164. L’arte, il viaggio, le incombenze e la ristrutturazione

Poesia del Rinascimento
Poesia del Rinascimento – Liupirogi e Pagiopa, Viserba, sett. 2016

Diciamo che da sempre ho tagliato tutto, nel senso che non ho mai avuto cose materiali e non ho mai guadagnato tanto con la mia arte, ma ho sempre avuto le risorse per riuscire a mantenermi. negli ultimi 15 anni, avendo avuto una casa in regalo, avevo sempre affittato una o due stanze in questa casa (in cui ho una stanza da studio, una da letto e una affittata) per mantenermi la casa – a milano – e non essere dipendente da uno stipendio fisso per vivere, permettendomi di vivere con molto poco e di avere tantissimo tempo per la ricerca e per la creazione.

 

Inoltre, sino a due anni fa, questo meccanismo mi permetteva di affittare anche la mia stanza e andare in altre parti del mondo affittando una stanza a mia volta. E quando partivo in un certo modo fuggivo sempre dalle incombenze e bollette e burocrazia che ci attanagliano nel luogo dove risiedi. Io non sono mai partita per l’india, come molti fanno per trovare un conforto, ma partivo per i luoghi dove potevo fare arte ed avere stimoli, ossia prima New York e poi utlimamente Berlino. Ho vissuto gli ultimi 15 anni lasciando le mie cose nella casa un po’ deposito di Milano che nel frattempo era occupata da altre persone (con le quali fra l’altro ho sempre avuto ottimi rapporti, perchè essendo la mia casa in centro, un po’ originale e con un buon prezzo, è sempre andata a ruba e non ho avuto mai difficoltà a trovare persone), e vivevo con la valigia in varie stanze del mondo, pensando all’arte e quindi stando bene, in una sorta di ritiro.

 

Ovviamente in tutto ciò avevo una famiglia, che erano i miei a Milano (e un compagno canadese che spesso mi raggiunge nei miei spostamenti, anche lui senza un soldo e anche meno di me, che almeno avevo una casa), e tornavo sempre regolarmente a questo centro, che era il fulcro dei miei spostamenti. Certo era sempre stata una vita dura, senza sicurezze, senza un vero e proprio spazio da vivere (affittando parte della mia casa ho sempre vissuto in meno spazio di quanto mi avrebbe fatto comodo), e gestendo con fatica la parte economica, ma avevo acquisito una abilità estrema a muovermi attraverso network di persone, e tutto aveva un senso e un centro.

 

Ora, dopo la scomparsa dei miei tutto è crollato, soprattutto loro come baricentro, e sono andata in mille pezzi. Sto ricostruendomi un pochino, ma il percorso di ripresa dal lutto se mai avviene è un percorso lungo e graduale. A tutto ciò si aggiunge, e mi complica come non mai perchè non sono abituata, la gestione piombata su di me di tutte le loro cose. E’ ovvio che quando non stai bene e non sei lucida non riesci ad occuparti di molte cose pratiche, per cui ho anche rimandato il capire cosa fare, ma nel frattempo queste due case in più mi hanno dato grattacapi, spese, e quant’altro, e per di più non ho capito nemmeno dove vorrei vivere e dove è meglio vivere.

 

Ho deciso di cominciare a sistemare la casa di famiglia che adoro a Viserba (RN), il mio nido creativo da quando sono nata, e però gestire tutto ciò è un’impresa che mi sta sfibrando, fra architetto, impresa, scelte, pagamenti, responsabilità, paure, ansie, arrabbiature, ritardi, appuntamenti, ricerca materiali, ecc (e nel frattempo non posso nemmeno dormire lì e mi divido fra casa di amici a rimini e casa di milano, invece di andarmene a berlino come ho fatto altre volte per emigrazione creativa, dove penso solo all’arte ( e ciò mi fa bene! è come essere in un monastero….!ma pieno anche di gente!).

 

So che dovrei tagliare, ma cose pratiche come cercare un’agenzia, liberare la casa dei miei per affittarla o venderla (venderla ora affettivamente non ci riuscirei) mi sono troppo faticose e dispendiose, perchè nel frattempo devo occuparmi delle perdite della casa dei miei, dove l’inquilina di sotto ha fatto una causa per infiltrazioni, e anche di molte altre beghe a rimini. ed io soffro perchè non riesco ad andare nel mio ritiro artistico spirituale – che può avvenire dapperutto e in nesusn luogo, basta che mi accoccolo nel mio ritmo…

 

Non dico che mi lamento, ma davvero è un momento dfficile. e non è così facile, come qualcuno mi consiglia, il tagliare, nella mia situazione attuale. Certo, so che lo farò, non posso vivere con questi fardelli, ma il tutto è appesantito, se così si puo dire, dal TROPPO amore: troppo amore per i luoghi che hanno avuto a che fare col mio passato e con i miei genitori, troppo amore nei muri, nei mobili, nei luoghi… non so se rendo l’idea.

 

Vorrei fuggire come facevo sempre e rifugiarmi a Berlino a fare video, o altrove, o viaggiare, ma se non sistemo questa macedonia di cose pratiche, di case senza averne una, e di incombenze arrivate sulle mie spalle all’improvviso, senza che mio padre mi spiegasse niente, non so come posso fare. Già alterno momenti dove mi ri-prendo il mio tempo e mi isolo dal mondo, ad altri dove il mondo mi vuole e dove, perchè le cose accadano, devo usare un sacco di energie  e di tempo, che preferirei usare nel mio solito modo meditativo e artistico.

 

Di una cosa sono certa: non cambierò il mio modo di vivere solo perchè mi sono arrivate più disponibilità economiche. meno si ha meglio si sta. so però che sto passando un duro periodo di transizione, e che la cosa che mi piace, e che so fare, è vivere al vento ( ho cominciato diciannovenne a fare viaggi esistenziali dove tutto era una novità e una scoperta interiore, lavorando per tre mesi nei fiordi del connemara, e poi il lungo periodo in Brasile, alcuni anni dopo la laurea…anche allora partii perchè mi sentivo nel pantano e mi dissi: invece di farmi raccogliere col cucchiaino, vado a rigenerarmi altrove! E così avvenne! Tornai da là con una dose a 3000 di energia vitale, che non passava inosservata… ) ma non so come liberarmi delle incombenze che mi sono piovute addosso. Le sto dipanando a poco a poco, ed è un lavoro certosino. spero che almeno mi fortifichi un po’ e mi faccia forse crescere ancora.

 

129. Arrivo a Berlino per un po’

Dico ‘arrivo a Berlino per un po’ perchè ancora non so quanto ci voglio stare. sicuramente non poco, ma la mobilità e l’elasticità mi appartengono così tanto che ormai mi ci sono abituata e diventano un’esigenza.
Qualcuno di voi penserà che io sia miliardaria a muovermi sempre così, invece no, e lo faccio per esistere, per sopravvivere, e per fare l’artista sempre nel migliore dei modi, ma prima di tutto per vivere. E’ da quando ho 18 anni che sono abituata a viaggiare, e da subito imparai come si fa a viaggiare stando bene e spendendo meno di quando si è a casa propria, così negli anni ho affinato una rete di scambi case, ospitalità, subaffitti, sharing e quant’altro, che mi rendono possibile muovermi con facilità e potermelo permettere… (potrei tenere dei corsi in merito: come muoversi nel mondo sentendosi a casa propria e poterselo permettere: qualcuno è interessato?)
Ed eccomi qui, in quella che ritengo essere ora il fulcro d’Europa, e una delle città più internazionali e creative dei nostri tempi. Si sente subito l’energia, e già questo mi fa bene. Ho molti difetti, ma una dote che non mi manca è quella di non subire troppo le cose, di reagire e di avere coraggio: per cui mi sono detta ancora una volta che se stavo in Italia ancora un po’ mi trovavo depressa come un cioccolatino sciolto, e così ho chiuso baracca e burattini, come si dice, ma avendo l’accortezza di avere tutti i salvagenti possibili al mio ritorno (questo è un altro segreto del viaggiare bene e del potersi muovere) e sono partita.

Quando ci si muove spesso, e quando si fanno mostre in diverse parti del mondo, ti capita sempre di avere conoscenti o addirittura amici in diverse parti del mondo (o direi meglio, in diverse parti strategiche del mondo) e quando sono in un posto mi vengono sempre in mente le persone connesse con quel luogo, o a volte ne sono in contatto ancor prima.

Vi dico già che sono stata felice sino alle lacrime di rivedere Gaby, la flautista tedesca con cui feci una delle mie prime performance nel 1993 a Bologna: erano 20 – oddio 20! – anni che non ci vedevamo, e in questi vent’anni lei ha continuato a fare la musicista ed io ho continuato a fare l’artista, entrambe siamo un po’ invecchiate, ma sempre gli stessi sogni e la stessa passione ci abitano, e tutto ciòmi rimbombava nel cuore quando ho sentito un suo concerto l’altra sera al Shoneberg Rathaus, donandomi emozioni forte e tanta felciità di statre al mondo e forse tanta nostalgia delle cose che passano, che girano, ma che poi restano e si ritrovano. Se sapessi in anticipo dove andrebbe proposto, mi piacerebbe rifare con Gaby la performance della margherita dai petali colorati che avevamo preparato insieme a Bologna tanti anni fa!

Ho cominciato qui a Berlino, come faccio di solito quando arrivo in una città straniera, ad essere ospitata da qualche servas, poichè mi piace la situazione di sentirmi accolta, a casa, e di conoscere le vite di queste persone sempre interessanti che fanno parte del circuito mondiale di servas, è un modo per sentirsi subito a casa nella città in cui vai. Per una logistica varia ho passato solo la mia seconda notte in un ostello, e pur avendo una camerata tutta per me, mi sentivo un po’ sola e triste, sensazioni che sono sparite subito quando il giorno dopo sono andata nella bella e accogliente casa di Eva a Charlottemburg, che mi apsettava con gioia e disponibilità. Whau!
Che devo dire? in due settimane ho rivisto parecchi amici artisti, conosciuti di molti nuovi, visto mostre, lavorato al video (non ancora finito ma ci manca poco, haugh!), alle mail, ho avuto l’invito per una performance, mi è stata offerta una casa in subaffitto a kreuzberg, davanti a un parco (anche se freddino, sono andata a fare footing – abitudine cominciata l’inverno scorso a milano grazie a Mario) per alcune settimane….ma grazie Berlino per la bella accoglienza!
Bisogna ripeterselo sempre: farsi un sogno, un progetto, un obiettivo, e poi indirizzarsi verso la strada…la vita ti farà incontrare abbondantemente ciò che hai seminato….
Non so cosa succederà qui ancora, so solo che mi sento bene, che sono felice, e che sto imparando. C’è ancora molta strada da fare per continuare i propri sogni, e il lavoro si prospetta lungo, ma affascinante. E, nota bene, i miei sogni non riguardano Berlino in sè, riguardano l’amore, l’arte, la vita, la felicità, come i sogni di molti altri uomini (beh, forse il sogno dell’arte non ce l’hanno proprio tutti! – e a volte sarebbe anche un po’ più facile non averlo ! ;), ma per me ciò si identifica con la vita, con l’amore, con la mia vita. Bon, e adesso basta paroloni, mi preparo ad uscire che vado a un opening, dove mi vedo con vari amici.
(ultima considerazione: ciò che fa sentire bene in ogni luogo è fare la stessa vita in ogni parte del mondo: sia io a new york, a berlino, a milano, o a rimini, come imposto la mia giornata, ciò che faccio è sempre simile, perchè in questo sono fortunata, lavorando col corpo, col computer e col territorio posso lavorare in ogni luogo! (diverso è capire quando si è pagati per ciò, ma questo f parte dell’instabilità di essere artisti, e se ciò non ti va bene è tanto che avresti già smesso – comunque sono qui a Berlino anche per vedere di incrementare, se è possibile, l’aspetto economico di tutta la faccenda…).
la torre di alexander plaz vista dalla chiesa di marienkirche


Un ultimo inciso: e gli affetti, vi chiederete? (domanda da 300 milioni di dollari, che non sarebbe da inciso): è proprio per questo motivo che mi muovo molto, perchè desidero fare molte vite, e poter vivere insieme a chi amo, quando è possibile, e andare dove voglio andare, quando è possibile. Andare e tornare, questo è il mio motto. E poi a volte, pur mancandosi, l’amore a distanza riempie i cuori più di quello accanto al materasso….)

