167. Donating to refugees at Tempelhof cafe

Getting into the big refugees camp at the Tempelhof former airport was not possible without appointments with volunteers.
I contacted them and I went into the camp cafe (hangar 1) which is the only place where not refugees people can go and can meet them.

 

My mission, at the moment, is to donate the small income coming from the two copies of my refugees videos edition which were sold at the edition launch. I also want to open a ‘canal’ to reverse any future income from those sales directly into the hands of refugees.

 

I met two young guys, teenagers, one from Syria and one from Afghanistan and I simbolically donated to each one the proceeds of the videos, one for each.
It’s just a drop into the ocean, but the refugees art project is generating real help.
This is a performance.

 

 

136.La performance Refugees welcome e il crollo post performance

(post scritto come bozza in dicembre, ripreso in mano e pubblicato solo oggi)

Sono stata davvero fortunata in questo mese a Berlino, non ha mai fatto molto freddo, così ho potuto liberamente uscire, incontrare persone, conoscere i rifugiati, ascoltare le loro storie, andare agli incontri su questo problema, eccetera, molto di ciò anche in bicicletta. Se c’era più freddo non ci sarei riuscita.
Però eccome se mi sono stancata: vai di qui, di là, parla, conosci, supera la timidezza, registra, pensa, scarica il materiale, scrivi email, ecc…

Sabato c’è stata la performance al Kreuzberg Pavillon, commovente, semplice, toccante, interattiva. Tre ragazzi africani, rifugiati e in protesta ad Oranien Platz hanno deciso di partecipare e si sono presentati in galleria. Un ready made umano. Una rosa di sguardi e sinergie. (leggi i post precedenti sul project in progress: 132, 133, 135-con video).
Ho chiesto al pubblico e a tutti i presenti in galleria, di fare 12 simbolici minuti di silenzio, per sintonizzarsi insieme e accogliere nello spazio della galleria i rifugiati, mettendo sullo stesso piano l’umanità di tutti.
Anche se il compito era semplice, per essere eseguita la performance ha implicato un lungo e anche stancante lavoro di conoscenza, relazione, contatto, con le persone, soprattutto coloro che sono sbarcati a Lampedusa, che hanno il problema dei loro diritti come rifugiati in Europa, e che stanno conducendo una pacifica protesta. Molti incontri, parole, scambi, energia, situazioni. Un arricchimento di vita. La performance risultante, la loro presenza in galleria, era solo la punta dell’iceberg visibile di un lungo processo di vita e relazioni.

Il solito down post performance poi non l’ho potuto assaporare e assecondare in pieno perchè mi è stato chiesto di partecipare a una trasmissione televisiva di una TV privata con un intervista e un video. In realtà era una cosa che già sapevo, ma che doveva essere la settimana successiva, e a bruciapelo mi hanno chiesto di spostarla all’indomani. Ho accettato perchè sto imparando a usare il ferro quando è caldo, ma dovevo anche prepararmi un po’ ed ero molto agitata, proprio perchè ero stanca stanchissima delle fatiche di tutto il periodo preparstorio della performance.
Sono andata quindi domenica negli studi di questa TV a Wedding, e con mia grande agitazione ho scoperto che in questo talk show quel giorno ci sarei stata solo io come ospite….una incontrollata e inconscia insicurezza e paura si impossesso del mio respiro, e dovetti sudare 70 camice per imporre al mio fisico un po’ di nonscialance e tranquillità, appena appena sufficienti per permettermi di parlare dicendo cose sensate e senza balbettare (che poi essendo l’intervista in inglese, e pur parlando io abbastanza fluentemente, non è così facile dare risposte abili e brillanti in un’altra lingua in diretta televisiva…
Devo confessarvi che, insicura del risultato che è venuto fuori, non ho ancora avuto il coraggio di guardare il dvd della trasmissione che mi hanno regalato… 😉

E così, distrutta e liquefatta, dopo di ciò ho bassipressionato per circa per due giorni interi, amebizzando quando non dormivo.

E qualche ora qualche foto della performance:

Refugees Welcome, performance and open letter, Kreuzberg Pavillon, Berlin dec. 2013

128. Dentro e fuori il silenzio

Nei mesi scorsi ho passato un lungo periodo di silenzio comunicativo mediatico, ho avuto l’istinto, l’impulso e l’esigenza di disinteressarmi e liberarmi dai vari social network, messaggi, blog, siti, telefoni, newsletters ecc.. Questo fondamentalmente perchè ho usato le mie energie semplicemente per vivere.

A volte mi sembra che si stia scoppiando di comunicazione, di parole, di possibilità di vedere/sentire/leggere cose, tanto che si fa di tutta l’erba un fascio e diventa difficilissimo concentrarsi sulla qualità, l’approfondimento, la riflessione. A volte tutto ciò mi causa un effetto opposto: divento estremamente lenta, mi prendo tutto il tempo che occorre per approfondire e vivere e creare ciò che voglio approfondire. Vivere e creare, e me ne frego, se così si può dire, delle comunicazioni, dei media, di internet. E’ come una difesa, e questo credo lo capiscono bene tutti, e forse molti di voi lo attuano o ne sentono l’esigenza. E’ non solo una difesa, ma una necessità per creare e vivere a volte.

Ho passato l’estate nell’eremo della terrazza sul mare in Romagna. Lo chiamo eremo perchè quest’estate, per una contingenza di fatti vari, ero lì da sola – però con arrivi di ospiti da varie parti del mondo, incluso viaggiatori servas, che mi divertono molto! – e avevo bisogno di quel cielo e di quel tempo di solitudine assolata per ricaricarmi, riflettere, decidere e procedere. L’ultimo anno l’avevo passato in Italia a Milano poichè mio padre si era ammalato, mia mamma non era in gran forma e non ci sono purtroppo altri fratelli e sorelle. Lì mi sono risucchiata con tanti impegni vari (ho anche insegnato storia dell’arte a un istituto serale), e come mi accade sempre in quella città che mi aliena, mi ero trovata fuori dal centro e incapace di portare avanti con calma e profondità sia scelte di vita importanti sia il mio lavoro artistico (mi ero arenata, e non riuscivo a mettermi a montare il video di Finger and the Moon 3 poichè dovevo prima imparare il nuovo programma di HD e lo stress e gli impegni azzeravano ogni cosa).

E finalmente quest’estate, complice l’effetto sicuro che sempre hanno su di me il sole, la natura, il cielo e l’aria buona, mi sono ricentrata e sono tornata a respirare, vivere, stare bene, decidere, e lavorare artisticamente. Per tutto ciò ho dovuto usare molte energie, molta calma, e molto tempo, per quello non ho più scritto qui su questo blog, sull’altro, sulle newsletter, su fb, ecc. Certo, quest’estate comunque non sono stata con le mani in mano, oltre a lavorare finalmente al montaggio del mio ultimo video ho anche fatto dei workshop e costitutito un’Associazione culturale..ma il mood di fondo di tutta l’estate era il silenzio, la meditazione, la lentezza, le decisioni ponderate, il sole e il cielo (soprattutto visto dalla mia adorata amaca brasiliana). Ah, a proposito, vi presento Fiore il mio gattino magico di appena (allora) due mesi.

Nei mesi successivi sono stata ancora isolata perchè li ho passati continuando a montare il video, cosa che quando finalmente comincio la lavorazione di un video, mi richiede un’attenzione e una dedizione praticamente totali, a parte le necessarie incombenze pratiche e familiari. A volte scoppio che non ne posso più, ma ci vuole così tanto tempo (almeno per me) per finire un’opera video, che non finisce mai! – e quando lo interrompo per più giorni di fila, poi impiego altrettanti giorni per riprendere il filo da dove l’avevo lasciato….Vabbè, di solito dicono però che i miei video sono belli ;), ma quanta fatica, e quanta maniacale (sì è così, lo ammetto) dedizione!

E Poi però, a metà novembre, son emigrata a Berlino (frutto di una delle scelte scaturite dal ritiro estivo…), e qui sto cominciando a spuntare fuori dal guscio e a riprendere a comunicare… ma di Berlino vi parlerò nel prossimo post!

Avevo espresso questa esigenza di silenzio (che non è solo personale ma anche sociale, come proposta alternativa in momenti di crisi, ecc.ecc.) nella mia ultima performance, attuata al Flash Art Fair a Milano, ma anche all’opening della Biennale di Venezia, coinvolgendo il pubblico in un loop di silenzio che da estroverso diventa introverso, dal partecipare nel mondo ti trovi a partecipare nell’anima.


4’33 Chorus Loop, Biennale di Venezia Opening, 2013 


“Dubitate di tutto, ma non dubitate mai di voi stessi. “
André Gide


“L’immaginazione è tutto. E’ la previsione di quello che attrarrete nella vostra vita.” 

Albert Einstein


“Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in se genialità, magia e forza. Comincia ora.”

Johann Wolfgang Göethe


127. VTDDDS

V T D D D S
Voglio togliermi dalla droga dei solitari
Voglio togliermi dalla droga dei solitari
Voglio togleirmi dalla droga dei solitari
Voglio toglermi dalla droga dei soitari
Voglo toglermi dalla drog dei soltiri
Vogl toglerm dal droga dei soltri
Vog togler dal drog de soltr
Vg toglrm dl drg dei soltri
Vgl tglrmi dll drg d slti
Vg toglr dl dg di sltr
V tog dl dg d sltr
V tg dl dg d slt
V tg dl d d slt
V t dl d d slt
V t d d d s
V T D D D S




from the series: The invisible web of the art system, Miami Beach, 2012

126. I workshop a Liupirogi Pagiopa

WORKSHOP A 
LIUPIROGI PAGIOPA
(la casa della terrazza, del mare e delle radici)

Viserba di Rimini




L’IMPORTANZA DELLA BELLEZZA
Laboratorio sull’Arte, la lettura delle immagini, l’Arte contemporanea
da venerdì 23 a domenica 25 agosto

 Conduce Liuba Picini Pagliarani

Presentazione:
Oggi si comincia a parlare sempre più spesso di arte e di ‘arte contemporanea’, e senz’altro a qualcuno di voi sarà capitato di vedere opere di diverso valore e di diverse tecniche.
Ma ci domandiamo: Cos’è l’Arte? Come comprendere un’immagine? Come leggere il linguaggio visivo? Quali movimenti artistici ci sono e quali ci sono stati nell’ultimo secolo?
Con un percorso basato sull’approfondimento, la curiosità e il divertimento, e che si avvale di strumenti quali la storia dell’arte, la grammatica visiva, la semiotica dell’immagine, la psicologia della percezione e la frequentazione del sistema dell’arte, cercheremo di rispondere a queste domande, di divertirci e al tempo stesso aprire i nostri orizzonti, in modo da avvicinarci all’arte, contemporanea e di tutti i tempi, con più piacere, più competenza, più arricchimento.
Programma:
Il workshp si struttura in 4 incontrinell’arco di un week end, supportati da videoproiezioni di immagini tratte dalla storia dell’arte mondiale, e con dibattito finale.
Tutti gli incontri si terranno all’aperto, sulla terrazza sul mare di Liupirogi Pagiopa.
E’ possibile seguire il workshop completo, in maniera residenziale, oppure partecipare solo a singoli incontri.
VENERDI’
Ore 18-19 ritrovo sulla terrazza. Conoscenza dei partecipanti, scambio di esperienze.

