146. Di nuovo a Berlino ma senza di lei

Non ho più scritto su questo blog per molti mesi. Amici cari, sono stata congelata e paralizzata.
Ho vissuto e sto vivendo un dolore grande che talvolta mi porta via. Sono e mi sento senza radici.
Per pudore non ho più scritto. Il dolore è qualcosa di molto privato che non vuoi e non puoi condividere. E non vado a scriverlo.
Però ho deciso che questo blog andava continuato.
Dall’inizio questo progetto implica un diario che racconta la vita di una persona che è artista, con le sue difficoltà e le sue gioie, i back stage, le fatiche, i successi, gl incontri, la vita quotidiana. e raccontare la vita vuol dire aprirsi e lasciarsi vedere.
E’ successo a maggio. Eravamo insieme a Berlino. Mi ha lasciato anche lei, la mia mamma. 4 mesi dopo il mio papà.
Sono rientrata in Italia e sono rimasta là. Per ora è il posto dove devo stare, poi si vedrà. Non ho più scritto. Non ho più mandato newsletter. Congelata. Persa. Vuota.

Ora sono ritornata a Berlino perchè mi hanno invitato a fare due performance sul progetto dei rifugiati che avevo cominciato qui. Ho accettato di venire perchè mi sembra abbia un senso continuare ciò che avevo cominciato e non lasciare tutto al vento. Sono certa che la mia mamma l’avrebbe voluto. Ma lei non è più qui con me. Ogni strada mi ricorda il tempo felice che abbiamo passato qui insieme. E ogni strada sento la malinconia della mancanza e di ciò che non è più. Lei era sempre felice, adorava il verde e i fiori, e la scorsa primavera il tempo era stupendo, un sacco di fiori e di alberi, abitavamo in una parte di kreuzberg molto verde, con anche tanti parchi intorno e un bel giardino nel cortile della casa. Lei si meravigliava di tutto come una bambina. Una bambina saggia. Una persona meravigliosa. Ho condiviso con mia mamma la mia vita, la portavo anche alle mostre o ai concerti, andavamo insieme a mangiare nei localini, lei era sempre felice, e mi diceva: perchè non veniamo ad abitare qua? ed io dicevo: ci stiamo già abitando! Anche se come sempre, l’estate l’avremmo passata a Rimini nella nostra terra. Mi diceva sempre: ‘è meglio ridere che piangere’ e non ho mai conosciuto al mondo una persona con questa dose straordinaria di ottimismo e di carica vitale come lei
Grazie mamma grazie grazie grazie, mi manchi tanto tanto tanto tanto tanto. Ma so che mi stai guardando e sento pure che mi proteggi. Ci sei ancora.

142. Ho portato la mamma 83enne a Berlino

Ho preso la decisione coraggiosa di portare mia mamma a Berlino con  me. Non poteva rimanere da sola a Milano con solo la donna delle pulizie che viene mezzagiornata, poichè negli ultimi anni ha perso la sua lucidità mentale, nè tantomeno volevo lasciarla a una badante fissa, come quasi tutti mi avevano consigliato.
Ho pensato che per lei fosse meglio stare con me che stare nella sua casa con un’estranea, e per me era più tranquillo, seppur faticoso, gestire mia mamma a Berlino abitando insieme piuttosto che a distanza.

Detto fatto, un bel giorno di sole (fortuna vuole che questa primavera è magnifica, sia in Italia che in Germania) abbiamo preso l’aereo e siamo atterrati a Berlino. Appena arrivati mia madre era contenta, non stanca del viaggio, ed entusiasta di vedere una città fresca, giovane, rilassante, con molti parchi, verde e aria buona, e dove tutti – come lei mi rimarca spesso – sono sempre sorridenti.
Ed io sono felice di poter condividere del tempo con lei, e che lei, finalmente, possa condividere un po’ la mia vita per il mondo a fare arte.

Anche gli amici berlinesi mi dissuadevano da questa scelta, ma io mi ero bene informata dai medici e specialisti prima di partire, avevo portato mia mamma da tutti i medici necessari e rinfrescato tutte le terapie. Ognuno di loro mi diede l’approvazione dicendo che, anche se gli anziani sono affezionati alla loro casa, è molto meglio per lei stare con me in un altro luogo che stare con un’altra persona nella sua casa, e così è stato. Ho trovato inoltre una persona che parla italiano che sta con lei 5-6 ore al giorno di modo che ho ripreso a lavorare, a montare il video, a scrivere il blog, a vedere mostre e a prendermi un pochino del mio spazio.