96. Una settimana a Taizè

Arrivata a Taizè. Avevo un gran bisogno di pace, di relax e anche un po’ di tagliare da tutto e da tutti … problemi pratici e psichici per la malattia di mio padre, problemi pratici e psichici nella relazione con Mario (che è ancora in Canada e ormai mi sto molto stufando, se non ho già raggiunto il limite), allergia di stare a Milano per più di alcuni giorni di fila, e soprattutto un bisogno di ritrovare pace, centro, spirito, allegria.
È come andare a fare un’immersione in un’energia diversa e ritemprante e, poiché in questo periodo sono stata risucchiata dallo stress e dalla fatica, e dall’ansia e dall’obbligo di stare  a Milano (essendo di origini romagnole d’estate trasferisco studio, baracca e baracchini a Viserba e mi piazzo di base là. Stare a Milano, soprattutto d’estate mi fa l’effetto di essere in una serra soffocante dove non solo mi disintegro, ma perdo ogni contatto col fulcro vitale, non sentendolo minimamente in giro e sentendolo poco anche su di me, poiché l’aria lì è davvero così povera di ossigeno che ti ritrovi a respirare a metà, quindi a diventare adrenalinica senza motivi essenziali … spesso non riesco a rilassarmi nemmeno stando in casa senza impegni, perché è come si ci fossero delle macchinette che frullano il cervello senza mai fermarsi che producono ansietà senza spesso motivi oggettivi …
Tutto ciò mi ha causato come un buco spirituale che ha bisogno di essere ricolmato. Un buco dove ho bisogno di rimettere dentro le motivazioni della mia vita, la centratura dell’esistere, il rapporto con l’assoluto, la serenità del sentirsi limpidi accettati e in sintonia con l’universo. Sono sempre stati come dei perni fissi e importanti per me, anche se poi regolarmente questi perni cadono, si rovinano o li perdo di vista o smettono di funzionare … così arriva il momento in cui sento che urge rimettere i perni al loro posto portante, e rinnovare il contatto con le parti profonde.

 E’ sempre stato per me il cibo essenziale, e il contatto con la spiritualità è anche il motore della mia arte e del motivo del fare arte. Una spiritualità magari non canonica, non appartenente a gruppi specifici, una spiritualità a volte un po’ sbandata e altre volte un po’ più certa, ma sicuramente un centro di vitale importanza nella mia vita, il centro appunto. Il perno.

Non so se anche a voi capita spesso di sentire inequivocabilmente che questo perno si è perso o che è soffocato da tutto il resto, oppure di sentire che le esigenze degli altri e della quotidianità ti impediscono di fare spazio per questi bisogni, oppure ti impediscono di concederti le cose che sai che ti possono riportare in una dimensione centrata … Dopo parecchi anni di convivenza con me stessa, devo dire che un po’ mi conosco e so benissimo cosa mi occorrerebbe per stare meglio dentro e per vivere più serena, ma poi ti capita che ci sono delle situazioni forzate dove non ti puoi permettere di fare ciò che ti farebbe bene.
So che mi capite e so che capite cosa intendo dire.
Ed ecco che in una di queste voragini di sete interiore, grossa come il sole, ho deciso di partire per Taizè, di regalarmi una settimana di cibo spirituale, in compagnia di persone di tutto il mondo, nella vita semplice della campagna francese, cercando di non portarmi dietro nessuna zavorra, né sentimentale, né familiare, né progettuale … in teoria ciò non è facile perché sono arrivata ieri, ma ho ancora sul collo le problematiche che mi sono lasciata alle spalle e i pensieri che circondavano le mie giornate, ma ho intenzione, in questi giorni, di fare una bella pulizia salutare, e di cercare di arrivare nel punto del silenzio e del vuoto dove finalmente nuove e fresche energie si possono ricaricare e installare.
Sono davvero contenta di essere qua e di trovare, anche solo nell’energia delle 4000 persone di ogni nazione che sono presenti a Taizé, che meditano con canoni e canti di tutte le lingue, un po’ di cibo per la mia anima piuttosto sfibrata, acciaccata e leggermente malridotta … vi terrò aggiornati per sapere se questa pulizia e ricarica ha fatto effetto!

Vi mando un bacione. E’ l’ora della cena e di mettersi in fila per il pasto (qui i numeri sono davvero tanti, e tutti collaborano anche).

Racconto fotografico:
l’andata piovosa
il traforo del monte bianco
il rito della luce, la prima sera
ragazzi portoghesi schitarranti in plurilingue
il panorama
la piazza principale…
silenzio per entrare nella chiesa
il mio angolino magico
la fila per il pasto…
pazienza e sole per ricevere il cibo… 4000 persone…
 
si mangia ovunque
in mezzo al gruppo di rovigo…
senza titolo
cluny
ritorno
ghiacciaio del monte bianco a chamonix

90. Rocambolando per l’Italia

Di solito,da anni e anni, quando finisco una performance ho una stanchezza tale e anche lo scarico della tensione e di tutta l’energia accumulata e usata, che dormo e larveggio per alcuni giorni, senza a volte riuscire ad alzarmi dal letto o a fare alcunché, e sono giorni in cui ti godi il non far nulla, in cui senti il corpo azzerato che sa come rimettersi in sesto, e da un lato ti senti beata e soddisfatta, dall’altra c’è sempre anche un po’ di tristezza e di interrogativo – del tipo: ma che senso ha tutto questo, tanto gran lavoro e poi cosa resta, ecc … – interrogativo che quando sei stanca come una larva può anche causare leggeri pianti depressi ma poi passa col rifiorire delle forze – bene, dicevo che di solito succede così, e il mio corpo va in catalessi per tre dì …
Ma questa volta il giorno dopo della performance corrispondeva al giorno prima dell’aereo, e invece di poter restare a cazzeggiare tutto il giorno, dormire, vedere amici e vagare per New York o magari sdraiarsi a central park, ho dovuto sforzarmi quasi piangendo perché non avevo forza alcuna, per liberare la mia camera, fare le valige (compreso fare alcuni miracoli per fare stare tutte le cose), andare a fare un’ultima foto della moschea per il progetto delle religione che mi avevano detto essere verso 30th street o giù di lì, e uscire con un mio caro amico appena rientrato a New York dopo mesi che non c’era …
Troppo per lo stato larvale del post performance. E non scherzo. E’ il fisico a non esserci. Cambio faccia, divento pallida, non riesco a muovere gli arti ma li trascino, tendo a stare solo orizzontale, il pensiero è più lento di una lumaca, e di solito piango per un nonnulla, e il cuore batte a tremila per lo sforzo. So che sapete cosa intendo. Energie residue -100.
Non era una bella sensazione non dare al tuo corpo e alla tua mente ciò di cui ha bisogno, e tantomeno pensare di attraversare l’Oceano e di andare altrove, e di chiudere per ora con questa parte di mondo. Io non sono per niente brava con i distacchi. Sia con le persone che con i luoghi. E paradossalmente forse per questo viaggio e mi muovo molto, per poter ritornare da chi ho lasciato, in un vortice quasi perverso di pezzettini che ti si staccano dentro. E naturalmente infatti avevo voglia anche di rientrare in Italia, con altre persone care che mi aspettavano, e finalmente un cibo decente, e una camera un po’ più larga (qui a Manhattan vivevo stretta come in un sandwich), e il progetto a Genova che si avvicinava e che avrebbe catalizzato tutte le mie forze per il prossimo mese … ma no, lasciatemi riposare per almeno una settimana, poi riparto. E invece l’aereo è lì, come un laccio al collo, e poi non sarebbe possibile rimandare, perché ho le scadenze italiane … e nemmeno è possibile partire senza fare i bagagli e dividere cosa mi porto e cosa lascio (lascio sempre alcune cose a New York che non mi sto a portare avanti e indietro, e che mi fanno sentire ‘casa’ quando torno … ). Non è possibile prendere l’aereo senza le cose (e tra vestiti per tre stagioni, tecnologia, materiali, libri, beauty case ben equipaggiato e le tante paia di scarpe necessarie, il gioco non è di quelli essenzialmente leggeri …
Distrutta, amebica, post performance, piangente dalla spossatezza, mi trascino a fare tutto, e poi alla sera mi sveglio pure e passo la nottata fuori col mio amico Ish (e poi mi dico vabbè, è l’ultima nottata a New York e mi sforzavo anche se ero fuori del melone dalla stanchezza … ).
Che dirvi, il giorno dopo metto la sveglia dopo poche ore, finisco di impacchettare tutto (devo anche correre a comprare un’altra valigia, e per far prima ci vado in bicicletta, compro un valigione enorme che persone gentili mi aiutano a fissare sulla bici e pedalo sino a casa con sta cassa di valigia in bilico sul manubrio … Insomma faccio tutto, prenoto taxi collettivo, faccio le ultime telefonate agli amici, e mi trovo al JFK dove per un motivo o per l’altro non mi riesco a rilassare nemmeno lì (tanto per cambiare qualche disfunzione imprevista dell’Alitalia, tipo caricarsi il valigione perché era l’unica compagnia aerea che non aveva il tapirulan per il check in. 
Prendo il volo. Adoro però l’aereo. Perché quando sei lì ciò che hai fatto hai fatto, un luogo diventa passato, e quello in cui vai è ancora futuro e non sta nella tua testa, quindi la testa è libera di volare, è leggera, è presente nel presente, è vigile, è paziente. E naturalmente quando arrivo a Milano, con le 6 ore perse nel fuso orario e una giornata in cui la notte non esiste e non hai dormito per due giorni, ecco che mi trascino da Malpensa verso Milano verso il taxi verso via Bramante verso il mio letto (anzi il divano letto della cucina) e mi incollo lì per due giorni e notti consecutivi, senza sapere nemmeno dove sono dove vivo e chi sono.

