101. Abramovic, famiglia, forza

Leggendo un’intervista a Marina Abramovic (è un’intevista fatta in occasione della sua mostra al PAC di alcuni mesi fa, a cui sono pervenuta oggi leggendo del nuovo film su Marina Abramovic ora in onda a Venezia) sono stata colpita da alcune frasi che rappresentano un po’, con le dovute differenze, anche la mia storia e le mie difficoltà. Molto spesso anch’io credo di essere diventata forte attraverso le difficoltà, ma non sempre è facile superare le sofferenze e gli ostacoli. Ma anche se si cade, c’è una strepitosa forza segreta che non ti abbandona mai, che a poco a poco ti ritira su pronta a lottare di nuovo.
“Ho avuto una famiglia davvero difficile e un’infanzia altrettanto difficile. È stato molto duro combatterli e opporre loro resistenza, ma questo mi ha reso più forte. Quando ho cominciato a realizzare le mie performance nella ex Jugoslavia, ho dovuto fronteggiare la mia famiglia. Specialmente mio padre e mia madre, che mi criticavano direttamente e continuavano a chiedersi quale tipo di educazione mi avessero dato, che cosa mi portasse a tagliare il corpo o a bruciare la stella comunista a cinque punte. Il mio intero percorso è davvero cominciato contro tutto e tutti. I miei professori, all’accademia, sostenevano che dovevo essere internata in manicomio, perché quella che io facevo non era arte. Io apparivo come una specie di nonsense. Sono dovuti passare anni e anni. Venti, trent’anni per riuscire a far capire che la mia era arte, pratica accolta, in fondo, solo negli ultimi dieci anni al massimo. Andare contro ogni aspettativa e ogni credo rende più forti. Soprattutto quando si sfidano le regole del mercato. Nella performance non c’è merce, non c’è un prodotto da vendere, tutto deve rimanere immateriale, non fisico. Anche se esistono foto, video-installazioni e oggetti legati al momento della performance, questa deve comunque continuare a essere la forma d’arte più immateriale che esista.”
Dall’intevista: “L’Abramovic secondo Marina. L’intervista vera”, scritta da Ginevra Bria Artribune, 11 marzo 2012