171. Della costruzione di libri e di case-2

E’ sempre difficile lasciare traccia di una performance, un avvenimento che accade in un determinato spazio e in un determinato tempo. I video sono un modo per raccontarla, anzi per me sono nuove opere che sommano alla performance le interazioni delle persone, lo spazio, la casualità – ed infatti sono sempre stati una parte integrante del mio lavoro – ma in questi ultimi anni mi sta interessando tantissimo focalizzarmi sugli OGGETTI che hanno fatto parte di una performance, icona fisica visibile e permanente di un progetto effimero ma mitico, che rimane in vita anche attraverso la fisicità di ciò che è servito per realizzare il lavoro, oggetti adoperati o costruiti su misura per un’azione e proprio per questo capaci di conservarne il ricordo, di poterla raccontare da capo, di essere segno e simbolo di una storia e di un’azione.

 

Per la prima volta ho iniziato a condividere queste riflessioni con Mark Bartlett, collaboratore ed amico, anzi direi il curatore che meglio conosce il mio lavoro, insieme a Luca Panaro, fra i tanti con cui ho collaborato, conosciuto ai tempi della mia personale a New York nel 2006(clicca per leggere gli esilaranti racconti del diario a new york!) e da allora incontrato qua e là nel mondo (o su skype). Ricordo che eravamo nel backyard di una casa di Londra, dove a quel tempo Mark stava abitando, e parlavamo di una pubblicazione monografica in fieri sul mio lavoro (poi sfumata per motivi editoriali mannaggia!), quando ci venne l’idea di lavorare sugli oggetti per scrivere riguardo alle mie performance… a quel punto, poichè non avevo delle foto con solo gli oggetti, quando sono tornata in Italia decisi di fare un progetto fotografico che si focalizzasse sugli oggetti come fossero sculture, e ci lavorai con attrezzatura studio insieme alla fotografa Veronica Roccoli. Ricordo che feci il set nella mia casa di  Viserba, e che la realizzazione delle foto fu molto divertente, studiandone la postura, l’inquadratura, l’essenza. E mi ritrovai con un corpus bellissimo di foto dei miei oggetti. Poi la mega pubblicazione curata da Mark svanì, e quindi decisi di dedicare a questo progetto un libro d’artista, con il supporto e la cura di Luca Panaro, che mi ha stimolato molto a realizzarlo, e una serie di opere gli OBJECTS POLYPTICS,  derivate dal progetto.

 

 

 

 

E’ così che è nato LIUBA. PERFORMANCE OBJECT – il libro d’artista che ho pubblicato con Quinlan Edizioni nel 2017 in una tiratura limitata di 200 copie numerate e firmate. Il volume raccoglie una ventina di ritratti fotografici di oggetti utilizzati durante le mie performance, di cui vengono messe in evidenza le loro qualità materiche e cromatiche, i segni dell’azione per cui sono stati pensati ed usati, come se fossero dei veri e propri indizi. Un testo del caro e bravissimo Luca Panaro, accompagna le immagini. (leggi il testo)

 

Anche qui, come per la ristrutturazione della casa, come vi ho descritto nel post precedente, la realizzazione non fu per niente facile, e intervallata da vari problemi (spesso nati dalla mia maniacale esigenza di perfezione visiva…) che mi hanno richiesto un costante impegno per molti mesi, dagli accordi con l’editore, allo sponsor, al progetto, alla grafica, con la collaborazione del bravissimo – e maniacale come me per i dettagli – Emiliano Biondelli, alle problematiche di stampa, alle prove colore, alla scrittura e traduzione del testo e delle didascalie, ecc.. rimbalzando da un posto all’altro, dato che l’editore è marchigiano, il laboratorio di stampa vicino a faenza e il grafico a Milano… E poichè anch’io alternavo l’essere a Milano e l’insegnamento vicino a Bologna due volte la settimana, dormendo a Rimini, immaginate gli intrecci di viaggi e di appuntamenti solo per realizzare il libro!! Anche qui riscontro che da fuori non si immagina tutto il lavoro che c’è dietro a un prodotto artistico, quale esso sia. Già lo sapevo per i video…per gli inesperti sembra che i video siano le riprese così come nascono nella videocamera, mentre invece a me occorrono a volte anche un anno o più per fare un video completo (ovvio che sono lenta perchè non faccio solo quello, ma davvero è un lavoro certosino e lunghissimo). E pure per il libro ho avuto un bel da fare, prima con l’ideazione e la creazione da sola, e poi con la collaborazione tecnica di tutti gli altri. Certamente io riconosco di essere lenta perchè molto esigente, e non è stato facile doversi relazionare con molti professionisti, ognuno nel suo settore, perchè la gimcana degli impegni di tutti non facilita il vedersi e il lavorare con profitto. Insomma questo per dirvi che la ‘lenta ricostruzione’ dopo la tempesta è stata proficua, fra la casa di Viserba ristrutturata e il libro pubblicato, ma densa di fatica, forse accentuata dal fatto che ancora non ero in perfetta forma psicofisica.

