127. VTDDDS

V T D D D S
Voglio togliermi dalla droga dei solitari
Voglio togliermi dalla droga dei solitari
Voglio togleirmi dalla droga dei solitari
Voglio toglermi dalla droga dei soitari
Voglo toglermi dalla drog dei soltiri
Vogl toglerm dal droga dei soltri
Vog togler dal drog de soltr
Vg toglrm dl drg dei soltri
Vgl tglrmi dll drg d slti
Vg toglr dl dg di sltr
V tog dl dg d sltr
V tg dl dg d slt
V tg dl d d slt
V t dl d d slt
V t d d d s
V T D D D S




from the series: The invisible web of the art system, Miami Beach, 2012

109. Art Miami impressions – senza di me

Quesr’anno non sono andata a Miami, ma ne ho sentito parlare molto bene, sia della fiera principale, Art Basel Miami, sia delle tante fiere satelliti, oltre che dei numerosi party…
e così vi posto qui un link dove il mio amico paul kline ha condiviso foto e impressioni:
http://www.artletter.com/2012/12/picture-perfect-in-miami.html

Io invece sono qui in Italia, respirando il clima di crisi, fatica, destino, malinconia, che tira in questo periodo. non riesco ad allontanarmi ora, poichè i mei stanno ancora molto precari a livello di salute, e sarebbe veramente difficile se trasmigrassi all’estero ora, come ho fatto altre volte… e così ho ripreso a insegnare alle scuole serali, storia dell’arte, cosa che mi diverte abbastanza, salvo il fatto che mi distrae molto dal mio lavoro, seppur insegno part time tre volte la settimana, poichè fatico a concentrarmi e poi smettere e poi riprendere, è come se ogni volta devo cominciare da capo, anche per le più piccole cose.
Ma in questo periodo amo la lentezza (come sapete ci ho fatto più di un lavoro) e, senza stressarmi, finalmente a pratico…

63. Miami, foto e beach birds!

Chi ha letto i precedenti due post su Miami sa un pochino quanto difficili e stancanti siano stati i miei giorni a Miami per la Fiera. Solo gli ultimi due giorni mi sono però potuta veramente rilassare, godendo il clima fantastico (29-30 gradi e secco!) di questo luogo tropicale, la sabbia bianchissima e facendo dei bei bagni nell’oceano e in piscina, in questa stagione insolita (certo che lì non sembra davvero di essere in periodo natalizio, anche se qua e là ci sono decorazioni tra le palme! ).

Non è stato facile anche godersi tutto questo ben di Dio perché purtroppo la mia relazione sentimentale pazza da un capo all’altro del mondo è spesso causa di molto malessere e poco benessere, e di tutto ciò devo confessare che ne sono anche stanca e delusa. Però è stato bello passare gli ultimi due giorni al Catalina Hotel in South Beach, suggerimento datoci da Marilyn, dove per un prezzo irrisorio (ma è pazzesco, per questi servizi strepitosi in Italia avremmo pagato centinaia di euro a notte e lì solo 35 dollari a testa!) avevamo spiaggia privata, teli e sdraio, due piscine, di cui una sul tetto con i vaporizzatori, free drinks, airport shuttle, fre wi-fi … e una camera bianca e rossa da urlo con tanto di big tv al plasma. Questo è un aspetto dell’America che mi diverte, tutto è big e molto spesso tutto è alla portata, basta prenderlo o a volte cercarlo.
Ma bando alle ciance, ora vi metto un po’ di foto, et voilà!

 My feeding birds performance…!

27. Idea da attuare!

Passeggio per Miami Beach e Surf Side e la trovo davvero molto simile a Rimini, solo con i grattacieli più alti, gente molto più ricca, miriadi di palme, un’atmosfera un po’ più fredda e ordinata, e i dollaroni che girano …
C’è la spiaggia di bellissima sabbia chiara, la costa col mare continuo, la passeggiata con tutti i locali e la vita notturna, i mega alberghi, il carnaio dei punti congestionati della spiaggia … non posso non pensare alla mia Rimini (di cui però soprattutto amo l’entroterra e la collina, e la giovialità romagnola e mangiarsi le tagliatelle fatte in casa … ) tanto che mi è venuto in mente di fare qui l’anno prossimo una nuova performance, sulla scia di quella intitolata Rimini Rimini e questa sarà intitolata Miami Miami! 
Liuba, Rimini Rimini, foto da performance, 2003 – 2005 (foto Marco Cenci)

