98. Dal diario di Evtushenko

Partendo per Taizè ho cercato un libro da leggere nella mia libreria (beh, sono abbastanza orgogliosa nel dire che ho la casa piena di libri … !) e ho trovato l’autobiografia precoce del poeta russo Evtuschenko, e l’ho letta come un fiume e con molto piacere in questi giorni. Ho provato la voglia di condividere con voi alcuni stralci di questo libro e alcune poesie di questo poeta.
Mi ha molto interessato il mescolarsi della sua storia personale con la storia del suo  paese e con il racconto dal di dentro, di cosa accadeva allora nell’Unione Sovietica degli anni ’50 e ’60. Un bell’esempio di ‘arte impegnata’ e di creatività al servizio degli altri e dell’impegno civile. Bravo Evgenij! Mi fa immenso piacere servirmi delle sue parole per esprimere ciò che condivido profondamente.

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‘L’arte di un vero poeta consiste non soltanto nel dare un’immagine viva, palpitante e sonora del suo tempo, ma anche nel sapere disegnare di sè stesso un ritratto non meno fedele ed espressivo’.
‘Esistono personalità che apportano idee del tutto originali alla società in cui vivono e che la armano di novità. E’ certo il sommo grado della creazione. Ma io purtroppo non appartengo a quell’èlite. La mia poesia è soltanto l’espressione di quei nuovi stati d’animo, di quelle idee nuove che già esistevano, prima che le esprimessi io, nella società sovietica, ma che nessuno fino a quel momento aveva trasferito nella poesia. Certo, se non fossi stato io, qualcun altro ci avrebbe pensato’.
‘La mia più grande aspirazione sarebbe appunto di poter continuare per tutta la vita ad esprimere le idee, le emozioni, i sentimenti altrui, che non sono ancora stati espressi. E al tempo medesimo riuscire a rimanere me stesso. Del resto, come potrei esprimere quelle idee e quei sentimenti, se non fossi quello che sono? Ma chi sono io?’
‘Un irrefrenabile impulso personale: ogni volta che incontro un uomo con una mentalità da signorotto, provo la voglia matta di dargli fuoco’.
 ‘E ogni giorno si aggravava il pericolo più tremendo che possa minacciare un popolo: il divorzio fra il suo comportamento e le sue convinzioni’.
 ‘La strada mi insegnò a non avere paura di niente e di nessuno. M’insegnò che nella vita ciò che importa è vincere dentro di sè la paura del più forte. E quella lezione non l’ho più dimenticata’.
‘Il grande argomento dei discorsi di mia madre era: “La poesia non ti porterà nè tranquillità nè denaro.” Ma io detestavo la vita tranquilla così come disprezzavo il denaro’.
‘I paesi favoriti dalla geografia e dalla storia, e quelli che oggi sono apparentemente più ricchi, hanno affossato la loro vita spirituale e soffrono di un diffuso, e tipico, scetticismo nei confronti dei valori morali. (…) La mancanza di ideali angoscia l’uomo anche più prospero. Quando basta il pane e manca l’ideale, il pane può sostituire l’ideale, ma quando manca il pane anche l’ideale può diventare pane’.
‘Come è ingiusto identificare il cristianesimo con l’Inquisizione, coi falsi preti, coi farisei, coi trafficanti di indulgenze, così non bisogna confondere il grande ideale del comunismo con l’attività dei carrieristi, dei neoinquisitori, coi sacerdoti furbi e interessati, coi bigotti ipocriti hanno tentato di accaparrarselo’.
 ‘Come giocatore di calcio, mi si prediceva una brillante carriera. Ci si incontra ancora di tanto in tanto, e m’accorgo che mi invidiano. E io invece invidio loro. Il football è più facile: se fai goal ne hai la prova diretta: il pallone è in rete. E’ un fatto irrefutabile. Invece quando fai goal in letteratura, ci sono subito mille arbitri che fischiano e ti dicono che non è vero goal, che non vale, e tu non hai mezzo per dimostrare il contrario. E vedi invece di continuo dichiarare ufficialmente goal dei banalissimi tiri fuori porta’.
‘Un poeta deve avere assolutamente una qualità: può essere semplice o complicato, ma deve essere necessario agli uomini’.
‘In realtà Stalin aveva profondamente contraffatto il pensiero di Lenin. Se, infatti, il pensiero e l’opera di Lenin potevano essere riassunti nella massima: “Il comunismo al servizio degli uomini,” per Stalin, sostanzialmente, erano gli uomini al servizio del comunismo. E la teoria staliniana, che gli uomini non fossero altro che insignificanti rotelline nel grande meccanismo del comunismo, dava, messa in pratica, risultati terrificanti’.
‘Perché non dobbiamo parlare del marcio che esiste in casa nostra? Il forte non nasconde le proprie debolezze. Io ho creduto e credo ancora nella forza spirituale del nostro popolo, e perciò considero mio dovere parlare apertamente delle cose che non mi piacciono’.
‘Per certi scrittori, le quattro pareti della loro casa sono diventate il loro mondo; e invece io non volevo che la mia casa diventasse per me il mondo intero, ma che il mondo fosse la mia casa’.

da Evgenij Evtushenko, ‘Autobiografia precoce’, 1963
http://www.stpauls.it/letture06/0403let/0403l123.htm 

 

 breve biografia di evtushenko: http://www.ruska.it/edu/poe/evtuschenko.html

Non capirsi è terribile –
non capirsi e abbracciarsi,
ma benchè sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.

In un modo o nell’altro ci feriamo.
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l’incomprensione,
nè con la comprensione uccidere.

( http://vagheggiando.blogspot.it/2006/05/una-sfida-alle-tenebre-di-charles.html )