 

Una volta finito e fresco di stampa il libro però era bellissimo!! e qui è cominciata la parte più divertente, quella delle presentazioni nei musei, al bookshop del Mambo a Bologna, al Museo della Città a Rimini, all’ Università a Bologna, a Bookcity a Milano, ad Art Paris 2018, ospitata, insieme ad altre mie opere e a una performance, dalla galleria Pascal Vanhoecke, a Chippendale Studio a Milano con Luca Panaro, alla prestigiosa Sala Borromini della biblioteca Vallicelliana a Roma, di cui qui sotto potete vedere il video.

 

 

Biblioteca Vallicelliana di Roma, con LIUBA, Sabrina Vedovotto, Luca Panaro, 7.11.2018

 

 

Mi ha dato molta soddisfazione il ‘format’ che ho portato in giro e che vorrò presentare ancora: parlare del libro e parlare delle performance presentando su grande schermo parti dei miei lavori video, commentando e raccontando aneddoti di backstage, cosa che diverte molto il pubblico che, incuriosito dai progetti, mi fa sempre molte domande. Ringrazio di cuore l’editore Roberto Maggiori e i relatori delle diverse presentazioni, fra cui Massimo Pulini assessore di Rimini, il critico e curatore Luca Panaro, la curatrice e storica dell’arte Cristina Principale, il professor Ferrari di psicologia dell’Arte, il critico e accademico Mark Bartlett, la curatrice e critica Sabrina Vedovotto. E’ stato un gran piacere e un gran divertimento fare queste presentazioni del libro e del mio lavoro con tutti voi!!

 

 

Per chi fosse interessato, il libro è ancora disponibile all’acquisto  > qui

 

 

 

 

 

 

 

 

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LIUBA

PERFORMANCE OBJECTS
Con un testo di Luca PanaroANNO DI PUBBLICAZIONE > 2017PAGINE > 76
IMMAGINI > 94
FORMATO > 20,5 x 25,3 cm
​COPERTINA > rigida
TIRATURA > 200 copie numerate e firmate 
COPIE SPECIALI > da I a X con opera dell’artista inclusa>>>> <<<<

 

170. Della costruzione di libri e di case-1

Questo 2017 è segnato da una lenta ripresa a costruire, rinnovare, edificare. Un RINASCIMENTO lento ma attivo, faticoso, molto faticoso, ma solido.  Da una parte c’è stata la grande ristrutturazione della casa di famiglia di Viserba, con un cantiere faticosissimo durato più di un anno, e dall’altra la costruzione del mio libro visivo LIUBA PERFORMANCE OBJECTS, anch’esso da molto tempo in cantiere ed ora finalmente in via di realizzazione.

E’ curioso, la ricostruzione sta coincidendo con la lenta ripresa dopo la perdita dei miei, ci sono voluti tre anni di elaborazione, ma ora sto ricominciando ad essere operativa. I tre anni trascorsi, invece, li ho passati per così dire a scavalcare le onde tentando di non affogare, ma sono rimasta in mezzo alla tempesta. Fortunatamente però non sono affogata! E’ curioso, dicevo, che questa ricostruzione però sia faticosa, lenta, dolorosa, non facile. Ancora una prova durissima. L’ho sperimentato sia per la casa che per il libro, e ho dovuto serrare i denti per proseguire e per terminare tutto. E ora, a senno di poi, mi piace raccontarvi un po’ cosa è successo.

 

Partiamo dalla casa. Liupirogi e Pagiopa, come l’ho battezzata in onore delle persone della mia famiglia che hanno contribuito a crearla (v. la sua storia qui), è un luogo che amo e in cui sono sempre tornata ogni anno, ogni estate. La grande casa con la terrazza circolare, al quarto piano del condominio progettato da mio papà sopra il terreno della casina dei nonni materni. In questo appartamento, vuoto e appena finito di costruire, ci passai con la mia mamma i primi mesi di vita quando, essendo nata a febbraio a Milano, mia mamma ci andò per stare vicino a mia nonna poichè mio padre ritornava a lavorare in Russia e noi lo avremmo raggiunto dopo nei mesi più miti.