87. Voglio scrivervi di così tante cose..e bus cinese

Voglio scrivervi di così tante cose, tante ne succedono – sia fuori che dentro di me – tra nuovi progetti creativi a cui sto lavorando, nuovi contatti e conoscenze, programmazione di performance future, gestione dei progetti che mi aspettano in Italia, e poi riflessioni, pensieri, aneddoti, cose che vedo, sento, percepisco e respiro … Mentalmente vi scrivo ogni giorno, con un sacco di cose da dire e condividendo ciò che mi frulla in testa, ma poi non rimane il tempo per scriverlo, e trovare il tempo per scriverlo è un impresa, con la valanga delle cose che si accavalla, i progetti che si intersecano, le energie per spostarsi, e i rapporti con le tante persone care (raddoppiati perché sono sintonizzata con le persone care in Italia e con quelle di qua) …
E’ buffo, ora sto scrivendo, un po’ mezza storta e al buio – ma sul computer non sul quadernetto – mentre sono sul bus cinese che mi porta a Washington a trovare Stefano (il Mengoz!) per il week-end! Sono su questo pullman scassato che parte da Chinatown New York e arriva a Chinatown Washington con partenza ogni ora e per il prezzo ridicolo di 20 dollari..
E’ stato un po’ strano entrare in questo pullman gremito e pure non trovare il pullman delle 6 ma dover aspettare quello delle 7, ma è interessante provare questa esperienza e poi ho voglia di vedere Stefano, credo che non ci vediamo da una decina d’anni … a Bologna, al primo anno di Università (e per qualche anno) abitammo insieme e lui era un po’ come un fratello maggiore. Poi dopo l’università se n’è andato a Chicago con borse di studio per studiare e insegnare il liuto, e da allora vive negli Stati Uniti insegnando musica all’università … abbiamo deciso di incontrarci a Washigton che è un po’ a metà strada per entrambi, perché lui ha una conferenza ed è lì per alcuni giorni. Per cui ok, mi vedrò Washington,  a passerò il week-end col mio vecchio amico. Bene! Avevo un sacco da fare, a dire il vero, ma generalmente nella mia vita metto sempre al primo posto l’amore e i fattori umani, e mi sono sempre trovata bene!
… Così sto scrivendo tra una curva e l’altra del pullman cinese (perché prima che non scrivevo andava dritto come un fuso in autostrada e ora è tutto uno curva??) Ah, dulcis in fondo, ho Cesaria Evora nelle mie orecchie che da questo incantamento magico contribuisce a un mood meraviglioso e misterioso di questo piccolo viaggio nella notte americana sul bus cinese peno di gente di ogni razza (e odori vari).
i famosi ‘cherries blossom’ a washington

86. Settimane intense a New York ( e un salto a Montreal…)

Queste ultime settimane sono state veramente intense, come sempre e spesso accade a New York. Il ritmo di Manhattan è piuttosto vorticoso, e ti avvolge, però ciò che mi piace è che questa città è provocatoriamente contraddittoria, per cui si trova il ritmo vorticoso e anche la quiete più pacifica …

Ho fatto veramente di tutto … siete curiosi? Ecco una lista sommaria di queste ultime settimane … !

– Messo l’annuncio su graig list per trovare il web designer che mi aiuta a sistemare il sito del progetto finger moon;

– Ricevuto una valanga di risposte in un paio di giorni, e mi ci sono voluti alcuni giorni completi per valutare i lavori e gli esempi delle persone che si offrivano, e selezionarli per un ‘colloquio’;
– Visto le persone selezionate e scelto la persona (una donna, tanto per cambiare … ) che mi è piaciuta di più, come professionalità, idee proposte e compatibile col budget limitato che avevo a disposizione (e questo grazie a un donatore prezioso che sta sostenendo ‘the finger and the moon’ project);
– Visto molte performances, sia al grace exhibition space, sia ad exib art;
– Visitato il New Museum (mostra the ungovernables: mi è piaciuta parecchio, molti lavori interessanti, a volte molto semplici, ma sotto una lieve nuova variazione di prospettiva. Molti lavori provenienti dai paesi ‘emergenti’, come Brasile, Sud America, India, nord Europa, paesi arabi …);

– Visitato la biennale del Whitney (pollice verso per quasi tutto). Sembrava di essere a una delle più banali mostre di fine anno scolastico, prove e pasticci vari, e nemmeno un articolazione espositiva efficace o interessante …- l’unico lavoro che ho goduto è il Circus di Calder, che non faceva parte della biennale, ma era nella sezione delle opere permanenti …(foto a lato);

– Sono andata a Washington per 2 giorni per rivedere il mio amico storico Mengoz che vive in America da 20 anni e che non vedevo da più di 10 (lui vive vicino a Detroit e fa lo storico di musica antica insegnando all’università). Abbiamo camminato a non finire e parlato e ruota llibera e a raffica delle nostre vite per tutto il giorno e mezzo che siamo stati insieme. A Washington ho anche fatto un’azione lenta in omaggio alla giornata della lentezza 2012 
– Ho tenuto costante contatto con la mia assitente Francesca in Italia, che sta facendo un preziosissimo lavoro di archiviazione cartelle, press e progetti, con la mia collaboratrice antropologa Barbara e la curatrice Alessandra  per lo sviluppo dell’imminente performance ed evento collettivo di Genova
– Ho lavorato a due progetti in progress, site specific su New York: uno è il nuovo progetto del cibo (sto soffrendo non poco con la qualità del cibo che mangio, pur stando quasi ossessivamente attenta a cosa compro o a dove mangio … )‘the food project’ che per ora è incominciato con una serie fotografica estetica-denunciante-riflessiva che ho scattato andando in giro e frequentando la città.
– L’altro è progetto è ‘the finger and the moon’, in corso da parecchio, ma con un nuovo step: sto scattando fotografie alle miriadi di chiese/templi/sinagoghe che ci sono a New York, le più disparate immaginabili e con un mix di architettura, vita, spiritualità sommersa dall’urbanità, che è molto interessante. Questo corpus di immagini del  progetto mi servirà sia per la mostra che per la performance di ‘finger and the moon #3’ da farsi a Genova.
– Ho programmato con jill del Grace Exhibition Space la mia nuova performance sul cibo che farò in questa galleria, e abbiamo faticosamente fissato la data del 16 aprile (poiché io il 18 parto) per cui tutto piuttosto di fretta come al solito, ma qui a New York le cose sono così tante e rocambolesche che a volte si riducono con tempi molto stretti, però almeno qui le cose SUCCEDONO. ‘Make things done’ come dicono qua. Ed è vero. 

– Ho comprato, cambiandola due volte (ma per fortuna qui da H & B – o B & H? non ricordo mai … – compri una cosa, la provi e poi la cambi o la rendi se non ti piace), una nuova macchina fotografica con video HD da bomba e super leggera, che è stato il mio indispensabile strumento per le mie foto site specific. Ma che fatica per me comprare la tecnologia, quando ci sono mille proposte, mille differenze, e mille prezzi dalla a alla z … Ho comprato anche una videocamera HD molto buona con un prezzo interessante, ma non l’ho ancora provata bene (e ho sempre tempo per restituirla) … ma ci ho impiegato un mese a vedere modelli e decidere (e non essendo io una tecnica esperta, ma essendo molto esigente e non ricchissima, mi agito tantissimo … ).
– Ho avuto un’otite fortissima con male alle tempie, che mi ha costretto ad andare al pronto soccorso (poiché non sapevo dove andare) e a farmi toccare con mano il servizio sanitario di qua (quando vi racconterò … ) che fortunatamente con una doppia dose di antibiotici è guarita (spero sia sparita del tutto), ma ho avuto il mio bel da fare a giostrare con la logistica della città, le cose che sto facendo e la forte stanchezza causata da questa cosa …
– Ho passato il giorno di Pasqua con Mario, la mia migliore amica americana Nora e il suo fidanzato, a mangiare i famosi pancakes con mirtilli di Nora e finalmente a sentirmi in famiglia e con le persone a cui voglio più bene
– Ho comprato delle scarpe-sandali estivi di cui sono contentissima, un giubbino di jeans e un vestito optical, con rapporto qualità prezzo eccellente (non mi piace molto fare shopping, però devo dire che ho un occhio fino, e quando non cerco riesco sempre a trovare la cosa di qualità col prezzo giusto, o spesso con un super affare!).
– Ho tagliato i capelli dalla mia parrucchiera brasiliana che l’anno scorso mi è piaciuta tanto, ma questa volta non sono stata molto soddisfatta, e poi mi sono tagliuzzata i capelli da sola per personalizzarmi il taglio (non li volevo corti, ma nemmeno così lunghi come erano, li voglio di differenti lunghezze … ) … forse devo pure ritornarci, perché anche con questi ultimi ritocchi non è che sia proprio un granché (però meglio di quando erano lunghi e dritti come prima, che non si addicono al mio viso e al mio carattere).
– Ho preso il bus per Montreal (sono arrivata ieri sera) perché, dovendo preparare la nuova performance del 16 aprile (per la quale sto creando un video da proiettare live)  ho bisogno di stare al computer tutto il giorno, per cui ho pensato è meglio farlo a Montreal condividendo almeno la sera con Mario – che poi partirò per l’Italia e non si sa quando ci rivedremo – che non stare a Manhattan chiusa in casa nella piccola stanzetta (però anche Mario qui si è preso una casa che è microscopica e buia … ).
Beh, ciò che mi piace di New York è che si riescono a fare cose come in un anno altrove, anche se tutto però è molto faticoso, e questa volta ho sentito molto alcuni difetti e alcune cose difficili di questa città, e, a dirla tutta, Manhattan a volte mi sembra quasi in ‘decadenza’, turistica, superata (ho questa impressione netta, e la sto sentendo da alcune altre persone, sia che vivono qui o che ci vivevano. Qualche fermento nuovo c’è in Brooklyn, ma credo che i tempi d’oro della grande mela forse siano acqua passata (o no?).
Ah, e poi ho scritto un sacco di blog … !! Guardare post passati per credere 😉  
(E un po’ stanchina lo sono … ).