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Non c’è un monumento
A Babi Yar
Il burrone ripido
E’ come una lapide
Ho paura
Oggi mi sento vecchio come
Il popolo ebreo
Ora mi sento ebreo
Qui vago nell’antico Egitto
Eccomi, sono in croce e muoio
E porto ancora il segno dei chiodi.
Ora sono Dreyfus
La canaglia borghese mi denuncia
e mi giudica
Sono dietro le sbarre
Mi circondano, mi perseguitano,
mi calunniano, mi schiaffeggiano
E le donne eleganti
Strillano e mi colpiscono
con i loro ombrellini.
Sono un ragazzo a Bielostok.
Il sangue è ovunque sul pavimento
I capobanda nella caverna
Diventano sempre più brutali.
Puzzano di vodka e di cipolle
Con un calcio mi buttano a terra
Non posso far nulla
E invano imploro i persecutori
Sghignazzano “Morte ai Giudei”
“Viva la Russia”
Un mercante di grano
picchia mia madre.
O mio popolo russo
So che in fondo al cuore
Tu sei internazionalista
Ma ci sono stati uomini che con le loro
mani sporche
Hanno abusato del tuo buon nome.
So che il mio paese è buono
Che infamia sentire gli antisemiti che
senza la minima vergogna
Si proclamano.
Sono Anna Frank
Delicata come un germoglio ad Aprile
Sono innamorato e
Non ho bisogno di parole
Ma soltanto che ci guardiamo negli occhi
Abbiamo così poco da sentire
e da vedere
Ci hanno tolto le foglie e il cielo
Ma possiamo fare ancora molto
Possiamo abbracciarci teneramente
Nella stanza buia.
“Arriva qualcuno”
“Non avere paura
Questi sono i suoni della primavera
La primavera sta arrivando
Vieni
Dammi le tue labbra, presto”
“Buttano giù la porta”
“No è il ghiaccio che si rompe”
A Babi Yar il fruscio dell’erba selvaggia
Gli alberi sembrano minacciosi
Come a voler giudicare
Qui tutto in silenzio urla
e scoprendomi la testa
Sento che i miei capelli ingrigiti
sono lentamente
E divento un lungo grido silenzioso qui
Sopra migliaia e migliaia di sepolti
Io sono ogni vecchio
Ucciso qui
Io sono ogni bambino
Ucciso qui
Nulla di me potrà mai dimenticarlo
Che l’ “Internazionale” tuoni
Quando l’ultimo antisemita sulla terra
Sarà alla fine sepolto.
Non c’è sangue ebreo
Nel mio sangue
Ma sento l’odio disgustoso
Di tutti gli antisemiti
come se fossi stato un ebreo
Ed ecco perché sono un vero russo.

Babi Yar è il nome di una cava nei pressi della città ucraina di Kiev. Durante la seconda guerra mondiale fra il 29 e il 30 settembre del 1941, nazisti e collaborazionisti ucraini vi massacrarono 33.731 civili fra ebrei, zingari e slavi.

BABI YAR
E. Evtushenko, 1961

http://it.wikipedia.org/wiki/Babij_Jar
lhttp://eleboa.blogspot.it/2011/04/babi-yar-evgenij-aleksandrovic.html

97. Rientro a Milano in agosto

Che dire?
La settimana di Taizè è stata, come mi aspettavo, corroborante, motivante, piena, allegra, silenziosa, sostanziosa, nutriente. Bene. Erano vent’anni che non ci andavo, anzi qualcosa in più (!) ma ho visto che sarebbe davvero una bella abitudine se si riuscisse ad andarci ogni anno. Un bel sostegno.
Tornata a Milano, sempre per motivi di salute dei miei genitori, e la situazione è molto complessa, oltre che dal lato medico, anche da quello psicologico. A volte il peso è insopportabile, altre volte reagisco invece meglio. Ma non ho voglia di raccontarvi i dettagli. So solo che voglio ringraziare tutte le persone che mi sono vicine, e sono molte. Sono molto fortunata. Non ho fratelli e sorelle, e questo complica piuttosto la situazione, ma ho molte persone care che mi stanno vicino. Splendido. Grazie a tutti.
Milano ad agosto, già lo sapevo, è meglio che in tutti gli altri mesi dell’anno. Come per magia si sente che l’adrenalina è scesa e la città trasmette meno stress, e si riesce, con un buon ventilatore e della bella musica, come ho ora entrambi in funzione, a rilassarsi e ad essere anche un po’ creativi. Di solito, come vi ho già scritto, l’aria di Milano mi fa arricciare i capelli e e le budelle anche se cerco di stare tranquilla e rilassata a casa, ma ad agosto si sente la differenza. La città si trasforma diventando un filo più umana e più vera.
Caspita come sono sensibile alle vibrazioni. Ho delle antenne che sentono tutto, a volte mio malgrado, perché percepisco cose che sarebbe meglio non percepire …
Però, in maniera del tutto casuale e fortuita, mi è arrivata una mascotte che mi porta fortuna: un gatto nero peloso dai grandi occhi gialli che da ieri mi fa compagnia in casa …
Certo che però, lo devo confessare, il mare proprio mi manca! (ma non tarderà tanto).

96. Una settimana a Taizè

Arrivata a Taizè. Avevo un gran bisogno di pace, di relax e anche un po’ di tagliare da tutto e da tutti … problemi pratici e psichici per la malattia di mio padre, problemi pratici e psichici nella relazione con Mario (che è ancora in Canada e ormai mi sto molto stufando, se non ho già raggiunto il limite), allergia di stare a Milano per più di alcuni giorni di fila, e soprattutto un bisogno di ritrovare pace, centro, spirito, allegria.
È come andare a fare un’immersione in un’energia diversa e ritemprante e, poiché in questo periodo sono stata risucchiata dallo stress e dalla fatica, e dall’ansia e dall’obbligo di stare  a Milano (essendo di origini romagnole d’estate trasferisco studio, baracca e baracchini a Viserba e mi piazzo di base là. Stare a Milano, soprattutto d’estate mi fa l’effetto di essere in una serra soffocante dove non solo mi disintegro, ma perdo ogni contatto col fulcro vitale, non sentendolo minimamente in giro e sentendolo poco anche su di me, poiché l’aria lì è davvero così povera di ossigeno che ti ritrovi a respirare a metà, quindi a diventare adrenalinica senza motivi essenziali … spesso non riesco a rilassarmi nemmeno stando in casa senza impegni, perché è come si ci fossero delle macchinette che frullano il cervello senza mai fermarsi che producono ansietà senza spesso motivi oggettivi …
Tutto ciò mi ha causato come un buco spirituale che ha bisogno di essere ricolmato. Un buco dove ho bisogno di rimettere dentro le motivazioni della mia vita, la centratura dell’esistere, il rapporto con l’assoluto, la serenità del sentirsi limpidi accettati e in sintonia con l’universo. Sono sempre stati come dei perni fissi e importanti per me, anche se poi regolarmente questi perni cadono, si rovinano o li perdo di vista o smettono di funzionare … così arriva il momento in cui sento che urge rimettere i perni al loro posto portante, e rinnovare il contatto con le parti profonde.

 E’ sempre stato per me il cibo essenziale, e il contatto con la spiritualità è anche il motore della mia arte e del motivo del fare arte. Una spiritualità magari non canonica, non appartenente a gruppi specifici, una spiritualità a volte un po’ sbandata e altre volte un po’ più certa, ma sicuramente un centro di vitale importanza nella mia vita, il centro appunto. Il perno.