Ore 20 – 21.00  cena in un locale tipico limitrofo

Ore 21.30–23  PRIMO INCONTRO – Cos’è l’arte – i meccanismi della creazione e della fruizione – cosa è arte e cosa no – come ascoltare la creatività che c’è in noi e quella degli altri – perché l’arte mi serve – La funzione dell’arte nella società
SABATO
Mattinata e pranzo liberi

Ore 16–18  SECONDO INCONTRO – Analisi degli elementi del linguaggio visivo, con esempi tratti dalla storia dell’arte ed esperimenti pratici sulla loro realizzazione:  Il colore –  la linea –  lo spazio – luci e ombre – linee dinamiche della composizione – Nozioni di fisica, Teoria della percezione, Psicologia, Grammatica del vedere, cenni di prospettiva.

Cena autogestita e tramonto in terrazza

Ore 21–23 TERZO INCONTRO– Breve introduzione al periodo pre-avanguardie – Impressionisti, Van Gogh, Gaugin, Munch – L’invenzione della fotografia – Le Avanguardie Storiche – Cubismo – Futurismo – Espressionismo – Fauvismo – Astrattismo – Dadaismo – Duchamp – Surrealismo
DOMENICA
Mattinata e pranzo liberi

Ore 17–19  QUARTO INCONTRO – Anni 50/60 – Informale – Action Painting – Pop Art – Fluxus – Arte cinetica e programmata – Anni 70/80 – Body Art e Happening – Transavanguardia – Arte Povera – Land Art – Ultime tendenze – installazioni – videoarte – fotografia –  arte interattiva – arte partecipativa.

Cena in collina in un locale tipico di cucina romagnola fatta in casa
Dove e quando:
Terrazza di Liupirogi Pagiopa
dal 23 al 25 agosto 2013
Costi:
worskshop completo: 50 euro
singolo incontro: 15 euro
chi desidera pernottare: 20 euro a persona (25 con colazione).
(I costi del laboratorio sono indicativi. È possibile, secondo le proprie possibilità, versare di meno, non versare niente proponendo un baratto, oppure, se desiderate, versare di più per contribuire a fare crescere queste attività. 
I pasti sono liberi. Le proposte suggerite sono per farvi conoscere le più genuine realtà culinarie del territorio. Chi lo desidera può andare in altri locali o cucinarsi il proprio cibo, sarà a disposizione la cucina e il frigo della casa).
Conduttrice del corso
Liuba Picini Pagliarani, in arte LIUBA, si è formata in semiotica e storia dell’arte all’università di Bologna con Umberto Eco e Omar Calabrese. E’ artista di fama internazionale con all’attivo 20 anni di mostre e performance in varie parti del mondo, che le ha fatto maturare una conoscenza capillare del sistema dell’arte italiano e straniero. Ha tenuto per molti anni workshop artistico-espressivi presso il Comune di Bologna, il Comune di Milano, la spiaggia di Rimini, lavorando con utenze di diverse fasce di età. Ha insegnato storia dell’arte e grammatica visiva agli adulti presso l’Università aperta Fellini e Masina di Rimini, e ai corsi serali degli Istituti Paolo Frisi e Bertarelli di Milano.



———————-


Il centro, il corpo, la performance e la creatività
Workshop pratico relazionale basato sull’arte, 
la performance,la multimedialità e il benessere
da venerdì 30 agosto a domenica 1 settembre

Presentazione:
Lavoreremo con il respiro, la musica, il colore, la danza, la performance, la parola, l’installazione e lo spazio, per scoprire la nostra profonda direzione, il nostro valore e la nostra unicità. La performance art mette in gioco tutti questi linguaggi e stimoli, e ci conduce nei nostri territori più inesplorati e più veri, da dove possiamo attingere grande energia, grande benessere e grande capacità.
Il workshop, che se si desidera è anche residenziale, si terrà nella grande terrazza della casa Liupirogi Pagiopa a Viserba di Rimini. Si lavorerà  sulla terrazza, sulla spiaggia di Viserba e sul molo di Rimini, sia in gruppo che in maniera individuale. Ogni partecipante sarà seguito personalmente e aiutato a scoprire ciò che vuole comunicare e il modo migliore per realizzarlo, in modo da produrre, ciascuno, la propria opera – performance. E naturalmente ci saranno momenti di svago,  sole, relax e…cibo romagnolo!
Il workshop si struttura in tre tematiche intersecate:
Lavoro sul corpo: tecniche di concentrazione; tecniche di respiro; consapevolezza corporea; la postura e i movimenti; esplorazione delle possibilità performative del corpo.
Lavoro sulla psiche: scoperta del sé attraverso tecniche multimediali con danza, musica, colore, parole; individuazione dei propri bisogni creativi ed espressivi, ricerca del proprio linguaggio espressivo personale
Lavoro sulla performance: definizione di performance e di multimedialità; individuazione e sviluppo di un tema performativo; lavoro individuale e in piccoli gruppi; creazione di performance personali: ricerca dei linguaggi appropriati per realizzarle, ricerca dei materiali, lavoro di preparazione, elementi di interazione col pubblico. Eventuale esibizione.
Programma:
VENERDI’
dalle 16 alle 17.30 – Arrivo, accoglienza, conoscenza dei partecipanti (Terrazza di Liupirogi Pagiopa)

dalle 18 alle 19.30 –  PRIMA FASE: Lavoro sul corpo: tecniche di concentrazione, tecniche di respiro, consapevolezza e studio delle posture, la semiotica del movimento, interazione con lo spazio, interazione con l’altro. (Spiaggia e riva del mare di Viserba)

Cena in locale tipico sul mare

Ore 21.30 – 22.30 – SECONDA FASE: Ricerca della creatività dentro ciascuno di noi. Valore espressivo, curativo e stimolante della creatività. Breve introduzione alla performance art, nascita e sviluppo, esempi di performance famose.  Visione di alcuni video di performances multimediali. (Terrazza – con videoproiezioni)
SABATO
Mattinata e pranzo liberi

Ore 15–17.30 – TERZA FASE – Lavoro sulla scoperta del sé, esercizi con danze, colori, suoni e parole. Il conoscersi e l’esprimersi; Individuazione di un tema performativo personale; lavoro individuale e in piccoli gruppi ( Terrazza)

ORE 18.30 – 20.30 – QUARTA FASE –Tramonto al molo di Rimini. Ideazione del proprio tema performativo. Lavoro sui propri obiettivi e bisogni espressivi.

Serata libera
DOMENICA
ORE 10.30 – 12.30 – QUINTA FASE – Lavoro su come dare forma al proprio tema performativo. Tecniche di espressività multimediale; lavoro individuale e di gruppo; esperimenti di collaborazione interattiva (Terrazza)

Pausa pranzo dal piadinaro Giovannino (i migliori cassoni e piade della riviera!)

Ore 15.30 – 19.30 – SESTA FASE – Realizzazione delle performances, ricerca di possibili materiali occorrenti, messa a punto del ritmo, della durata, della forma. Eventuale esibizione per chi lo desidera. (Terrazza)

Cena finale in collina in un locale tipico romagnolo con pasta fatta in casa.
A chi è rivolto
A tutti coloro che si vogliono mettersi in gioco e scoprire sé stessi attraverso l’arte, la performance,la multimedialità e il mare.  A chi desidera passare dei giorni rilassanti e benefici in un luogo vicino al mare, dedicandosi alla creatività, al benessere personale, all’incontro con gli altri.
Questo corso è un corso base, adatto sia a chi non ha mai fatto performance, ma è anche concepito come un approfondimento per chi ha già esperienza. Ognuno sarà aiutato a sviluppare le proprie potenzialità e il proprio livello.
Costi:
worskshop residenziale: 75 euro
chi desidera pernottare: 20 euro a persona (25 con colazione).
(I costi del laboratorio sono indicativi. È possibile, secondo le proprie possibilità, versare di meno, non versare niente proponendo un baratto, oppure, se desiderate, versare di più per contribuire a fare crescere queste attività. 
I pasti sono liberi. Le proposte suggerite sono per farvi conoscere le più genuine realtà culinarie del territorio. Chi lo desidera può andare in altri locali o cucinarsi il proprio cibo, sarà a disposizione la cucina e il frigo della casa).
E’ possibile proseguire il workshop, per chi lo desidera, anche nei giorni successivi per approfondire la propria ricerca personale.
Conduttrice del corso
Liuba Picini Pagliarani, in arte LIUBA, si è formata in semiotica e storia dell’arte all’università di Bologna con Umberto Eco e Omar Calabrese e in Pittura all’Accademia di Belle Arti. E’ artista di fama internazionale con all’attivo 20 anni di mostre e performance in varie parti del mondo, e lavora con la performance, la video art, l’interazione e progetti site-specific.  Ha presentato sue performance e video ad Artissima Art Fair, Torino, PAC Padiglione d’arte contemporanea, Milano, ad Artefiera a Bologna, alla Biennale di Venezia, ad Art Basel, all’ Armory Show a New York, a Scope London, in Germania, in Cecoslovacchia, in Francia, in Usa, in Canada e in molte gallerie italiane ed estere. Ha tenuto per molti anni workshop artistico-espressivi presso il Comune di Bologna, il Comune di Milano, la spiaggia di Rimini, lavorando con utenze di diverse fasce di età. Ha insegnato storia dell’arte e grammatica visiva agli adulti presso l’Università aperta Masina e Fellini di Rimini, e ai corsi serali degli Istituti Paolo Frisi e Bertarelli di Milano. www.liuba.net
Per info e iscrizioni:
tel. 338 5897819

Liupirogi Pagiopa – via Mazzini 1 angolo via Lamarmora – Viserba di Rimini – tel 338 5897819

113. Il 2013 festeggio i 20 anni!

Buon anno a tutti e buon 2013!!!