81. Coney Island, Queens e performances a Brooklyn

Ecco finalmente vi scrivo, sono nel mio angolino magico, che mi sono conquistata (ossia ho procrastinato varie cose e mi sono fatta più di un’ora di metro – anzi un’ora e mezza perché c’era un guasto) e sono venuta qui per ricaricarmi, e anche scrivere. Scrivo sul quadernino, poi lo dovrò copiare, che poi ho anche il computer dietro nello zainetto, ma non è il caso di usarlo sulla spiaggia … sì sono davanti al mare, seduta sullo scoglio col sole davanti: oggi è una giornata stupenda, so che il week-end sarà più bruttino e piovoso (dovrò andare a Washington, ma non è un problema, ci vado per vedere il caro Mengoz dopo tanti anni!! – Prima coabitazione di casa a Bologna, primo anno di Università …) e quindi ho seguito il mio corpo, il mio istinto e la mia necessità e sono venuta a Coney Island. Amo questo posto, prendi la metropolitana da Manhattan e ti fai tutta Brooklyn, ma poi il treno ti lascia a pochi metri dall’Oceano (certo che dire questa parola fa effetto, ma è proprio così che si chiama … ).
Sono arrivata qui per pensare, respirare, sentire il mio corpo, trovare un silenzio decidere, prendere lentezza.(una cosa molto stancante di New York è che è rumorosissima, anche se a volte tutti quei rumori sono gioiosi, perché è una vita che scoppia ovunque in questa città mai ferma).
Ieri sono stata nel Queens, al capolinea della linea 7, a cercare la zona dei templi multi religiosa per il progetto fotografico-performativo sulle religioni (+ tante foto per il nuovo progetto sul cibo che sto facendo) ed è stata una giornata molto dura.
Vi racconterò in un post a parte prossimamente, della miriade di persone, della disperazione che ho visto, degli occhi vuoti delle persone, della fatica di vivere che ho sentito e percepito sin dentro le midolla e di come io ne sia stata penetrata e mi sia sentita uno straccio, e di come NY siano almeno 20 città diverse, e di come la moltitudine di volti, persone, numeri sia impressionante ovunque, e di come ci sia gioia e disperazione e disponibilità e diffidenza in uno scambio senza sosta e imprevedibile …
Ma oggi invece vi racconto di Coney Island. E’ un posto che amo (forse l’ho già detto, ma fa niente, lo ripeto!) Primo: c’è il mare e c’è la spiaggia. A New York fortunatamente c’è il mare da tutte le parti, ma le spiagge sono rare, oppure lontane. Secondo: c’è la spiaggia, ed è puntata verso sud (credo), ossia vado là per prendermi il sole in faccia guardando il mare, e da trequarti riminese quale sono, per me prendere il sole nelle ossa su sabbia e/o scoglio, è un cibo primario ed ineludibile. Terzo: è un posto assurdo di contraddizioni mass popolari, col nuovo e il decandente, la desolazione, il lavoro, l’ilarità e la multiculturalità della vita americana più provinciale e suburbana ma al tempo stesso metropolitana.

Quando sono arrivata, invece del sole sfavillante che c’era a Manhattan c’era una nebbia quasi felliniana: tutto bianco, ovattato, annebbiato, ma non freddo. Il mare non c’era. Nebbia bianca ovunque, e la sirena (si sente anche a Rimini quando c’è la nebbia) che suonava ritmata. La nota felliniana era che in mezzo a tutta sta nebbia bianca e fumosa, c’era gente ovunque, anche in costume da bagno, sdraiata sulla sabbia o che giocava a pallone come se niente fosse (per me era freddino senza il sole … siamo a marzo d’altronde, anche se col sole c’erano 28 gradi!, ma senza molto meno … )

Quindi, uscita dalla metro e vedendo sta grande nebbia,mi sono detta: ok, non posso prendere il sole e scrivere sulla spiaggia, quindi farò come fanno gli americani: vado a mangiare i famosi hot dog da natan’s (da specificare che io di solito non mangio il maiale), e anzi, per la prima volta da quando sono qua, mi prendo il full meal con tutte le schifezze, voglio proprio provare a vedere come si sta: patate strafritte, hot dog con panino dolce, coca gigante (sì anche quella) e tutto nelle scatole, come fanno qui, to ‘take away’.
Mi sentivo ridicola, con zainetto che cadeva, le scatole del cibo in mano e faticosamente tenendo la big coca cola, nell’atto di spiacciccare le salse varie nel pacchetto e incamminarmi goffamente verso la panchina davanti alla spiaggia a mangiarmi il mio cartoccio. D’altronde qui sto cominciando un progetto sul cibo (non ve ne ho ancora  parlato perché è nuovo nuovo e perché è sul nascere, ma anche perché non voglio svelare molto … ) e tra le tante contraddizioni l’uso del cibo spazzatura è un’abitudine che permea l’America nelle midolla…
Capisco anche perché è nata la Coca Cola e perché qui per abitudine si mangia con la coca cola: perché è uno sturalavandini! Mangiando tutti quei grassi e zuccheri e cibo artefatto e soffritto ci vuole una trivella digestiva che ti faccia buttare giù il cibo … Devo dirvi però che, dopo due ore che avevo mangiato, coca o non coca, il cibo era ancora nella parte più alta dello stomaco, gnucco gnucco.
Parentesi cibaria a parte, poi il sole è ritornato, mi sono messa a scrivere e pensare e mi sono ricaricata , per poi continuare una giornata intensissima, sono tornata a Manhattan mi sono messa a lavorare un paio d’ore al computer da starbucks e poi sono andata a Brooklyn al Grace Exhibition Space, a vedere tre performances, e a parlare con la gallerista Jill riguardo alla nuova performance che probabilmente farò da loro (voglio sviluppare un ‘duetto’ insieme con Harry, lo scrittore, che scrive testi meravigliosi basandosi sui miei video e i miei progetti … ).
Parlare con Jill è stata una gioia, perché, nonostante siamo cresciute in parti del mondo molto distanti, abbiamo avuto un background simile ed entrambe portiamo avanti la performance art come il massimo sviluppo delle nostre potenzialità artistiche, e abbiamo entrambe vissuto i periodi – non molto tempo fa – quando la performance la conoscevano in pochi ed era fuori dai venue artistici principali. Sì anche a New York, non solo in Italia. Ora siamo entrambe contente che da qualche anno la scena artistica internazionale ha riscoperto la performance art e le sta dedicando l’attenzione che merita. E’ come se si stesse assistendo a una rinascita di questa forma d’arte, e ne siamo tutti naturalmente felici. Tanti sono stati gli anni quando a chi ti chiedeva cosa facevi e rispondevi ‘performance’ vedevi la loro faccia inebetirsi e chiedere cos’era o se assomigliava alla danza o a cosa … oppure i galleristi che dicevano: interessante, ma cosa vendo? – Beh, anche oggi non è che la performance navighi nell’oro, ma ogni serio movimento artistico del passato non è mai nato pensando a cosa vendere, semmai al contrario cercando di demolire il sistema del commercio e del mercato dell’arte, o quanto meno criticandolo.
Sono rientrata a casa riprendendo il treno fino a Manhattan, e poi la bici alla fermata Delancey … molto stanca ma molto contenta (a Coney Island ho anche girato delle riprese molto emozionanti e petiche che un giorno mi serviranno per un nuovo lavoro video, che è già bello lì pronto nella testa e nel cuore! (La mi testa frulla sempre e pullula di idee e di possibilità, però realizzare tutto è molto complicato, e molto lento, ma io vado avanti a poco a poco, a volte lenta, a volte correndo, ma sempre, dico sempre, cerco di realizzare tutte le idee che vedo nella mia testa (anche perché una volta che appaiono non vanno più via, e ternerle tutte e accumularle lì fa male … per quello che cerco, per quanto possibile, di fare prima o poi tutto ciò che penso o desidero realizzare … ).
(Il lunapark di Coney Island – forse il più vecchio al mondo – riapre i battenti … ).

71. Mamma Canada, l’ Hotel di Ghiaccio e altri pensieri

Sono arrivata in pullman da New York a Montreal martedì scorso, il giorno prima del mio compleanno il primo di febbraio (date le 6 ore di differenza, alle 18 del 31 era già il primo febbraio in Italia, e ho avuto subito un meraviglioso messaggio di auguri da Claudio, il primo in assoluto!. )
Ho fatto un ottimo viaggio, (v. post!) seppure lungo – sono solo 500km ma ci vogliono 9 ore in bus e ancor più in treno … !
Adoro vedere scorrere i luoghi dai finestrini e sentire di avere tutto il tempo che mi serve per scrivere, leggere, pensare, guardare … perfetto quando si ha il mood giusto, ed io l’avevo.
Sono arrivata a Montreal per stare con Mario un paio di settimane. Lui ha trovato una casa dove poter stare insieme, e mi sembrava importante vederlo subito, prima di affittarmi la stanza a New York e restare là come programmato per alcuni mesi.
Ultimamente lui ed io siamo sparpagliati in diverse parti del mondo e ci vediamo poco, e quando ci vediamo poco non riusciamo nemmeno a capire se il rapporto funziona o no. Quindi, eccomi qui per una pausetta canadese (o meglio quebecois) che mi risulta gradita anche perché ho pure molto tempo per preparare e focalizzare cosa mi servirà per il mio rientro a New York (parlando in termini di materiali contatti e lavori).

Sono arrivata qui con l’idea di stare in casa per la maggior parte del tempo, non ho voglia di fare molte incursioni nel freddo dell’inverno, anche se questa volta mi sono attrezzata bene, e non ho sofferto il freddo (e il tempo è stato pure per lo più soleggiato). Adoro stare in casa con tutto il tempo per pensare ai miei progetti e lavorare agli svariati aspetti che tutto ciò comporta (scrivere le e-mail, aggiornare il sito, il blog, scrivere i progetti, lavorare ai vari video, ecc … ), in più ora cade perfettamente perché Mario ha un lavoro regolare – che lo rende tra l’altro più rilassato e contento – e quindi è fuori casa 5 giorni su 7.

Non vi sto a raccontare dettagli sul nostro rapporto, perché sono privati, però voglio condividere con voi alcune riflessioni su Montreal e sulla vita in Canada in generale (devo dire Quebec, perché qui ci tengono molto a sottolineare la differenza tra il Quebec e il Canada inglese).
Montreal non è una città che mi entusiasma molto, però bisogna riconoscere che è molto rilassante, e che la qualità della vita è alta. Raramente vedi persone nervose, perché si respira un’aria da paese, con poco rumore, case per lo più basse, poche macchine in giro, neve ovunque (d’inverno). A me sembra un po’ come essere in una baita di montagna, mi manca solo il camino!

Questa cosa delle case basse è curiosa: eccetto il centro, situato verso il porto, tutta la grande estensione in superficie della città di Montreal è composta da case generalmente di tre piani, tutte con la stessa tipologia: un appartamento per piano e di solito ingressi indipendenti, con scale anche a chiocciola che partono dalla strada per arrivare all’appartamento del primo e secondo piano. Il risultato è che tutte le strade hanno case basse e spesso con giardino. Mi dicono che c’è una legge che vieta di costruire case più alte, per poter vedere il cielo (!! … Ciò suona un po’ all’opposto dell’abuso edilizio, no??).

Altra curiosità: l’altro giorno mi è venuta voglia di andare in piscina: mi piace fare dello sport e muovermi, soprattutto in una fase intensa di lavoro al computer. Poiché ho visto una piscina vicino a casa, ci informiamo sugli orari e sulle modalità di ingresso. Risultato: per gli abitanti di Montreal è gratis, per tutti gli altri costa una cifra … Mario è riuscito a farmi avere una tessera come ‘Montrealais’ e così ho la mia bella tessera per entrare gratis in piscina (in realtà la vasca non è granché, però mi piace che c’è anche il bagno turco … ).
E sapete perché le piscine sono gratis per gli abitanti? Poiché – questa è la spiegazione come me l’ha fornita Mario – il Governo preferisce spendere per il benessere dei cittadini in modo da risparmiare sulle spese sanitarie (+ sport = meno persone che si ammalano). Anche questa mi sembra una grande dimostrazione di lungimiranza e di civiltà.