Non so se anche a voi capita spesso di sentire inequivocabilmente che questo perno si è perso o che è soffocato da tutto il resto, oppure di sentire che le esigenze degli altri e della quotidianità ti impediscono di fare spazio per questi bisogni, oppure ti impediscono di concederti le cose che sai che ti possono riportare in una dimensione centrata … Dopo parecchi anni di convivenza con me stessa, devo dire che un po’ mi conosco e so benissimo cosa mi occorrerebbe per stare meglio dentro e per vivere più serena, ma poi ti capita che ci sono delle situazioni forzate dove non ti puoi permettere di fare ciò che ti farebbe bene.
So che mi capite e so che capite cosa intendo dire.
Ed ecco che in una di queste voragini di sete interiore, grossa come il sole, ho deciso di partire per Taizè, di regalarmi una settimana di cibo spirituale, in compagnia di persone di tutto il mondo, nella vita semplice della campagna francese, cercando di non portarmi dietro nessuna zavorra, né sentimentale, né familiare, né progettuale … in teoria ciò non è facile perché sono arrivata ieri, ma ho ancora sul collo le problematiche che mi sono lasciata alle spalle e i pensieri che circondavano le mie giornate, ma ho intenzione, in questi giorni, di fare una bella pulizia salutare, e di cercare di arrivare nel punto del silenzio e del vuoto dove finalmente nuove e fresche energie si possono ricaricare e installare.
Sono davvero contenta di essere qua e di trovare, anche solo nell’energia delle 4000 persone di ogni nazione che sono presenti a Taizé, che meditano con canoni e canti di tutte le lingue, un po’ di cibo per la mia anima piuttosto sfibrata, acciaccata e leggermente malridotta … vi terrò aggiornati per sapere se questa pulizia e ricarica ha fatto effetto!

Vi mando un bacione. E’ l’ora della cena e di mettersi in fila per il pasto (qui i numeri sono davvero tanti, e tutti collaborano anche).

Racconto fotografico:
l’andata piovosa
il traforo del monte bianco
il rito della luce, la prima sera
ragazzi portoghesi schitarranti in plurilingue
il panorama
la piazza principale…
silenzio per entrare nella chiesa
il mio angolino magico
la fila per il pasto…
pazienza e sole per ricevere il cibo… 4000 persone…
 
si mangia ovunque
in mezzo al gruppo di rovigo…
senza titolo
cluny
ritorno
ghiacciaio del monte bianco a chamonix

95. Fughino in Germania per dOCUMENTA 13

Incollata a Milano per gravi problemi di salute di mio padre da più di un paio di mesi, ansia, tensione, caldo, fatica, corri di qui e di là, parcheggia e sparcheggia, frustrazione di avere tanti progetti in testa e non ho tempo per farli, l’aria che non mi fa respirare, la cappa che mi fa soffocare, sono uscita qualche stirato weekend ma nulla più, ma ecco che alcuni amici mi propongono un viaggio a Kassel per vedere documenta, un viaggio breve con molti kilometri, forse un po’ stancante, visto la già stanca situazione in cui mi trovavo, ma naturalmente la curiosità, la voglia di staccare e la passione per i viaggi e la compagnia hanno preso il sopravvento: giusto la sera prima della partenza ho deciso di andare et voilà alle 5 di mattina siamo partiti in 5 da Milano! A parte Filippo, l’artista curatore di “Corpi Scomodi” (conosciuto tra l’altro da poco a Cantù, anche se eravamo in contatto via e-mail da un po’), non conoscevo nessun altro, ma avevo molta voglia di rimettermi in gioco e di ritornare ai tempi in cui si prendeva e si partiva in compagnia.
Lungo viaggio, macchina comodissima, compagnia piacevole e divertente, alcune pause strategiche sul cammino, visitando luoghi molto belli, arriviamo a Kassel a notte tarda, complice anche avventure e disavventure in autostrada … (vi devo raccontare che a un certo punto siamo stati trainati con una corda da un tipo portoghese con furgone-casa, poiché eravamo in panne??) …
Documenta, sì che dire, bella, interessante, capillare, curata molto bene, brava Carolyn! Molta terra, molto corpo, molti progetti, processi, molta socialità, molta solidarietà, molti progetti di benessere, politici, di ricostruzione, di ecologia, di rapporto. L’arte sparsa e diffusa in tutta la città, come è solito essere in Kassel, documenta accade ogni 5 anni ma è davvero l’evento internazionale più ampio e di più solidi contenuti.
Tanto è stato scritto, e principalmente vi vorrei mettere un po’ di immagini. Però vorrei fare una considerazione, qui ora, a tarda notte (rientrata a Milano già stento a dormire seppure molto stanca, bah): ho visto delle scelte, curatoriali e artistiche, che vanno nella direzione del processo più che dell’opera, del fare e costruire realtà più che confezionare lavori. È una tendenza in cui mi riconosco, una direzione che anch’io cammino, e un desiderio, dell’arte e anche della società, di creare domande, creare benessere, creare vita. Non opere, ma vita. Mi ha molto colpito anche la rosa molto varia di artisti (e non artisti) invitati, che spaziavano da persone attive 50 anni fa ad alcune giovanissime, da nomi non conosciutissimi di artisti magari già scomparsi ma con un lavoro sorprendentemente attuale e comunicante, da reinterpretazioni di artisti già storici (come Morandi, esposte coi suoi quadri ma anche con le sue bottiglie reali, che diventavano una sorta di installazione più vera dei quadri … ) a progetti di artisti che non sono artisti (curatori, filosofi, ecc … ).
Ho goduto, a girare come una trottola, ma con molta calma e godendomi tutto, la miriade di opere e la miriade di luoghi, specialmente quelli sparsi nel grande parco, una sorta di caccia al tesoro per trovare le opere, installate dappertutto (nelle serre, nella casa del giardiniere, sul fiume, tra gli alberi …
Sono stati solo due giorni di Kassel, e due giorni di viaggio, non molto in verità, ma già sufficienti per farti ritrovare la bellezza del vivere e la bellezza di stare in compagnia. E sentire il sapore di libertà. E sentire il sottile fascino di essere mischiati nel mondo, e sentire il sapore dell’internazionalità, il sapore di altri mondi e di altre strutture (poi ogni volta che si va in Germania ci si sente stupiti e meravigliati ed estasiati da cotanta organizzazione e funzionalità (!) che un po’ ci fa pure invidia … ).
Beh, bando alle parole, ecco il posto alle immagini:

    il testo della curatrice sul muro d’ingresso del Museum Fridericianum (http://www.fridericianum-kassel.de/)

 potete vedere molte più immagini qui:
e qui se volete leggere alcuni articoli:
«Quello che i partecipanti fanno e quel che esibiscono a dOCUMENTA potrebbe anche non essere arte, il confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è è diventato meno importante» ha spiegato Christov-Bakargiev. La mostra «si occupa di momenti di trauma e di svolta, di incidenti, catastrofi, crisi» e il tema della distruzione e della ricostruzione è comune a molte opere. «dOCUMENTA a Kassel è volutamente scomodo, incompleto, carente. Penso che la confusione sia davvero meravigliosa», ha detto. dOCUMENTA (13) terminerà il 16 settembre.
ciao!