Sono molto eccitata perchè nel 2013 festeggio i 20 anni di performances e di attività artistica, e sto preparando alcune sorprese in proposito.
In realtà la prima performance la feci nel 1992 al centro d’Arte Masaorita di Bologna (Zucchero e le fragole, performance multimediale tratta da una mia fiaba con musica originale di Nicola Cursi dal vivo), ma è dal 1993 che cominciai a fare performance ed esporre con più consapevolezza e regolarità, ed è per questo che i vent’anni ho deciso di festeggiarli nel 2013!

Sempre al Centro d’arte Masaorita di Bologna infatti (ma che bello quel posto era, e come ci sentivamo una famiglia! Ricordo con commozione Gianni e Maurizio Venturi e tutti loro) feci la seconda performance nel 1993 intitolata ‘La margherita dai petali colorati’, in collaborazione con la musicista tedesca Gaby Bultmann, che ora vive a Berlino.
Anche questo lavoro era una performance multimediale che partiva da una mia fiaba, con immagini, testi, azioni e musiche originali. A quel tempo scrivevo fiabe per adulti (poi le pubblicai anche per un editore per bambini, con dei miei disegni fatti apposta) oltre a dipingere e scrivere, e proprio con le fiabe cominciai a fare performances, con l’idea di perlustrare, con la sinergia dei linguaggi, i diversi livelli simbolici del testo (Sui simboli, le fiabe e la semiotica ci lavoravo molto allora, e feci anche la mia tesi di laurea al DAMS su questo argomento). E da quelle esperimentazioni performative scoprii quanto mi piaceva l’aspetto corporale, fisico, immediato, interattivo della performance e del contatto col pubblico, e così da allora continuai per quella strada con molta gioia e fatica, pur continuando, specie nei primi anni, a dipingere e scrivere. Anzi, le immagini e le poesie che producevo rientravano poi tutte nelle performances, e l’aspetto visivo e verbale fanno sempre parte del mio background e del mio percorso.

Dunque, in quest’anno di festeggiamenti vorrei un po’ fare il punto della situazione e mettere in campo un percorso. Sto lavorando, insieme a un’assistente, all’archivio dei lavori dei progetti e della press, è un lavoro lungo e lungi dall’essere finito, ma ne vale la pena, e già ora si sta rivelando utile e divertente. E vedrete che si produrranno alcune cosette nuove in proposito…

Un importante festeggiamento che sto preparando e di cui sono molto contenta, eccitata e, forse, un po’ spaventata (le responsabilità mettono sempre un po’ di paura, vero?), è una nuova performance collettiva e una mostra (con una serie di lavori nuovi) per l’imminente fiera di Flash Art, il Flash Art Event che si terrà a Milano agli inizi di febbraio. Ecco, ve l’ho detto. Ora non vi anticipo niente sui lavori, che sarà una grande sorpresa.

Vi dico solo che la performance collettiva sarà fatta PER VOI e concepita perchè chiunque vi partecipi, persone che vengono alla fiera, volontari, pubblico, curiosi, ecc.. Partecipare alla performance è molto facile e non è richiesta nessuna esperienza performativa. E’ qualcosa che tutti sono possono fare e sono invitati a fare! Ci sarà soltanto un piccolo contratto di partecipazione da rispettare 😉

Questo nuovo progetto al Flash Art Event sarà presentato da Visualcontainer di Milano e curato da Mark Bartlett, il quale è ritornato a Milano per lavorarci insieme apposta (e abbiamo passato l’Epifania a fare brainstorming come pazzi!) prima di rientrare a Londra. Arriverà presto tutta la comunicazione ufficiale, ma intanto vi anticipo le date dell’evento: dal 7 al 10 FEBBRAIO: la performance collettiva sarà tutte le sere alle 19 o alle 20 (orario ancora da definire..) … per cui ‘save the date’ e venite numerosi a partecipare!

Qui di seguito vi metto la foto recentissima fatta da Alessandro Brunello (che ringrazio) al Frida mercoledì sera, dopo l’Opening al (.Box) di Visualcontainer della rassegna video Playtime curata da Cecilia Freschini (a destra nella foto). Ho pubblicato questa foto perchè è bella e anche per ringraziare la giovane artista Federica Cogo, abbracciata con me, per le bellisime parole che ha detto sul mio lavoro e su questo blog, che mi spronano ad andare sempre più avanti. Queste cose fanno scaldare il cuore e danno un gusto grande e forte a continuare. Grazie Federica!

Da destra a sinistra: Cecilia Freschini, Domenico Veneziano, Federica Cogo e Liuba

108. La pace nella notte

Con calma, passione e tenacia, ho passato questi paio di mesi a selezionare, comporre, tagliare, ridefinire le foto (tra i due fotografi e i videostills almeno 600 scatti….) della performance collettiva a Genova, e a limare, perfezionare, riempire, costruire, aggiustare il relativo sito-blog del progetto. Un lavoro a volte certosino, soprattutto quello del blog, poichè è stato costruito su misura e non seguendo un modello (come ho fatto invece per questo blog in cui sto scrivendo…), così ogni funzione, ogni link, ogni aggiunta va fatta con la’iuto di un tecnico che la programma come vorrei o mi dà le dritte su come farlo e poi mi arrangio. Insomma, di qui e di là il lavoro non finisce mai… così come l’archiviazione delle opere, della press e dei progetti che sto facendo con la mia nuova assistente.
Dicevo che lo sto facendo con calma perchè in questo periodo, al contrario di ciò che è stato negli ultimi anni, non mi pongo scadenze, ma mi prefiggo di fare un importante evento per il 2013, in occasione dei miei vent’anni di performance mostre e attività (per ora non vi anticipo niente!).
Quest’inverno penso di stare in Italia per continuare questo lavoro in studio e poi anche perchè Mario si è trasferito in Italia trovando lavoro, così starà qui almeno per un anno, e allora mi fa piacere stare in Italia insieme a lui (cosa strana stiamo insieme da 6 anni ma forse questa è la prima volta che viviamo come una coppia normale, ciascuno con un lavoro e un’attività nella stessa parte del mondo..!)
Mi piace questo periodo relativamente calmo (poi dico ‘relativamente’ perchè fra le altre cose ho ripreso a insegnare storia dell’arte in una scuola serale – meno male che non mi devo alzare presto! – e ci sono anche i miei genitori che hanno spesso bisogno di aiuto e visto che sono a Milano sono contenta di ‘esserci’).
A volte la vita dell’artista è avventurosa e imprevedibile, altre volte è normale e quotidiana. E’ una vita normale, appunto. Forse di poco normale c’è questo piacere e passione di costruire un mondo altro, parallelo alla realtà, e fatto dalle tue opere e dalle tue idee… a volte ti chiedi e ti dici che forse a nessuno importerà del tuo mondo parallelo, delle tue opere e delle tue idee, altre volte ti dici che invece è importantissimo, insomma, a volte sei fiduciosa altre sei dubbiosa oppure scoglionata, ma poi non si sa bene perchè si continua sempre, non si può farne a meno. Dall’esterno tutto sembra normale, mentre invece dall’interno brulicano vulcani e magme e dubbi e scelte e peli nell’uovo (chissà perchè, più proseguo più mi sembra che il lavoro dell’artista deve essere di una perfezione assoluta e sempre più radicale e precisa, perchè ciò che fa la differenza è quel ‘non so che’ nato da millesimi di milligrammo di diversità…)
Tra poco ho finito di straparlare e vado a dormire. Di calmo e di quiete c’è anche la situazione dell’Italia adesso, con la sua crisi, il suo morale a terra, le sue persone un po’ spaventate, un po’ depresse e un po’ risorte, un’Italia che fa le primarie, che vorrebbe cambiare la politica ma poi gira e rigira è sempre la stessa minestra, che guarda con invidia all’elezione di Obama e con paura e compassione alla situazione di Palestina ed Istraele, un Italia che almeno è sempre un paese dove mangiare e viaggiare è una gioia dei sensi e dello spirito (che non fa poi mica tanto male, in un panorama così) ma dove la burocrazia ti mangia ti sfibra e ti risucchia… Insomma, in tutto ciò, invece di essere incasinata e depressa, come ero quest’estate, sono serena, pacata, calma e produttiva, per non dire felice. E sono nel periodo che ringrazio. Ringrazio di ciò che ho, di chi ho vicino, e cosa vivo. E non è poco, in queste ore notturne.

94. Performance e workshop a Cantù per ‘Corpi Scomodi’

Dopo la delusione di Genova ho passato momenti duri, sia per il morale, sia per il fisico, ma soprattutto perché papà ha avuto una grandissima operazione e dopo un mese e mezzo è ancora in clinica, e sia per me che per mia madre è stato un periodo di molta ansia e molto stress, anche se siamo state brave a farci forza e a sostenere la tensione e trasmettere la positività. Ma entrambe (e lei è magnifica ma ha la sua età) un po’ a turno, crollavamo, per poi rimetterci in sesto.
Una grande gioia di questo periodo un po’ duro e sofferente (anche se però è stata molto dolce la relazione con papà e la ripresa affettuosa del nostro rapporto che in passato aveva avuto punte di nervosismo e di incomprensioni) è stata la due giorni di Cantù nell’ambito del Festival ‘Corpi Scomodi’, un festival di performance urbane organizzato da Mondovisione e curato da Filippo Borella.
I ragazzi sono stati molto bravi. Hanno invitato e spesato molti artisti, trasformando la piccola ma ricca città di Cantù in un teatro di azione di vari progetti interattivi e performativi in dialogo con la città.
Ho visto molti progetti interessanti, conosciuto persone molto simpatiche, dormito benissimo un paio di notti in un fiorito (‘la finestra sul giardino’ si chiama …) bed and breakfast che mi avevano prenotato, mi sono divertita sia nel fare la performance che il workshop (eravamo in pochi ma mi ha dato una soddisfazione molto grande vedere come i partecipanti hanno goduto intensamente la cosa), ho avuto successo e complimenti … Insomma, una bella piccola ricarica in un periodo un po’ faticoso, e questo ci voleva! (Naturalmente, io che appena posso ho bisogno di natura come il pane, ho trovato anche il tempo per andare a fare il bagno in un piccolo laghetto vicino graziosissimo – il lago di Montorfano, che vi consiglio davvero).
“L’intervento che ho pensato per ‘corpi scomodi’ è concepito come un workshop e una performance di gruppo che coinvolge le persone del territorio. Mi interessa estendere alle persone la possibilità di diventare protagonisti di un’opera e di una performance. Mi piace pensare che la performance sia ‘amplificata’ divenendo un’opera in cui agiscono simultaneamente con me molte altre persone.
Il concetto che ho scelto di sviluppare in maniera ‘collettiva’ a Cantù riguarda il mio progetto in divenire ‘The Slowly Project’, dove si analizza, in maniera poetica e provocatoria, la dimensione frenetica e veloce della vita quotidiana, divenendo, attraverso il corpo e l’interazione con la città, icona e simbolo di altro.
Mi diverte l’idea di creare un folto gruppo di persone che attraverseranno con me la città di Cantù muovendosi a rallenti, mi immagino questa nube di persone che, come apparizioni, attraversano la città in maniera rarefatta e quasi surreale. E mi interessa, come al solito, l’interazione con il territorio e la città.
Perché corpi ‘scomodi’? Intanto perché fare questa performance è molto ‘scomodo’ e faticoso: camminare perfettamente a rallenti implica un lavoro di controllo e contrazione dei muscoli piuttosto difficile, che richiede molta concentrazione e strategie fisiche che insegnerò nel workshop. Il corpo dell’artista diventa scomodo per diventare un segno visibile per gli altri.
Inoltre il concetto di scomodo si può applicare al concetto di lentezza: a volte è scomodo prendersi il proprio tempo, il tempo del silenzio e del proprio centro, sembra un qualcosa difficile da permettersi, ma a volte proprio solo da questa provocazione scomoda e rarefatta sembra possibile trovare pienezza.”
Liuba,  giugno 2012