Da quando feci la performance a Rimini inscatolata, avevo in mente un’idea che è rimasta nel cassetto e in fase di progetto per tutto questo tempo ma che ora sento che è decisamente arrivato il momento e questo è il posto perfetto!
E’ un’evoluzione del lavoro di Rimini Rimini, e in qualche modo riprende ancora il tema delle scatole, anche se in modo molto diverso (e che naturalmente ora non vi dirò) e sto rendendomi conto del fatto che qui negli Stati Uniti mi sta rivenendo a galla il tema delle scatole su cui lavoravo alcuni anni fa, e si rispecchia in pieno sia nella esperienza personale che ora sto facendo qua, sia nella società che mi trovo davanti e con cui mi trovo a reagire. Lo stile di vita americano, detto senza peli sulla lingua, per certe cose è esilarante, perché puoi incontrare il meglio di tutto il mondo e le produzioni più strepitose e giganti, ma dall’altra parte è un sistema che stritola: la morsa del dio denaro e l’assoluta necessità del soldo sono davvero delle ‘scatole’ che tengono l’uomo imprigionato dentro gli schemi del guadagno, della lotta del più forte, e della necessità del dollaro per esistere. 

E così sono ritornata sul tema delle scatole risentendolo attuale per me qui e ora, e proprio per questo motivo la prossima performance che sto preparando per il Site Fest di Brooklyn sarà una rielaborazione su questo tema.

Ed ecco alcune foto di Miami fresche fresche …

per vedere altre foto di Miami: clicca qui

26. Il caffè con la cannuccia sull’Ocean Drive di Miami Beach

Se quando sono arrivata a New York dicevo che mi sentivo come in una bolla, sospesa, con tutto ancora da iniziare in questa città e con tutto lontano e ovattato ciò che era in Italia, ora al contrario mi sento come in una morsa: ho davvero corso fatto vissuto, lavorato, contattato, visto, conosciuto tantissimo. E la morsa è piuttosto faticosa perché praticamente tutto si svolge, si spiega, si trova e si scambia con le e-mail.  Persino gli appuntamenti e la scelta dei film. Così bisogna stare incollati al computer ogni secondo (ormai la gente cammina in giro controllando le e-mail dal telefono e non stacca quasi mai gli occhi dal cellulare …) e anch’io, che poi non ho internet sul telefono, sono dovuta stare al computer tanto, troppo tempo, e poi correre di qui e di là con un freddo boia per vedere le mostre, andare agli appuntamenti, comprare ciò che serve, e poi computer: video al computer, scrittura progetti al computer, lavorazione delle foto al computer, ricerca dei luoghi al computer …
Ora sono piuttosto soddisfatta perché ho davvero spinto il piede sull’acceleratore e avrò un paio di performance importanti da fare nelle prossime settimane, e video da esporre. Ma sono arrivata a questo punto col cervello spappolato, il corpo che non regge più e mi chiede: caldo, caldo, natura, natura, e solo camminare in mezzo alle maree numerose di persone che a getto continuo schizzano e corrono per ogni dove nella città, mi causava un mal di testa e una stanchezza incredibile.