94. Performance e workshop a Cantù per ‘Corpi Scomodi’

Dopo la delusione di Genova ho passato momenti duri, sia per il morale, sia per il fisico, ma soprattutto perché papà ha avuto una grandissima operazione e dopo un mese e mezzo è ancora in clinica, e sia per me che per mia madre è stato un periodo di molta ansia e molto stress, anche se siamo state brave a farci forza e a sostenere la tensione e trasmettere la positività. Ma entrambe (e lei è magnifica ma ha la sua età) un po’ a turno, crollavamo, per poi rimetterci in sesto.
Una grande gioia di questo periodo un po’ duro e sofferente (anche se però è stata molto dolce la relazione con papà e la ripresa affettuosa del nostro rapporto che in passato aveva avuto punte di nervosismo e di incomprensioni) è stata la due giorni di Cantù nell’ambito del Festival ‘Corpi Scomodi’, un festival di performance urbane organizzato da Mondovisione e curato da Filippo Borella.
I ragazzi sono stati molto bravi. Hanno invitato e spesato molti artisti, trasformando la piccola ma ricca città di Cantù in un teatro di azione di vari progetti interattivi e performativi in dialogo con la città.
Ho visto molti progetti interessanti, conosciuto persone molto simpatiche, dormito benissimo un paio di notti in un fiorito (‘la finestra sul giardino’ si chiama …) bed and breakfast che mi avevano prenotato, mi sono divertita sia nel fare la performance che il workshop (eravamo in pochi ma mi ha dato una soddisfazione molto grande vedere come i partecipanti hanno goduto intensamente la cosa), ho avuto successo e complimenti … Insomma, una bella piccola ricarica in un periodo un po’ faticoso, e questo ci voleva! (Naturalmente, io che appena posso ho bisogno di natura come il pane, ho trovato anche il tempo per andare a fare il bagno in un piccolo laghetto vicino graziosissimo – il lago di Montorfano, che vi consiglio davvero).
“L’intervento che ho pensato per ‘corpi scomodi’ è concepito come un workshop e una performance di gruppo che coinvolge le persone del territorio. Mi interessa estendere alle persone la possibilità di diventare protagonisti di un’opera e di una performance. Mi piace pensare che la performance sia ‘amplificata’ divenendo un’opera in cui agiscono simultaneamente con me molte altre persone.
Il concetto che ho scelto di sviluppare in maniera ‘collettiva’ a Cantù riguarda il mio progetto in divenire ‘The Slowly Project’, dove si analizza, in maniera poetica e provocatoria, la dimensione frenetica e veloce della vita quotidiana, divenendo, attraverso il corpo e l’interazione con la città, icona e simbolo di altro.
Mi diverte l’idea di creare un folto gruppo di persone che attraverseranno con me la città di Cantù muovendosi a rallenti, mi immagino questa nube di persone che, come apparizioni, attraversano la città in maniera rarefatta e quasi surreale. E mi interessa, come al solito, l’interazione con il territorio e la città.
Perché corpi ‘scomodi’? Intanto perché fare questa performance è molto ‘scomodo’ e faticoso: camminare perfettamente a rallenti implica un lavoro di controllo e contrazione dei muscoli piuttosto difficile, che richiede molta concentrazione e strategie fisiche che insegnerò nel workshop. Il corpo dell’artista diventa scomodo per diventare un segno visibile per gli altri.
Inoltre il concetto di scomodo si può applicare al concetto di lentezza: a volte è scomodo prendersi il proprio tempo, il tempo del silenzio e del proprio centro, sembra un qualcosa difficile da permettersi, ma a volte proprio solo da questa provocazione scomoda e rarefatta sembra possibile trovare pienezza.”
Liuba,  giugno 2012

   The Slowly Project – performance collettiva e workshop, Cantù, giugno 2012

E’ un po’ di tempo che mi interessa un’arte che più che opera è processo e progetto, e che diventa parte integrante e attiva della vita delle persone.
Ho cominciato a lavorare uscendo dalle gallerie ed entrando ‘nel territorio’ 13 anni fa, cominciando nel 1999 quelle che ho chiamato ‘urban interactive performances’, e in quest’ultimo periodo mi interessa sempre di più sviluppare la parte interattiva e relazionale, e coinvolgere attivamente le persone nella performance.
Mi interessa tantissimo non solo comunicare emozioni ed idee e concetti ed estetica a un pubblico, ma anche fare in modo che il pubblico esperimenti dentro di sè il coinvolgimento emotivo, fisico, energetico e mentale che occorre per fare le performances, vivendosi dal di dentro l’azione.
Per fare questo ho deciso di proporre un workshop propedeutico alla performance, aperto a chiunque voglia partecipare alla performance. “Nel workshop i partecipanti faranno un lavoro su di sè, sul proprio corpo, sulla propria capacità di resistenza e di concentrazione. Si avrà la possibilità di vedere dall’interno come funziona la preparazione energetica e fisica per una performance, e di avere la possibilità di prendervi parte il giorno dopo”.
L’esperienza è stata molto bella e interessante, soprattutto mi ha colpito la contentezza delle persone che hanno partecipato alla performance, poichè agire a rallenti nel mezzo della vita quotidiana implica un lavoro su di sè di meditazione, di energia, di controllo del corpo, dei muscoli e dei movimenti, che diventa come un rito purificatorio e uno strumento di conoscenza di sè per chi vi partecipa. La gioia che ho avuto, non solo nel fare la performance e provocare reazioni nella città e nel pubblico, ma anche per la felicità di chi ha partecipato, è stata davvero grande.

93. Stasi, riflessioni, ripensamenti, letture, famiglia

Stasi, dopo la marcia col piede sull’accelleratore per tutti questi mesi e forse anni, ho sentito come il bisogno di fare un vuoto, uno stop, un blank, e dell’ordine.
Anche dopo i fatti di Genova, poiché la fatica e la successiva delusione dell’annullamento ti lasciano un po’ di dubbi e di bisogno di riflessione, o al minimo di ricentrarti e capire che motivazioni ti spingono a fare arte e a fare così tanti – eh sì, lo sono, – sacrifici. E a volte i dubbi e la stanchezza rodono, e affiorano, ed esigono di essere guardati.

In questo periodo mi sono occupata della mia famiglia e degli affetti, e soprattutto di sostenere mio padre in un impegnativo percorso di salute, con anche annessi ansia e preoccupazioni per la vicenda. E questo mi sta occupando tantissime energie, ma anche dando molta dolcezza.

