60. Torino, Artissima, Pensieri notturni piovosi

Quando arrivo a Torino, sempre e da molti anni mi prende spesso quel senso di leggera tristezza, e noia, ed eleganza e grigiume, che sembra appiccicato alla città. Non me ne vogliano i Torinesi, ci sono degli angoli così romantici e poetici in questa città, e le proposte culturali, specie nel campo dell’Arte, le trovo le più interessanti d’Italia. Però ogni volta sento queste sensazioni di ‘squadratura’ e di malinconia, che mi catturano e mi danno il mood. Al tempo stesso qui mi sento spesso piuttosto rilassata, e pure silenziosa (it’s true..!).

Sono arrivata per vedere Artissima e tutte le mostre in giro. Come al solito sono nella principesca dimora di Flavia, una tipica casa nobile torinese con soffitti altissimi, decorazioni, cortili meravigliosi. A Flavia piace che vengo a Torino per Artissima e sto da lei. E’ un piccolo appuntamento per vederci e aggiornarci di anno in anno. E a me piace stare da lei, vederla, incontrarla, e poi anche stare da sola in questa casa bella e un po’ vuota che lei generosamente mi lascia quando il sabato va in campagna nell’altra casa. E’ da due giorni che piove. Piove a dirotto ed è al tempo stesso buffo e triste. Chissà perché mi è venuta in mente quella poesia di D’Annunzio (come si intitolava? A sì, la pioggia nel pineto mi sembra) dove la parola piove si ripeteva di continuo, quasi a ripercorrere ed imitare il ritmo incalzante della pioggia. E in questi due giorni è così, piove, piove a dirotto, piove sulle tamerici, piove sui pini, piove piove, piove sui viali rettilinei, sulle foglie già cadute, piove su Ermione,  piove sui nostri volti silvani, piove piove. Pioveva che Dio la mandava quando sono andata a vedere ‘The Others’ alle carceri nuove. Mi aspettavo una mostra nelle carceri, invece era proprio un’altra mostra-fiera, con delle gallerie o associazioni che esponevano in ogni cella.

Inquietante il posto, tetro, deprimente. Grigio sporco e bianco noia. Le pareti trasudavano sofferenza. Entrare dentro le carceri e vedere arte dentro le celle era un’emozione forte, quasi surreale, forse l’operazione è troppo effimera, forse giusta, non so. So solo che, complice la pioggia, complice Torino, complice la pacatezza e il relax di una giornata autunnale dove mi sono sentita tutto il giorno introversa e silenziosa, ho girato con strane sensazioni dentro, e mi sentivo come una bolla in mezzo a tanta gente, e non avevo voglia di parlare con nessuno.
Ho visto dei bei lavori (non male “The Others”, belle mostre in gallerie in centro) e a Torino vedo spesso qualità. Solo che quando ero nelle carceri, forse complice l’atmosfera e l’energia che emanava dai luoghi, non potevo, come a volte comunque da sempre mi accade, non domandarmi che senso ha fare arte, crederci, lottare, proseguire, come faccio da tanto, quando moltissimi altri fanno opere, molti fanno opere buone, moltissimi fanno di tutto, c’è un invasione di opere, e allora ma che senso ha farle tu ti dici … e mi viene un po’ di nausea, e poi mi dico che in realtà proprio per questo faccio sempre meno ‘opere’ ma mi interessa lavorare a progetti sui luoghi, sulle persone, usando il corpo e la vita. Poi mi va bene esporre il video, far vedere il video come opera, intanto perché è irreale, e poi perché comunque il video, seppur opera, parla di un’opera che non c’è più, la performance, il caso, la gente e l’accadere di quel momento. Questo pensavo andando in giro per le carceri, e poi per Torino centro stasera, alla ricerca delle gallerie e dei mille opening (ma a Torino mi disoriento sempre, è così squadrato che tutto mi sembra uguale, e non è mica come New York, dove le vie sono numerate per numeri, così sai sempre in che posizione sei e da che parte devi andare – certe volte adoro la semplicità pratica e geniale degli anglosassoni!).
Quindi, tanto per sfarfalluzzare in questa tarda notte mattina – sono tornata a casa dal mio giro in solitaria, Flavia è via e sono da sola nella casa silente dai soffitti alti, la pioggia continua a battere e a scrosciare, ed io non ho sonno, sono sveglia e sono ispirata, potrei andare avanti per ore, e forse questo scrivere mi sembra più importante che fare le opere … ma insomma, faccio arte col sangue e con la pancia da quando non ho potuto fare altrimenti, comincio ad essere a volte schifata (comincio??:::), dell’iper produzione, del mondo dell’arte, del parlarsi addosso, del farsi la bocca larga che molti hanno solo perché devono esporre o curare o mostrare qualcosa, e quante opere, quante idee, quanti tentativi, quanti soldi, non so, non so più proprio, se l’arte è proprio una ‘missione’ come a volte mi sento dentro, o invece non sia forse solo e soltanto una perdita di tempo … Però l’altro giorno al Lumierè ho visto La frase che penso da tanto e mi sono segnata: “La cultura non è un lusso, è una necessità”.
Con questo dubbio amletico forse è giusto che me ne vada a dormire, domani vedrò Artissima (manco ne ho voglia di andare nel caos, ma un filo curiosa lo sono – è che queste fiere mi cominciano a stufare) e sarebbe il caso che non arrivi lì alle tre del pomeriggio.