E Berlino è una città dove mi sento davvero a casa, serena, tranquilla, stimolata ma non stressata. un bel mix fra l’esperienza di New York e la mia Bologna dei tempi dell’univeristà e post università – ho abitato 13 anni a Bologna, amandola un casino! (paragone strano vero? ma è l’esatto mix di queste due esperienze bellissime in due città diverse).

Berlino è una città dove è facile lavorare e collaborare, è piena di creativi in ogni senso ed è facile ricorrere a persone che ti possono aiutare, che provengono da tutto il mondo. Ci sono un sacco di artisti, ma per quanto mi riguarda mi sta interessando stare a berlino più per produrre i miei lavori che per prendere nuovi contatti. sento che è proprio il tempo dell’azione. Però vado regolarmente a vedere mostre. A volte porto appresso pure lei 🙂

140.A Gianni

Caro papà,

ti scrivo per dirti che ti sono vicino. Ti penso costantemente e ti mando energie positive e di amore.
Ti ringrazio per quello che fai e hai fatto per me. A volte sei stato duro, però da questa durezza ho imparato, e credo che mi potrà essere di aiuto nella vita.
Nel periodo della tua malattia ho cercato di fare tutto il possibile per darti il mio aiuto e per starti vicino, cercando anche però di rispettarti e di accogliere i tuoi desideri. A volte mi è stato difficile, poiché una parte di te non accettava di essere aiutato da me.
Ho sempre avuto un desiderio forte di fare amicizia con te, e ho sempre sentito questa mancanza, forse questa nostalgia di un rapporto sereno, amichevole e divertente con te. Questo rapporto è nei cuori nostri, ci è rimasto impresso, durante la tua vita non si è espresso molte volte, eravamo entrambi poco capaci di farci capire dall’altro, entrambi feribili al primo colpo d’occhio, e reagivamo in maniera diversa. 

Io vedo la tua anima, un’anima gentile, divertente, buona, onesta, fragile, profonda, anche se tu la nascondevi quasi con tutti. Forse per proteggerti. Ma la tua anima è bella e parla con la mia anima, e noi ci amiamo profondamente. Io, forse per contrasto, ho fatto del mio tirar fuori l’anima il mio modus vivendi e la mia realizzazione personale e professionale, esponendomi sempre e profondamente in prima persona con la mia arte.
Ti invio tutto l’amore che ho nel cuore, ti sono vicino ovunque ora tu sia, ti sto mandando a distanza pensieri di amore e di affetto. Secondo la mia esperienza, queste energie funzionano meglio delle parole, delle cose, dei gesti. Sono certa che tu mi ascolti e sorridi. Profondamente eri molto ironico.

E sei stato grande papà, hai compiuto cose grandi, sei stato bravissimo. E in tuo onore io continuo la mia strada, col tuo supporto trasformato ma sempre presente, con la tua forza in me, e col desiderio di farti ancora inorgoglire di ciò che faccio. So che ora mi capisci più che mai, e scusami se in precedenza non siamo riusciti a comunicare davvero. ma un modo tutto nostro di comunicare e di dirci che eravamo importanti l’uno per l’altro c’è stato, e ce lo siamo detti.

Voglio trovare e pubblicare la tua poesia sulla russia. 


139. Papà ci sei ancora

A gennaio mi sono precipitata a Milano ancora una volta, stentando a crederci e in lacrime, papà se n’era andato e ci aveva lasciati.

E’ una cosa troppo grande da parlarne qui, non ci sono parole che non sminuiscano tutto, solo il silenzio posso scrivere, e tanta nostalgia, tanto amore, tanta sofferenza, tanta anima.
Sono stata in contatto con l’anima di papà che mi ha abbracciato tutto il tempo.
Mi sono piombate sulle spalle caterve di cose e responsabilità (no fratelli no sorelle).
Avrei voluto mille, centomila volte di più
aver stretto, capito, abbracciato mio padre
ma ora non ci sei più
ma ti sento ancor di più

Ci sei ancora in ciò che ci hai lasciato, nel tuo esempio, nella tua presenza dentro l’anima e la mia anima si ingrandisce, si assomma alla tua e le custodisce entrambi dentro.
In un certo qual modo, papà, mi sento più forte
perchè ora sei ancora di più con me.

138. Duro inizio d’anno

Poichè il progetto di questo blog è aprire una finestra sulla vita quotidiana di un’artista, con i suoi aspetti connessi alla vita normale di tutti i giorni, i problemi legati alla famiglia, alla salute, alle difficoltà, le gioie universali, l’amore, le speranze, e al tempo stesso inserire il back stage e gli stati d’animo che sta dietro ogni lavoro, ho deciso che devo essere onesta e parlarvi anche delle cose più difficili, però che sono umane e universali per tutti, ossia la malattia e la morte.

