie mostre – per esempio quella che ora è a Roma al MLAC (v. comunicato).

Alcuni amici sono stati così gentili, i giorni seguenti, di mandarmi qualche notizia sulle recensioni di questo lavoro, ed in effetti c’è un bell’articolo che vi segnalo su Art Tribune e un servizio piuttosto ampio sul Gazzettino del 6 giugno, di cui vi segnalo sia la versione online che quella cartacea che pubblico qui sotto (grazie di cuore all’amico artista Antonio Sassu che me l’ha scannerizzata e mandata!).

Ringrazio la giornalista Alda Vanzan per l’ottimo articolo e per la sua intelligente e ironica comprensione.
ed ecco alcuni videostill tratti dalle riprese:


Questo lavoro ha tratto ispirazione da Manfred Kirschner, che ringrazio.

45. Viaggio a Berlino e performance lab

June 1, 2011

Dopo Bremen siamo partiti per Berlino.
Dico ‘siamo’ perché nel frattempo a Brema era arrivato anche Mario che mi ha raggiunto lì arrivando direttamente da Montreal e con l’idea di stare prossimamente in Italia. Era da alcuni mesi che non ci vedevamo perché dopo che finalmente avevamo passato un week-end bellissimo a New York per il mio compleanno, lui era partito per il grande Nord a fare un lavoro in mezzo agli Inuit a 2000 km nord di Montreal a 50 sottozero (ed io ero rimasta a New York ovviamente … ).
Anzi, se devo essere onesta, questa alternanza di lontananza e vicinanza a me ha fatto molto bene, e credo anche a lui,  perché ti senti al tempo stesso libera e legata a qualcuno, e inoltre mi sono dedicata intensamente e totalmente all’arte in quei mesi, e quando lo faccio mi sento bene come un papa. (Mi sembra quasi preoccupante: più vado avanti, più mi diverto a fare arte e sto bene solo così! … ).
Non vi sto ora a parlare di me e di Mario, però devo confessarvi che ero piuttosto tesa quando ci siamo rivisti a Brema, perché l’ultima cosa che volevo era ricominciare a litigare, e non potevo nemmeno permettermelo, visto che ero lì per fare una mostra e una performance che erano molto importanti, e soprattutto per la performance live è impossibile per me farla bene se ho della tensione o del nervosismo …
Fortunatamente però è andato tutto bene … abbiamo cominciato a litigare soltanto a Berlino! …

Dunque, dicevamo, siamo partiti martedì da Brema in treno per Berlino, dove ci aspettava una simpatica famiglia di Servas dalla quale saremmo stati ospitati (vi ricordate che vi avevo parlato di Servas qualche post fa? https://liubadiary.blogspot.com/2011/05/41-on-road-again-hamburg-may-2011.html)
Loro si chiamano Mirko, Susanne e Rebekka, e li saluto e li ringrazio per il caloroso welcoming nella loro bella casa (per la prima volta ho dormito su un materasso ad acqua … e mi è piaciuto molto!)

Ero stata a Berlino giovanissima nel ’90, pochi mesi dopo la caduta del muro, ed ero stata impressionata dall’energia di sofferenza e di dolore che vi avevo respirato, percepivo la ferita che aveva tagliato la città e il dolore che era stato patito, e al tempo stesso sentivo le ribellioni di tutti quelli che si radunavano a Berlino come simbolo di lotta e resistenza … Ero stata magnetizzata da quella città, respiravo tensioni forti che mi facevano sentire viva, seppur in maniera tragica ( e a quel tempo ero piuttosto tragica … e malinconica, poi sono diventata crescendo più ironica e solare, che è la mia natura più vera).
Poi ero ritornata a Berlino una decina di anni fa, la città era totalmente cambiata, e seppur rimasi solo un paio di giorni per una mostra visitai le nuove opere architettoniche della ricostruzione, come il Sony Center in Postdamer Platz, il nuovo Reichstag, e rimasi affascinata da questo ricostruire e da questo rinascere.

Ma questa volta ho trovato una città totalmente trasformata ancora di più, una città che è come se avesse rimarginato le ferite e quasi come se si fosse scordata di ciò che successe (anche perché ormai le nuove generazioni sono nate in una città libera e senza muro, e lo conoscono solo dalle storie, molto diverso invece averlo vissuto!).
Ho trovato una Berlino vitalissima, e questo lo sapevo e me lo aspettavo, ma anche una Berlino completamente piena di speranza, che risorge e rinasce e che emana contentezza e movimento da tutti i pori, come invece nel ’90 emanava sofferenza e depressione da ogni poro. E la mia felicità è stata grande nel sentire questo comabiamento attuato e questa speranza diventare certezza e questa città risorgere dalle ceneri totalmente.

Anche questa volta il mio stare a Berlino è stato di pochi gorni, per cui non ho girato tanto, ma è stato importante assaporare tutte queste sensazioni (e girare in barca sul fiume inondato di luce).
Ero a Berlino anche per partecipare a un festival di performance concepito come un lab dove artisti di varie parti del mondo interagivano tra loro e si scambiavano stimoli sul lavoro. E’ stato tutto preparato velocemente, ed io ho scelto una semplice azione performativa (presa dal mio precedente ‘Side by Side’) e ho lavorato facendo interagire la mia performance con la performance di due artisti tedeschi: Albrecht e Utte.
Il Festival, che si chiamava Hunger Festival, era organizzato in diverse locations di Berlino per alcuni week-ends. Quando ci sono stata io si è tenuto a BLO atelier, un luogo molto affascinante, che era un deposito di treni dell’ ex Berlino Est. Un grande parco (e quel giorno migliaia di pollini fluttuavano come neve), alberi, fabbricati, depositi di treni in disuso, formavano una cornice interessante e stimolante, molto underground e molto berlinese.
Devo dire che, avendo passato moltissimi anni ai miei inizi bolognesi, in ambienti alternativi e underground, ora li sento un po’ passati per me, ma pur sempre ricchi e stimolanti.
Vi allego qui alcune foto della performance che abbiamo fatto come risultato del lab

foto:  Luz Scherwinski