175. Il tubetto che non voglio che finisca

Oggi vorrei raccontarvi un’altra cosa strana che mi sta accadendo, in questo periodo post-grande tunnel. Mi sta accadendo, ormai è da parecchio che me ne sono accorta, che per la prima volta in vita mia dò peso e importanza alle cose materiali, agli oggetti. Prima non me n’era mai importato niente.

 

Mi trovo ad avere un rispetto quasi feticistico per gli oggetti appartenuti ai miei genitori o che mi ricordano la mia vita di bambina, o che appartengono a case dove loro hanno vissuto. Questo atteggiamento, che non è tanto conscio ma soprattutto inconscio, fa sì che io provi ferite abissali se qualcuno tocca o muove o altera uno di questi ‘ricordi’ od oggetti, a tal punto di avere avuto una crisi isterica (e questo già l’anno scorso) quando una ragazza, che era ospite a casa mia per un periodo, in mia assenza mise in un mio armadio ‘personale’ oggetti dozzinali da ripostiglio tipo ferro da stiro, scope ecc.. Io mi sentii profanata, qualcuno che ha messo le mani dove avevo radunato alcune cose personali, e ebbi una reazione dolorosissima, più forte di me, e strana anche a me stessa. O anche mi capitò quest’estate quando la sorella  canadese del mio compagno ruppe i rubinetti del bidè (poichè per loro è un grande sconosciuto) ed io mi sentii come mancata di rispetto, violentata. Reazioni molto esagerate, ma che non riesco a controllare.

Oppure mi capita di portare da una casa all’altra (da quella dei miei genitori, che a luglio mi ero decisa di affittare per un periodo) oggetti anche insignificanti e che passo tantissimo tempo a capire dove stiparli in casa mia, e come archiviarli, ricordarli.

 

Ci sono cose ovviamente importanti affettivamente, ma non riesco a separarmi nemmeno da cose più banali e quotidiane. Per esempio in questi giorni guardavo il tubetto di una crema idratante colorata della shiseido che mia madre negli ultimi tempi aveva comprato (sbagliando colore, perchè era di una tonalità molto più scura della sua pelle, mentre per me quando sono abbronzata va benissimo). Quando mia mamma se ne andò cominciai subito ad usarla (è pure buonissima e anche protettiva dal sole) e la uso parcamente, di quando in quando, per non finirla, come se in quel tubetto ci fosse ancora la mamma, ed in effetti poichè lei l’aveva usata, in quel tubetto ci sono i segni delle sue mani, del suo tocco, penso che c’è un segnale fisico della sua energia. Questa mattina mi sono messa quella crema, e ho pensato che mi dovrò rassegnare all’idea che prima o poi questo tubetto finisca, anche se sorprendentemente dura ancora, e da 4 anni ce l’ho fissa nel mio beautycase. Ci scriverei un poema su questo tubetto.

 

 

 

Non so se ciò che mi sta accadendo è successo o succede anche a voi. E’ davvero quasi feticistico il mio attaccamento a certi oggetti, un rispetto altissimo come se fossero animati, e mi accade anche con oggetti miei personali ma che appartengono al periodo della mia infanzia o adolescenza. Praticamente sto passando anche molto del mio tempo a mettere a posto cose, a perdere oggetti e ritrovarli, ad archiviare parte del mio passato (anche artistico) e quasi sto provando più piacere nel fare questo ordine, questo archivio che nel produrre cose nuove.

 

Nemmeno mi piace più comprare cose nuove, perchè ho un sacco di da fare con le cose che ho, visto che alle mie si sono aggiunte quelle dei miei genitori, alcune delle quali hanno trovato posto nella mia casa (ma che è già così stipata che poi non ricordo dove le ho messe ecc. ecc.). Non sopporto fare shopping, perchè mi sembra di togliere spazio ed energia a tutte le cose e i vestiti che già ho, e che mi collegano col passato. Non farei mai il cambio fra un vestito nuovo e invece uno vecchio che mi ricorda periodi di vita o ancor più le persone che amo, le sensazioni che avevo quando li indossavo o i ricordi visivi della persona amata che li indossava. Per cui non riesco a comprare quasi mai niente di nuovo.

 

Sembra tutto un po’ stranetto, non trovate? Però non mi preoccupo più di tanto, probabilmente passerà, mi permetto questo tempo di riflessione, transizione, archiviazione, attesa, senza sforzarmi più di tanto a nasconderlo a me stessa. Tanto più che siamo in un mondo così caotico e super-ingolfato di messaggi/cose/prodotti/informazioni che l’unico atteggiamento attuale, anche per quanto riguarda la mia propria vita artistica e professionale (che essendo così intimamente legata alla vita intima non può fare altro che seguirla), è quello del fare un passo indietro, mettere in ordine il già fatto e il già vissuto – anche per goderselo aggiungerei – archiviare, prendere tempo ed aspettare..