E allora mi sono detta: so cosa devo fare. Ci ho pensato su per più di due settimane, valutandone vantaggi e svantaggi, ma poi sapevo che se non prendevo un break di ossigeno e pace non sarei assolutamente riuscita a trovare la concentrazione e la forza per fare le prossime performance e per coordinare tutto (dal  trovare i materiali e i vestiti che mi occorrono, alla comunicazione, al video, alla documentazione, al web).
Insomma, forse l’avete indovinato: in quattro e quattro otto ho preso un aereo e sono volata al caldo a Miami Beach per qualche giorno. E … finalmente riesco a scrivervi, seduta in un assolato bar sull’Ocean Drive … !
Chi mi conosce sa che per me muovermi è come respirare e che ogni luogo è un cibo di cui il mio corpo e il mio animo ha bisogno. Questa volta il bisogno di caldo e di uscire un attimo dalla morsa continua del ritmo newyorkese era vitale, e fa parte del mio lavoro in quanto performance artist. Se non ascolto ciò che mi comanda il mio corpo sono persa , e non riesco a fare più nulla.
Ancora, chi mi conosce davvero bene sa che non sono Paperon de Paperoni, e viaggio molto spesso a budget zero e godendo di un’associazione mondiale di viaggiatori di cui faccio parte (che si chiama Servas e che consiglio a tutti) in cui ci si dona ospitalità, regalandosi la conoscenza delle proprie culture e delle proprie vite. Così giro sempre con la lista – rigorosamente riservata – dei servas che esistono nella parte del mondo in cui mi trovo o in cui voglio andare, e questa volta il fatto che avevo le liste di Miami era un caso, perché me le ero fatte dare in Italia pensando di andare a Miami Basel a dicembre, cosa che invece non ho fatto perché sono partita dopo. E così qui a Miami ho trovato ad accogliermi Marilyn, che vive in un attico all’undicesimo piano di un residence sulla spiaggia di Surfside, e da lei sono stata come un pascià i primi due giorni, vegetando tra la spiaggia, sdraiata sulla sabbia odorando il profumo del mare, e la jacuzzi e la piscina riscaldata del residence (vicino alla spiaggia, con oceano davanti, naturalmente). Ero così spappolata, al mio arrivo da New York,  che non ho fatto altro che risorgere piano piano al contatto del sole e dell’aria di mare. Oggi sono per un altro paio di giorni presso la numerosa famiglia di Marisol e Tom, un simpatico connubio di Messico e America.
E oggi, finalmente un po’ risorta (ho fino a domenica per finire la terapia e poi tornare nella giungla neworkese pronta a combattere) prendo gusto a scrivervi, cosa che desideravo da tanto con tutto il cuore (sto scrivendo su dei fogli di carta e poi stanotte amorosamente ricopierò al computer e vi spedirò).
Ho fatto colazione americana con uova e toast e patate, ordino il caffè (mi va benissimo quello americano perché è molto leggero) e mi portano un bicchiere trasparente con una cannuccia: dico: “Scusi, il caffè lo vorrei caldo e non freddo”, e mi dicono che è caldo … Ma qui va tutto con la cannuccia?? Ve l’ho fotografato perché è troppo carino: il caffè con la cannuccia sull’Ocean Drive di Miami Beach …

