68. Location One, Art in General, New Museum and Ps1

Incredibile, sono a New York da pochi giorni e mi sono piovute tutte le inagurazioni dei posti che amo di più. Ho preso questo fatto davvero come un benvenuto, oltre al gentile clima soleggiato e mite, insolito davvero di questi mesi a New York.
Scrivo per condividere alcune riflessioni su quello che ho visto e sui pensieri che mi hanno stimolato.

Location One: il talk era sulla performance art, con curatori e artisti provenienti dall’arte visiva e dal teatro. Interessante è stato il percepire e collegare le sottili differenze, di cui sono consapevole e di cui si è anche parlato, tra la performance fatta in contesto teatrale o in contesto artistico, le peculiarità di una e dell’altra, nonostante le innumerevoli mescolanze e derive fra tutti i linguaggi.
Interessante anche è stato sentire Joan Jonas parlare di come ha portato avanti il suo lavoro. Ciò che mi piace qui è che sono messi sullo stesso piano e trattati con la stessa dignità e interesse sia giovani che artisti affermati, veterani della critica o giovani emergenti. E’questo clima di accettazione e diffusa possibilità che adoro a New York. Riesci a sentirti sempre non troppo giovane o non troppo vecchio, come spesso invece può succedere in Italia (per certe cose sei troppo giovane, solo le persone di lunga carriera e fama posso accedere, per altre è come se fossi troppo vecchio, chissà se ci saranno nuove possibilità per te, ecc … ).

Art in General: bella installazione di video, in stanza scura, sul soggetto del bere, focalizzato attraverso la ripresa di scene di films di Cassevetes. Io non ho ancora visto suoi films, ma li vedrò a breve, e Mario più molti amici me ne avevano parlato molto bene. Mi è piaciuta la mostra, che focalizza l’aspetto sociale, umano, comportamentale, psicologico, dell’atto di bere, sia soli che in compagnia, focalizzando scene e bloccandole.
(Lo stesso giorno c’era anche l’opening all’Artists Space, ma la mostra non mi è piaciuta per niente nè ho voglia di parlarne – a volte le cose che non piacciono sono stimolanti, questa invece per me non lo è stata affatto, anche se ho cercato di capirne di più guardando catalogo e sito).

Sono andata al New Museum a vedere una performance di un artista di Beirut. La performance era una session di video e dj live. Abbastanza scontata come combinazione e come concetto, il video e i suoni comunque erano ben fatti. Il video prendeva delle scene splatter o pop dalla trash tv libanese o araba, e li montava focalizzando scene di aggressività e violenza. Come dicevo il video era ben fatto e alcune parti delle immagini arabe avevano interesse sociale e incuriosivano in quanto portatrici di un’altra cultura, ma il tutto era leggermente ovvio o comunque deja vù.

Sempre bellissimo invece essere a un opening al PS1. Tantissime persone e tantissime mostre, davvero interessanti. Alcune cose mi hanno fatto molto riflettere, e tante le ho gustate davvero. Un fatto degno di nota è che la maggioranza delle opere esposte era in relazione con avvenimenti sociopolitici della situazione mondiale. Ciò mi interessa e mi piace molto: l’arte come mezzo per indagare sulla società e per filtrare gli avvenimenti. Già all’inizio, nel cortile, c’era un grande tendone dove in collegamento video via skype c’era un artista egiziana, Lara Baraldi, la quale ha contribuito, insieme con altri artisti, a fondare il Tahir Cinema durante la Rivoluzione del 2010 al Cairo:

Although the Egyptian revolution has been called the ‘Facebook Revolution’, the majority of Egyptians did not and still don’t have access to the Internet, and therefore have no access to news coverage other than through the Egyptian media. During the July 2011 sit-in in Tahrir Square in Cairo, a group of artists and filmmakers lit up a corner of the square with an open-source ‘revolutionary’ screen: Tahrir Cinema. Every night, a filmmaker, journalist, or activist presented a selection of visual material related to the Egyptian revolution, ranging from raw footage to documentary, from HD to mobile camera quality, from animation to YouTube virals  (know more)

Un altro esempio connesso con i recenti avvenimenti mondiali è il lavoro di Chim↑Pom nella Hall del piano di ingresso. Questo collettivo di artisti Giapponese ha esposto un video a due canali che documenta un’azione da loro intrapresa per ‘sollevare il morale’ delle persone nelle zone terremotate:

Following the March 11, 2011 earthquake, the artist collective Chim↑Pom traveled to Soma City, Fukushima where they made friends with local youths—many of whom had lost their homes and loved ones, and were living among the destruction and radiation that accompanied the earthquake and subsequent destabilization of the nearby nuclear reactor. In response to the disaster they conducted a sequence of one hundred KI-AI. KI-AI is martial arts term describing a way to collect and direct one’s inner energy through exhalation or vocalization before attacking. Chim↑Pom plays on the idea by focusing the group’s energy through collective action which was video recorded. MoMA PS1 presents the resulting two-channel work KI-AI 100 (100 Cheers). (see more)

 
Mi sono piaciuti molto anche i lavori di Frances Stark (video tratto dalla sua esperienza di chat online).

e di Surasi Kusolwong, che ha lavorato con l’interattività riempiendo tutto un grande spazio di fili di lana, dove le persone potevano immergersi e addentrarsi, per ‘scovare’ – e tenere – gli oggetti d’oro che l’artista aveva nascosto nel mezzo.