Ho chiamato questo post ‘Mamma Canada’ perché per questi come per tanti altri motivi mi sembra sempre che lo Stato si faccia carico in maniera complessa e completa del suo cittadino. Avevo però coniato questo modo di dire alcuni anni fa riferendomi a Mario quando, ogni volta che stava più a lungo in Italia, con lo stress di non trovare lavoro e quello della burocrazia tentacolare (che poi mi dovevo sbobinare io per lui, che manco capisco a volte come funziona per me), se ne ritornava sempre in Quebec, perché Mamma Canada ci pensava  lei: sussidio di disoccupazione, possibilità di avere ingenti sponsorizzazioni per fare l’artista,o il gallerista, il curatore, il danzatore, l’attore, e qualsiasi altra attività si desideri, fondi accessibili per farsi aiutare in varie attività (Mario ha appena fatto una richiesta per un finanziamento per farsi il sito – secondo un bando che garantisce agli artisti le spese per questa ‘necessità’). Potrei continuare all’infinito, descrivendovi le cose che vedo, attraverso Mario (sono facilities solo per Canadesi, però! … ) e cose che vedo coi miei occhi.
Gli affitti, per esempio. A Montreal sono molto accessibili. Addirittura si possono trovare appartamenti per alcune centinaia di euro. Molto care invece sono alcune altre cose come i trasporti pubblici, e il vino (ma quest’ultimo perché il governo ci mette su le tasse come a noi per la benzina).

Però, nonostante tutto questo ben di Dio di agevolazioni, a me non piace molto stare a Montreal, perché non mi sento stimolata, nè mi riesce molto di divertirmi. Forse perché Mario sembra quasi che non conosca bene i posti o forse perché non ha la macchina (e col freddo invernale è meglio andare nelle zone servite dai bus), ma ogni volta che vado in giro non trovo niente di particolarmente eccitante e divertente – a parte un’ottima produzione culturale di spettacoli, per lo più in francese, e di mostre, che non è comunque cosa da poco.
La settimana scorsa per il mio compleanno siamo andati all’inaugurazione di un Museo e a un concerto di musica classica, ma quando siamo usciti, verso le 22.30, affamati, abbiamo girato almeno un’ora a piedi e al freddo per trovare un ristorante aperto, che poi alla fine non abbiamo trovato – e ci siamo dovuti accontentare di un fast food greco – Vabbè, è inverno, ma possibile che non abbiamo trovato niente di meglio???

Domenica scorsa, che era una giornata di gran sole e di freddo intenso ma sopportabile, siamo andati alla festa della neve, nel parco dell’isoletta di S. Elena di fronte a Montreal.
Premesso che ero imbaccuccata come un pinguino (perché comunque un bel -10 c’era di certo, nonostante il sole e il cielo blu) è stato davvero insolito e divertente tutto ciò che ho visto, e merita che vi allego delle foto.
La Festa della Neve era un Paradiso per bambini e teen-agers, piena di giochi. Dai più classici, come lo slittino, l’hockey su ghiaccio, il pattinaggio, a quelli più insoliti …

Quello che mi è piaciuto di più era il calcetto con persone viventi, che vedete qui a sinistra …
I giocatori, disposti come il noto schema dei calcio balilla, erano agganciati all’altezza della vita a una sbarra movibile e pertanto potevano muovere solo i piedi … esattamente come i giocatori di plastica del calcetto!

Tenete conto che il suolo era una lastra di ghiaccio, quindi i giocatori per colpire la palla scivolavano a tutto spiano, senza cadere perché agganciati alla sbarra di mezzo … e giù a calciare e cercare di fare goal! L’idea mi è piaciuta un casino, ed era pure divertente vedere giocare …

 Pista di automobiline per bambini, con tanto di
 pompa di benzina da cui rifornirsi…

 La pista per la corsa delle slitte …

e la pesca nel ghiaccio … (vedete Mario intento a capire come funziona ..).

  Scultura di ghiaccio e … … … …

… Atelier degli scultori: c’erano dei tavoli con diversi attrezzi a disposizione, e blocchi di ghiaccio da prendere e modellare a piacimento.

 

 … Dulcis in fundo … (del nostro elenco, c’erano innumerevoli altri giochi e attrazioni) il famoso syrop d’erable, ossia lo sciroppo d’acero,  la specialità Canadese: lo mettono bollente sopra la neve fresca e questo si coagula subito, tanto da poterne fare degli involtini con gli stecchetti per poi mangiarlo come un lecca lecca …

E ora le foto dell’Hotel di Ghiaccio: Albergo fatto tutto interamente di ghiaccio, nel quale si può soggiornare realmente (auguri!) e sembra sia pure molto richiesto, nonostante dormire nella stanza di igloo con letto in ghiaccio si aggiri sui 200-250 dollari … !!!
Però, guardate per credere, l’effetto è impressionante! – però io non ci dormirei nemmeno se me lo regalassero! Dicono che ti forniscono un sacco a pelo adatto per temperature fino ai -35 gradi, però però … come fai a leggere nel letto o fare qualcos’altro???

70. Primo febbraio

Devo riconoscere che sono felice, sento gratitudine nel cuore e sento di aver compreso alcune profonde verità, anche attraverso una purificazione col dolore, un dolore interno di una ferita dell’anima che esiste da sempre e che ho imparato a vedere con più leggerezza, con più relatività, e soprattutto ho un po’ imparato ad osservarla dal di fuori ed entrare e uscire dal livello che fa male.
E’ una gioia molto profonda, si sente la bellezza dell’amore di cui siamo circondati, e il sapore immenso della vita profonda, dell’energia vitale che scorre dentro e attraverso ognuno di noi, si percepisce la vibrazione meravigliosa di sentirsi puliti e perdonati, e questo perdono e questa dignità,  nonostante i nostri limiti le nostre fragilità e la nostra piccolezza, nessuno ce le può togliere, nessuna persona e nessuna cosa, e questo è fantastico, è la più grande verità che abbiamo, e averla capita è il più grande dono che mi è capitato negli ultimi anni, e anzi dall’inizio di questo 2012 è come se avessi la percezione FISICA di aver capito questa verità, di sentirla in ogni mio poro.
Non è che non ricadrò più in crisi, nè che la parte ferita non mi causerà più sofferenze e pianti, ma so che è possibile e veloce risalire, e soprattutto ho imparato a guardarla da fuori questa parte, accettarla, coccolarla, e non identificarmi, facendo ricomparire velocemente la parte collegata col tutto, assorbendo la parte dolorosa accogliendola e proteggendola, e pure sdrammatizzandola, non dandogli tanta importanza. E sai cosa è stato essenziale tra le altre cose? La purificazione del respiro, alcuni esercizi di pranahiama, l’attenzione al cibo e al suo benessere, lo stato di gratitudine del sentirmi circondata da qualcosa di immenso, sempre.

Il primo febbraio è il mio compleanno, e ho voluto condividere con voi queste riflessioni profonde, scritte in uno stato di gioia interiore, mentre ero sul bus che da New York mi ha portato a Montreal.

67. Welcome back in New York

Mentre tutto o quasi tutto il mondo dell’arte italiano si sta dirigendo a Bologna, io sono partita per New York (e Canada). Ho preso il mio bel volo e sono planata sul JFK alle due del pomeriggio di ieri, 25 gennaio, allegra come il sole che mi ha seguito dalla partenza sulle alpi all’arrivo in città.

Sono stata volentieri in Italia per questi ultimi mesi, anche perché sto lavorando ad alcuni progetti molto interessanti, da attuare in Italia dalla primavera inoltrata in poi, inoltre ho cominciato a collaborare con altre persone e con assitenti, per cui sono stati mesi utili e soddisfacenti, ma respirare l’atmosfera italiana senza deprimersi troppo non è tanto facile, e il bisogno di ritornare a New York è un fatto imprescindibile per me, per continuare a fare l’artista e soprattutto per credere nei propri sogni.

Anche il tassista a Milano, mentre mi portava alla fermata del bus per Malpensa, mi disse con voce depressa: sì, fugga fugga dall’Italia, che qui va tutto a rotoli … Questa frase mi ha colpito, perché è indicativa della percezione che tutti gli italiani hanno in questo momento della realtà in cui stiamo vivendo.
Io non sono partita per New York ora per fuggire da questa morsa italiana, ma l’ho fatto già da parecchi anni, quando nel 2005 sono venuta a New York poiché in Italia trovavo difficile proseguire nel mio lavoro con soddisfazione. Ora tutti si lamentano che c’è la crisi, la crisi, ma da quando io ho cominciato a fare l’artista (e, udite udite, nel 2012 sono vent’anni dalla mia prima performance! – vi scriverò meglio in seguito di questo) ho sempre trovato la situazione italiana molto stemprante, dove chi vuole fare l’artista deve lottare col sangue e coi denti per poter continuare e per ricevere dignità e rispetto del proprio lavoro.

Quando avevo messo il naso a New York nel 2005 per la prima volta, avevo già provato e rigirato in lungo e in largo la situazione italiana, e se anche avevo fatto cose soddifacenti e a volte prestigiose, le difficoltà che ti rimbalzano contro, e il muro di gomma che impedisce alle cose di attuarsi, erano così forti e implacabili che avevo deciso di non rimanere lì a guardare i miei entusiasmi sparire e le mie energie affievolirsi per combattere contro i mulini a vento. E quel viaggio, deciso in poche settimane (allora avevo deciso di andare a Berlino ed ero anche già d’accordo con una stanza da affittare, poi improvvisamente presi una palla al balzo per andare a New York), mi ha aperto un mondo e una serie di collaborazioni, progetti, continui viaggi, avventure, fatiche ed entusiasmi (potete sempre vedere il diario New York per gli inizi, e alcuni post dell’anno scorso di questo blog) che continua ancor ora, anche se so bene che a volte New York è una città dura e competitiva, ma sempre irresistibilmente propositiva e vitale.