Tutto ciò incide poi profondamente sulla propria vita, ma anche sulla propria arte, essendo ogni nostro lavoro plasmato e nutrito con le nostre storie vissute, con la nostra anima gettata nel mondo (per dirla con Heidegger) e le sue molteplici avventure, facili o difficili che siano, leggere o pesanti.

sempre in viaggio… la mia stanza a Berlino

L’anno è cominciato in maniera molto difficile. Intanto la situazione precaria e fragile e sofferente dei miei, con la malattia di mio padre, dalla quale non voleva tirarsi fuori e non voleva cooperazione, e la malattia, più cerebrale che fisica, di mia madre. L’anno scorso rimasi a Milano per questo tutto l’anno, e fu molto difficile. Quello non è il mio posto, dopo una settimana che sto in quella città mi prende una morsa di ansia e stress che mi impedisce quasi tutto il resto: per cui quest’anno, verso ottobre, ho sentito che ancora dovevo muovermi dall’italia e per non andare lontano dai miei genitori e poter essere presente, scelsi proprio Berlino, in quanto il posto che più mi attrae in Europa e il più adatto al mio lavoro. Partii per Berlino, quindi, come avete visto dai precedenti post di questo blog, sapendo anche che sarei ritornata spesso a Milano.

Così, appena finita la performance al Kreuzberg Pavillon, e l’intervista alla Tv, rientrai a Milano il 18 dicembre per il periodo natalizio, dedicato alla famiglia, e allo stare vicino, a volte senza capirli, a volte anche litigandosi un po’, ai miei genitori, che essendo figlia unica, sono la parte più profonda di famiglia che ho. Non fu facile, come spesso accade, ma anche dolce, spesso un po’ triste.

Per capodanno però decisi di tornare a Berlino, era lì il mio posto in questa stagione, lo sapevo benissimo, poichè si adempissero le strade che si dovevano adempire. Di questo avevo ed ho l’intuizione, per cui la seguii.
Ricordo lo stress per partire per Berlino il 30 dicembre: tutti gli aerei, of course, erano pieni e impossibile prenotare un posto, e poi per giunta carissimi, passaggi con blabla car non ne trovavo, allora decisi di prendere la mia macchina, e offrire passaggi alle persone, sempre attraverso lo stesso sito. Inutile dirlo che trovai tonnellate di persone che volevano un passaggio per Berlino poco prima di Capodanno! Così caricai 5 persone, sulla mia Hyunday Getz, tanto brava quanto comoda, pur essendo comunque non una macchina grande. Non avevo mai fatto un viaggio così lungo, e per lo più d’inverno, per cui mi informai come un’ossessa sulle condizioni del tempo nel tragitto (sapevo che c’era il sole, altrimenti non avrei fatto la Svizzera), mi comprai le catene da neve – si lo ammetto, non le avevo, anche se non bisogna dirlo – sentendomi a disagio nella scelta, poichè di queste cose non ne capisco niente (e il mio maschio era in canada – come quasi sempre – e poi loro hanno altri tipi di macchine e non usano di certo le catene, con un inverno a -20 per 4-5 mesi all’anno! – come quest’anno). Ricordo molto bene il paio di giorni prima della partenza (e decisi di partire in macchina solo il giorno prima!), così faticosi per la forza che mi costò tenere tutto in pugno e fare questa performance automobilistica fino a Berlino… Poi il viaggio andò bene, conobbi persone molto simpatiche e interessanti, nessun inceppo solo alcuni inconvenienti proprio alla partenza (che non vi sto a raccontare sennò dite che sono grulla…) e una multa in Svizzera, scattata con la foto, mentre andavo a 100 all’ora sull’autostrada :O ….in quell’unico tratto il limite era 80 ma io non lo vidi…) più a meno vicino al punto dove scattai la foto qui sotto.

Il viaggio per Berlino attraverso il San Bernardino (apprezzate la rima…)