E’ anche palese, qui in Italia, più che altrove dove sono stata, che questo periodo di ‘crisi’ sta contagiando tutti, sia nel morale, che nelle possibilità, che nelle frustrazioni. E’ un’energia bassa, piatta, spesso soffocante, in cui tutti più o meno, chi per un motivo o per l’altro, ci sono impastonati dentro. E queste energie si avvertono. E per una come me che ha le antenne ricettive e sensibili – spesso troppo e così tanto che assorbo umori e tensioni che mi circondano, anche mio malgrado – queste emozioni affiorano ancora più forte, e non si può non sentirle. Tanto più che, non so se per un fatto di incapacità o di costituzione, nella mia vita non riesco ad occuparmi di tante cose, a seguire tutti i giornali i fatti la politica o la vita pratica, ma sono per lo più volta a captare emozioni e pensieri, indagare intuizioni, percepire la vita, e poi cercare di tradurre tutto ciò col mio linguaggio. Ma non sono molto centrata e abile sulla vita pratica, tanto che tutti i problemi logistici e burocratici mi mettono un’ansia non indifferente (poi li risolvo, ma devo mettermi lì e scendere dalle nuvole, cosa che a volte non mi riesce proprio facile … ).
Mi fermo. Forse è una frase che non si capisce. Certo, non riuscivo a dormire, tra il cibo pesante al ristorante indiano e la grande afa di questi giorni, che ho acceso il computer alle 5 di notte e mi sono messa a scrivere (e fare qualche giochino, confesso), per cui non è che connetto benissimo, sono come in un flusso di coscienza, lento, caldo, pure un po’ strano.

Sto leggendo molto in questo periodo (forse sarò un po’ ovvia, però sto divorando un bellissimo libro sulla vita e le opere di Marina Abramovic, scritto molto bene, che mi entusiasma e mi diverte nel vedere anche tante affinità col mio modo di essere e di lavorare, e entrare nella vita dei ‘grandi’ mi aiuta a rifocalizzarmi) e ho pure intrapreso un corso per artisti in videoconferenza da Chicago che aiuta a focalizzarsi e ricentrarsi. Sono un po’ stanca di produrre. Devo riflettere.

91. A Genova per preparare The Finger and the Moon #3 e… il blocco

Appena rientrata in Italia e dopo qualche giorno di catalessi (ma perché sono sempre spompata? Certo, direte, faccio molte cose, ma a volte neanche poi tanto, oppure sì??) e di dormite ininterrotte causa fuso orario e annessi e connessi, mi sono dovuta subito catapultare mente corpo e cuore a Genova per l’ultimo slancio realizzativo del progetto ‘The Finger and the Moon #3“.
Era più di un anno che l’avevo concepito e visto nella mia testa, e poi deciso come e dove realizzarlo.
E da allora ho lavorato per concretizzare e dare realtà a questa visione stampata nella mia testa.

Una delle cose più caratteristiche e speciali del fare arte è il fatto di far diventare reale qualcosa che è immaginario, è il miracolo di trasformare un pensiero, idea, emozione, in un qualcosa di tangibile, dare realtà, ossia realizzare. Questo è il creare. Dal niente all’oggetto – o al progetto – dall’invisibile al visibile, e per compiere questo tragitto lo sforzo è spesso immenso, a volte titanico (almeno per me lo è proprio). Chi non realizza non sa cosa vuol dire. Si possono avere mille idee, si può passare il proprio tempo a pensare e programmare, ma è solo realizzando che si tramuta la realtà e si crea. Ma quanta energia ci vuole! Di pensare sono bravi tutti, di avere belle idee sono bravi in molti, ma è il realizzare le proprie idee che fa la differenza, e pochi ci riescono.
v. il progetto

A dire il vero questa volta non è riuscito nemmeno a me. Ma ciò non è dipeso da noi.
Ce l’avevamo quasi fatta. Avevo lavorato con un team che comprendeva la curatrice, l’antropologa, il direttore del museo, la stilista, la webmaster, il traduttore, qualche donatore … I fondi erano irrisori per l’entità del progetto e la fatica di fare tutto quasi a costo zero è stata immensa per tutti, specialmente per me e la curatrice che abbiamo dovuto fare le magie per coprire anche ruoli che non ci competevano, data l’impossibilità di pagare persone esterne, però siamo riusciti a portare a termine ciò che avevo ideato. E poi l’aiuto delle persone di Genova, che è stato affascinante e fondamentale.
Ho passato molti giorni in questa bella città (quanto è stata piovosa e umida però in questo periodo!), ospitata un po’ dal gentilissimo amico servas Carlo, che ha aiutato e collaborato in maniera generosa ed essenziale, e un po’ nella casa per artisti del Comune nella zona del Ghetto, vicino a via del Campo (una delle mie canzoni più amate di de Andrè!).

Insomma, alla fine ce l’avevamo quasi fatta. E avevamo coinvolto molte persone per fare la performance collettiva con me. Molte persone di diverse etnie e diverse religioni, come era la mia visione e il sogno che nutrivo nella mente. Il lavoro di contattare le persone, spiegare la performance e invogliarli a partecipare è stato uno dei più faticosi, ma anche il più affascinante. Un’arte che va in strada, nel territorio, fra le persone, che è vita, carne, contatto, ricerca, relazione … Ecco cosa cercavo. E tutto ciò stava accadendo. Ho avuto contatti con persone musulmane, buddhiste, protestanti, evangeliche, ortodosse, ebree, sikh, baha’i, cattoliche, africane. Avevamo documentato questo lavoro sul territorio con foto e video, per la successiva mostra, grazie anche all’aiuto di due giovani artiste genovesi che sono venute in giro con me, Elena e Luisa.

Pochi giorni prima della performance si viene a sapere che il museo non solo non ha luci per illuminare la chiesa gotica, ma nemmeno l’impianto audio. Salti, giri, richieste, apparizioni e fortuna ci aiutarono a risolvere anche questo problema, e all’ultimo riuscì a sistemare lo spazio come lo desideravo, con la video proiezione, le due musiche, le luci soffuse nella navata … è stato un duro lavoro di equipe, e tutto si stava risolvendo grazie all’aiuto di tutti … Anche della mia assistente Francesca che venne apposta da Milano il giorno della performance per portarmi il vestito/opera, che aveva avuto qualche problema dallo stampatore ed era pronto – a Milano – solo il giorno precedente.

