172. La ripresa dopo il tunnel

È un po’ che pensavo di venirvi a trovare, di riprendere questo blog per troppo tempo sospeso, e finalmente di scrivervi.

Vi riesco a scrivere oggi, che guarda caso (ma forse non è mai un caso) è la festa della mamma, e il mio lungo tunnel è stata la perdita della mia mamma, tre mesi dopo il mio papà, per cui d’amble’ mi sono ritrovata smarrita e senza famiglia, morsa da un dolore lungo e complesso.

 

Volevo dirvi che ora sto bene, e quasi paradossalmente dal grande dolore mi è nata una grande forza. È successo da luglio scorso che ho cominciato a stare meglio ( tre anni e due mesi dopo che mia mamma era andata via – ognuno ha i suoi tempi, e il mio doppio lutto è stato lungo e articolato), ho ricominciato appieno ad apprezzare la vita, sentirmi viva, grata, e, cosa inaspettata, a sentirmi forte e come temprata da questo dolore. Ora vi scrivo parecchi mesi dopo questa timida svolta, e volevo condividere con voi questa intima, grandissima, grata, sicura, piena felicità e forza che mi attraversa e mi viene dal profondo.

 

È una cosa inimmaginabile e straordinaria. Dopo tre anni e più di dolore, con una serie intensa e varia di fasi del lutto che potrei lucidamente descrivere, ora mi trovo serena, leggera, felice, MOLTO, MOLTO GRATA della vita, e MOLTO MOLTO FORTE. 

È inaspettata questa forza. Ma mi sento bene, mi sento bene ovunque, mi sento grata con Dio, coi miei genitori, con la vita, per tutto ciò che mi ha dato, e riesco a capire che questa gratitudine e forza sono i figli di una grande sofferenza, è come se passando attraverso un tunnel molto buio e pieno di insidie e di prove difficilissime, mi trovo ora come purificata, raffinata, come se questo grande dolore avesse bruciato tutto ed ora, sempre più primarie ed importanti, mi emergono le cose belle della vita.

Sto godendo di tutto. Sono grata di tutto. Mi sento innamorata di tutto ( a parte di alcuni e alcune cose di cui sono davvero critica e che avverso fortemente – ma anche questo è amore, e amore per la vita e tutela della sua bellezza).

 

Intuisco che il grande dolore, la quasi pazzia, le prove durissime sia spirituali che materiali che si sono scontrate con me in questi anni, hanno lasciato posto a un sentimento di certezza, di forza e di felicità. È come anche se mi sentissi più forte per essere passata attraverso questo fuoco, e non esserne stata mangiata, come orgogliosa di non essere annegata, ma a poco a poco tirarsi su da sola e con le proprie forze ( che proprie non sono, perché Dio è intervenuto alla grande, ma Lui lo fa sempre e con tutti, e poi è parte di noi), mi ha dato questa intima, profonda, gustosa sensazione di pace, di sicurezza, di stabilità.

 

Sento precisamente che i miei genitori sono dentro a questa forza, e che sono il motore di questa forza, perchè sono divenuti parte di me, è come se vivessi con tre persone e tre forze in una. E se un pochino sono orgogliosa di me (e in questo periodo lo sono spesso) capisco che in questo orgoglio ci sono loro, perché se ho superato il tunnel, se mi sento – e forse sono – saggia e piena di vita e di ricchezza da dare – lo devo a loro, che mi hanno impregnato di loro stessi fino alle budella, creandomi e dandomi doni di loro stessi, dai loro geni, al loro carattere, ai loro beni.

 

Sono felice di condividere con voi queste emozioni. Il dolore di un lutto importante è devastante, ma ho capito che è un fuoco anche necessario per rinnovarci e fortificarci e ritornare a vivere al meglio, in memoria di loro e soprattutto estasiati da tanta, ma dico tanta, gratitudine.

 

101. Abramovic, famiglia, forza

Leggendo un’intervista a Marina Abramovic (è un’intevista fatta in occasione della sua mostra al PAC di alcuni mesi fa, a cui sono pervenuta oggi leggendo del nuovo film su Marina Abramovic ora in onda a Venezia) sono stata colpita da alcune frasi che rappresentano un po’, con le dovute differenze, anche la mia storia e le mie difficoltà. Molto spesso anch’io credo di essere diventata forte attraverso le difficoltà, ma non sempre è facile superare le sofferenze e gli ostacoli. Ma anche se si cade, c’è una strepitosa forza segreta che non ti abbandona mai, che a poco a poco ti ritira su pronta a lottare di nuovo.
“Ho avuto una famiglia davvero difficile e un’infanzia altrettanto difficile. È stato molto duro combatterli e opporre loro resistenza, ma questo mi ha reso più forte. Quando ho cominciato a realizzare le mie performance nella ex Jugoslavia, ho dovuto fronteggiare la mia famiglia. Specialmente mio padre e mia madre, che mi criticavano direttamente e continuavano a chiedersi quale tipo di educazione mi avessero dato, che cosa mi portasse a tagliare il corpo o a bruciare la stella comunista a cinque punte. Il mio intero percorso è davvero cominciato contro tutto e tutti. I miei professori, all’accademia, sostenevano che dovevo essere internata in manicomio, perché quella che io facevo non era arte. Io apparivo come una specie di nonsense. Sono dovuti passare anni e anni. Venti, trent’anni per riuscire a far capire che la mia era arte, pratica accolta, in fondo, solo negli ultimi dieci anni al massimo. Andare contro ogni aspettativa e ogni credo rende più forti. Soprattutto quando si sfidano le regole del mercato. Nella performance non c’è merce, non c’è un prodotto da vendere, tutto deve rimanere immateriale, non fisico. Anche se esistono foto, video-installazioni e oggetti legati al momento della performance, questa deve comunque continuare a essere la forma d’arte più immateriale che esista.”
Dall’intevista: “L’Abramovic secondo Marina. L’intervista vera”, scritta da Ginevra Bria Artribune, 11 marzo 2012