Quindi, non sono andata via ora perché fuggo dall’Italia (tra l’altro io vado e poi torno, e poi vado e poi torno, in un esercizio di altalena tra i luoghi e tra le vite che è un po’ complicato ma di un fascino assoluto per uno che ha un carattere come il mio), ma è sacrosanto dire che non vedevo l’ora di andarmene e di respirare nuova aria. E, devo ammettere, non mi manca affatto la Bologna di Arte Fiera, mentre invece c’erano anni che diventavo fibrillante di impazienza di andare a Bologna già setitmane prima dell’evento (per non parlare di tutti gli anni in cui ho abitato a Bologna e amato quella città, e durante Arte Fiera avevo sempre qualche mostra o qualche performance da qualche parte, e un calendario fittissimo di cose da vedere).
Beh, ora però vi voglio descrivere la giornata di ieri, che è stata straordinaria, perché, complice il fuso orario e la differenza di -6 ore dall’Italia,  ho vissuto una giornata lunghissima vivendo situazioni in due posti da una parte all’altra dell’Oceano, che mi ha fatto sentire quasi un po’ ubiqua – oltre che in uno stato di ebbrezza esilarante, e in leggera confusione.
Dunque: sveglia alle 6, ora italiana, per sistemare le ultime cose, vestirmi e uscire in tempo per arrivare in taxi alla fermata del bus per Malpensa. Tutto scorre fluido e in sincronia perfetta (al contrario del viaggio per Miami dove già a cominciare dal taxi tutte le combinazioni andarono storte), arrivo in aereoporto e magicamente appare un trolley per issare le mie due valigie e faccio il check in in modo rilassatissimo. Ho detto ‘appare un trolley’ perché a Malpensa non sai mai dove sono i carrelli, ma questa volta c’era uno straniero ad aspettare il bus offrendo i carrelli in cambio di una mancia, ed io ho molto apprezzato questo modo di rendersi utili e di guadagnare i soldi. Inoltre avevo già programmato che quando sarei arrivata a New York volevo assolutamente andare a sentire un talk sulla performance alla Location One di Soho,e volevo fare un viaggio non totalmente distruttivo per non crollare come una pera al mio arrivo.
Quindi salgo sull’aereo, con un magnifico sole, e mi vedo tutte le Alpi dall’alto, e ogni volta che volo mi emoziono un sacco per la meraviglia di vedere il mondo dall’alto e carpirne la sua morfologia … Riesco pure a dormire un po’, mi guardo un paio di bei film e dopo 9 ore di volo – bello avere il volo diretto! – atterriamo a New York. Lì occorre una bella dose di pazienza e di tempo (almeno 1 ora e mezza) per la fila alla dogana appena sbarcati, e in un paio d’ore riesco ad uscire dall’areoporto e dirigermi alla casa della mia ospite in Carmine street. Erano le 16 ora americana, le 22 ora italiana, ero un po’ stanca di tutto il viaggio, però sapevo che c’era questa conferenza importante che volevo vedere, e così mi sono fatta dei bei respiri e mi sono immersa nella mela. Arrivo a casa nel west village, chiacchiero con la mia ospite in italiano, perché lei adora l’Italia e desidera praticare l’italiano, e poi esco a piedi verso Soho, Location One, assaporanto gli angoli le strade e i negozi di un quartire che conosco benissimo, perché tra una coincidenza e l’altra, sono quasi sempre stata da queste parti quando vengo a New York.
La conferenza era super interessante, proprio sulla performance art e il concetto di contemporaneità, c’erano alcuni artisti e curatori a parlare, tra cui Joan Jonas. E, colmo del benvenuto, la mia amica Marie mi ha raggiunto lì e ho assistito alla conferenza in compagnia, sentendomi accolta e a casa. Dulcis in fundo, invece di prendere un taxi per tornare a casa, come avevo programmato, immaginando di essere cottissima, io e Marie ci incamminiamo verso Spring Street per le vie di Soho e poi a questo punto proseguo a piedi verso Carmine street, comprandomi alcune cosette da mangiare in vari negozietti aperti. Alle 10 di sera, ora americana, 4 del mattino ora italiana, mi metto a letto stanca, serena, grata, per dormire naturalmente come un sasso un meritato riposo.

Welcome back to New York!

61. Decido di partire per Miami all’improvviso …

Ovvero, non proprio all’improvviso, è un po’ che mi ravanava nel pensiero l’idea di andare a fare una performance ad Art Basel Miami Beach. Già dall’anno scorso, quando ero in procinto di partire per New York, pensavo di passare prima per Miami, ma poi ho ritardato e sono partita per New York il 15 dicembre.
Anche quest’anno contavo di partire per New York addirittura a novembre, poi però si sono succedute una serie di cose piacevolissime e importanti in Italia per cui continuavo a rimandare la partenza, fino a che non ho visto che era meglio dedicare ancora delle energie per impostare totalmente i due grandi progetti italiani che ho in cantiere a Genova e all’Aquila, e poi stavolta mi sembrava importante fare il Natale con i miei, soprattutto con mia mamma che non è stata molto in forma negli ultimi mesi.

Quindi, avevo circa abbandonato l’idea di andare a Miami per Art Basel perché ritardavo la partenza per New York, quando una giovane gallerista artista conoscente di Milano mi informa entusiasta che loro sono un gruppo che vanno a Miami a preparare una grande mostra durante Art Basel, che dovevo venire anch’io, che la galleria americana dove si sarebbe esposto era grandissima e che potevo portare molti lavori oltre ai video ecc … Loro partono, io lavoro come una pazza per capire se posso trovare il tempo di andare a Miami, inoltre sto lavorando part-time insegnando in una scuola e almeno sino a Natale dovrei andare avanti … decido tutto in un lampo. L’idea è questa: chiedo un paio di giorni di permesso, vado a Miami, faccio la mostra con gli italiani nello spazio americano, faccio la mia performance ad Art Basel – che avevo già in mente – sto dalla mia amica Servas Marilyn che abita in un lussuoso attico sulla spiaggia di surf side per qualche giorno di riposo, e poi torno, finisco ciò che devo fare e poi riparto per New York dopo le feste. In tutto ciò Mario potrebbe anche raggiungermi da Montreal …
Detto fatto deciso. Prenoto l’aereo che mancano pochi giorni all”inizio di Art Basel, e comincio una preparazione frenetica. Per aumentare la mole di lavoro vengo invitata pure a una mostra importante che si terrà a Torino a metà dicembre (e di cui non vi anticipo nulla … !) a cui, dopo varie riflessioni, decido di partecipare ma solo con il video di un lavoro nuovissimo, che doveva essere finito prima di andare a Miami poiché al mio rientro non ci sarebbe stato tempo per montarlo.
Ho cavallato come una forsennata (a tutto aggiungete due giornate full time di insegnamento mattina pomeriggio e sera che mi succhia una certa qual dote di energie) per riuscire a partire, aiutata però dal prezioso aiuto delle mie giovani collaboratrici con cui sto condividendo una parte del lavoro logistico e comunicativo. Non avevo nemmeno il tempo per pensare e per organizzare lo stare a Miami. Sapevo che potevo stare nella casa che gli italiani avevano affittato e poi sarei stata da Marilyn.

Ma pochi giorni prima della partenza divento nervosa. E’ tre giorni che non ricevo più e-mail da Miami, e non mi hanno comunicato nemmeno l’indirizzo di dove andare. Mi arrabbio tantissimo e divento ancor più nervosa quando prima di partire per Miami non ho nemmeno un numero di telefono di dove loro sono alloggiati, nè un indirizzo, nè un cellulare americano. E ovviamente al numero di cellulare italiano che ho nessuno risponde …
Io non ho mai attraversato l’Oceano per pochi giorni, la mia filosofia è portare il lavoro ovunque e vivere per qualche periodo nel luogo del mondo dove vado. Invece ora partivo per 9 giorni, chi me lo fa fare, e in più vado all’aereoporto senza sapere nemmeno dove andare a dormire, mannaggia aver dato retta a quella gallerista lì, che già sapevo che era un po’ svampita e con la testa fra le nuvole …

Manco a dirlo, dato che partivo stressata come un violino, ho fatto il viaggio aereo peggiore di quelli che avessi mai fatto, con scalo straordinario a Dublino per guasto al carburante, ritardo nell’arrivo a New York, corsa per prendere la coincidenza per Miami, smarrimento del bagaglio (che non ha preso la coincidenza per Miami).
Sono arrivata all’aereoporto di Miami dopo circa 20 ore di viaggio, non aver dormito, 6 ore di fuso orario di differenza, e il bagaglio smarrito che sarebbe arrivato nella notte … ‘A che indirizzo dobbiamo mandarlo? – mi chiedono quelli del luggage care, io comincio a piangere come un’isterica perché non ho il mio bagaglio, e non so l’ indirizzo in cui devo andare (e beninteso, piango come un’isterica perché ho i nervi a pezzi del non aver dormito e dell’essere in viaggio con tre scali in 3 città dalla mattina alle 6, e non reggo, non reggo proprio la mancanza di sonno, il cervello mi scoppia, piango come un’isterica e tratto tutti male). Faccio un sms di prova al cellulare italiano della gallerista italiana che come per magia finalmente risponde dandomi l’indirizzo di quella casa e un telefono di riferimento. Prendo un taxi e li raggiungo, senza la mia valigia, a quell’indirizzo, furente come un furetto, stressata come un anguilla e stanca come un pesce …

42. Hamburg, St.Nikolai Kirche Memorial

Gironzolando per Amburgo mi sono trovata in mezzo alle rovine di una enorme cattedrale gotica, sventrata nel mezzo, con intatto solo il campanile (che nell’800 era l’edificio più alto del mondo).
Amburgo fu interamente distrutta dai bombardamenti del 1943 e questa chiesa è divenuta un memoriale per la pace nel mondo.
Sono salita in cima al campanile (sfidando la mia paura dei precipizi e cercando di vincere le mie vertigini) portata da un ascensore trasparente in cima sino a 75 metri di altezza. Nell’ascensore, ero da sola e mi veniva il capogiro al guardare giù mentre salivo, poi quando sono uscita sul campanile stavo quasi per svenire, però mi sono detta che dovevo vincere questa paura, ho fatto dei grandi respiri, e a poco a poco mi sono ripresa. (Sto leggendo un libro che praticamente dice che ‘nulla è impossibile se sai come farlo’ – devo dire che è ricco di spunti e scritto molto bene – e ho cominciato col vincere questa paura atavica che mi porto dietro da moltissimo tempo).

Oltre a vedere dall’alto tutta la città e il suo porto, in cima al campanile c’era un grosso cartello che raccontava la storia del bombardamento e della distruzione di Amburgo. La raccontava con molta lucidità e con chiari riferimenti alla ‘colpevolezza’ del popolo tedesco di aver dato credito al regime nazista che aveva a sua volta cominciato la funesta e orribile tecnica di bombardare di notte le città. I cittadini di Amburgo, città che fu interamente distrutta dalle bombe alleate, è come se chiedessero ora alla storia di non ripetere nuovamente simili orrori, e hanno eretto un memoriale, nella cripta di questa chiesa sventrata, dove ci sono fotografie della distruzione di amburgo da parte delle bombe alleate, ma anche fotografie della distruzione di Londra e Varsavia da parte delle truppe tedesche. Questo per non dimenticare che tutte le guerre sono tragedie, e che da violenza nasce violenza.
Nel memoriale inoltre c’era un libro dove scrivere i commenti. Desidero condividere con voi ciò che ho scritto:
” Full of emotions I share my feelings”.
This monument is an extraordinary and tragic example of how violence generates violences,
how war generates war.
Humanhood, when do you learn this lesson, now that bombs are falling again over countries and people?”

Fuori, nell’abside sventrata, è stata collocata nel 1977 un’opera in mosaico dell’allora novantenne artista Kokoscha, e altre opere di artisti attuali furono collocate successivamente.

Questa è la cronistoria di ciò che successe quei giorni:
The Battle of Hamburg, codenamed Operation Gomorrah, was a campaign of air raids beginning 24 July 1943 for 8 days and 7 nights. It was at the time the heaviest assault in the history of aerial warfare and was later called the Hiroshima of Germany by British officials.


The Battle of Hamburg overlapped the Battle of the Ruhr which ended on 31 July. The operation was conducted by RAF Bomber Command and the USAAF Eighth Air Force. The British conducted the night raids and the USAAF conducted the daylight raids.
On 24 July, at approximately 00:57AM, the first bombing started by the RAF and lasted almost an hour. A second daylight raid by US Army Air Force was conducted at 4:40PM. A third raid was conducted on the morning of the 26th. The night attack of 26 July at 00:20AM was extremely light due to a severe thunderstorm and high winds over the North Sea during which a considerable number of bombers jettisoned the explosive part of their bomb loads (retaining just the incendiaries) with only two bomb drops reported. That attack is often not counted when the total number of Operation Gomorrah attacks is given. There was no day raid on the 27th.