Ce l’avevamo fatta. Io ero esaurita, con otite curata ad antibiotici e cortisone, l’ultima settimana avanti e indietro fra Milano e Genova (anche per problemi familiari che mi preoccupavano assai), ore di telefono per coordinare tutte le persone e rispondere alle domande tecniche di chi partecipava, preparazione psichica e fisica alla performance, gestione della regia collettiva, ma l’energia stava salendo, il venerdì abbiamo fatto le prove generali nella chiesa sconsacrata (ma quanto è bella!) con alcuni dei partecipanti, e tutti eravamo emozionati. sarebbe stata una sinfonia di credo, meditazioni, azioni, interazioni, emozioni, immagini. Eccoci.
Ci siamo. Mancano poche ore. E’ il 19 maggio, la Notte dei Musei, e il nostro progetto-evento-performance era parte del programma della notte dei Musei di Genova, alla chiesa del Museo S. Agostino. Ma succede un attentato a Brindisi. Violenza. L’Italia che è sconvolta. Una ragazza uccisa.
Io subito che penso – e Alessandra la curatrice ha pensato in contemporanea lo stesso – di dedicare il nostro lavoro, la nostra performance, la nostra meditazione collettiva  con persone di diverse fedi religiose, alla memoria di questa ragazza, all’opposizione alla violenza. Ancora di più tutti eravamo emozionati, e fare questa performance era un segno. Il nostro segno. Erano le nostre energie che desideravano fondersi, mostrarsi, anche levarsi contro, ma in pace, in positività, in arte.

E invece poche ore prima dell’inizio, nel pomeriggio, si diffonde la notizia ufficiale che il ministro ha bloccato la Notte dei Musei in tutta Italia. Ha fatto tacere la cultura. Ci ha tolto la voce. Ha vinto la logica della violenza. E vedere bloccato tutto è stato l’ennesimo controsenso che si esperimenta qui in Italia, dove già resistere è difficile, già continuare a lottare è duro, dove cercare di creare dei sogni è quasi utopia, e poi quando ci si è quasi riusciti, tutto si spegne per motivi quasi soprannaturali.
E’ stata una ferita forte.
Forse non mi sono ancora ripresa.

The Finger and the Moon  #3 non sarà annullato, solo spostato. ma bisogna riorganizzare tutto e ricontattare tutti, e ritrovare il tempo, l’energia, il coordinamento e la voglia di dare corpo anima cuore settimane e mesi per realizzarlo di nuovo … Abbiamo bisogno dell’aiuto e del sostegno di tutti voi.
(La performance si farà dopo la metà di settembre in data da definire, chi vuole avere info può lasciare un segno qui o mandare un email a info@liuba.net).

v. il comunicato stampa e l’email che annuncia l’annullamento

90. Rocambolando per l’Italia

Di solito,da anni e anni, quando finisco una performance ho una stanchezza tale e anche lo scarico della tensione e di tutta l’energia accumulata e usata, che dormo e larveggio per alcuni giorni, senza a volte riuscire ad alzarmi dal letto o a fare alcunché, e sono giorni in cui ti godi il non far nulla, in cui senti il corpo azzerato che sa come rimettersi in sesto, e da un lato ti senti beata e soddisfatta, dall’altra c’è sempre anche un po’ di tristezza e di interrogativo – del tipo: ma che senso ha tutto questo, tanto gran lavoro e poi cosa resta, ecc … – interrogativo che quando sei stanca come una larva può anche causare leggeri pianti depressi ma poi passa col rifiorire delle forze – bene, dicevo che di solito succede così, e il mio corpo va in catalessi per tre dì …
Ma questa volta il giorno dopo della performance corrispondeva al giorno prima dell’aereo, e invece di poter restare a cazzeggiare tutto il giorno, dormire, vedere amici e vagare per New York o magari sdraiarsi a central park, ho dovuto sforzarmi quasi piangendo perché non avevo forza alcuna, per liberare la mia camera, fare le valige (compreso fare alcuni miracoli per fare stare tutte le cose), andare a fare un’ultima foto della moschea per il progetto delle religione che mi avevano detto essere verso 30th street o giù di lì, e uscire con un mio caro amico appena rientrato a New York dopo mesi che non c’era …
Troppo per lo stato larvale del post performance. E non scherzo. E’ il fisico a non esserci. Cambio faccia, divento pallida, non riesco a muovere gli arti ma li trascino, tendo a stare solo orizzontale, il pensiero è più lento di una lumaca, e di solito piango per un nonnulla, e il cuore batte a tremila per lo sforzo. So che sapete cosa intendo. Energie residue -100.
Non era una bella sensazione non dare al tuo corpo e alla tua mente ciò di cui ha bisogno, e tantomeno pensare di attraversare l’Oceano e di andare altrove, e di chiudere per ora con questa parte di mondo. Io non sono per niente brava con i distacchi. Sia con le persone che con i luoghi. E paradossalmente forse per questo viaggio e mi muovo molto, per poter ritornare da chi ho lasciato, in un vortice quasi perverso di pezzettini che ti si staccano dentro. E naturalmente infatti avevo voglia anche di rientrare in Italia, con altre persone care che mi aspettavano, e finalmente un cibo decente, e una camera un po’ più larga (qui a Manhattan vivevo stretta come in un sandwich), e il progetto a Genova che si avvicinava e che avrebbe catalizzato tutte le mie forze per il prossimo mese … ma no, lasciatemi riposare per almeno una settimana, poi riparto. E invece l’aereo è lì, come un laccio al collo, e poi non sarebbe possibile rimandare, perché ho le scadenze italiane … e nemmeno è possibile partire senza fare i bagagli e dividere cosa mi porto e cosa lascio (lascio sempre alcune cose a New York che non mi sto a portare avanti e indietro, e che mi fanno sentire ‘casa’ quando torno … ). Non è possibile prendere l’aereo senza le cose (e tra vestiti per tre stagioni, tecnologia, materiali, libri, beauty case ben equipaggiato e le tante paia di scarpe necessarie, il gioco non è di quelli essenzialmente leggeri …
Distrutta, amebica, post performance, piangente dalla spossatezza, mi trascino a fare tutto, e poi alla sera mi sveglio pure e passo la nottata fuori col mio amico Ish (e poi mi dico vabbè, è l’ultima nottata a New York e mi sforzavo anche se ero fuori del melone dalla stanchezza … ).
Che dirvi, il giorno dopo metto la sveglia dopo poche ore, finisco di impacchettare tutto (devo anche correre a comprare un’altra valigia, e per far prima ci vado in bicicletta, compro un valigione enorme che persone gentili mi aiutano a fissare sulla bici e pedalo sino a casa con sta cassa di valigia in bilico sul manubrio … Insomma faccio tutto, prenoto taxi collettivo, faccio le ultime telefonate agli amici, e mi trovo al JFK dove per un motivo o per l’altro non mi riesco a rilassare nemmeno lì (tanto per cambiare qualche disfunzione imprevista dell’Alitalia, tipo caricarsi il valigione perché era l’unica compagnia aerea che non aveva il tapirulan per il check in. 
Prendo il volo. Adoro però l’aereo. Perché quando sei lì ciò che hai fatto hai fatto, un luogo diventa passato, e quello in cui vai è ancora futuro e non sta nella tua testa, quindi la testa è libera di volare, è leggera, è presente nel presente, è vigile, è paziente. E naturalmente quando arrivo a Milano, con le 6 ore perse nel fuso orario e una giornata in cui la notte non esiste e non hai dormito per due giorni, ecco che mi trascino da Malpensa verso Milano verso il taxi verso via Bramante verso il mio letto (anzi il divano letto della cucina) e mi incollo lì per due giorni e notti consecutivi, senza sapere nemmeno dove sono dove vivo e chi sono.