Beh, che dire, arrivai il 30 sera, stanca ma felice di aver trovato tutte le strade ed essere arrivata a casa di Claudia dove Ingo mi aspettava col minestrone, quando il 31 pomeriggio – dico il 31 pomeriggio – mamma mi chiamò disperata che il mio adorato gattino Fiore, preso anche per lei, per fare compagnia a mia mamma, spesso annoiata dato che papà stava sempre a letto, e che era l’amore mio e di mammà, dunque allora mi chiamarono dicendomi con poco tatto che Fiore era caduto dal balcone del 7 piano, e non c’è stato niente da fare.
Cominciai a piangere e non mi fermai più, non ebbi voglia di organizzare niente per il capodanno, volli solo andare a vedere i fuochi sul ponte con una mia conoscente tedesca (la convinsi, lei voleva stare in casa, ma io avevo paura di stare in casa a piangere), ma per tutta la notte, e buona parte del giorno dopo, piansi lo stesso, per la fragilità, per il gatto, per la preoccupazione per la mamma pure distrutta, per la malattia di papà, per la mia situazione di vicinanza/distanza (ero appena ripartita da Milano!), per lo stress, la fatica, la confusione… In più ero ospite in una casa nuova, che non mi apparteneva, perchè il bell’appartamento a Gorlitzer park che mi avevano fortunatamente subaffittato in novembre dicembre, non era più disponibile. Mi ritrovai da sola quindi, i primi giorni dell’anno, in una casa che mi spaventava, forse per la dura fragilità della mia condizione, con una nostalgia e preoccupazione fortissima per i miei, con la mancanza e la rabbia per mario, che era sempre in canada e non aveva potuto volare in europa per le feste, con la voglia di tornare, e la voglia di stare, in una zona di berlino, stieglitz, che per me non è berlino – amo kreuzberg e sono sempre stata lì.

E così decisi di tornare subito per un po’, per consolare mamma, stare vicino a papà, sentire la famiglia, vivere ancora una volta quel senso di tristezza di questa situazione così malata e fragile.
Partì piena di ansie con un volo che costoso è dire poco (il 4 gennaio prenotato il giorno prima, pensate voi), ma non me ne fregò niente. Dovevo tornare e basta.

Rimasi una settimana, poi rientrai a Berlino. rientrai nella mia bella casa in subaffitto a kreuzberg, e pochi giorni dopo ripartii improvvisamente in giornata per Milano, piangendo a dirotto.

112. vacanze natalizie: nuovi progetti e un po’ di relax

Circa una settimana prima di Natale ho deciso, improvvisamente, di proporre un progetto per un’importante manifestazione da tenersi a Milano e, quasi improvvisamente, ho saputo che è stato accettato e che cominciava la realizzazione pratica e la messa a punto di una serie infinita di diversi livelli (poichè ci sarà una mostra personale e una nuova performance, i piani di lavoro sono proprio tanti, a livello di creazione e produzione, a cui si aggiungono quelli dell’archiviazione, comunicazione, relazione, ecc.)

Nel frattempo, come programmato, il mio amico e curatore Mark Bartlett è giunto a Milano da Londra con l’intenzione di lavorare all’imbastitura del libro (sorpresa…) che lui ha in cantiere di fare. E si è trovato ad essere la persona giusta al momento giusto… poichè ho parlato a lui del nuovo progetto imminente e gli ho chiesto di farmi da curatore, cosa che lui ha accettato con entusiasmo.

La cosa bella di questo rapporto è che lui conosce, credo, il mio lavoro meglio di chiunque altro, e lo sta seguendo dal 2006, quando vide la mia mostra personale a New York a Chelsea (da quei matti della WeissPollack, vedi il diario New York) e mi scrisse impressionato dal mio lavoro. Ciò mi ha fatto enormemente piacere, e da allora siamo in contatto, prima per email e poi anche di amicizia, soprattutto da quando lui da S. Francisco dove viveva si è spostato (e sposato) a Londra, e negli ultimi anni la collaborazione comincia a diventare più concreta (per esempiio il bellissimo essay che ha scritto in seguito alla mia performance The Finger and the Moon #2 a Piazza S. Pietro in Vaticano (leggi).

Mark è partito pochi giorni prima di Natale, per andare a passare le feste a Cinzago, sul Lago Maggiore, dove hanno una casa, e sarebbe ritornato a Milano il 5 di gennaio. Io intanto… dovevo creare la serie di lavori nuovi per la mostra (ancora vi tengo in sospeso e non vi dico qual’è, ma sarà a Milano presto…) e soprattutto preparare le immagini per il catalogo e inviarle entro il 4-5 gennaio. Insomma, fuoco e fiamme!

Però il giorno di Natale e la vigilia sono stati belli e tranquilli, come da copione, riposo, cibo e soprattutto tanta famiglia. La mia famiglia è piccola, e quel poco che c’è è piuttosto sparpagliata, ma è stato molto bello festeggiarlo con i miei genitori e con Mario, e vedere per la prima volta dopo tanto tempo in seguito all’operazione, mio padre essere sereno, di compagnia e a camminare anche solo nel piccolo tragitto dalla stanza al tavolo da pranzo. Devo confessare una cosa, a me e anche a voi: nonostante gli scontri, le incomprensioni, le litigate che abbiamo avuto nel passato, come non mai ora mi sento attaccata a mio padre e a ciò che lui rappresenta nella mia vita e sento molto forte il bisogno della sua figura che, solo ora, mi accorgo quanto mi ha fatto sentire protetta in tutti questi tempi, nonostante mi sia sentita per la maggioranza degli anni passati, non capita e in tensione con lui. Certo capire le piroette della mia vita, accettare le mie scelte inconsuete, vedermi annaspare con fatiche e pochi soldi, può essere agli  occhi di un genitore cresciuto con altri valori e in un’altra epoca, qualcosa di molto difficile da accettare e da capire. Forse solo ora mi sento accettata e amata, anche se lo sono sempre stata, e questo è stratosfericamente, enormemente importante per me, ora.

