76. Ancora sull’Armory e Volta NY

Ieri notte quando vi ho scritto dell’Opening all’Armory era così tardi che ho terminato il post, ma avrei molte altre riflessioni da farvi.
Intanto che, nella selva dei big colossi, c’erano anche alcune gallerie – ma solo alcune – giovani e con lavori un po’ più ricercati e interessanti degli altri. Una galleria inglese mi ha colpito, presentando un solo show di una giovane artista che lavora, in maniera molto sobria ma elegante, con i residui dei colori delle cose che lasciano sulle carta o il tessuto o la parete (un lavoro che mi è piaciuto è una bottiglia di plastica, vuota, di una ‘soda’ gasata, di quelle bevande piene di schifezze, da cui usciva una maglia tutta stramacchiata. Il gallerista mi ha spiegato che l’artista ha immerso una t-shirt bianca in questa bevanda, appallottolandola nella bottiglia, e le macchie sono il risultato della corrosione del liquido. Un’opera quindi, ‘impressa’ da un agente chimico, e dagli acidi corrosivi che la gente si beve …

Sempre all’Armory, riflettevo che la maggior parte delle opere esposte in questa edizione, si suddivide in due categorie: c’è una serie di lavori che giocano sul gigantismo, sulla preziosità dei materiali, sull’eleganza estetica (spesso del supporto). Emblematica potrebbe essere la fotografia di un orso-bruno-con-faccia-simpatica ingrandito a formato 2 metri per 3, o giù di lì. Sì avete capito bene, la foto di un animale come quelle che facciamo noi quando andiamo in uno zoo (mi è naturalmente venuta in mente la serie di foto all’orso, polare e bruno, che avevo fatto in un parco in Canada – mo mi è venuta la voglia di mettervele! … Peccato che non ricordo il nome dell’artista che ha esposto la foto dell’orso, nè la ho fotografata, perché sarebbe stato divertente il confronto!).

Dunque dicevo, una serie di lavori gioca, in funzione della vendita, sul gigantismo della produzione e la cura della confezione. Un altra parte di lavori, sempre e molto in funzione della vendita, ma almeno sono più ‘intriganti’, giocano sul fattore ‘meraviglia e sorpresa: oh, come avrà fatto a fare questo effetto! che figo! E via dicendo. C’erano lavori che certo sono esteticamente e intellettualmente gradevoli e stimolanti, come quello di ‘nuvole’ dentro dei cubi di plexiglass (vedevi come una nuvola, mentre invece erano delle lastre trasparenti di plexiglass giustapposte, ciascuna con una chiazza porosa e bianca, che tutte unite davano il senso della tridimensionalità e della leggerezza. Belle da vedere e poetiche, certamente. Bella idea e bella tecnica. Però poi finito. Altri lavori ad effetto ‘meraviglia’ sono complicatissime sculture con tappi o materiali vari, dipinti naturalistici fatti con lo scotch, e via dicendo. Sembra che queste cose si vendano molto bene …
Scusatemi, ho guardato solo la parte artistica dei lavori e la qualità delle gallerie. Non mi sono informata su come va il mercato dell’Arte, se si vende o no. Forse ciò vi incuriosisce, vedrò se nei prossimi giorni mi ricordo di chiederlo …

Oggi, con molta calma perché ieri notte mi sono messa a dormire alle 5 per finire di scrivere il blog ed ero davvero molto stanca, sono andata all’opening del Volta NY. Oggi sono riuscita entrare come ‘press’ e ho un pass fiammante valido per due persone. Appena arrivata su (perché è all’ 11°piano) mi sono messa le mani nei capelli: stand pieni di brutta pittura e di commercialissimo ‘stuff’ (parola inglese che adoro, che significa ‘cose’ ma anche molto altro, tutto ciò che fa numero).
Pensavo di fare un giro di 10 minuti e poi andarmene, quando vidi una galleria tedesca che presentava i lavori di una coppia di artisti turchi concettuali molto ma molto interessanti. Feci una lunga chiacchierata col gallerista (di Francoforte ma che parlava un ottimo inglese) molto stimolante.
Guardando bene la fiera ho trovato invece alcune gallerie molto interessanti, una minoranza a dire il vero, in mezzo a proposte commercialissime, ma una minoranza di qualità. Per lo più le gallerie che esponevano lavori interessanti erano di lingua tedesca (anche una austriaca e una di Basilea si distinguevano), molti di matrice concettuale e sociale.
La cosa interessante di Volta NY è che le gallerie dovevano portare un solo artista, ossia delle piccole – o grandi, a seconda dello stand – personali. Questo ha reso questa fiera, nel percorso di qualità, come visitare una museo, e questo l’ho molto apprezzato. Ossia, la maggioranza di gallerie era lì con prodotti soltanto commerciali ed estetizzanti (una valanga di mediocre pittura, di lavori decorativi, o molte opere con l’effetto meraviglia – come comporre volti in stile figurativo usando lo scotch da pacchi marrone sopra un light box … -) ma alcune altre, portavano delle personali davvero interessanti e articolate, che costruivano un sistema. Verso la fine del mio giro ho trovato il lavoro – foto e video di performance – di un/una transgender di Los Angeles che mi ha davvero emozionato, e sono stata a guardare lungamente quei video, uscendo dalla fiera in uno stato emozionato e rilassato. Ora non ricordo il nome dell’artista nè quello della galleria, ma ho il bigliettino nella borsetta.