   The Slowly Project – performance collettiva e workshop, Cantù, giugno 2012

E’ un po’ di tempo che mi interessa un’arte che più che opera è processo e progetto, e che diventa parte integrante e attiva della vita delle persone.
Ho cominciato a lavorare uscendo dalle gallerie ed entrando ‘nel territorio’ 13 anni fa, cominciando nel 1999 quelle che ho chiamato ‘urban interactive performances’, e in quest’ultimo periodo mi interessa sempre di più sviluppare la parte interattiva e relazionale, e coinvolgere attivamente le persone nella performance.
Mi interessa tantissimo non solo comunicare emozioni ed idee e concetti ed estetica a un pubblico, ma anche fare in modo che il pubblico esperimenti dentro di sè il coinvolgimento emotivo, fisico, energetico e mentale che occorre per fare le performances, vivendosi dal di dentro l’azione.
Per fare questo ho deciso di proporre un workshop propedeutico alla performance, aperto a chiunque voglia partecipare alla performance. “Nel workshop i partecipanti faranno un lavoro su di sè, sul proprio corpo, sulla propria capacità di resistenza e di concentrazione. Si avrà la possibilità di vedere dall’interno come funziona la preparazione energetica e fisica per una performance, e di avere la possibilità di prendervi parte il giorno dopo”.
L’esperienza è stata molto bella e interessante, soprattutto mi ha colpito la contentezza delle persone che hanno partecipato alla performance, poichè agire a rallenti nel mezzo della vita quotidiana implica un lavoro su di sè di meditazione, di energia, di controllo del corpo, dei muscoli e dei movimenti, che diventa come un rito purificatorio e uno strumento di conoscenza di sè per chi vi partecipa. La gioia che ho avuto, non solo nel fare la performance e provocare reazioni nella città e nel pubblico, ma anche per la felicità di chi ha partecipato, è stata davvero grande.

89. La performance al Grace Exhibition Space. Dietro le quinte e qualche foto

Avevo deciso di fare un lavoro sul cibo. 
Lo decido perché è la summa di un’esperienza pluriennale del mio stare qui a New York, oltre a un’esperienza pluriennale di interesse alla qualità del cibo, al mangiare bene e alla cura naturale. In più qui in America più che altrove, il cibo – come tutto – è oggetto di marketing sfrenato e tutto fa capo ai soldi. Ho vissuto e pensato e sperimentato tantissimo su questo argomento e fatto riflessioni composite per molti anni. In più questa volta, arrivando a New York a gennaio, ho cominciato subito a fare una serie di fotografie centrate sul rapporto col cibo. Per cui ora era proprio giunto il momento di parlare di questa cosa, e parlarne voleva dire usare il mio linguaggio, e fare un’azione di performance mista con foto e testi, dove ho messo tutto ciò che volevo dire, che sentivo, pensavo e comunicavo. (Credo che noi artisti creiamo cose perché non siamo capaci di esprimere con un linguaggio comune la sottigliezza delle cose che vorremmo esprimere, e allora ti devi trovare un linguaggio appropriato per comunicarlo).
Ovviamente avrei potuto fare al Grace Exhibition Space un lavoro già preparato e già sperimentato, dove non avrei avuto la vertigine dei tempi della creazione e dei tempi stretti della scadenza, ma sapevo che questo nuovo “Food Project” era ciò di cui avevo esigenza ORA di fare e che lo dovevo assolutamente fare in America, perché è stato incubato qui, e il linguaggio che voglio usare ha senso qui. E sempre un po’ sacrificandomi per l’arte e per esprimermi, mi sono messa in questa gara di preparare e inventare tutto per tempo (e poiché a New York le cose accadono, ma tutto è veloce, ho avuto la conferma della data solo un paio di settimane prima e non si sarebbe potuta rimandare più in là, perché dopo dovevo prendere un aereo …).
A volte invidio un po’ le persone che lavorano nel teatro. Loro producono degli spettacoli, impiegano le risorse per molto tempo, poi però per magari un anno, o comunque moltissime repliche, vanno in giro a portare quello stesso spettacolo già preparato. Almeno la fatica della preparazione ha i suoi benefici e viene diciamo, sfruttata … Invece per noi non è così. Nell’arte contemporanea, e nella performance, ogni evento è unico e irripetibile. Ogni performance è un qui ed ora, hinc et nunc, irripetibile. A volte ho impiegato anche anni a preparare dei progetti (v. per esempio la complessa performance ‘The finger and the Moon #2’) e poi la fai una volta sola. Poi impiego pure molti mesi per lavorare ai video. E basta. Fine. Il lavoro rimane. E’ esposto. Viene visto, ma non si ripete. A volte ciò mi frustra un po’. Eppure poi sono io per prima che lo scelgo: infatti quando mi invitano a ripetere le performances, io di solito non lo faccio. Al limite, se mi interessa, parto dal progetto ma lo modifico adeguandolo al territorio e allo spazio. Credo proprio che una delle differenze più sostanziali tra la performance art e il teatro sia proprio questa ‘unicità’ versus la ‘ripetibilità’, la presenza dell’esserci Vs la recitazione di qualcosa. Non dico una è meglio una è peggio. Sono solo sostanzialmente diverse (tanto è che nel passato mi offrirono più volte di ‘recitare’ a teatro, ma non ne sono minimamente capace né mi interessa, perché riesco solo a fare ‘me stessa’ ed esprimere ciò che sento in quel dato momento).
Cosa ho fatto per la performance a Brooklyn? Ho creato una videopresentazione con le – belle – foto fatte in questi mesi newyorkesi sul cibo, sul marketing, sui dollari e la fame. Poi ho scritto dei commenti poetici alle foto che ho messo in parallelo nel video e ho mandato il video, grande, a tutta parete, durante la performance, con la funzione di contrappunto e dialogo con l’azione live, in quanto ciò che facevo con le azioni era spesso in contrasto e contrapposizione con ciò che la gente vedeva nel video. E, sia giocosa che professionale, precisissima, ma ironica, mentre andavano le immagini e le riflessioni, ho cucinato live per 30 persone. I puri, perfetti, decantati e amati spaghetti col sugo fatti a regola d’arte (ovviamente, dato che sono italiana), di quelli da leccarsi i baffi e che in America non sanno cosa sia ma che adorano anche con i surrogati, e poi ho invitato il pubblico a condividere il cibo, a fare festa, a fare banchetto. Perché il cibo è anche incontro, e non solo sfruttamento, è socialità, e non solo biologia, è dono e non solo marketing. Ho voluto appositamente portare lì una parte importante della mia italianità, il rapporto col cibo e la socialità ad esso connessa. Avevo il bisogno di dichiarare la mia identità e la mi appartenenza. In modo evidente, ma non banale.
Ancora per una volta la mia performance era un dono, perché mi sono spremuta come un limone per un mese, ho dato ogni mia fibra (compreso lo stress della stanchezza) e come spesso accade non ho preso il becco di una lira, ma il senso del dono del cibo e del darsi e dell’offrirsi era anche uno dei sensi del lavoro.
(P.S. Per cucinare cotanta roba al Grace Exhibition Space ho letteralmente smontato la cucina dell’appartamento in cui vivevo nell’East Village, e devo essere grata a Fred, il mio padrone di casa, per avermi lasciato usare e trasportare attrezzi vari e pure la sua cucina a piastre elettriche …
Inciso: – consiglio a tutti gli aspiranti performer e artisti di essere maschi o mascolini principalmente, o fare molto sollevamento pesi, perché così si riescono più facilmente a sgroppare tutti i materiali che occorrono perchè si fa una fatica boia (io sono robusta in molte cose ma la forza nelle braccia no, non ce l’ho proprio, e o stramazzo o devo chiedere aiuti vari a destra e a manca o a pagamento …) – fine dell’inciso.
Alcune foto
 ‘The Food Project. Performance 1″   © liuba 2012  – Grace Exhibition Space, Brooklyn, NYC
(Le immagini dell’ultima parte non le ho perchè sono nelle riprese video che non ho ancora scaricato…!).

69. Il video “Senza Parole”

Nel frattempo ho finito di mettere online il video che ho ‘ritirato’ dalla Biennale di Torino e mandato la newsletter (dovevo farlo prima di partire ma non ce l’ho fatta, e poi nessuno mi correva dietro d’altronde … ).

The video comes from Liuba performance at the entrance of the Italian Pavillion at Venice Biennial 2011.

The Italian Pavillion 2011 was very controversial and discussed. The curator, active more in the Politics than in the Contemporary Art, asked to 100 of Italian ‘known’ people to invite their one best loved artist to the Venice Biennial Italian Pavillion. The result was a show with no curatorial logic and full of any kind of works and styles.
Many of the Italian Art-World people criticized this Pavillion. Liuba expressed her disagreement in an ironic way, distributing flyers at the entrance of the show, as giving the explication of the exhibition. Except that the flyers were white, blank. Empty.

Interesting, as usual in Liuba’s works, people reactions: many react automatically when receiving a flyer, many don’t want it, many other take it without reading, some were thinking Liuba was a Biennial Hostess and asked practical informations, and many people perceived and enjoyed the performance as well.