89. La performance al Grace Exhibition Space. Dietro le quinte e qualche foto

Avevo deciso di fare un lavoro sul cibo. 
Lo decido perché è la summa di un’esperienza pluriennale del mio stare qui a New York, oltre a un’esperienza pluriennale di interesse alla qualità del cibo, al mangiare bene e alla cura naturale. In più qui in America più che altrove, il cibo – come tutto – è oggetto di marketing sfrenato e tutto fa capo ai soldi. Ho vissuto e pensato e sperimentato tantissimo su questo argomento e fatto riflessioni composite per molti anni. In più questa volta, arrivando a New York a gennaio, ho cominciato subito a fare una serie di fotografie centrate sul rapporto col cibo. Per cui ora era proprio giunto il momento di parlare di questa cosa, e parlarne voleva dire usare il mio linguaggio, e fare un’azione di performance mista con foto e testi, dove ho messo tutto ciò che volevo dire, che sentivo, pensavo e comunicavo. (Credo che noi artisti creiamo cose perché non siamo capaci di esprimere con un linguaggio comune la sottigliezza delle cose che vorremmo esprimere, e allora ti devi trovare un linguaggio appropriato per comunicarlo).
Ovviamente avrei potuto fare al Grace Exhibition Space un lavoro già preparato e già sperimentato, dove non avrei avuto la vertigine dei tempi della creazione e dei tempi stretti della scadenza, ma sapevo che questo nuovo “Food Project” era ciò di cui avevo esigenza ORA di fare e che lo dovevo assolutamente fare in America, perché è stato incubato qui, e il linguaggio che voglio usare ha senso qui. E sempre un po’ sacrificandomi per l’arte e per esprimermi, mi sono messa in questa gara di preparare e inventare tutto per tempo (e poiché a New York le cose accadono, ma tutto è veloce, ho avuto la conferma della data solo un paio di settimane prima e non si sarebbe potuta rimandare più in là, perché dopo dovevo prendere un aereo …).
A volte invidio un po’ le persone che lavorano nel teatro. Loro producono degli spettacoli, impiegano le risorse per molto tempo, poi però per magari un anno, o comunque moltissime repliche, vanno in giro a portare quello stesso spettacolo già preparato. Almeno la fatica della preparazione ha i suoi benefici e viene diciamo, sfruttata … Invece per noi non è così. Nell’arte contemporanea, e nella performance, ogni evento è unico e irripetibile. Ogni performance è un qui ed ora, hinc et nunc, irripetibile. A volte ho impiegato anche anni a preparare dei progetti (v. per esempio la complessa performance ‘The finger and the Moon #2’) e poi la fai una volta sola. Poi impiego pure molti mesi per lavorare ai video. E basta. Fine. Il lavoro rimane. E’ esposto. Viene visto, ma non si ripete. A volte ciò mi frustra un po’. Eppure poi sono io per prima che lo scelgo: infatti quando mi invitano a ripetere le performances, io di solito non lo faccio. Al limite, se mi interessa, parto dal progetto ma lo modifico adeguandolo al territorio e allo spazio. Credo proprio che una delle differenze più sostanziali tra la performance art e il teatro sia proprio questa ‘unicità’ versus la ‘ripetibilità’, la presenza dell’esserci Vs la recitazione di qualcosa. Non dico una è meglio una è peggio. Sono solo sostanzialmente diverse (tanto è che nel passato mi offrirono più volte di ‘recitare’ a teatro, ma non ne sono minimamente capace né mi interessa, perché riesco solo a fare ‘me stessa’ ed esprimere ciò che sento in quel dato momento).
Cosa ho fatto per la performance a Brooklyn? Ho creato una videopresentazione con le – belle – foto fatte in questi mesi newyorkesi sul cibo, sul marketing, sui dollari e la fame. Poi ho scritto dei commenti poetici alle foto che ho messo in parallelo nel video e ho mandato il video, grande, a tutta parete, durante la performance, con la funzione di contrappunto e dialogo con l’azione live, in quanto ciò che facevo con le azioni era spesso in contrasto e contrapposizione con ciò che la gente vedeva nel video. E, sia giocosa che professionale, precisissima, ma ironica, mentre andavano le immagini e le riflessioni, ho cucinato live per 30 persone. I puri, perfetti, decantati e amati spaghetti col sugo fatti a regola d’arte (ovviamente, dato che sono italiana), di quelli da leccarsi i baffi e che in America non sanno cosa sia ma che adorano anche con i surrogati, e poi ho invitato il pubblico a condividere il cibo, a fare festa, a fare banchetto. Perché il cibo è anche incontro, e non solo sfruttamento, è socialità, e non solo biologia, è dono e non solo marketing. Ho voluto appositamente portare lì una parte importante della mia italianità, il rapporto col cibo e la socialità ad esso connessa. Avevo il bisogno di dichiarare la mia identità e la mi appartenenza. In modo evidente, ma non banale.
Ancora per una volta la mia performance era un dono, perché mi sono spremuta come un limone per un mese, ho dato ogni mia fibra (compreso lo stress della stanchezza) e come spesso accade non ho preso il becco di una lira, ma il senso del dono del cibo e del darsi e dell’offrirsi era anche uno dei sensi del lavoro.
(P.S. Per cucinare cotanta roba al Grace Exhibition Space ho letteralmente smontato la cucina dell’appartamento in cui vivevo nell’East Village, e devo essere grata a Fred, il mio padrone di casa, per avermi lasciato usare e trasportare attrezzi vari e pure la sua cucina a piastre elettriche …
Inciso: – consiglio a tutti gli aspiranti performer e artisti di essere maschi o mascolini principalmente, o fare molto sollevamento pesi, perché così si riescono più facilmente a sgroppare tutti i materiali che occorrono perchè si fa una fatica boia (io sono robusta in molte cose ma la forza nelle braccia no, non ce l’ho proprio, e o stramazzo o devo chiedere aiuti vari a destra e a manca o a pagamento …) – fine dell’inciso.
Alcune foto
 ‘The Food Project. Performance 1″   © liuba 2012  – Grace Exhibition Space, Brooklyn, NYC
(Le immagini dell’ultima parte non le ho perchè sono nelle riprese video che non ho ancora scaricato…!).

