Installazioni

 

 

La prima fase dei lavori installativi, partita da un incontro tra la mia pittura precedente ( definibile di tipo materico/espressionista/astratto) e la poesia, si è via via andata depurando e semplificando, in una ricerca di rigore e di sintesi, che hanno portato a lavori piuttosto concettuali ( v. Uomini, Il linguaggio falta qualcosa, Ho visto i mille volti di Dio, No war …) dove l’immagine pittorica è a poco a poco sparita per dare posto alla parola come forma, al colore come simbolo, alla fotografia come referente della realtà e all’impianto registico spaziale. La forma visiva e la parola crescono insieme e si plasmano l’una nell’altra.

 

Non è ‘poesia visiva’, perché non correda la poesia di immagini ed elementi grafico-visivi ; semmai è poesia che si fa corpo, si fa oggetto e vive di una sua autonomia. E’ poesia che proviene dalla pittura, o meglio dal mondo delle arti visive e ne segue i percorsi, ampliandoli e inserendo la parola poetica come uno tra i tanti materiali.

 

Non è neanche ‘arte concettuale’ vera e propria, perché, pur definendo nell’idea e nella regia il suo significato, tuttavia il lato estetico e sensoriale ha la sua importanza, poiché sono convinta che la vedibilità, il piacere estetico e il significato percepibile innanzitutto dalla forma siano elementi primari per un lavoro artistico.

 

  • Viscido, 1993, legno, acrilici, parole, fili di rame, cm.200 x 200

  • Il linguaggio Falta qualcosa, 1993, legno, acrilici, parole. Tre cornici, rispettivamente di cm 150x150 , 100x100, 50x50 e quadrato nero sul muro cm 25x25

Blossom

 

 

In una fase successiva ho sentito il bisogno di riappropriarmi del colore e della manualità pittorica, che pur sempre mi appartenevano ma che erano diciamo come esclusi dalla rigorosità dei progetti precedenti.

Sono nati così lavori ( confluiti nella mostra personale Blossom) dove l’idea concettuale, la regia, la parola, la fotografia, la pittura, il colore e altri materiali si contaminano e si integrano, componendo tessere da leggere in modo unitario.

 

Sono lavori di installazione ‘seriale’, se così si può dire, perché trovano il loro senso non solo e non tanto nel godimento di ogni pezzo preso singolarmente, ma soprattutto nella loro lettura globale.

Potrebbe anche essere un arte ‘narrativa’, dove le varie tessere ‘raccontano’ un messaggio, allacciano riferimenti tra loro e hanno senso nel loro rapportarsi alla struttura, anche se vivono di vita propria.

  • Blossom, quadrittico, 1996, foto di performance e calze collant su masonite

  • Blossom, composition, 1996, foto di performance, acrilici, pastelli ad olio su masonite

Fiammiferi e Farfalle

 

 

Negli ultimi lavori (la serie dei Fiammiferi e delle Farfalle) questa contaminazione e questa circolarità sono maggiormente accentuate, inserendo nel lavoro elementi creativi del passato ( siano quadri, poesie o documenti di performances), usati alla stregua di altri materiali come colori, garze, sabbia e acetati, secondo un’idea di regia che fa della contaminazione la ‘sorpresa’ viva del presente attraverso il passato, lo straniamento dell’incontro.

 

E’ anche questa un’operazione concettuale, nell’atto presente del collegare, ma è supportata da un lavoro ‘fisico’ creativo di produzione dei lavori nel passato, che prende senso nell’atto della scelta e si rinnova scoprendo valori e significati aggiuntivi.