62. Art Basel Miami Beach … il quasi arresto e la delusione dagli italiani

Continuo a ricevere messaggi curiosi che vogliono sapere come è andata a Miami e che cosa ho fatto … Ed eccomi qui a raccontarvi tutto e a mandarvi un po’ di immagini. Sono stati 9 giorni di fuoco, di emozioni, di delusioni e di fiamme, per fortuna finite e ritemprate da un bagno fantastico nell’Oceano e dagli ultimi due giorni di sole rigenerante.

Devo riconoscere che sono partita per Miami con l’idea di fare una performance piuttosto semplice ma anche piuttosto ‘disturbante’, sebbene ironica o forse nemmeno tanto … diciamo che mi interessava enormemente fare un’azione che mettesse in risalto il carattere effimero e piuttosto schiacciante del sistema dell’Arte con l’ A maiuscola, quello del potere, dei tanti soldi e delle gallerie superstar, che è rappresentato forse con la potenza più esplicativa proprio ad ART BASEL MIAMI, che a detta di tutti sta diventando – o è diventata – il polo catalizzante di tutta la cream del mondo dell’Arte. Quasi ancor più dell’Armory Show e della stessa Art Basel, mi dicono. Diciamo che volevo usare Art Basel Miami Beach come materiale del mio lavoro e come paradigma di un sistema potente e spesso effimero in sè stesso.
Però già prima di partire sapevo che questo lavoro che andavo a fare poteva essere un po’ disturbante, e che potevo essere bloccata o interrotta dopo poco … ma dato che il caso e la sorpresa e il contesto sono alcuni degli ingredienti fondamentali del mio lavoro e ciò che mi interessa approfondire, sono partita ugualmente allo sbaraglio …

 
Vi ho già raccontato nel post precedente del nervosismo galoppante, della stanchezza allucinante e dell’arrabbiatura del viaggio, e di come sia arrivata alla casa in cui ero stata invitata dagli italiani con i nervi a fior di pelle. Mi ero portata dei lavori piccoli in valigia, attentamente imballati, e dei video, da esporre in questo spazio americano (è molto grande, mi avevano detto, porta tutti i lavori che vuoi e i video!) e poi mi sarei dedicata alla mia performance a a vedere le mostre in giro per Miami. Forse sarebbe arrivato anche Mario da Montreal, avevo piacere e paura al tempo stesso di vederlo, anche perché non sapevo bene nemmeno io dove avrei dormito e in che situazione, a parte i giorni in cui sarei stata accolta calorosamente da Marilyn.
Non vi sto a tediare col racconto catastrofico dei primi tre giorni, la persona che mi aveva invitato aveva fatto un sacco di casini e tutto era diverso da ciò che mi aveva detto. Ho vissuto delle emozioni tristi e interiormente faticose. Problemi con l’ospitalità e problemi con lo spazio della mostra. La situazione non mi piacque affatto, e nemmeno mi interessava più, così decisi che non valeva la pena esporre con loro e di dedicarmi solo alla mia performance e a qualche giorno di vacanza. In realtà ero arrabbiatissima sia con loro che con me per questa situazione, con loro perché mi avevano dato informazioni vaghe e piuttosto diverse dal vero, con me perché sono una entusiasta e credulona, e avevo aderito a qualcosa di cui già i giorni prima della partenza avevo ‘nasato’ che era organizzata poco bene.

Sembra che in America il sistema dell’Arte sia sia abbondantemente ripreso dalla breve crisi dell’anno scorso e tutta Miami si è riempita di ricchissimi collezionisti con yacht e aerei privati alla caccia di acquisti forsennati. Ed è pazzesco come tutti, chiunque, in ogni dove, cerchi di esporre e di tentare la fortuna che qualche ‘buyer’ gli compri a peso d’oro le sue opere … E’ impressionante e forse un poco nausenate, durante Art Basel, oltre alla Fiera principale al Convention Center, c’erano ben altre 22 fiere … Oltre a queste 22 Fiere, Art Basel, arte pubblica sparsa nella città, c’erano caterve di loft e capannoni industriali nella zona di Wynwood – che è il nuovo quartiere delle gallerie, prima chiamato ‘design district’, e in cui era situato lo spazio dove avrei dovuto esporre anch’io – con ogni tipo di artisti, di opere, di pastrocchi, di kitsch, di opere di dimensioni monumentali, di saltimbanchi e imbianchini, tutti a cercare di farsi vedere e di esporsi ed esporre e poter farsi comprare.
Certo, alcune cose belle le ho viste – eccellente soprattutto lo spazio enorme della collezione Margulies, davvero incredibile, sia per le opere, sia per la location, sia per la cura dell’esposizione. Lì mi sono davvero emozionata. (guarda il sito)
“Marty Margulies has collected one of the most expansive and impressive collections of contemporary art in the world. Although the warehouse does not look like much from the outside, inside it houses not only an immaculate collection of sculpture and installations, but an archive of photography and priceless pieces.
Any art lover will recognize everything from Barry McGee to original Jasper Johns. The most impressive thing about the Margulies Collection is the diversity and foresight. They have large scale installations, paintings, video art dating back into the eighties before the movement. Sometimes they even have performance pieces on display”

Ho naturalmente visto altre opere ottime e altre buone, sia nella Fiera che in altre location, però l’impressione generale è di un grande luna park divertimentificio e macchina-per-spremere-i-soldi che mi ha lasciato estremamente perplessa, o irritata o abbacchiata, come se ci fosse una ruota del lotto che premia alcuni artisti e altri no, e dove chiunque può prendere delle lastre di plexiglass, metterci degli scarabocchi, dire che è arte e trovare chi le compra a peso d’oro. Beh, forse esagero, ma spesso la sensazione è questa qui e anche nella fiera principale, con gli artisti già affermati. Basta vedere lo stand di Gagosian, o delle altre few top galleries, pieno zeppo di gente come se si fosse nel quartier generale del Presidente o a colazione da Tiffany, per vedere che il valore delle opere esposte è per lo più dato dal plus valore di chi le espone … non è certo una novità, si sa come funziona il sistema dell’Arte – e non solo quello dell’arte – e non ho scoperto l’acqua calda, ma vedere tutto ingigantito in quelle dimensioni è come avere una grande lente di ingrandimento, e vedere davvero bene …

E’ in questo turbinio di emozioni e di sentimenti (accentuate anche dal fatto che Mario era arrivato ma come al solito litigavamo tutto il tempo per cose banali ed ero come se fossi esasperata da tutto e da tutti … ) che arrivò il giorno in cui avevo deciso di fare la performance: il sabato, giorno di un’affluenza inverosimile.
Avevo già fatto il sopralluogo il giorno dell’opening, e avevo deciso che avrei cominciato la performance nell’ingresso della Fiera e nella Hall dove la gente passa prima di accedere agli stands veri e propri. Questo per una questione logistica di struttura, di materiali e di funzionalità.

Ho deciso di portare a Miami, per completarlo ed esaltarlo, il nuovo lavoro che avevo cominciato questa primavera nella rassegna di performance alla Naba curata da Marco Scotini e Giacinto di Pietrantonio: costruire una ragnatela di fili invisibili che avvolge cose persone e spettatori, visualizzando in questo modo il labirinto del sistema dell’Arte e la sua capacità di prenderti nella morsa, e magari imprigionarti, oppure  bloccarti i movimenti … Un filo invisibile come invisibile è il web dell’Art System, invisibile ma a volte asfissiante come una ragnatela.. .
Ho cominciato a tessere questa ragnatela legando il filo alla colonna dell’ingresso, per poi andare avanti e, ad altezza busto perché non fosse pericoloso, dipanare la matassa coinvolgendo architettura e persone.
Ma non feci che poco più di mezzo minuto che una guardia mi si scagliò addosso prendendomi il filo e strappandolo coi denti gridandomi se ero pazza.
Allora delicatamente mi diressi all’indietro verso il primo grande atrio dell’entrata e lì ricominciai a tessere la mia ragnatela legando il filo a un altra colonna e procedendo tra la gente, quand’anche qui fui interrotta da un guardiano e poi a raffica arrivarono lo show manager, un poliziotto, una direttrice della sicurezza e non so chi altro, gridandomi come forsennati che ero pazza e che mi avrebbero portato in prigione … Io gli dissi che era una performance … loro diventavano sempre più aggressivi, erano fuori di sè come se io fossi un attentatore con una bomba pronta ad esplodere addosso … C’era una guardia in particolare che mi guardava con due occhi pieni di odio, e diceva che voleva portarmi in prigione per quello che avevo osato fare … (vi rammento che mi hanno bloccato dopo nemmeno un minuto).

Era un po’ come Davide contro Golia, the “Big System” che si scagliava contro di me. Una macchina gigante che si scaglia contro un micro elemento che gli dà fastidio. Certo, forse in fondo in fondo avevano ragione, forse poteva creare scompiglio (è ciò che volevo, no?) o forse anche poteva essere pericoloso (però ero conscia di stare bene attenta) ma esemplare è stato il commento della mia amica Marilyn, che era venuta per vedere la performance e che la sa lunga, in quanto vive a Miami da più di 30 anni e ha diretto un importante albergo: questa fiera fa girare SO MANY MONEY che non possono nemmeno concepire che succeda un minimo incidente o un fuori programma, perché avrebbero dei guai di immagine che farebbero finire questo bengodi … (questo è il succo di ciò che ci ha detto, tradotto con parole mie).
Quando finalmente mi hanno ‘liberato’ e lasciato uscire dall’edificio, la guardia più cattiva mi sibilò: e se tu o i tuoi amici (nel frattempo avevano visto il cameraman e Mario che faceva le foto e Marilyn che mi difendeva) osate farvi rivedere dentro THIS BUILDING, you will go to prison immediately!
Il giorno dopo, quando la Fiera non c’era più, tornai all’edificio, e ho tessuto una ragnatela di fili invisibili nel quale sono stata imprigionata …

All the photos: 
Liuba, “The invisible web of the Art System”, performance, 2011 (photo credits: Mario Duchesneau)
Naturalmente nascerà anche un video da tutto ciò. Un brevissimo, ma intenso video (quando il cameraman mi manderà il ‘minuto’ di riprese – perché è dovuto partire subito … altro problemino che mi stressa, non avere nemmeno le riprese … però ho tante foto … e il video sarà anche con le foto … )



Se volete sapere i precedenti della partenza, la decisione improvvisa e il viaggio allucinante, leggete il post precedente

49. Le foto da Brema

Ciao condivido con voi questa bella foto che ho ricevuto da Anette, che racchiude un’immagine per ogni performance presentata al Festival di Brema …

per ingrandire cliccarci sopra

48. La mia performance “Senza parole” alla Biennale di Venezia

Mi sono divertita un casino a fare questa performance e, oggettivamente, devo dire che sono stata brava. Era molto facile da fare, ma per farla bene occorreva una concentrazione non indifferente.
Mi sono vestita in maniera accurata e molto normale, un pochino da hostess, con pantaloni bianchi, camicia a volant blu e giacca blu, con dettagli rossi come la collana, lo zainetto, il rossetto, lo smalto.
Mi presento all’ingresso del Padiglione Italia, all’Arsenale, il venerdì, giorno dell’Inaugurazione ufficiale del Padiglione Italia. Ho uno zainetto sulla spalla e un pacco di volantini in mano. Sembro una hostess, o una rappresentante. Comincio a distrubuire i volantini. Seriamente, assiduamente, professionalmente, gentilmente. Solo che i volantini sono bianchi. Nessuna parola. Nessuna lettera. Vuoti.