Non sapevo che Miami fosse la meta invernale di tutto il Nord America, l’ho imparato a New York, ed effettivamente qui per essere a febbraio è fantastico: 26-28 gradi, sole spaccante, cielo blu. Dicono che la stagione si interrompe in estate, perché il clima diventa eccessivamente caldo, umido e piovoso. Ho scelto di venire qui perché è il viaggio più economico e più facile per andare al caldo, con solo 3 ore di volo da NY.
Ma allora, che è successo nelle scorse settimane a New York?? Ho vissuto gli estremi di questa città, che è la norma qui, e che è l’esperienza di tutti: ho vissuto la parte dura di NY e la parte esilarante, ho vissuto la solitudine, la piccolezza, i problemi da risolvere in mezzo baleno, e l’esilarante luccichio degli incontri imprevedibili, la sinfonia dei mille spettacoli accessibili in ogni angolo, la grandezza dello sfarzo e della bellezza all’estremo limite, la frizzantezza esilarante di incontrare solo persone interessanti, lo stimolo infinito per la creatività e l’arte, la fatica di orizzontarsi in questa giungla e di non farsi schiacciare …
Con Mario abbiamo vissuto le montagne russe ma ora va bene, molto bene, solo che siamo a circa 5.000 km di distanza ora, con lui che è nei ghiacci del polo canadese a fare questionari agli inuit per il governo, in un posto a circa 50 sottozero dove ci si arriva solo con gli aerei perché non esistono strade …
Questa distanza ci sta pesando parecchio, ma è dolce perché gli ultimi 2 week-ends a NY li abbiamo passati super bene.
Dopo l’episodio che vi ho raccontato dell’isteria e della sua fuga a Montreal, abbiamo passato un periodo molto duro entrambi, delusi da questo amore che ci stava solo distruggendo, totalmente tristi per l’impossibilità di riuscire a vivere una logistica tranquilla, ed io pure dolorosamente decisa a mettere fine a tutto ciò perché avevo superato il limite dell’umana tolleranza, e tremendamente fragile di sentirmi spezzata e sola, in più a NY dove nessuno ha tempo nemmeno di rispondere al telefono (ed è per questo che scrivono solo e-mail, ma poi però il meccanismo si inceppa perché la mail richiede di scrivere tutto invece che semplicemente parlare …), e in una casa che non mi piaceva e con i problemi che sapete, che mi deprimeva ma che non potevo cambiare in quel momento per vari motivi.
Devo però ora confessarvi che essere a NY mi ha aiutato a far sì che io e Mario ci rivedessimo con gioia: qui innanzitutto non ho avuto molto tempo per piangermi addosso della rottura perché tutto corre e devi stare dietro a far tutto, ma soprattutto, ed è una cosa più importante, non so perché ma qui ho un successo con gli uomini strepitoso e, senza cercare minimamente, ero piena di corteggiatori tutti intelligenti giovani belli e interessanti.
Così ho pure accettato da loro inviti a feste, concerti, chiacchiere, ecc … ma più frequentavo altri uomini, senza però mettermi insieme a nessuno ma anzi parlando francamente della mia situazione e della mia fresca rottura sentimentale, più mi sentivo sola, e mi mancava il senso di ‘famiglia’ che avevo con Mario quando andiamo bene. Mi sono accorta che mi mancava, e questo è normale, ma soprattutto che non so per quali misteriosi meccanismi e ragioni lo amavo ancora tantissimo e non sarei riuscita ad innamorarmi degli altri.
Mario intanto dal Canada soffriva a sua volta, e mi scriveva dicendo che stava male, che dovevamo parlare per decidere se lui fosse tornato a NY, che mi amava … Io non ne volevo più sapere finché una sera non stetti malissimo fisicamente, come mai ero stata da tempo, intossicata da qualcosa, e ho capito che il corpo mi dava segnali certi, avevo bisogno di Mario, e lui aveva bisogno di me, e con ‘timing’ perfetto la mattina dopo, che stavo ancora malissimo, lui mi chiamò dicendo che voleva venire a NY ed io ho detto di sì contenta.
Ci siamo rivisti come se fossimo due marziani, increduli di essere ancora qui a volerci, dopo tutto ciò che ripetutamente succedeva, ed entrambi timorosissimi di scoppiare ancora a litigare o a mandare all’aria tutto, ma commossi di vedere ancora le nostre facce.. E quel week-end è stato bello, anche se era come camminare sulle uova, non volevamo accadesse un’altra crisi e ne avevamo una  paura pazza ed entrambi cercavamo di essere al massimo della disponibilità per l’altro. Che poi c’era ancora il problema della casa: Mario ha dormito nel letto che doveva essere disinfestato, ed è stato pizzicato ancora …
La domenica sera però doveva tornare a Montreal, perché stavano facendo la formazione per il lavoro dagli inuit che doveva cominciare a inizio febbraio, ma ci siamo promessi che sarebbe tornato il week-end dopo, che tra l’altro era il mio compleanno e pure l’anniversario di quello che ancora non considero un matrimonio, ma che comunque era qualcosa di importante per noi.
E così Mario ha fatto. Si è ripreso l’autobus da Montreal ed è ritornato il week-end successivo (cosa che ho apprezzato molto) e lì ci siamo detti: ora ci godiamo NY! Io ho interrotto per qualche giorno le mie stressanti attività di relazioni/contatti/e-mail/lavori con l’arte, entrambi avevamo due lire in tasca, e ci siamo dati alla, come si suol dire, pazza gioia, cercando tutto il meglio che la città poteva offrire: brunch al Blue Note con pranzo e concerto jazz nel prestigioso locale, aperitivo al “roof bar” al 35° piano di un grattacielo a Midtown, con una vista mozzafiato, visita al Metropolitan Museum (non l’avevamo ancora visto nessuno dei due perché non era una priorità come altri musei più specializzati nell’arte contemporanea, ma sapevamo che meritava di essere visitato e tra l’altro ci siamo beccati una fantastica mostra sugli albori della fotografia) e poi balletto contemporaneo nel tempio della danza al Lincoln Center e cena all’Upper West Side … Quando ci si mette New York dà una cornice esilarante a tutto, e credo che ho passato il più bel compleanno della mia vita. Siamo stati amorosamente e intensamente insieme per 5 giorni e poi lui doveva partire per il grande Nord per un tempo che ancora non si sa, ma entrambi questa volta ci siamo lasciati benissimo, e seppur tristi della separazione, contenti di ciò che ognuno di noi doveva fare, io a NY con l’arte, lui dagli inuit ben pagato e avventuroso …
Certo lo scorso S. Valentino al telefono eravamo parecchio tristi, perché non si sa nemmeno se lui potrà tornare a NY prima che io parta per l’Italia, ma ormai se la vedo da fuori la nostra storia è peggio di una telenovela (dove succede di tutto ma si indovina sempre cosa succederà) perché succede di tutto e non sappiamo mai cosa succederà e non c’è mai una certezza…
Ora mi muovo da questo bar sull’Ocean Drive (sto mettendo le radici), alla prossima puntata vi racconterò dell’arte, anche lì stanno accadendo cose come fuochi d’artificio, che nemmeno riesco a controllare, ed ecco perché sono qui a farmi un’indovenosa di energia solare e pulizia mentale, per dare il meglio nei prossimi e vicini appuntamenti futuri.

Vi voglio bene e vi penso ad uno ad uno.