 

  • Fiammiferi, installazione variabile, 1998-1999 fotografie di performances e di quadri, poesie, carta igienica, mixed media collage, acrilici, pastelli a olio su cartone

  • Farfalle, installazione variabile, 1998-1999 fotografie di performances e di quadri, polaroid, poesie, carta igienica, mixed media collage, acrilici, pastelli a olio su cartone

Ho visto i mille volti di Dio

 

 

 

Connesso con la serie dei Fiammiferi, e sempre assemblando parole, immagini e collage, Ho visto i mille volti di Dio (1998) è un’ installazione di 48 quadretti composti da giornali, collage di materiali vari, matita bianca, acrilici e fotografie, di cm 200 x 165, che riflette sulla spiritualità e sul superamento del concetto di religione come visione ristretta e dogmatica.

Questa installazione ha anche dato vita all’omonima performance, presentata al festival Performedia di Bienno nel 1998

 

ho visto i mille volti di Dio

 

 

Ho visto i mille volti di Dio, 1998, installazione di 48 quadretti, giornali, collage di materiali vari, matita bianca, acrilici, fotografie, cm 200 x 165

Appunti di Poetica

1993-1998

 

 

Il mio lavoro mira all’unità della molteplicità.. E’ una ricerca di unità a molteplici livelli e in molteplici modi.

Innanzi tutto è una ricerca di unità di  linguaggi, di unione fra più mezzi espressivi che cooperano per dare un messaggio sintetico finale. Non si tratta solo di pura ricerca linguistico-formale sul concetto di integrazione e sintesi di discipline diverse, di unità dei linguaggi, di opera multimediale e sinestetica in sè e per sè; o meglio, non  solo questo. L’unione dei generi espressivi non è quindi un esercizio – se vogliamo anche attuale – di compresenza di mezzi, ma un bisogno che nasce alla radice.

Un bisogno perché per me la creatività si attua e si effettua in modi diversi e con sfumature diverse: a volte  esce attraverso delle forme e dei colori, altre con delle parole, altre volte si incarna in un progetto, altre ancora fluisce nell’impianto registico totale di un’operazione o di una performance. Non tutto ciò che voglio esprimere lo faccio con uno stesso linguaggio creativo; non tutta la molteplicità che vorrei comunicare si adatta a restare rinchiusa nei limiti oggettivi dello specifico di ciascun linguaggio.

Ogni linguaggio ha una gamma di possibilità che – è vero – possono essere infinite, ma che è sua propria. La mia esigenza è di integrare le possibilità dei vari mezzi espressivi, per offrire una totalità complementare piena e vivificante.

 

Ho pensato spesso  e per anni se fosse il caso di abbandonare questa poliedricità per concentrarsi completamente solo su un genere espressivo, per poter addentrarsi nella strada dell’approfondimento appassionato e costante. Questo pensiero nasceva anche dal fatto che, tempo addietro, mi sembrava che le persone intorno, e la società in genere, con le sue regole e le sue convenzioni, premessero per vedermi inserita e riconoscibile in una casella, in un genere definito. Questo dà più sicurezza e più riconoscibilità sociale. Si è identificati automaticamente per quello che si fa. Nel nostro mondo contemporaneo per  emergere bisogna essere catalogati, schedati, incasellati, e per essere utili è richiesto un ruolo, altrimenti non si è identificati e quindi in ultima analisi non si esiste.

Ma io non volevo essere identificata in una cosa o in una attività, né essere inserita in alcuna casella. Ho visto che qualsiasi cosa pensassi di sopprimere era come sopprimere un’esigenza vitale, una parte di me stessa. E questo non va bene, né nella vita né nell’arte, che è l’intima espressione della personalità nella sua interezza.

L’arte deve attingere dal profondo autentico e completo della persona e attingere all’unità primordiale della molteplicità di ognuno. L’arte è un profondo lavoro di conoscenza di sè stessi e di libertà interiore individuale.

 

La mia ricerca quindi non è solo sul linguaggio e su uno in particolare, ma sulla totalità dell’operazione, sulla profondità di ciò che si vuole comunicare.