Non mi interessa ora dire o spiegare il significato, perché ognuno ci può vedere dentro ciò che vuole, e le derive di significati possono essere molteplici, (e inoltre odio parlare del ‘significato’ di un mio lavoro … se ne avessi le parole non farei il lavoro, no??).

Mi interessa invece registrare le reazioni delle persone. La cosa divertente è che io distribuivo a raffica, come fanno i volantinari veri, che mettono in mano depliant o pubblicità, e le persone tendenzialmente reagivano di riflesso condizionato, come reagiscono ai volantinari: chi prende il biglietto senza neanche guardarlo, chi lo evita e si scosta, chi tende la mano perché lo vuole anche lui … molti incuriositi e speranziosi che ci fosse un testo di presentazione per il Padiglione italia. Ed in effetti la presentazione c’era … solo che era la pagina bianca! Molte persone, accortesi del contenuto del volantino dopo averlo girato e rigirato nelle mani, si sono divertite un sacco, altre ci sono rimaste di stucco, altre mi chiedevano: ma che cos’è? Ed io professionalmente e seriamente dicevo: alcune riflessioni sulla mostra (oppure: la presentazione della mostra …) e molti gongolavano entusiasti dell’idea, altri non capivano, altri ancora rimanevano ‘senza parole’ … altri si conservavano felici il foglio. Sì perché il foglio bianco ha avuto una vita sua propria: chi lo conservava, chi lo rigirava, chi lo riceveva senza guardarlo nemmeno, chi lo voleva due volte, chi lo buttava nel cestino, chi me lo ha reso perché non c’era scritto niente, chi diceva: che bello, ci danno un foglio per fare note e scrivere i nostri apputi sulla mostra … !
Farò in seguito un video anche di questo lavoro, anche se tra la folla a getto continuo che entrava non è stato facile fare le riprese per il mio cameraman ( e non vi dico chi era … ), ma tirerò sicuramente fuori un video interessante, breve e ironico. Lentamente, però, ci sono molti video in coda che attendono di essere finiti (e intanto sono assorbita, quasi troppo per i miei gusti, dal coordinamento con i curatori che invitano i miei video a varie mostre – per esempio quella che ora è a Roma al MLAC (v. comunicato).

Alcuni amici sono stati così gentili, i giorni seguenti, di mandarmi qualche notizia sulle recensioni di questo lavoro, ed in effetti c’è un bell’articolo che vi segnalo su Art Tribune e un servizio piuttosto ampio sul Gazzettino del 6 giugno, di cui vi segnalo sia la versione online che quella cartacea che pubblico qui sotto (grazie di cuore all’amico artista Antonio Sassu che me l’ha scannerizzata e mandata!).

Ringrazio la giornalista Alda Vanzan per l’ottimo articolo e per la sua intelligente e ironica comprensione.
ed ecco alcuni videostill tratti dalle riprese:


Questo lavoro ha tratto ispirazione da Manfred Kirschner, che ringrazio.

45. Viaggio a Berlino e performance lab

Dopo Bremen siamo partiti per Berlino.
Dico ‘siamo’ perché nel frattempo a Brema era arrivato anche Mario che mi ha raggiunto lì arrivando direttamente da Montreal e con l’idea di stare prossimamente in Italia. Era da alcuni mesi che non ci vedevamo perché dopo che finalmente avevamo passato un week-end bellissimo a New York per il mio compleanno, lui era partito per il grande Nord a fare un lavoro in mezzo agli Inuit a 2000 km nord di Montreal a 50 sottozero (ed io ero rimasta a New York ovviamente … ).
Anzi, se devo essere onesta, questa alternanza di lontananza e vicinanza a me ha fatto molto bene, e credo anche a lui,  perché ti senti al tempo stesso libera e legata a qualcuno, e inoltre mi sono dedicata intensamente e totalmente all’arte in quei mesi, e quando lo faccio mi sento bene come un papa. (Mi sembra quasi preoccupante: più vado avanti, più mi diverto a fare arte e sto bene solo così! … ).
Non vi sto ora a parlare di me e di Mario, però devo confessarvi che ero piuttosto tesa quando ci siamo rivisti a Brema, perché l’ultima cosa che volevo era ricominciare a litigare, e non potevo nemmeno permettermelo, visto che ero lì per fare una mostra e una performance che erano molto importanti, e soprattutto per la performance live è impossibile per me farla bene se ho della tensione o del nervosismo …
Fortunatamente però è andato tutto bene … abbiamo cominciato a litigare soltanto a Berlino! …

Dunque, dicevamo, siamo partiti martedì da Brema in treno per Berlino, dove ci aspettava una simpatica famiglia di Servas dalla quale saremmo stati ospitati (vi ricordate che vi avevo parlato di Servas qualche post fa? http://liubadiary.blogspot.com/2011/05/41-on-road-again-hamburg-may-2011.html)
Loro si chiamano Mirko, Susanne e Rebekka, e li saluto e li ringrazio per il caloroso welcoming nella loro bella casa (per la prima volta ho dormito su un materasso ad acqua … e mi è piaciuto molto!)

Ero stata a Berlino giovanissima nel ’90, pochi mesi dopo la caduta del muro, ed ero stata impressionata dall’energia di sofferenza e di dolore che vi avevo respirato, percepivo la ferita che aveva tagliato la città e il dolore che era stato patito, e al tempo stesso sentivo le ribellioni di tutti quelli che si radunavano a Berlino come simbolo di lotta e resistenza … Ero stata magnetizzata da quella città, respiravo tensioni forti che mi facevano sentire viva, seppur in maniera tragica ( e a quel tempo ero piuttosto tragica … e malinconica, poi sono diventata crescendo più ironica e solare, che è la mia natura più vera).
Poi ero ritornata a Berlino una decina di anni fa, la città era totalmente cambiata, e seppur rimasi solo un paio di giorni per una mostra visitai le nuove opere architettoniche della ricostruzione, come il Sony Center in Postdamer Platz, il nuovo Reichstag, e rimasi affascinata da questo ricostruire e da questo rinascere.

Ma questa volta ho trovato una città totalmente trasformata ancora di più, una città che è come se avesse rimarginato le ferite e quasi come se si fosse scordata di ciò che successe (anche perché ormai le nuove generazioni sono nate in una città libera e senza muro, e lo conoscono solo dalle storie, molto diverso invece averlo vissuto!).
Ho trovato una Berlino vitalissima, e questo lo sapevo e me lo aspettavo, ma anche una Berlino completamente piena di speranza, che risorge e rinasce e che emana contentezza e movimento da tutti i pori, come invece nel ’90 emanava sofferenza e depressione da ogni poro. E la mia felicità è stata grande nel sentire questo comabiamento attuato e questa speranza diventare certezza e questa città risorgere dalle ceneri totalmente.

Anche questa volta il mio stare a Berlino è stato di pochi gorni, per cui non ho girato tanto, ma è stato importante assaporare tutte queste sensazioni (e girare in barca sul fiume inondato di luce).
Ero a Berlino anche per partecipare a un festival di performance concepito come un lab dove artisti di varie parti del mondo interagivano tra loro e si scambiavano stimoli sul lavoro. E’ stato tutto preparato velocemente, ed io ho scelto una semplice azione performativa (presa dal mio precedente ‘Side by Side’) e ho lavorato facendo interagire la mia performance con la performance di due artisti tedeschi: Albrecht e Utte.
Il Festival, che si chiamava Hunger Festival, era organizzato in diverse locations di Berlino per alcuni week-ends. Quando ci sono stata io si è tenuto a BLO atelier, un luogo molto affascinante, che era un deposito di treni dell’ ex Berlino Est. Un grande parco (e quel giorno migliaia di pollini fluttuavano come neve), alberi, fabbricati, depositi di treni in disuso, formavano una cornice interessante e stimolante, molto underground e molto berlinese.
Devo dire che, avendo passato moltissimi anni ai miei inizi bolognesi, in ambienti alternativi e underground, ora li sento un po’ passati per me, ma pur sempre ricchi e stimolanti.
Vi allego qui alcune foto della performance che abbiamo fatto come risultato del lab

foto:  Luz Scherwinski

40. La performance a Brema si avvicina

Che bello quando si lavora con persone professionali e serie, ci si sente bene, e si può dare il meglio.
E’ dall’anno scorso che ho ricevuto un invito a partecipare a un festival internazionale di performance in Germania, da parte di The Künstlerinnenverband in Bremen. Mi hanno contattato l’estate scorsa, con un invito un anno in anticipo. In questi mesi ci siamo sempre sentiti, e abbiamo costruito insieme il mio intervento e, ai tempi opportuni, mi hanno richiesto i materiali necessari per la comunicazione e il web. E, sempre di loro iniziativa e con i tempi adeguati, mi hanno proposto un contratto, con i termini della mia partecipazione e l’accordo su cosa darci reciprocamente. E’ bello vedere che ci sono dei paesi che trattano gli artisti con molta serietà, e credo che molte gallerie ed entità italiane dovrebbero trarne esempio.
Sono tornata in Europa da New York anche perché sapevo di questa data, e mercoledì 11 parto per la Germania. Ne sono molto contenta, perché è un po’ che non ci vado, e apprezzo molto questa terra, soprattutto a livello culturale e artistico.
Arriverò ad Amburgo, mi fermerò là una sera poi andrò a Brema. E dopo Brema, Berlino, dove c’è un’altra sorpresa performativa che vi attende! (ma lo saprete al momento opportuno!).