Curiosa e ironica la mostra di Darren Bader, che ha esposto un’iguana, in una gabbia di vetro molto grande con tanto di verde acqua e albero dentro, al di fuori della quale vedevi in terra un croissant. L’opera si intitolava infatti: Iguana e croissant … Ha anche esposto dei gatti, in un’altra stanza, chiedendo ai visitatori chi volesse adottarli per non farli sopprimere …

Anche la performance suscita ancora un grande interesse. Clifford Owens riflette sui confini dei medium, ossia tra la performance e la sua resa con fotografia e video, portando in mostra un'”Antologia” di performances fatte e documentate appositamente per questo progetto. (see more)

 

E poi che dire dell’incredibile poesia dell’installazione fissa, che avevo già visto, “Meeting” di James Turrel?
Si entra in uno spazio il cui soffitto è tagliato da una cornice, al di là della quale vedi il cielo. E subito ti accorgi di essere all’aperto, e che dentro la cornice, guardando a testa in su, si muove il cielo, con le sue nuvole che vanno, come se fosse un grande video proiettato sul soffitto …

Buona visione!
Liuba

20. Il PS1 e la neve

Lo scorso week-end l’ho praticamente passato al PS1. Sono andata sabato con Mario, qui a New York per il week-end, per vedere le mostre, e poi anche la domenica, da sola, perché inauguravano delle nuove mostre, che pure mi interessavano molto.
La prima osservazione da dire è che ho avuto piacere estetico, fisico intellettuale ed emotivo, a vedere molte di queste mostre. Finalmente vedo davvero cosa vuol dire presentare delle mostre ‘curatoriali’, dove dietro a questa parola c’è davvero un lungo lavoro di ricerca del curatore e di conoscenza della materia. Non come molte volte succede che i curatori sono soltanto quelli che scrivono un testo di presentazione alle mostre, e tutto il lavoro è dato dall’artista, che crea l’opera, e dal gallerista, che investe, che ci crede, ed entrambi usano le loro risorse. Invece il curatore (e non parlo di tutti, ma parlo di una tendenza che ho visto così spesso in Italia …) arriva, scrive il testo di presentazione dell’artista – che dovrebbe piacergli, ma a volte capita che invece si debba inventare danze di parole roboanti per scrivere qualcosa – prende il suo compenso e se ne va. Perdonatemi la franchezza, ma non potevo non pensare a questo quando si vedono delle mostre curate meravigliosamente come quelle al PS1!

Altra considerazione fondamentale, che mi riempie di gioia, è che ora TUTTI i musei, i testi, le tendenze, qui a New York sono connesse con la performance, l’azione, il corpo e il video o la videoperformance. E’ una musica per i miei occhi. Una grande musica, e una grande contentezza. Ho fatto i primi passi nel 1993, arrivando alla performance per pura sperimentazione di interazione di linguaggi, per mischiare pittura con scrittura – dedicandomi ad entrambe – e ho assai goduto delle possibilità infinite che questo mezzo poteva darmi, e soprattutto anche del lato fisico, emozionale, live, carnale, dell’essere lì col mio corpo, di essere vivente in mezzo ad esseri viventi, ed è per quello che ho continuato, sempre, nonostante mille fatiche e mille difficoltà. Ma allora nessuno se la filava la performance, la maggior parte delle persone non sapeva cos’è, e i pochi restanti anche se amavano le cose che facevo, non capivano dove collocarle … ( i galleristi dicevano: ed io cosa vendo? le persone del teatro dicevano: dovresti fare corsi di dizione … i miei genitori quando gli chiedevano che lavoro fa sua figlia non sapevano che rispondere e dicevano: libera professionista …).
Sarei tentata di andare avanti a raccontarvi la mia storia di come andai poi in Brasile e fu da lì che acquisii la consapevolezza PROFONDA del corpo, andando in territori che in Italia non era possibile esplorare, ma non credo che ora vi interessi la mia storia, che sto divagando, vi interesseranno le mostre al PS1 circinbecolina, e ora ve le racconto.
La prima si intitola ‘The Talent Show’ ed è tutta incentrata su pratiche artiste che si focalizzano sull’interattività con le persone, siano essi persone di tutti i giorni o parte attiva della performance o del progetto dell’artista. La mostra cominciava con ‘la scultura vivente’ di Piero Manzoni (due impronte su un piedistallo, con scritto che si poteva salire e mettere i propri piedi sulle impronte) e un video di Andi Warhol, per proseguire con una serie interessantissima di lavori degli anni ’60 e ’70 centrati sull’interattività col pubblico. Sono stata colpita da una performance di un’artista argentina, Graciela Carnevale, fatta nel 1968, in cui aveva invitato le persone a una sua ipotetica personale in una galleria, ma non c’era nessuno show, e quando le persone erano tutte in galleria, l’artista le ha chiuse dentro a chiave …

Ora devo andare, sono stata invitata a fare a palle di neve a Central Park … dovevo finire il progetto da presentare al produttore, ma non riesco a resistere alla tentazione, (e i giorni scorsi ho lavorato come una pazza) e mi metto l’attrezzatura adatta ed esco! A dopo!

Siamo al Central Park di NY non in montagna…