Poi giorni intensi di lavoro, in quei giorni placidi e beati dove la città sonnecchia e tutti sono partiti o si rilassano o si vedono con gli amici (e questa energia come si sente, ti dà la giusta pace e la giusta tranquillità di una dimensione bella, calma…mi sono sempre piaciuti un sacco i giorni tra Natale e Capodanno, contenitori aperti per tutto ciò che si desidera fare, senza forzature). Mi sentivo solo un po’ in ansia per la scadenza delle foto da pubblicare nel catalogo, che era così vicina e appena dopo capodanno, e ho lavorato con molta lena e determinazione (e devo dire pure divertimento!) alla creazione di nuovi lavori polittici da produrre prossimamente. E poi però per Capodanno, si parte! Alcuni giorni in montagna a Briançon nella casa del mio caro amico Alberto. Giorni di un sole che non si può, aria azzurra, niente freddo, montagne e panorami mozzafiato e una gioia nel cuore di essere vivi, e di tanta bellezza circondati!

 

 

Ehi, Buon anno!!! Ben arrivati nel 2013 e che sia un anno ricco di gioia amore e soddisfazioni!

101. Abramovic, famiglia, forza

Leggendo un’intervista a Marina Abramovic (è un’intevista fatta in occasione della sua mostra al PAC di alcuni mesi fa, a cui sono pervenuta oggi leggendo del nuovo film su Marina Abramovic ora in onda a Venezia) sono stata colpita da alcune frasi che rappresentano un po’, con le dovute differenze, anche la mia storia e le mie difficoltà. Molto spesso anch’io credo di essere diventata forte attraverso le difficoltà, ma non sempre è facile superare le sofferenze e gli ostacoli. Ma anche se si cade, c’è una strepitosa forza segreta che non ti abbandona mai, che a poco a poco ti ritira su pronta a lottare di nuovo.
“Ho avuto una famiglia davvero difficile e un’infanzia altrettanto difficile. È stato molto duro combatterli e opporre loro resistenza, ma questo mi ha reso più forte. Quando ho cominciato a realizzare le mie performance nella ex Jugoslavia, ho dovuto fronteggiare la mia famiglia. Specialmente mio padre e mia madre, che mi criticavano direttamente e continuavano a chiedersi quale tipo di educazione mi avessero dato, che cosa mi portasse a tagliare il corpo o a bruciare la stella comunista a cinque punte. Il mio intero percorso è davvero cominciato contro tutto e tutti. I miei professori, all’accademia, sostenevano che dovevo essere internata in manicomio, perché quella che io facevo non era arte. Io apparivo come una specie di nonsense. Sono dovuti passare anni e anni. Venti, trent’anni per riuscire a far capire che la mia era arte, pratica accolta, in fondo, solo negli ultimi dieci anni al massimo. Andare contro ogni aspettativa e ogni credo rende più forti. Soprattutto quando si sfidano le regole del mercato. Nella performance non c’è merce, non c’è un prodotto da vendere, tutto deve rimanere immateriale, non fisico. Anche se esistono foto, video-installazioni e oggetti legati al momento della performance, questa deve comunque continuare a essere la forma d’arte più immateriale che esista.”
Dall’intevista: “L’Abramovic secondo Marina. L’intervista vera”, scritta da Ginevra Bria Artribune, 11 marzo 2012