On the night of 27 July, shortly before midnight, 739 aircraft attacked Hamburg. The unusually dry and warm weather, the concentration of the bombing in one area, and firefighting limitations due to Blockbuster bombs used in the early part of the raid culminated in the so-called “Feuersturm” (firestorm). The tornadic fire created a huge inferno with winds of up to 240 km/h (150 mph) reaching temperatures of 800 °C (1,500 °F) and altitudes in excess of 1,000 feet, incinerating more than eight square miles (21 km²) of the city. Asphalt streets burst into flame, and fuel oil from damaged and destroyed ships, barges, and storage tanks spilled into the waters of the canals and the harbor caused it to ignite as well. The majority of deaths attributed to Operation ‘Gomorrah’ occurred on this night. A large number of those killed died seeking safety in bomb shelters and cellars, the firestorm consuming all available oxygen in the burning city above.

41. On the road again – Hamburg, May 2011


Sono in uno stato di grazia e di estasi. In mezzo al Blumen Garten di Amburgo.
Ancora on the road. Appena mi sposto e mi muovo verso altri luoghi mi sento viva e felice. Il passare delle cose nuove davanti agli occhi e dentro il cuore è come se mi rassettasse a zero tutti gli stereotipi  e le false credenze, e mi mette in una dimensione di accoglienza, di riflessione, di fertile movimento delle emozioni e dei pensieri. E ne gioisco totalmente.
Devo ammettere che sono pure parecchio brava a viaggiare, mi riesce facile come bere un bicchier d’acqua, e siccome ho cominciato da ragazzina, mi muovo ovunque come se fossi a casa.
Ho cominciato a girare l’Europa con l’InterRail, con due lire in tasca, risparmiate dalle paghette e guadagnate dando lezioni di chitarra dai 16 anni in poi ai ragazzini più piccoli di me. Non ho mai speso soldi per vestiti o concerti, ho sempre racimolato tutto il possibile per viaggiare e per fare arte.
Poi, viaggiando, ho imparato subito da altri viaggiatori ad usare le guide (adoro Let’s go, quasi più che le super eccellenti  Lonely Planet) e a conoscere the ‘Youth Hostels’, che in genere sono sempre nei luoghi più belli e centrali delle città e pieni di viaggiatori di tutto il mondo con cui scambiarsi informazioni, esperienze e punti di vista. Poi negli ostelli ho imparato a viaggiare da sola, conoscendo molte donne, soprattutto americane e australiane, che giravano per l’Europa anche per un anno. Allora in Italia non era pensabile che una ragazza si mettesse in viaggio da sola, invece io ho cominciato a farlo a 19 anni, e mi sono sempre divertita un mondo (conoscendo vagoni di persone).
Poi l’anno successivo imparai a fare l’autostop. Imparai in Irlanda, quando andai a Dublino a trovare un’amica irlandese conosciuta in un ostello del Belgio l’anno prima. Ricordo che lei abitava a Dublino ma aveva anche una casa a Cork e mi disse:  – Ci andiamo in autostop. – Come?? – dissi io, che allora in Italia l’autostop non era usato per niente e anzi considerato come una specie di accattonaggio. Invece in Irlanda, lei mi disse, era la norma, lo facevano tutti, ed era un modo per essere gentili e scambiarsi favori. Lo facevano anche le vecchiette per andare a fare la spesa! (le vidi con i miei occhi).
Così andammo a Cork in autostop, e imparai dove chiederlo e a chi chiederlo e quando chiederlo. Poi, dato che la mia amica tornava a Dublino ed io volevo visitare l’Irlanda ma non c’erano linee ferroviarie (ed io avevo anche il biglietto già pagato!) mi feci coraggio e partii per girare l’Irlanda in autostop. Gli irlandesi sono stati magnifici e generosi: amavano così tanto il loro paese e avevano voglia di condividerlo, e quando mi davano i passaggi mi portavano a vedere, facendo anche apposite deviazioni, i posti più belli e meno turistici, e poi mi scaricavano sempre sotto l’ostello di turno dove avrei alloggiato (o dove mi consigliavano di alloggiare). Fu un’esperienza così esilarante – scarrozzata ovunque, nuove amicizie, conoscenza diretta delle persone del posto – che lo adottai ancora molte volte, sia in Europa che in Italia, con altrettanto divertimento e successo. (Avevo le mie tecniche e i miei accorgimenti per viaggiare in sicurezza, e inoltre da sempre sono dotata di un intuito infallibile a prima vista, che mi consiglia chi scegliere e chi no, chi accettare e chi rifiutare … ).
Poi, molti anni dopo, ho conosciuto tramite un amico tedesco che veniva sempre a trovarmi in Italia (ciao Mathias!) un’organizzazione internazionale di viaggiatori che si chiama ‘Servas’. In pratica si offre e si riceve ospitalità attraverso un database di persone nel mondo, altamente selezionate (il database naturalmente è molto riservato). Anche prima di conoscere ‘servas’ ho sempre avuto la mia casa aperta agli amici viaggiatori, e a mia volta spesso ricevevo ospitalità di amici all’estero. Solo che con servas questo funziona ancora meglio, perché puoi contattare persone fidate in tutto il mondo. Sono entrata in Servas nel 2004 o 2005, e subito partii per Madrid e poi New York, accolta, i primi giorni, dai soci servas della città. E’ molto bello perché ti senti a casa ovunque, e invece di andare in un freddo e isolato albergo, sei accolto nelle case di persone del luogo che desiderano conoscerti e farti conoscere il loro paese e la loro città. Bello vero? (se vi interessa andate a vedervi i siti, c’è sia quello italiano, servas.it, che quello internazionale, servas.org mi sembra).
Beh, dopo questa divagazione ritorno a dove avevo cominciato: sono in questo parco meraviglioso in mezzo ai fiori, a miriadi di fiori diversi, pieni di colori, nel cuore di Amburgo.
Avevo voglia di venire in Germania. Dopo il caos vitale di New York, e il rientro nello stress milanese (io non so – ci rifletto da 10 anni e più – sarà l’aria o moti inconsci, ma a Milano non sto mai bene e la soffro parecchio. Diciamo che c’è anche un amore e odio, cose che mi trattengono e cose che mi respingono. Ma chi mi conosce bene sa che la mia casa di Milano è un luogo per me di passaggio, e pure un aiuto ai miei viaggi e alle mie esperienze artistiche).
Avevo voglia di Germania, così rilassante, senza rumori, tutto ben ordinato e civile, e tanto verde, tanta ecologia e tante biciclette. E ringrazio Anette e tutto il gruppo di brema che mi ha voluto e invitato qui in Germania, dandomi occasione di tornare ad operare su questa terra dopo parecchi anni.
Quindi mi godo questa trasferta felice felice!
Ieri sono arrivata ad Amburgo-Lubeck con un volo Ryanair, ho preso un bus per il centro di Lubecca (non resistevo dalla curiosità e mi sono trascinata dietro la valigia per tutto il tempo) e poi ho preso un treno per Amburgo dove ho dormito una notte, e oggi sono a zonzo a perlustrare questa interessante città, e sono da ore in estasi in questo parco gigante e meraviglioso dei fiori, e per rifarvi gli occhi vi dono questi fiori colorati in una carrellata di foto!

15. Natale a Quebec, Canada

Dopo mille tentennamenti e altrettante litigate ho deciso il 23 dicembre di andare in Canada per passare il Natale con la famiglia di Mario, il mio partner canadese. In un certo qual modo non avevo voglia di spostarmi: dopo aver girato come nomade in Italia nell’ultimo mese, aver organizzato dove stare a New York e aver migrato in due case nella prima settimana newyorkese, con le mie mille valigie e le settemila scale degli appartamenti, finalmente avevo le chiavi di un piccolo appartamento della mia amica Nora nel Lower East Side. Caso ha voluto che questo appartamento, che lei di solito affitta perché sta a Brooklyn insieme al fidanzato, fosse rimasto libero, così lei mi ha dato le chiavi per starci durante le vacanze di Natale,  in attesa di trasferirmi con Mario nel piccolo appartamento che abbiamo affittato tramite un’amica di un’amica italiana, dalla prima settimana di gennaio.
Orbene, anche se stanca di tutti i miei girovagamenti, pensavo comunque di andare in Canada a fare il Natale, perché mi piaceva l’idea di farlo in famiglia e non da soli in città, e poi la neve canadese d’inverno fa molto ‘Natale’… però è da quando sono partita che avevo un gran mal di schiena, e l’idea di fare ancora 11 ore di treno (è assurdo ma tra Montreal e New York c’è solo un treno al giorno, che parte alla mattina e impiega tutta la giornata … sembra di essere nel Far West!..) per arrivare a Montreal non mi sfarfugliava proprio, e da lì non era ancora finita, perché la famiglia di Mario sta a Quebec, altre tre ore più a Nord…e poi il capodanno lo vogliamo fare a New York … per cui in Canada solo per pochi giorni! Mario però vuole fare il Natale con i suoi, e lo capisco,  anche perché per due anni l’ha fatto in Italia, e così non vuole venire.  Io non me la sento di fare questo lungo viaggio, ma non sono sufficientemente forte per fare il Natale da sola a New York,  per cui il 23 mattina mi alzo prestissimo e vado alla stazione dei bus (l’unico treno giornaliero per Montreal era tutto esaurito da giorni, il bus impiega 9 ore ma non si può prenotare in anticipo e ti dicono: chi primo arriva meglio alloggia …) a mettermi in fila per prendere la corriera. Sì, è strano, ci sono cose mille volte più sviluppate che da noi, ma altre che mi sembrano fuori dal mondo, come dover fare la fila di ore, seduti sulle valigie, per non perdere il posto per salire sul pullman …
Sua madre è venuta espressamente a Montreal per venirmi a prendere, perché era davvero felice che avessi fatto tutto quel viaggio per venire da loro (notare che da Montreal a Quebec ci sono quasi tre ore di autostrada … ma qui le distanze sono lunghe) e ci ha voluto per forza riaccompagnare a Montreal a riprendere il bus per New York il 28.
Per chi fa il tifo che la mia relazione con Mario continui dò una bella notizia: appena ci siamo visti si sono sciolte tutte le tensioni e le incomprensioni che ci hanno minato in tutto l’ultimo anno ed è rimasto solo l’amore, la voglia di vedersi e la consapevolezza di entrambi di essere all’ultima possibilità e la felicità come all’inizio di stare insieme.
Sono stata anche contenta di aver scelto di andare a fare il Natale in Quebec, anche se è stato un viaggione per pochi giorni, perché è stato bello uscire dalla frenesia della mela (e quanti turisti, troppi, per le feste natalizie!) ed entrare nell’innevato e tranquillissimo paesaggio canadese, un po’ come andare a fare il Natale in una baita in montagna … solo senza montagne! Ed inoltre è stato bello stare con la famiglia di Mario invece che da soli a New York, dove tra l’altro c’è stata una tempesta di neve (che per puro caso fortuito ho evitato, avendo trovato ovunque e sempre il cielo sereno). Mi sono attrezzata come un pinguino per il freddo e devo dire che ben vestita non è stato così tragico come mi immaginavo (mah, c’erano dai -5 ai -15, ma di aria secca e serena).
Il 28 notte siamo rientrati a New York, nel piccolo appartamento vuoto di Nora, per prepararci a festeggiare il Capodanno nella metropoli.