 

Non mi sento molto stimolata a fare cose nuove, e quando mi invitano a partecipare a una mostra o a una performance istintivamente mi innervosisco, perchè non ho voglia di pensare a cosa creare. Ho lavorato come una pazza per anni e anni (cominciando ufficialmente dal 1992 ma esperimentando da ancor prima) ed ora non ho voglia di produrre niente di nuovo e mi sento come un po’ a disagio quando mi continuano a chiedere dei lavori. Poi però, almeno a livello artistico, trovo sempre la soluzione, ossia mando opere o presento lavori già fatti, magari rinnovati per l’occasione, perchè sono questi che sento che voglio mostrare, e non qualcosa di ex novo che ora non mi appartiene.

Ancor più curioso, e ci penso solo ora, che una delle poche cose ‘nuovissime’ a cui ho lavorato negli ultimi due anni, è un mio libro artistico (LIUBA PERFORMANCE OBJECTS) dedicato agli ‘oggetti‘ usati nelle mie performance, e attraverso di essi parlare di altro, dei progetti sottesi, dell’iceberg celato sotto la punta…un modo di archiviare che è esaltare la banalità del quotidiano e dell’oggetto usato nel procedimento artistico, e un modo per fare il punto della situazione. Curioso. Forse però completamente umano. Poichè non trovo più la mia vita di prima, sento il dovere di bloccarla, onorarla, dargli spazio ed energie, forse per credere che esista ancora. O toccare con mano il fatto che è esistita. Non so. Forse un giorno verrà il momento di scrollarmi tutto di dosso e lanciarmi in nuovissime imprese e territori. Ora questo momento non è ancora arrivato e mi sembra che tutti questi oggetti e ricordi mi siano di boa e di zavorra. Zavorra dolce, comunque, non pesante, anche se un pochino zavorra lo è. Ma è bello naufragare in questo mare perchè permette di ritrovarsi appieno.

 

Raccontatemi di voi e del vostro rapporto con gli oggetti 🙂

 

 

ps. Ho cercato disperatamente di ricomprare questa stessa crema, ma come spesso accade ai prodotti di profumeria, questo modello non c’è più, e c’è una nuova crema con una nuova confezione… uffi, ho rovistato nei meandri dei siti per vedere se qualche shop online aveva ancora qualche esemplare di questa crema ma niente, hanno tutti la nuova confezione con la nuova formula.. che ho poi comprato, ma non è la stessa cosa per niente.

 

 

171. Della costruzione di libri e di case-2

E’ sempre difficile lasciare traccia di una performance, un avvenimento che accade in un determinato spazio e in un determinato tempo. I video sono un modo per raccontarla, anzi per me sono nuove opere che sommano alla performance le interazioni delle persone, lo spazio, la casualità – ed infatti sono sempre stati una parte integrante del mio lavoro – ma in questi ultimi anni mi sta interessando tantissimo focalizzarmi sugli OGGETTI che hanno fatto parte di una performance, icona fisica visibile e permanente di un progetto effimero ma mitico, che rimane in vita anche attraverso la fisicità di ciò che è servito per realizzare il lavoro, oggetti adoperati o costruiti su misura per un’azione e proprio per questo capaci di conservarne il ricordo, di poterla raccontare da capo, di essere segno e simbolo di una storia e di un’azione.

 

Per la prima volta ho iniziato a condividere queste riflessioni con Mark Bartlett, collaboratore ed amico, anzi direi il curatore che meglio conosce il mio lavoro, insieme a Luca Panaro, fra i tanti con cui ho collaborato, conosciuto ai tempi della mia personale a New York nel 2006(clicca per leggere gli esilaranti racconti del diario a new york!) e da allora incontrato qua e là nel mondo (o su skype). Ricordo che eravamo nel backyard di una casa di Londra, dove a quel tempo Mark stava abitando, e parlavamo di una pubblicazione monografica in fieri sul mio lavoro (poi sfumata per motivi editoriali mannaggia!), quando ci venne l’idea di lavorare sugli oggetti per scrivere riguardo alle mie performance… a quel punto, poichè non avevo delle foto con solo gli oggetti, quando sono tornata in Italia decisi di fare un progetto fotografico che si focalizzasse sugli oggetti come fossero sculture, e ci lavorai con attrezzatura studio insieme alla fotografa Veronica Roccoli. Ricordo che feci il set nella mia casa di  Viserba, e che la realizzazione delle foto fu molto divertente, studiandone la postura, l’inquadratura, l’essenza. E mi ritrovai con un corpus bellissimo di foto dei miei oggetti. Poi la mega pubblicazione curata da Mark svanì, e quindi decisi di dedicare a questo progetto un libro d’artista, con il supporto e la cura di Luca Panaro, che mi ha stimolato molto a realizzarlo, e una serie di opere gli OBJECTS POLYPTICS,  derivate dal progetto.