97. Rientro a Milano in agosto

Che dire?
La settimana di Taizè è stata, come mi aspettavo, corroborante, motivante, piena, allegra, silenziosa, sostanziosa, nutriente. Bene. Erano vent’anni che non ci andavo, anzi qualcosa in più (!) ma ho visto che sarebbe davvero una bella abitudine se si riuscisse ad andarci ogni anno. Un bel sostegno.
Tornata a Milano, sempre per motivi di salute dei miei genitori, e la situazione è molto complessa, oltre che dal lato medico, anche da quello psicologico. A volte il peso è insopportabile, altre volte reagisco invece meglio. Ma non ho voglia di raccontarvi i dettagli. So solo che voglio ringraziare tutte le persone che mi sono vicine, e sono molte. Sono molto fortunata. Non ho fratelli e sorelle, e questo complica piuttosto la situazione, ma ho molte persone care che mi stanno vicino. Splendido. Grazie a tutti.
Milano ad agosto, già lo sapevo, è meglio che in tutti gli altri mesi dell’anno. Come per magia si sente che l’adrenalina è scesa e la città trasmette meno stress, e si riesce, con un buon ventilatore e della bella musica, come ho ora entrambi in funzione, a rilassarsi e ad essere anche un po’ creativi. Di solito, come vi ho già scritto, l’aria di Milano mi fa arricciare i capelli e e le budelle anche se cerco di stare tranquilla e rilassata a casa, ma ad agosto si sente la differenza. La città si trasforma diventando un filo più umana e più vera.
Caspita come sono sensibile alle vibrazioni. Ho delle antenne che sentono tutto, a volte mio malgrado, perché percepisco cose che sarebbe meglio non percepire …
Però, in maniera del tutto casuale e fortuita, mi è arrivata una mascotte che mi porta fortuna: un gatto nero peloso dai grandi occhi gialli che da ieri mi fa compagnia in casa …
Certo che però, lo devo confessare, il mare proprio mi manca! (ma non tarderà tanto).

93. Stasi, riflessioni, ripensamenti, letture, famiglia

Stasi, dopo la marcia col piede sull’accelleratore per tutti questi mesi e forse anni, ho sentito come il bisogno di fare un vuoto, uno stop, un blank, e dell’ordine.
Anche dopo i fatti di Genova, poiché la fatica e la successiva delusione dell’annullamento ti lasciano un po’ di dubbi e di bisogno di riflessione, o al minimo di ricentrarti e capire che motivazioni ti spingono a fare arte e a fare così tanti – eh sì, lo sono, – sacrifici. E a volte i dubbi e la stanchezza rodono, e affiorano, ed esigono di essere guardati.

In questo periodo mi sono occupata della mia famiglia e degli affetti, e soprattutto di sostenere mio padre in un impegnativo percorso di salute, con anche annessi ansia e preoccupazioni per la vicenda. E questo mi sta occupando tantissime energie, ma anche dando molta dolcezza.

E’ anche palese, qui in Italia, più che altrove dove sono stata, che questo periodo di ‘crisi’ sta contagiando tutti, sia nel morale, che nelle possibilità, che nelle frustrazioni. E’ un’energia bassa, piatta, spesso soffocante, in cui tutti più o meno, chi per un motivo o per l’altro, ci sono impastonati dentro. E queste energie si avvertono. E per una come me che ha le antenne ricettive e sensibili – spesso troppo e così tanto che assorbo umori e tensioni che mi circondano, anche mio malgrado – queste emozioni affiorano ancora più forte, e non si può non sentirle. Tanto più che, non so se per un fatto di incapacità o di costituzione, nella mia vita non riesco ad occuparmi di tante cose, a seguire tutti i giornali i fatti la politica o la vita pratica, ma sono per lo più volta a captare emozioni e pensieri, indagare intuizioni, percepire la vita, e poi cercare di tradurre tutto ciò col mio linguaggio. Ma non sono molto centrata e abile sulla vita pratica, tanto che tutti i problemi logistici e burocratici mi mettono un’ansia non indifferente (poi li risolvo, ma devo mettermi lì e scendere dalle nuvole, cosa che a volte non mi riesce proprio facile … ).
Mi fermo. Forse è una frase che non si capisce. Certo, non riuscivo a dormire, tra il cibo pesante al ristorante indiano e la grande afa di questi giorni, che ho acceso il computer alle 5 di notte e mi sono messa a scrivere (e fare qualche giochino, confesso), per cui non è che connetto benissimo, sono come in un flusso di coscienza, lento, caldo, pure un po’ strano.

Sto leggendo molto in questo periodo (forse sarò un po’ ovvia, però sto divorando un bellissimo libro sulla vita e le opere di Marina Abramovic, scritto molto bene, che mi entusiasma e mi diverte nel vedere anche tante affinità col mio modo di essere e di lavorare, e entrare nella vita dei ‘grandi’ mi aiuta a rifocalizzarmi) e ho pure intrapreso un corso per artisti in videoconferenza da Chicago che aiuta a focalizzarsi e ricentrarsi. Sono un po’ stanca di produrre. Devo riflettere.

83. Nuove foto dello zio Elio

Archiviando alcune nuove foto dei mei work in progress newyorkesi, ho trovato in una cartella queste bellissime foto dello zio che riceveva l’Ambrogino d’oro a Milano, fatte da Mario, e non ho resistito dalla voglia di condividerle con voi, con affetto immenso per lo zietto. La cerimonia è stata qualche anno fa, e se pur vi dovete sorbire l’allora Assessore alla Cultura, vi addolcisco con una chicca: una delle rare foto private della mia famiglia (quella che vedete accanto a mio zio è mia mamma, sua sorella, dietro fa capolino mio padre, e a sinistra ridendo c’è la zia …).