12. Brooklyn l’arrivo e la bolla

“The world is a book
and those who do not travel
read only a page”
S. Agostino

(Trovata mentre spulciavo da Barnes and Nobles e mi sembra perfetta!!!)

Oggi mi sentivo come essere dentro a una bolla. Ancora le emozioni sono filtrate, leggere, quasi chiuse. Sono arrivata a casa di Martha e Marvin a Brooklyn, e anche se ho dormito bene sono ancora un po’ frastornata dal cambiamento. In una bolla: non più nelle cose e nella realtà italiana, ma lenta e col piede che ancora sfiora l’acqua nella realtà newyorkese. Però è bello che affiorano tutti i ricordi e i sapori delle altre mie volte qua, ed è intenso riassaporare qualcosa che è estraneo ma anche familiare, qualcosa che conosci ma che appare solo quando sei qua. Oggi pranzo – cena a casa, cucina deliziosa di Martha e molto relax. Poi sono uscita e al pub dietro l’angolo c’era un meraviglioso concerto di quartetti d’archi con musica classica contemporanea. Naturalmente ci sono arrivata per caso, ed era quello che mi ci voleva.

 

Marvin, Ruth e Alicat


Oggi al Brooklyn Museum, vedendo la sezione dell’arte africana, ho pensato che le danze tribali dei vari gruppi etnici sono delle performance, nel senso più stretto che dò a livello artistico di questa parola, e che le origini e il bisogno di ‘performare’ per comunicare con i simboli è una pratica usata dall’uomo sin da tempi  lontanissimi, anzi necessaria sin dalle origini. Perché non riprendere la performance come danza tribale?
 








In una coppia di totem nigeriani, usati per sorreggere la casa, in quello di sinistra a sostenere tutto, in basso, è la donna, la quale sostiene pure il suo seno. Sopra la donna sta l’uomo e l’uomo però è su un asino sorretto dall’animale … Sopra l’uomo sta il basamento per la casa. Nel totem di destra è l’inverso, ma l’uomo sta sempre sull’asino …


11. Deciso, comprato, partenza

Sarò velocissima, domattina mi parte l’aereo. Ho preso la decisione il giorno dopo le saune a Rimini, ho passato tutto il giorno a meditare e a decidere e poi ho deciso: biglietto per New York prima di Natale, Natale in Canada, e poi altri mesi a New York. Trovo un perfetto volo Linate-Londra-New York della British a sole 420 euro a/r, molto meno che i mesi scorsi quando guardavo, e allora trovando la cosa di buon auspicio ho… fatto click e acquistato il biglietto per l’11 dicembre (in pratica meno di due settimane!!). Era un anno che pensavo di ripartire, poi l’anno scorso casini su casini, ora erano tre mesi che mi sono costruita tutte le cose per partire, ma poi ho lasciato scorrere le cose, non imponendomi nulla, per cui ho scelto di stare ancora in Italia, lasciandomi trasportare dagli eventi che si riempivano e si delineavano, e sapevo che in questa mini tournè italiana, nel viaggio delle campagne, treni, case, arte, avrei deciso nel profondo cosa era meglio fare. Mi è difficile decidere a Milano, lì faccio fatica ad ascoltare la parte vera più vera di mè stessa, e so che se mi metto in moto tutto ritorna più fluido. Così è stato. Ho girato per il centro Italia per i miei progetti artistici (vedendo tante persone care e conoscendone di eccezionali) e ora che molti semi sono stati piantati e molta carne è stata messa al fuoco (e ora che mi sento fisicamente meglio di qualche mese fa quando piangevo ogni tre per due con i mostri che mi assalivano) ho sentito che era il momento in cui ero pronta per decidere sulla data di partenza (che partivo lo sapevo, avevo anche già affittato la mia stanza!). e zacchete! Biglietto acquistato, prospettiva aperta (e problemi logistici ulteriori da superare).
In questi 10 giorni ho fatto tutto, e una serie fortunata di eventi e di incontri, mi ha fatto trovare casa a New York e posto dove lasciare qui la mia macchina al sicuro.
Domattina parto, ora sono un po’ stressata, ho finito tutto, ma la mente è un po’ sospesa, come se non mi permettessi di pensare cosa sta succedendo perché mi devo concentrare sul finire tutto qui prima di partire, e sul non dimenticare nulla. Mi sento una macchina in azione.
Sono sicura che domani sull’aereo, e già in aereoporto, capirò cosa mi sta succedendo, e comincerò a provare ebbrezza e a sentire emozioni (nei giorni scorsi avevo anche la paura, certo l’ignoto – o quello che ci sembra ignoto, che però in un secondo poi diventa già noto – mette un po’ di timore e di tesa agitazione).
Mi aspetto un volo col sole domani, e questo mi rende felice. Il cielo si schiarirà.

Ci sentiamo presto

8. L’Aquila: sopralluogo nel centro storico

Sono stata a L’Aquila solo due giorni e mezzo che sono però stati molto intensi e ho potuto parlare e conoscere molte persone. Ho sentito storie, ho sentito malinconie, ho sentito speranze, ho sentito pazienza. Ma la cosa più importante è che ho percepito un’atmosfera di vita che rinasce, di positività e speranza, anche se farcita con la consapevolezza della complessità dei problemi e delle contrastanti realtà. Quasi ogni persona che ho conosciuto ha una storia diversa rispetto alla casa: chi ha la casa bloccata ma deve continuare a pagarne il mutuo, pur non potendo nè abitarci nè toccarla nè rivenderla, altri che dopo essere stati in albergo per un anno e mezzo sono tornati all’Aquila ma la loro casa non era pronta per cui sono dovuti andare ospiti in giro, chi ha avuto la fortuna di non aver avuto danni sostanziali e che, dopo un paio di mesi vissuti in garage per la paura, ha fatto qualche lavoretto e poi è ritornato ad abitare in casa propria. C’è chi abita nelle new town costruite nella periferia dopo il centro storico, e chi sta aspettando ancora. C’è chi non ha più il suo negozio in centro, e la sua attività commerciale e il suo lavoro sono scomparsi, e c’è chi ha ripreso l’attività in un container dislocato nei sobborghi limitrofi, gli unici dove si è riversata la vita di tutta la città. Locali notturni, farmacie, ristoranti si sono reinventati la loro sede in edifici di fortuna o in prefabbricati o in camion sparsi fuori dal centro. E poi c’è il centro storico, che è un immenso guscio vuoto, dove ogni palazzo è avvolto, protetto, sostenuto, da ponteggi, travi di legno, di ferro, archivolti, supporti. Materiali nuovi che abbracciano i vecchi e li tirano su. Si vedono molto le ditte di ricostruzione al lavoro, ma le strade accessibili e aperte ai cittadini sono poche, tutto il resto è ancora zona rossa presieduta dall’esercito. Ho vissuto molto le emozioni camminando nel centro storico dell’Aquila, e queste emozioni le ho messe nelle foto che ho fatto. Ho una serie di 200 fotografie, ne condivido alcune con voi, perchè parlano più delle parole.

6. All’ Aquila in treno

Provenivo da Roma, e dopo essermi fermata ad Amelia, sulle colline in provincia di Terni da una simpaticissima coppia di amici servas, prendo il trenino che da Terni mi porta all’Aquila. Sembra di salire su una vecchia cremagliera che, a stantuffi e fatica, si arrampica tra gli appennini, fuori è freddo e il paesaggio di novembre è dolce e di colori rossastro bruno gialloverde. Novembre non è il mio mese preferito.Anzi è quello che più mi pesa ogni anno, però questo tour italiano si sta rivelando romantico e dolce, con la sua pioggia battente, le colline, gli ulivi e le montagne avvolti da colori indefiniti, né vivaci né assenti, un ibrido molle come un nylon davanti alle cose.
Mi sono goduta il viaggio in treno, come sempre, perchè adoro viaggiare in treno, adoro guardare dal finestrino e vedere il paesaggio che scorre e va, cullata dal ritmo del vagone che ballonzola. E addirittura preferisco di gran lunga i treni vecchi e lenti, come questo, col loro sapore retrò e caldo. Non amo prendere gli eurostar, e ancor meno le frecce rosse, che saranno pur veloci, ma non poetiche e oltretutto care come non mai (e in linee come Milano – Roma praticamente hanno tolto tutti gli altri treni che non siano freccia rossa, un’operazione di marketing occulto che mi indigna e che boicotto, prendendo le frecce rosse solo quando è strettamente necessario, ossia quasi mai – ecco, scusate se ho divagato ma questa roba delle frecce rosse mi sta qui).

Sto scrivendo da Rimini, mentre la gatta di Claudio, la Gina che adoro, sonnecchia russando e facendo strani mugolii (forse sta sognando? o ha il naso chiuso anche lei??).
Bene, arrivo all’Aquila a metà pomeriggio e mi viene a prendere la professoressa Lea Contestabile, che mi ha invitato al workshop in Accademia. Gentilissimo il marito mi accompagna al Bed and Breakfast in mezzo al traffico di una L’Aquila nuova, che scorre nei poggi limitrofi al centro storico quasi fantasma e la vita continua altrove tra una new town e un prefabbricato, e la farmacia nel container, e l’unica via di raccordo con la fila delle macchine.
Il giorno dopo gli studenti mi diranno, a proposito del mio progetto della lentezza, che se prima la loro vita nel centro storico era ‘lenta’ e camminata per le stradine, ora è frenetica e convulsa in mezzo al traffico delle poche strade che contornano la città. Ho visto coi miei occhi che tutto è distante da ogni cosa, e che ciò che è ripartito è sparso ovunque.

1. Rieccoci!

Ciao a tutti
dopo il diario New York, apparso ‘a puntate’ sul web intanto che succedeva e seguito quasi come una telenovela (anche perché un po’ lo era!) da una numerosa serie di persone, dopo alcuni anni di silenzio ho deciso di ritornare a raccontarmi e a raccontare i retroscena della vita, normale, di un’artista, e questa volta lo faccio da un blog. certo non so ancora quando e quando pubblicherò, se e cosa vi racconterò, quanto durerà, come si evolverà, ma ora sono qui e comincio con gioia e con emozione. Tra l’altro ora sono a Milano ma in procinto di muovermi ancora verso New York e il Canada, anche se tutto è definito e indefinito al tempo stesso, ed io ho voglia di andare e pigrizia di rimanere al tempo stesso, e voglia di prendere tutto con calma…ma ancora una volta so che ha senso cambiare aria e rimettere in discussione tante piccole certezze acquisite…

Perché sento il desiderio di condividere parti di ciò che mi accade con voi? Perché è come se ci fossero due torrenti che mi attraversano, quello della vita normale, con tutte le sacrosante esigenze di stabilità, rapporti, lavori, bollette, paure, silenzi, soddisfazioni e poi c’è una parte inquieta che si meraviglia di tutto e cerca il colore delle cose, e soffre nel grigio quotidiano e nella morsa dell’ingranaggio, e questo secondo torrente fluisce impetuoso e si mischia con l’altra acqua più quieta. E lì nasce l’arte, nasce il mio desiderio di molto viaggiare, e nasce il conflitto e il rischio, e la paura e la gioia.
Desidero raccontarmi perché so che questi torrenti sono in molti di noi, e mi piace pensare che condividere l’attraversare di queste acque possa creare sinergia, complicità, sollievo e ironia.

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