Questa casa quindi fu poi affittata (la nonna preferì abitare al piano terreno del condominio poichè era più comodo non fare le scale!) e ci ritornammo a vivere dopo che la nonna se ne andò. Ai miei genitori non piaceva particolarmente andare a Viserba, e quindi io ero quella che viveva e amava di più questa casa, anche perchè dall’Università in poi per 13 anni ho abitato a Bologna ed era comodissimo raggiungerla. In questa casa i rifugiavo gli ultimi giorni di preparazione degli esami, sfuggendo alla dolce vita bohemienne bolognese che mi seduceva, e riparavo in extremis a viserba per la concentrazione tutta di un fiato per preparare brillantemente l’esame. Così contemplativa questa casa e questo luogo, soprattutto fuori stagione! E anche dopo l’università, innumerevoli volte ci andavo per concentrarmi sui miei progetti artistici o semplicemente per ricaricarmi e rilassarmi.

 

 

Poesia del ‘Rinascimento’ Viserbese

 

 

Papà era molto categorico nel volere gestire la casa e prendere tutte le decisioni, per cui io mi limitavo ad usarla e ad accudirla, la casa, ma non potevo apportare nuove modifiche, nè occuparmi della riparazione di vari problemini che lui non riteneva tale e che quindi non si potevano fare. Negli utlimi anni la casa era piuttosto trascurata perchè papà ci veniva poco e preferiva non pensarci, ed io ci andavo molto ma non potevo farci nulla.

Quando purtroppo i miei se ne sono andati, dopo lo tsunami dell’abbattimento di tutte le mie certezze e orizzonti – non avendo sorelle e fratelli perdere entrambi i genitori in tre mesi equivale a passare da avere una famiglia a trovarsi soli nel nulla senza più quel baricentro che, seppur a volte invisibile, era l’ago e il perno della mia stabilità e di ogni mio andare e venire – ho deciso che l’unica certezza da cui potevo ripartire era la ricostruzione e la messa a posto di questa casa che, per certo, rimarrà sempre con me e non vorrò vendere mai. unica labile certezza in un mare insicuro e fluttuante.

Così, partendo dalla necessità di buttare giù una parete per recuperare lo spazio dell’ingresso ed estendere la cucina, e riparare dei muri e degli infissi scalcagnati, sono passata a includere il cambio del pavimento e insomma…come succede spesso, da cosa nasce cosa e dovendo coinvolgere degli architetti ti fanno venire voglia (quasi ti costringono) di fare un ripristino totale. In realtà ce n’era bisogno, ma se avessi saputo prima le pene dell’inferno che avrei dovuto patire non so se l’avrei fatto!! loro ti dicono in tre mesi è tutto pronto, e poi invece, oltre ad impiegarci circa un anno, nel quale tu non puoi stare nella casa, che hai dovuto traslocare e liberare, e devi inventarti voli pindarici su dove stare e sul continuo viaggiare, devi inoltre trovare la soluzione per ogni problema strutturale ed estetico (essendo io un’artista mi era impossibile delegare la forma a degli altri, dovevo intervenire in prima persona, creando un qualcosa di super personalizzato!) su materi materiali e problematiche completamente sconosciute, che ti piombano addosso e che devi come ‘studiare’…. di che materiale fare il piano cucina? il pavimento?… cosa esiste in commercio e quale ti piace? come lo vuoi il bidet? e le piastrelle? ecc… per una, come me, che odia fare shopping, le cose da trovare, scegliere e comprare si sono rivelate numerosissime, infinite e sfibranti. Basta, non vi tedio più, ma aggiungo solo che ovviamente la ditta non era quasi mai reperibile, telefonavi al direttore lavori o al capo della ditta e non rispondevano mai, e così la frustrazione aumentava e i lavori si arenavano sempre. Uffa!!!! Però, devo dirvi una cosa: è stata una prova così dura di regia, di coordinamento di lavori, di gestione ansiogena delle spese (ho usato dei risparmi che i miei genitori mi hanno lasciato, e non ero e non sono abituata a gestire soldi e a dover sostenere spese ingenti, facendo tornare la qualità, l’estetica e il prezzo. Insomma per come sono fatta io, idealista, spirituale, artista, viaggiatrice, è stata un’impresa che ha messo a dura prova i miei nervi e la mia fragilità. Però è come se in un certo modo ne sono uscita rafforzata, e poi, dopo sette camicie, devo riconoscere che la casa è diventata davvero bellissima!!!

 

Fiori all’occhiello, di cui mi vanto immensamente 😉 sono la cucina nell’open space con isola circolare, e il mega schermo retrattile sulla terrazza, lungo tre metri, su cui proiettare video come si fosse al cinema (e dove ho cominciato ad organizzare rassegne invitando artisti a mostrare i loro lavori sotto le stelle! v. qui)