PRESS RELEASE

The Künstlerinnenverband Bremen / GEDOK organizes a Festival of Performance which brings together international performers with artists of the region. 
Between the 5th of May and the 6th of June every weekend there will be a live entry: invited are Jessica Findley from Brooklyn, New York, the Austrian Marc Aschenbrenner, Nezekat Ekici of turkish descent, Marcia Farquhar from Great Britain and the Italian Liuba
Artists from Bremen will be Kerstin Drobek, Elianna Renner and Gertrud Schleising. 
The festival program of the Künstlerinnenverband shows aspects of contemporary performance as it is found in the international context – body related, societal, politic, theatrical and interactive approaches.
During the week there will be shown a video program of different occurences of performance in the past and nowadays. Tieing in with the history of the Künstlerinnenverband and it’s former performance festival in 1985, videos of Ulrike Rosenbach, Alison Knowles, Pat Olesko a.o. are to be seen as well as different actual positions focussing on either body-movement, sound, dance, language or public intervention. The ongoing discourse about the advantages and disadvantages of media-based documentation of live acts is thereby marked out, whereas Marcia Farquhar contrasts videos of her performances of the last 12 years with her live comments and actions.
The festival takes place within the scope of the Bremer Kunstfrühling, organized by the BBK (Bundesverband Bildender Künstler ­– the association of artists) in a former freight terminal. It includes a curated exhibition as well as presentations of museums, galleries and artist associations of Bremen. Some of the entrances will spread into the public space of the city as f.i. the bycicle ride of Jessica Findley who starts the series of performances.
here is the wonderful website page of the festival:

and here….
the wonderful website page of me!

http://performance.kuenstlerinnenverband.de/performance-festival-2011/liuba.html

and here the website of the Bremer Kunstfrühling
http://www.kunstfruehling.de/home.html

38. La performance alla NABA di Milano

Appena tornata in Italia, trafelata dagli ultimi sgoccioli del video di Slowly New York, e pure un po’ triste che non ho potuto essere presente alla inagurazione della mia mostra in US perchè scadeva il visto, sono stata contenta di essere stata invitata da Marco Scotini a preparare un intervento performativo a sorpresa per la serata delle performances organizzata da lui e Giacinto Di Pietrantonio nell’ambito e in concomitanza del MIART.
Ho preparato un progetto inedito, che avevo in mente da un po’ di tempo, e che ora mi sembrava davvero l’occasione giusta e perfetta per metterlo in pratica.
Si intitola: The invisible web of italian art system, e sono contenta di mostrarvi e condividere alcune foto, i commenti li lascio a voi …

 

The invisible web of italian art system,  interactive performance, 2011

click on the pictures for the big size

34. “Unreal Exit” performance al Grace Exhibition Space

La domenica subito dopo la presentazione dei video avvenuta di sabato, c’è stata la mia performance ‘live’ per il SITE fest al Grace Exhibition Space. Ve l’avevo già detto che queste ultime due settimane erano inverosimilmente piene, e non ho avuto un attimo di respiro, cosa che vi ho anche già scritto (uffa, sto diventando noiosa??)
In questo week-end c’erano 75 performance in 4 spazi in contemporanea, e nonostante ciò lo spazio era pieno, e molte persone erano venute appositamente per l’orario della mia performance, e amici che seguono il mio lavoro, e ringrazio tutti. Davvero felice! davvero davvero!
Ma sono stata emozionata e colpita e onorata che fosse venuto a vedermi Tehching Hsieh, e sua moglie! Teching è famoso per le ‘One Year Performance’ che ha fatto negli anni 70, e avevo conosciuto il suo lavoro un paio di anni fa quando qui a New York vidi una mostra bellissima al Moma, io gli scrissi, e da allora siamo rimasti in contatto, e qualche mese fa, al mio arrivo a New York, ci eravamo finalmente conosciuti di persona. E’ un artista che adoro e che considero un maestro e uno dei più importanti artisti che abbiano lavorato con la performance. Tra l’altro lui mi diceva che ha ormai 60 anni e che il riconoscimento vero e proprio gli è arrivato da non molti anni … Guardatevi un po’ del suo lavoro, che proprio merita:
http://www.one-year-performance.com/
http://www.moma.org/visit/calendar/exhibitions/322

La dolcezza e la soddisfazione di vedermi Teching che è venuto apposta per vedere la mia performance, nonostante pure il diluvio universale, mi ha commosso e dato un senso di gioia profonda dentro. E ciò mi aiuta ad andare avanti e dare un senso a ciò che faccio.

La performance che ho presentato questa volta non era a sorpesa tra la folla, ma fatta per essere guardata da un pubblico.
E’ ormai più di 10 anni che ho scelto soprattutto di agire con azioni a sorpresa e in contesti di vita reale, lavorando site specific e in maniera interattiva, appunto perché volevo andare ‘dentro’ la vita e non fare le performance per un pubblico negli spazi prestabiliti,  però per questa rassegna avevo deciso che avrei di nuovo fatto una performance ‘visiva’ poiché ci sarebbe stato un pubblico a ‘guardare’. Così ho ripreso in mano la tematica delle ‘scatole’, su cui lavoravo anni fa, perché mi era diventata attualissima nella mia esperienza newyorkese, e ho costruito un lavoro di interazione e ‘duetto’ tra la performance reale e la performance ‘virtuale’ del video sovrapposto, una dialettica tra la speranza e la rassegnazione, fra la realizzazione e il fallimento … un pendolo che oscilla da entrambe le parti forse per tutta la vita …
ma non ho voglia di spiegarvela ora, non ci riesco, anche se lo vorrei, bisognerebbe vederla .. .così vi metto alcune foto

                                                                                                                    photos: Julie Finton

Liuba, Unreal Exit, sunday March 6, 2011
Grace Exhibition Space – 840 Broadway, 2nd Floor, Brooklyn
The piece is a ‘duet’ between live performance & video projection, where the same performance goes in a different way. Real & Unreal mix together through the theme of being imprisoned into boxes & the ‘virtual’ possibility to get out of them.

to see more pictures:
http://www.flickr.com/photos/liubanet/sets/72157626281101140/with/5533069503/

Ora vi metto anche il video.
Desidero però che fate attenzione, e per me è molto importante, a percepire la differenza fra un video che è la pura ‘documentazione’ di una performance fatta per essere vista, come in questo caso, dove la videocamera registra in tempo reale cosa si sta svolgendo, e i video invece che considero, e sono, dei lavori, ossia tutti quelli che risultano dalle mie azioni a sorpresa tra la realtà e la folla. Quei video mi richiedono una fatica immane, di solito faccio una o più giornate di performance riprese da una o più cameraman, e c’è tutta la casualità delle interazioni e di ciò che succede … Ci ritornerò su questa cosa, ma intanto godetevi il video ‘documentazione’ della performance ( di cui non ho fatto altro che scaricarlo, toglierli qualcosa all’inizio, convertirlo e caricarlo (per le mie opere video impiego dai 3 mesi ai 5 anni per finirle! (v. lo ‘slowly project’ … )

strabaci


Liuba ‘”Unreal Exit” Grace Exhibition Space, SITE fest 2011 from artsinbushwick on Vimeo.

32. La slowly performance a Manhattan e all’ Armory Show

“Ma com’è andata la performance per la giornata Mondiale della Lentezza?” Mi chiederete. E’ andata molto bene, anche se è stato molto faticoso per me farla per due giorni, sia a livello fisico che psichico che logistico.
Lunedì siamo stati a Union Square, era una giornata uggiosa e piovosa, ma ci sono stati spiragli che mi hanno permesso di fare la performance. E come al solito le reazioni sono state di stupore, di gioia, di condivisione, di fastidio (i clacson impazzivano quando attraversavo la strada …b).

Qui potete vedere qualche immagine documentativa, frettolosamente montata dalle riprese ( e attenzione, perché per me è così differente quando monto e propongo un video come ‘lavoro’ o quando c’è una mera documentazione della performance’, come in questo caso … )


the Global Day of Slow Living – demo performance from liuba… on Vimeo.

C’era tutto il team di Vivere con Lentezza, con Bruno Contigiani che faceva interviste ai passanti frettolosi, e con lui i ragazzi che cantavano arie di opera tra un’intervista e l’altra …

Mercoledì la performance ha continuato per Manhattan al Metropolitan Museum e in Times Square sino alle tre (e faceva invece un gran freddo, e non ero molto coperta, perché avevo deciso di vestirmi come l’altra performance fatta a New York, ossia con un leggero spolverino di camoscio nero aperto (così fluttuava lentamente) su un completo bianco di golf e pantaloni.

Il pomeriggio sono andata all’inaugurazione dell’Armory Show, sempre ‘lentamente’ …
Volete sapere la verità? Mi sono un po’ annoiata anche a fare la performance, tanto mi è sembrato, scusate se lo dico, artificiale e fastidiosamente mondano l’ambiente (e noiosissime le opere, tranne poche).
Ed io che stavo lì a camminare a rallentatore mi chiedevo che senso avesse tutto ciò, e anch’io, e l’arte in generale …
Anzi forse, essere lì, delicatamente camminando facendo la moviola, e discretamente passando tra la gente festaiola e chiacchiereccia, mi ha dato una sensazione di vuoto e di fanfara, di un sistema dell’arte che usa gli artisti e si diverte alle loro spalle, e sui loro sacrifici e la loro pelle, ogni tanto osannandone alcuni, per poi dimenticarli e usarne poi altri …
Inutile dire che il giorno dopo ero massacrata, il lavoro di muscoli coinvolto in questa performance è abissale, e il continuo controllo dei movimenti è davvero faticoso, e, come sempre il giorno dopo le mie performances, passo una giornata di low pression a letto vegetando e recuperando le energie, senza fare minimamente nulla (ma la mia giornata di riposo manco è stata completa, dato che ho dovuto nel pomeriggio mettermi a lavorare per la performance e la presentazione dei video per il SITE fest, che sarebbero state dopo pochi giorni …

29. The Slowly Project a New York per la Giornata Mondiale della Lentezza

Ecco qua: vi metto semplicemente il Comunicato Stampa della mia prossima performance a New York (ben due giorni di camminata a rallentatore … sarà molto faticoso, sul piano psicofisico … ) nell’ambito della V Giornata Mondiale della Lentezza. In questi giorni sto correndo e facendo di tutto freneticamente ma con la … doverosa … lentezza …

COMUNICATO STAMPA
V Giornata Mondiale della Lentezza – New York, 28 Febbraio 2011
Lunedì  28 Febbraio e Mercoledì 2 Marzo, 2011, per la V Giornata Mondiale della Lentezza a New York
Liuba farà una nuova urban interactive performance del suo “Slowly” project chiamata “Take Your Time”
precedentemente realizzata a Milano, Basel, New York (2006), Modena.
La performance diventerà anche parte della sua nuova videoinstallazione.
Liuba The Slowly Project. Take Your Time
Luoghi della performance e orari:
Lunedì 28 Feb, 2011. – Union Square, Greenmarket and around (11.00am –  3.00 pm)
Mercoledì 2 Marzo, 2011  – Museum Mile and MET area (10.00am  – 11.30am)
-Times Square (12.00pm – 2.30pm)
– Armory Show Opening (3.30pm – 6.00pm)

