Performance: Artefiera, Bologna, Gennaio 2010

trittico, 2010  

 

 

Questo progetto indaga sul concetto di vendita dell’opera/vendita dell’artista ed è cominciato con un’azione a sorpresa all’inaugurazione di Arte Fiera 2010. LIUBA ha percorso i Padiglioni della Fiera come una scultura vivente, mettendosi in mostra e mettendosi in vendita negli stand delle gallerie, come un’opera tra le opere.

 

Sono accadute interazioni e reali acquisti da parte del pubblico. Il sistema dell’arte consuma, acquista, lucra opere come una merce, ma in ultimo l’opera è l’artista stesso. Molte opere d’arte in vendita non sono altro che merce oggetto che ha nulla o poco a che fare con la vita dell’artista.

 

L’artista si mette totalmente in gioco con tutto sé stesso quando produce un nuovo lavoro? Possiamo allora dire che comprare l’opera è comprare una parte dell’artista stesso? Come fa il sistema a mercificare e a lucrare sull’artista in quanto persona in vendita? E forse il sistema non richiede a volte, quasi come prostituzione, l’acquisto dell’artista insieme alla sua produzione, vincolandolo alle sue leggi, schiacciandolo nelle sue richieste, tentando di sottometterlo alle leggi del mercato?

 

La performance è stata ricca di interazioni, giochi, riflessioni. La gente davvero chiedeva di comprare LIUBA, e molti lo fecero.

 

 

 

  • Artist for Sale, tryptic 2010, inkjet on baryta paper, variable size ed. 3 + 1ap

“Questo lavoro non vuole essere una critica al sistema o alla mercificazione, ma un modo per interrogarsi.

In realtà, soprattutto, questa performance è come lo specchio di una esperienza personale che noi come artisti spesso viviamo, ossia di metterci in vendita. Per me per di più che sono una perfomance artist e videoartista, il punto è proprio che ciò che si compra è me stessa, e questo a volte fa del male, mi sento davvero messa su una punta di spillo e valutata come una merce, mentre altre volte vorrei essere venduta e comprata sempre più…

 

Naturalmente c’è dell’ironia e del paradosso in questa operazione, e ciò fa parte del gioco, e del mio stile. Sono abbastanza d’accordo con chi dice che una ‘critica’ al sistema oggi sia datata e inutile. A me interessa essere provocatoria per far scattare interrogativi, e comunque far riflettere sulla parte ‘vitale’ e viva dell’artista in quanto ‘opera’, e sul senso di gioia o frustrazione che l’artista può sentire quando un suo lavoro è comprato o non comprato, quando la sua opera è richiesta oppure no.

 

Il fatto che mi sia messa in vendita è reale, ossia ci sono state offerte per acquistare direttamente l’artista a casa propria, per uno,due dieci o più giorni o una cena. Ho scelto di incarnare con la mia performance l’esperienza quotidiana dell’artista messo in vendita semplicemente come una presa di consapevolezza che non implica né una critica né un’accettazione del sistema, ma una serie di domande aperte, sul rapporto tra valore/vendita. Il vestito che ho scelto però porta lontano dalla quotidianità, perché volevo accentuare il lato ‘scultoreo’ e oggettuale, onirico e ironico dell’operazione.“

 

 

 

 

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