I diversi linguaggi sono delle potenzialità da usare in cooperazione per portare a una globalità del messaggio. E per fare questo ben vengano diversi stimoli, diverse tecniche, diversi sensi, nuove tecnologie e nuovi mezzi. Ciò che mi interessa non è il mezzo usato, quanto il risultato.

 

L’unità che sta alla base della mia ricerca non è solo unità di linguaggi e unità profonda della persona. E’ anche ricerca di Unità del tempo, Unità fra passato, presente e futuro che vivono dentro la medesima opera. Il passato degli eventi vissuti, oggettivato attraverso segni creati in passato (poesie, immagini o performances) inseriti nel lavoro si fanno corpo e rinascono dalla luce della memoria per rivivere nel presente e quindi anche nel futuro: il perpetuarsi del lavoro e il rinnovarsi dell’opera nel tempo

Performances

 

 

Perché la performance ? Cosa mi ha portato a cominciare questo percorso ?

La performance è un genere artistico espressivo aperto ad infinite possibilità. E’ principalmente per questo che anni fa sentii l’esigenza di usare la performance come crogiolo unificante dei vari percorsi espressivi che portavo avanti, soprattutto il mondo delle arti visive e quello della poesia. Cominciai così a creare performances dove oltre alle parole e alle immagini potevo inserire la musica, il linguaggio corporeo, la voce e infinite altre possibilità espressive.

 

La performance è un mezzo che permette di sintetizzare più linguaggi e creare così un’opera multimediale dove i diversi mezzi si aiutano per fornire il messaggio globale.

La multimedialità, e la cooperazione dei diversi potenziali di ogni genere espressivo non è però fine a sé stessa, ma in funzione di un messaggio più ampio : portare la globalità della vita attraverso l’arte. La multimedialità dunque e l’opera totale sono necessari per portare l’arte nella vita e per portare la vita nella sua sede originaria, dove pulsa l’unità e l’amore.

 

La performance quindi non è per me solo esperimento artistico e formale ma veicolo di contenuti. È un mezzo di ricognizione spirituale, di terapia, per trasformare, come già credeva Beuys, la vita delle persone. Se il lavoro artistico non è sorretto da profondi contenuti e da valori da comunicare, non ha più senso ma diventa un puro divertimento formale o un narcisistico autocompiacimento.

 

Il contatto diretto col pubblico consente anche alla performance di farsi veicolo di energia e di sentimenti. Il mio obiettivo è quello di provocare emozioni, creare una magia, creare uno spazio ‘diverso’ da quello piatto di tutti i giorni, dove sia possibile entrare in una dimensione personale più vera e più profonda.

 

In ultima analisi credo anche che l’arte debba uscire dagli spazi ristretti degli addetti ai lavori e cercare di raggiungere un pubblico più vasto, proponendosi in diversi contesti e non solo negli spazi istituzionalmente adibiti all’arte.

Chiaramente per fare ciò non è la forma e il lavoro che si deve ‘abbassare’ e livellare per raggiungere un’audience di massa, come sta facendo in maniera deleteria la televisione o anche certa cultura commerciale ben protetta e promossa dagli sponsors, ma deve ampliare i suoi spazi e le sue proposte senza ridurre la forma.

 

Gli spazi quindi dove si possono fare performances sono i più diversi : dagli spazi artistici comunemente intesi, ai teatri, alle manifestazioni di strada, ai locali serali giovanili, alle manifestazioni comunali e cittadine.

Le mie performance si propongono di parlare agli altri : e quindi non solo agli addetti ai lavori, ma anche alle persone che non frequentano solitamente quegli ambienti. L’arte in questo modo ha un fine sociale e si pone come alternativa al mondo di consumo culturale creato appositamente da masse di operatori omologati il cui unico fine è il raggiungimento della notorietà e della ricchezza, contribuendo solo a confermare lo stato sociale e la sua uniformità superficiale che non permette agli individui di uscire dagli schemi e dalle etichette in cui sono costretti ad agire.

 

 

 

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