Elio Pagliarani riceve l’Ambrogino d’oro a Milano (foto: Mario Duchesneau)

77. In ricordo dello zio Elio

In ricordo dello zio Elio Pagliarani, caro, immenso, importante per me e per tutti noi.

Scriverò in seguito sulla sua poesia, su come ci ero affezionata, su come sia stato un grande maestro per me.
Ora preferisco che lo ricordiamo guardando i suoi video e leggendo i suoi testi.
Elio Pagliarani,  poesia tratta da “La merce esclusa”
Problema: un ragazzo vede conigli e polli in un cortile
Conta 18 teste e 56 zampe …
Quanti polli e conigli ci sono nel cortile?
Si consideri una specie di animale a sei zampe e due teste: il conigliopollo;
ci sono nel cortile 56 zampe: 6 zampe = 9 coniglipolli
Nove coniglipolli che necessitano di 9 × 2, 18 teste
restano dunque 18 – 18, 0 teste nel cortile
laurea in filosofia poi lo cacciarono via
non che violasse le leggi è che dissero basta
la famiglia gli amici gli esempi dei libri di testo. La sua testa
avrebbe potuto lucidissimamente, in realtà fu lui che non volle demandò alla vita
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
Ma questi animali hanno 9 × 6, 54 zampe allora 56 – 54 = 2 Restano due zampe nel cortile
Si consideri quindi un’altra specie di animale che potrebbe essere il coniglio spollato che ha
1 testa – 1 testa = 0 testa, 4 zampe – 2 zampe = 2 zampe: le due zampe che stanno nel cortile
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con il naso giusto, un’altezza che supera la media
non che vita non fosse anche nell’aule
dei suoi vent’anni trenta
non era ancora stato richiamato sotto le armi forse perché non sapevano bene dove metterlo
c’è dunque nel cortile 9 coniglipolli + 1 coniglio spollato Detto in altri termini
9 conigli + 9 polli + 1 coniglio – 1 pollo Ed ora i conigli coi conigli e i polli coi polli, si avrà
9 + 1, 10 conigli, 9 – 1, 8 polli
Risultano otto polli e dieci conigli nel cortile
e può essere immesso nella circolazione linguistica
come portatore di tale valore In termini di lavoro
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con cui si misura Dio
con cui si misura Dio in termini di lavoro
ridono le ragazze, ondeggiano sopra tacchi di sughero”.

 

39. La mia famiglia romagnola e lo zio Elio Pagliarani

Ho passato la settimana di Pasqua a Rimini finalmente a riposarmi, dopo aver macinato e macinato, senza mai fermarmi. Quando vado in Romagna mi sento a casa, perché è quella la terra da dove proviene la parte più importante della mia famiglia a cui sono più legata!

Ricordo con commozione le numerose estati passate da sola con la nonna Pasquina a Viserba, che mi sono rimaste dentro e che mi hanno plasmato. Inoltre adoro il lato romagnolo di mia madre Rosanna (o Rossana come le piace farsi chiamare), che mi ha trasmesso anche geneticamente, e di cui la ringrazio!

E poi fa parte della mia famiglia romagnola pure il mio zio Elio Pagliarani che è un poeta molto importante.
Lui sin da quando ero piccola vive a Roma, e ricordo le lunghissime passeggiate per le vie di Roma, io adolescente, dove si fermava ogni tre passi raccontandomi la storia di ogni palazzo e gli intrighi di ogni famiglia storica che si nascondeva dietro. E siccome è sempre stato un grande affabulatore, io lo seguivo incantata.
Ricordo però che una volta gli dissi: perché non mi racconti del presente invece che del passato? E lui si fermò, mi guardò tra lo stupito e l’arrabbiato: ma come, non ti interessa la storia?? E’ importantissima! Io risposi che sì mi piaceva, però che la vivevo come una cosa passata e che mi stimolava più conoscere il presente.
Allora lui mi guardò soddisfatto, mi sorrise e mi disse: eh sì perchè sei tanto giovane! Che bella risposta, brava! – Ed io mi gongolai di gioia.

Ho parlato di mio zio anche perchè in questi giorni è uscito il suo ultimo libro, che si intitola: ‘Pro-memoria a Liarosa’ e sono scritti autobiografici scritti dal 1979 al 2009.
Sono molto felice di condividerlo con voi, e poi devo confessare che un po’ me lo sento dedicato … Liarosa è mia cugina, e nel libro lo zio Elio racconta alla figlia tutte le memorie della sua infanzia romagnola e delle nostre radici, e naturalmente mi sento coinvolta!
Ah, e poi vedete questa foto? Quella a sinistra è la nonna Pasquina da bambina, con la madre, la mia bisnonna!!