 

 

 

 

E’ così che è nato LIUBA. PERFORMANCE OBJECT – il libro d’artista che ho pubblicato con Quinlan Edizioni nel 2017 in una tiratura limitata di 200 copie numerate e firmate. Il volume raccoglie una ventina di ritratti fotografici di oggetti utilizzati durante le mie performance, di cui vengono messe in evidenza le loro qualità materiche e cromatiche, i segni dell’azione per cui sono stati pensati ed usati, come se fossero dei veri e propri indizi. Un testo del caro e bravissimo Luca Panaro, accompagna le immagini. (leggi il testo)

 

Anche qui, come per la ristrutturazione della casa, come vi ho descritto nel post precedente, la realizzazione non fu per niente facile, e intervallata da vari problemi (spesso nati dalla mia maniacale esigenza di perfezione visiva…) che mi hanno richiesto un costante impegno per molti mesi, dagli accordi con l’editore, allo sponsor, al progetto, alla grafica, con la collaborazione del bravissimo – e maniacale come me per i dettagli – Emiliano Biondelli, alle problematiche di stampa, alle prove colore, alla scrittura e traduzione del testo e delle didascalie, ecc.. rimbalzando da un posto all’altro, dato che l’editore è marchigiano, il laboratorio di stampa vicino a faenza e il grafico a Milano… E poichè anch’io alternavo l’essere a Milano e l’insegnamento vicino a Bologna due volte la settimana, dormendo a Rimini, immaginate gli intrecci di viaggi e di appuntamenti solo per realizzare il libro!! Anche qui riscontro che da fuori non si immagina tutto il lavoro che c’è dietro a un prodotto artistico, quale esso sia. Già lo sapevo per i video…per gli inesperti sembra che i video siano le riprese così come nascono nella videocamera, mentre invece a me occorrono a volte anche un anno o più per fare un video completo (ovvio che sono lenta perchè non faccio solo quello, ma davvero è un lavoro certosino e lunghissimo). E pure per il libro ho avuto un bel da fare, prima con l’ideazione e la creazione da sola, e poi con la collaborazione tecnica di tutti gli altri. Certamente io riconosco di essere lenta perchè molto esigente, e non è stato facile doversi relazionare con molti professionisti, ognuno nel suo settore, perchè la gimcana degli impegni di tutti non facilita il vedersi e il lavorare con profitto. Insomma questo per dirvi che la ‘lenta ricostruzione’ dopo la tempesta è stata proficua, fra la casa di Viserba ristrutturata e il libro pubblicato, ma densa di fatica, forse accentuata dal fatto che ancora non ero in perfetta forma psicofisica.

 

Una volta finito e fresco di stampa il libro però era bellissimo!! e qui è cominciata la parte più divertente, quella delle presentazioni nei musei, al bookshop del Mambo a Bologna, al Museo della Città a Rimini, all’ Università a Bologna, a Bookcity a Milano, ad Art Paris 2018, ospitata, insieme ad altre mie opere e a una performance, dalla galleria Pascal Vanhoecke, a Chippendale Studio a Milano con Luca Panaro, alla prestigiosa Sala Borromini della biblioteca Vallicelliana a Roma, di cui qui sotto potete vedere il video.

 

 

Biblioteca Vallicelliana di Roma, con LIUBA, Sabrina Vedovotto, Luca Panaro, 7.11.2018

 

 

Mi ha dato molta soddisfazione il ‘format’ che ho portato in giro e che vorrò presentare ancora: parlare del libro e parlare delle performance presentando su grande schermo parti dei miei lavori video, commentando e raccontando aneddoti di backstage, cosa che diverte molto il pubblico che, incuriosito dai progetti, mi fa sempre molte domande. Ringrazio di cuore l’editore Roberto Maggiori e i relatori delle diverse presentazioni, fra cui Massimo Pulini assessore di Rimini, il critico e curatore Luca Panaro, la curatrice e storica dell’arte Cristina Principale, il professor Ferrari di psicologia dell’Arte, il critico e accademico Mark Bartlett, la curatrice e critica Sabrina Vedovotto. E’ stato un gran piacere e un gran divertimento fare queste presentazioni del libro e del mio lavoro con tutti voi!!

 

 

Per chi fosse interessato, il libro è ancora disponibile all’acquisto  > qui

 

 

 

 

 

 

 

 

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LIUBA

PERFORMANCE OBJECTS
Con un testo di Luca PanaroANNO DI PUBBLICAZIONE > 2017PAGINE > 76
IMMAGINI > 94
FORMATO > 20,5 x 25,3 cm
​COPERTINA > rigida
TIRATURA > 200 copie numerate e firmate 
COPIE SPECIALI > da I a X con opera dell’artista inclusa>>>> <<<<