165. Il mare nero della troppa abbondanza

Sono arrivata a Berlino per presentare l’edizione a tiratura illimitata dei miei video sui rifugiati che feci a Berlino e che sono nati da delle performance realizzate con loro, durante la protesta di Oranienplatz e dintorni.

Tutto era cominciato quando ero arrivata a Berlino nell’autunno del 2013.

 

Mi viene da pensare a questi 3 anni (e 3 mesi), di come miriadi di cose si siano succedute nella mia vita, e sicuramente per me non facili, e come la mia venuta a Berlino, città dove in un certo senso avevo intenzione di stabilirmi, almeno per qualche tempo, sia stata da allora un continuo mordi e fuggi fra il venire e l’andare, fra il portare avanti dei progetti legati a questa città, soprattutto riguardo la realizzazione e lo sviluppo del progetto dei rifugiati, e il mio stare in Italia, affrontando la perdita, il dolore, e poi anche la gestione pratica di ciò che mi hanno lasciato i miei genitori, arrivandomi sulle spalle tonnellate di lavori e responsabilità, di cui non ho avevo mai avuto competenze.

 

In un certo qual modo mi sento soddisfatta di essere ancora qua, di aver mantenuto un briciolo di forza per focalizzarmi sui miei progetti artistici – oserei definirli progetti artistici-umanitari, che è ciò che davvero mi preme di più in questo momento – e per non abbandonare tutto. Mi sento un pochino orgogliosa di aver avuto e avere la forza di attraversare un mare in tempesta senza perdermi totalmente e senza affogare, anche se un po’ di naufragi sono successi e parecchie sbandate e depressioni sono lì a chiedere il loro spazio, ed io che lotto per non darglielo tutto, senza darmi per vinta.

 

Devo ammettere, e so che forse mi capirete anche perché lo sento nell’aria come un fenomeno diffuso, che spesso mi sento abulica o meglio demotivata, persa in un mare enorme di informazioni e in una marea di cose da fare gestire leggere rispondere, che si fatica a vedere ciò che realmente vale, e ciò per cui vale la pena dedicare il proprio tempo. Soprattutto risulta difficile rispondersi alla domanda cosa valga davvero la pena di fare, quando in questo mare di cose tutto sprofonda senza che appaia veramente e dove tutto ciò che facciamo rischia di sommergersi all’istante ed essere dimenticato come quasi tutto il resto, inghiottito da questa massa scura di troppo di tutto.

 

Da artista poi ti chiedi a cosa cavolo serve l’arte, quando nel mondo ci sono così tanti problemi, quando ciò che facciamo è come una goccia in un oceano, quando andiamo alle mostre e ci sentiamo un senso di nausea (a me succede sempre più spesso) per l’inutilità e a volte la bruttezza delle opere esposte, come se l’arte fosse anche meno di un divertissment, uno spreco, quasi, molte volte. Certamente quello è un tipo di arte che non mi interessa, ma spesso e volentieri è ciò che la maggior parte della gente vede come ‘arte’ ed etichetta come tale. Mi sembra tutto molto sterile. Mi prende a volte un senso di impotenza a pensare che, bello o brutto, impegnato o non impegnato, noto o meno noto, tutto ciò che facciamo venga poi inghiottito nel buio della molteplicità della saturazione che oggi ci avvolge.

 

E con queste riflessioni in ogni modo sono qui, a prepararmi per il mio intervento di domani a Image Movement, con l’atmosfera di Berlino che come sempre mi ispira alla calma e alla riflessione, e di questo ringrazio.

Sto con una leggera insoddisfazione per la riuscita della stampa dei pieghevoli dei video, file venuto benissimo e fatto in collaborazione con la mia amica grafica Monika Redin, ma stampato e confezionato in una maniera che un po’ lo avvilisce. E mi avvilisco anch’io perché mi piace poco e perché lo volevo bellissimo, e mi avvilisco al pensiero che probabilmente tutto ciò non servirà a nulla, perfetto o non perfetto che sia, e che il lavoro dei miei ultimi 3 anni riguardo ai rifugiati non serve a nulla e a nessuno. Vedete, è strano, ero sempre stata una persona entusiasta e di instancabile slancio per tutto ciò che intraprendevo e per cui credevo, e mi ritrovo ad essere così nichilista.

Ma davvero sono i tempi che ci stanno cambiando inesorabilmente o sono solo le mie vicende personali? Ci sarà un tempo dove ritorneremo a sentire di avere uno scopo efficace per cui adoperarsi e un entusiasmo rinnovato?

 

Vi aspetto domani. Intanto è stato bello scrivervi. Forse non devo domandarmi nemmeno se sia utile o inutile, perché almeno per me è stato un piacere scrivervi.