Qui ci sono info sul libro e sullo zio …
http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/l_autobiografia_di_elio_pagliarani070411.html

15. Natale a Quebec, Canada

Dopo mille tentennamenti e altrettante litigate ho deciso il 23 dicembre di andare in Canada per passare il Natale con la famiglia di Mario, il mio partner canadese. In un certo qual modo non avevo voglia di spostarmi: dopo aver girato come nomade in Italia nell’ultimo mese, aver organizzato dove stare a New York e aver migrato in due case nella prima settimana newyorkese, con le mie mille valigie e le settemila scale degli appartamenti, finalmente avevo le chiavi di un piccolo appartamento della mia amica Nora nel Lower East Side. Caso ha voluto che questo appartamento, che lei di solito affitta perché sta a Brooklyn insieme al fidanzato, fosse rimasto libero, così lei mi ha dato le chiavi per starci durante le vacanze di Natale,  in attesa di trasferirmi con Mario nel piccolo appartamento che abbiamo affittato tramite un’amica di un’amica italiana, dalla prima settimana di gennaio.
Orbene, anche se stanca di tutti i miei girovagamenti, pensavo comunque di andare in Canada a fare il Natale, perché mi piaceva l’idea di farlo in famiglia e non da soli in città, e poi la neve canadese d’inverno fa molto ‘Natale’… però è da quando sono partita che avevo un gran mal di schiena, e l’idea di fare ancora 11 ore di treno (è assurdo ma tra Montreal e New York c’è solo un treno al giorno, che parte alla mattina e impiega tutta la giornata … sembra di essere nel Far West!..) per arrivare a Montreal non mi sfarfugliava proprio, e da lì non era ancora finita, perché la famiglia di Mario sta a Quebec, altre tre ore più a Nord…e poi il capodanno lo vogliamo fare a New York … per cui in Canada solo per pochi giorni! Mario però vuole fare il Natale con i suoi, e lo capisco,  anche perché per due anni l’ha fatto in Italia, e così non vuole venire.  Io non me la sento di fare questo lungo viaggio, ma non sono sufficientemente forte per fare il Natale da sola a New York,  per cui il 23 mattina mi alzo prestissimo e vado alla stazione dei bus (l’unico treno giornaliero per Montreal era tutto esaurito da giorni, il bus impiega 9 ore ma non si può prenotare in anticipo e ti dicono: chi primo arriva meglio alloggia …) a mettermi in fila per prendere la corriera. Sì, è strano, ci sono cose mille volte più sviluppate che da noi, ma altre che mi sembrano fuori dal mondo, come dover fare la fila di ore, seduti sulle valigie, per non perdere il posto per salire sul pullman …
Sua madre è venuta espressamente a Montreal per venirmi a prendere, perché era davvero felice che avessi fatto tutto quel viaggio per venire da loro (notare che da Montreal a Quebec ci sono quasi tre ore di autostrada … ma qui le distanze sono lunghe) e ci ha voluto per forza riaccompagnare a Montreal a riprendere il bus per New York il 28.
Per chi fa il tifo che la mia relazione con Mario continui dò una bella notizia: appena ci siamo visti si sono sciolte tutte le tensioni e le incomprensioni che ci hanno minato in tutto l’ultimo anno ed è rimasto solo l’amore, la voglia di vedersi e la consapevolezza di entrambi di essere all’ultima possibilità e la felicità come all’inizio di stare insieme.
Sono stata anche contenta di aver scelto di andare a fare il Natale in Quebec, anche se è stato un viaggione per pochi giorni, perché è stato bello uscire dalla frenesia della mela (e quanti turisti, troppi, per le feste natalizie!) ed entrare nell’innevato e tranquillissimo paesaggio canadese, un po’ come andare a fare il Natale in una baita in montagna … solo senza montagne! Ed inoltre è stato bello stare con la famiglia di Mario invece che da soli a New York, dove tra l’altro c’è stata una tempesta di neve (che per puro caso fortuito ho evitato, avendo trovato ovunque e sempre il cielo sereno). Mi sono attrezzata come un pinguino per il freddo e devo dire che ben vestita non è stato così tragico come mi immaginavo (mah, c’erano dai -5 ai -15, ma di aria secca e serena).
Il 28 notte siamo rientrati a New York, nel piccolo appartamento vuoto di Nora, per prepararci a festeggiare il Capodanno nella metropoli.