*Gli orari possono variare a causa  della natura imprevedibile della performance




Lentezza come silenzio opposto al frastuono dello stress, rumoroso divoratore di ogni cosa.
Lentezza come reazione alla bulimia del voler tutto senza gustare niente.
Lentezza come metafora di una dialettica tra tempo personale e tempo sociale, tra essere e dover essere.”
La V Giornata Mondiale della Lentezza, ideata per attirare l’attenzione sui temi di un buon uso del tempo delle persone, in armonia con l’ambiente, si svolgerà a New York e nel mondo il 28 febbraio 2011 e ha come tema: Ambiziosi e Altruisti – Slow life, green life, better life.
La V Giornata prevede una vera e propria kermesse che vede svilupparsi oltre 100 eventi in varie città del mondo in contemporanea e per più giorni.
Le  precedenti  edizioni della Giornata hanno avuto come fulcro le città di Milano 2007, New York 2008, Tokyo 2009, Shanghai 2010. Nel 2011 ritorna a New York: la città ha intrapreso da tempo una serie di politiche per migliorare la vita dei cittadini quali la chiusura al traffico motoristico di alcuni luoghi simbolo, l’espansione della ciclabilità di numerose zone, la trasformazione di zone quali la High Line in zone pedonali e di completo relax, campagne contro l’obesità e contro il fumo, etc. Per questi motivi L’Arte del Vivere con Lentezza Onlus ritorna nella Grande Mela, guidata dall’amministrazione Bloomberg.
http://www.liuba.net/slowly.htm


Grazie a:

Claude Caponetto per l’aiuto nelle traduzioni
Gianluca Teti per l’aiuto nell’aggiornamento del sito
Ceren Bayazit per l’aiuto nella logistica del vestito per la performance
Bruno Contigiani, Ella, Muna e tutto lo staff di L’Arte di vivere con Lentezza 
per l’organizzazione e la comunicazione

7. Workshop all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila

Sono molto contenta di essere stata invitata a presentare il mio ‘Slowly Project – L’Aquila’ agli studenti dell’Accademia di Belle Arti di questa città. Sono molto contenta perchè è da quest’estate che ho deciso che avrei fatto un ulteriore step all’Aquila del mio progetto in progress sulla lentezza. Dopo Milano, New York, Modena, mi sembrava che la lentezza all’Aquila si caricasse di ulteriori e forti significati,e inoltre l’idea di questo progetto mi è anche nata come gesto di affetto verso questa città e i suoi abitanti, come un modo, con i miei personali mezzi,  di dare un contributo a questa città.
E come accadono le cose che ‘devono  accadere’, questo progetto ha trovato subito aderenti, estimatori e promotori. In realtà è un lungo e faticoso lavoro di relazioni e di contatti, di scrittura del progetto e di studio della logistica e delle condizioni reali per fare la performance e il video, ma ha riscontrato subito segnali positivi e incoraggianti (come essere stata invitata quest’estate – avevo appena deciso di portare il progetto della lentezza a L’Aquila – a fare una performance in una rassegna a Rocca Calascio in Abruzzo, che per la prima volta mi ha permesso di prendere contatto con questo territorio).
Quindi sono stata molto contenta che la professoressa Lea Contestabile, nell’ambito della sua manifestazione ‘Etnorami’ mi abbia proposto di fare all’Aquila un workshop con gli studenti sul mio lavoro, ma soprattutto su questo nuovo progetto, per coinvolgere anche loro sia nella progettazione che in una mostra futura. E contenta anche della bella e acuta presentazione del mio lavoro da parte di Ivan d’Alberto, il direttore del MAAC di Nocciano, che ho conosciuto a Rocca Calascio quest’estate.

 Ho parlato agli studenti di come è nato il percorso che mi ha portato a lavorare in questo modo, quali  ne sono le modalità, le difficoltà e le caratteristiche, e abbiamo visto insieme alcuni miei video (con un pubblico attento e divertito: godo sempre quando gli spettatori, specialmente i più giovani, si fanno un sacco di risate quando vedono i miei video!). Poi ci siamo concentrati sul progetto della lentezza, cercandone i risvolti per la città dell’Aquila (lentezza/velocità della ricostruzione, lentezza/assenza del centro storico, lentezza come  lento risorgere e rinascere ecc..
E’ stato molto importante per me poter avere le loro opinioni e sentire le loro esperienze, e come si vivono la realtà dell’Aquila dopo il terremoto. Abbiamo fatto anche un brain storming per capire quale data fosse più adatta e quale percorso, considerando sia i valori concettuali e artistici del progetto, sia le esigenze pratiche della performance, sia le connotazioni simboliche della data da scegliere, sia il confronto con la nuova realtà urbana.

4. Liuba @ Artissima

Et voilà eccomi qui, ancora stanca ma soddisfatta dopo la performance di giovedì all’Opening di Artissima: i preparativi, la trasferta, la concentrazione dei giorni precedenti, la performance, il finire il video in anteprima che andrà in mostra a Genova (domani ma dovevo finire e spedire il dvd settimana scorsa…), fare lezione ai miei studenti tutto il sabato e finalmente IERI riposarmi un po’ (ho passato la domenica a dormire debole come un purè). Avrei voluto postare prima, ma è stato impossibile, e poi ho dovuto scaricare, scegliere e adattare al web la selezione delle più di 500 foto fatte alla performance dal bravissimo Ivo, e selezionare i videostill dalle riprese di Angela.

Ora vi spiego cosa ho fatto e poi vi metto alcune foto

Il lavoro è nato provando sulla mia pelle il disagio di sentire la freddezza dei rapporti che solitamente si instaurano con gli altri, anche e soprattutto nel mondo dell’arte. Spesso ci si relaziona per progetti in comune, per business, per utilità, per conoscersi, per collaborare.. ma le dinamiche di incontro sono quasi sempre fredde, impersonali, frettolose e stressate. Stiamo perdendo la capacità di instaurare rapporti ‘caldi’ con gli altri, affettivi, che partono da un dialogo con l’individualità e la personalità di ciascuno.
Per questo motivo mi sono immaginata un’azione dove il protagonista è l’abbraccio, il contatto umano, lo stringersi di corpo contro corpo. E questo tanto più in un contesto ‘formale’ e sociale come l’opening di un’ importante fiera dell’arte, dove tutti si incontrano, si parlano, si scambiano opinioni, fanno affari … senza mai incontrarsi davvero.
Mi sembra che la nostra società stia perdendo la fisicità e l’emozione, e il rapporto con gli altri è sempre più mentale o utilitario, o addirittura virtuale, come accade con e-mail, chat, social network, sms.
Invece a me interessa il lato umano delle persone e la fisicità della vita (pur non disdegnando il virtuale, e infatti sto facendo il blog…!)

Ho cominciato ad ‘abbracciare’ alle 6.30 sino a più delle 9.30, avrò abbracciato centinaia e centinaia di persone. Il mio abbraccio era diretto, accogliente, guardavo dritto negli occhi e toccavo le persone, e quasi tutte hanno avuto reazioni di estrema gioia, di bisogno estremo di quell’affetto, molte sentivo che si rilassavano dentro stretta del mio corpo e delle mie braccia, moltissime si capiva che ne avevano un bisogno estremo e il loro corpo diventava improvvisamente vivo, gli occhi rilucevano, e la bocca sorrideva beata…

Non è stato facile prepararmi, perchè sapevo che anche questa volta, per fare la performance, dovevo mettermi a nudo totalmente, aprire la mia affettività e la mia umanità agli estreanei che incontravo, e non vi nascondo che prima della performance mi sono detta: ma chi me l’ha fatto fare?? (è buffo, lo dico sempre…prima penso e immagino che performance vorrei fare, godo al prepararla e già la vedo, poi quando la devo fare, qualche ora prima, mi dico sempre se sono scema….anche prima della performance in Vaticano, preparata con fatica in due anni, mi sono data mille pizzicotti dalla paura mandandomi invettive sulla mia idea di piazza S. Pietro…)

Durante la performance mi sono sentita benissimo, ho dato e ricevuto emozioni, e ho visto che guardando dritto negli occhi le persone ed abbracciadole ciascuno si lasciava andare a questo senso di umanità. E davvero era come se non mi fregasse più niente dell’arte, la vita innanzitutto, e le emozioni, e i corpi, e le energie vitali.
Alla sera però ero stanca morta, non sembra ma aprire le braccia, chiuderle e stringere per centinaia di volte mette in moto dei muscoli che non sempre sono abituati a tanto sforzo prolungato! (così come quando faccio la performance del camminare a rallentatore dopo mi fanno male da morire i polpacci e tutti i muscoli delle gambe!…ragazzi, non fate palestra ma performance per tenervi i forma!)

un ‘abbraccio’
Liuba

un grazie vivissimo a:
Angela Tomasini per le riprese
Ivo Martin per le fotografie
Grazia di Bartolo per l’accoglienza nella sua bella casa
Charlie di Room Arte per il supporto logistico

3. Idea da mettere in pratica subito

Premesso che è un periodo interiormente e fisicamente difficile, ancora una volta decido che è meglio mettersi all’opera con l’arte che rimuginare su tutti i fantasmi che vagano nella mia testa.
Ed ecco che d’amblè decido che farò una nuova performance alla Fiera di Torino. Artissima è tra nemmeno 10 giorni, e le sfide in velocità mi divertono (o mettiamola così, mi riesce spesso più facile fare tutto all’ultimo che quando organizzo una cosa per anni, come il progetto della performance in Vaticano…).

Beh, l’idea non è nata adesso, mi era baluginata un paio di anni fa, quando l’avevo immaginata chiaramente come una visione, poi però non la sentivo ancora matura e non ero pronta per farla.
Adesso improvvisamente questa idea è ricomparsa e rinata, ed è l’esatta espressione di ciò che vorrei dire in questo momento col mio lavoro. E’ l’esatta espressione di ciò che sto vivendo, e allora la farò. Subito. E quale occasione migliore che farla all’opening di Artissima, secondo la mia abitudine di fare azioni a sorpresa?
Ma naturalmente, essendo una sorpresa, non vi dirò un acca. Niente di niente. Se volete tenetevi la curiosità.