88. Montreal/New York e performance ‘to do list’

Rientro a New York da Montreal con emozioni a palla: il distacco che sempre fa male, tanto più perché è stato un distacco di pochi giorni insieme, passati nella burrasca, e quando il mare è tornato liscio e trasparente era ora di partire. E partire voleva dire non solo andare a New York, ma poi dopo riattraversare un oceano e sei ore di fuso orario e tornare in Europa, in Italia, e sentire la frattura della nostra distanza moltiplicarsi.
Rientro a New York e una nuova performance imminente, con la dose di incognita, imprevisto, fatica e lavoro che mi aspettava. Già da parecchio la stavo preparando, ma gli ultimi giorni sono sempre i più densi  – quelli dove non ti puoi permettere deroghe, perché se c’è una cosa da scegliere e da preparare, la devi scegliere e preparare da un momento all’altro, e non puoi andartene a dormire o passeggiare, nemmeno se sei molto stanca (e la fatica sta proprio in questo costringere il cervello il cuore e la fantasia al lavoro anche se ti chiedono di riposare …).
Rientro a New York da Montreal e dopo poco rientro in Italia, non so più di dove sono e a chi appartengo. Un po’ ne ho voglia e un po’ no, un po’ non vedo l’ora di ritornare a una modalità di vita che mi appartiene e mi manca, così come non vedo l’ora di vedere le persone care, ma al tempo stesso non sono pronta ad andare via da qui, tutto è troppo veloce e ho bisogno di più tempo. O di vite parallele. E’ come se le vite scorressero parallele in più luoghi, e mi ci vuole tanto tempo per ciascuno.
Faccio le 12 ore di pullman per New York con queste emozioni contrastanti, intense, struggenti. Arrivo a Manhattan distrutta e senza nemmeno il tempo di riposare o di ascoltarmi. La “to do list” per la performance incombe e, chi realizza cose lo sa, mi ero fatta un calendario improrogabile per farci stare tutto ciò che dovevo fare e che occorreva ultimare (finire il video, decidere le immagini, comprare i materiali, trovare arnesi, rivedere i testi, scegliere vestiti, ecc … pazzesco come lavorare con la performance sia a volte lavorare a 360 gradi …) tra qui e l’ora della performance, e ogni deroga non era concessa.
Mille equilibrismi per fare tutto … Mi sentivo come l’elefante di Union Square …
Miquel Barcelò, Grand Elefandret
  (http://www.nuok.it/nuok/gran-elefandret-l-elefante-equilibrista-di-union-square/) 

87. Voglio scrivervi di così tante cose..e bus cinese

Voglio scrivervi di così tante cose, tante ne succedono – sia fuori che dentro di me – tra nuovi progetti creativi a cui sto lavorando, nuovi contatti e conoscenze, programmazione di performance future, gestione dei progetti che mi aspettano in Italia, e poi riflessioni, pensieri, aneddoti, cose che vedo, sento, percepisco e respiro … Mentalmente vi scrivo ogni giorno, con un sacco di cose da dire e condividendo ciò che mi frulla in testa, ma poi non rimane il tempo per scriverlo, e trovare il tempo per scriverlo è un impresa, con la valanga delle cose che si accavalla, i progetti che si intersecano, le energie per spostarsi, e i rapporti con le tante persone care (raddoppiati perché sono sintonizzata con le persone care in Italia e con quelle di qua) …
E’ buffo, ora sto scrivendo, un po’ mezza storta e al buio – ma sul computer non sul quadernetto – mentre sono sul bus cinese che mi porta a Washington a trovare Stefano (il Mengoz!) per il week-end! Sono su questo pullman scassato che parte da Chinatown New York e arriva a Chinatown Washington con partenza ogni ora e per il prezzo ridicolo di 20 dollari..
E’ stato un po’ strano entrare in questo pullman gremito e pure non trovare il pullman delle 6 ma dover aspettare quello delle 7, ma è interessante provare questa esperienza e poi ho voglia di vedere Stefano, credo che non ci vediamo da una decina d’anni … a Bologna, al primo anno di Università (e per qualche anno) abitammo insieme e lui era un po’ come un fratello maggiore. Poi dopo l’università se n’è andato a Chicago con borse di studio per studiare e insegnare il liuto, e da allora vive negli Stati Uniti insegnando musica all’università … abbiamo deciso di incontrarci a Washigton che è un po’ a metà strada per entrambi, perché lui ha una conferenza ed è lì per alcuni giorni. Per cui ok, mi vedrò Washington,  a passerò il week-end col mio vecchio amico. Bene! Avevo un sacco da fare, a dire il vero, ma generalmente nella mia vita metto sempre al primo posto l’amore e i fattori umani, e mi sono sempre trovata bene!
… Così sto scrivendo tra una curva e l’altra del pullman cinese (perché prima che non scrivevo andava dritto come un fuso in autostrada e ora è tutto uno curva??) Ah, dulcis in fondo, ho Cesaria Evora nelle mie orecchie che da questo incantamento magico contribuisce a un mood meraviglioso e misterioso di questo piccolo viaggio nella notte americana sul bus cinese peno di gente di ogni razza (e odori vari).
i famosi ‘cherries blossom’ a washington

86. Settimane intense a New York ( e un salto a Montreal…)

Queste ultime settimane sono state veramente intense, come sempre e spesso accade a New York. Il ritmo di Manhattan è piuttosto vorticoso, e ti avvolge, però ciò che mi piace è che questa città è provocatoriamente contraddittoria, per cui si trova il ritmo vorticoso e anche la quiete più pacifica …

Ho fatto veramente di tutto … siete curiosi? Ecco una lista sommaria di queste ultime settimane … !

– Messo l’annuncio su graig list per trovare il web designer che mi aiuta a sistemare il sito del progetto finger moon;

– Ricevuto una valanga di risposte in un paio di giorni, e mi ci sono voluti alcuni giorni completi per valutare i lavori e gli esempi delle persone che si offrivano, e selezionarli per un ‘colloquio’;
– Visto le persone selezionate e scelto la persona (una donna, tanto per cambiare … ) che mi è piaciuta di più, come professionalità, idee proposte e compatibile col budget limitato che avevo a disposizione (e questo grazie a un donatore prezioso che sta sostenendo ‘the finger and the moon’ project);
– Visto molte performances, sia al grace exhibition space, sia ad exib art;
– Visitato il New Museum (mostra the ungovernables: mi è piaciuta parecchio, molti lavori interessanti, a volte molto semplici, ma sotto una lieve nuova variazione di prospettiva. Molti lavori provenienti dai paesi ‘emergenti’, come Brasile, Sud America, India, nord Europa, paesi arabi …);

– Visitato la biennale del Whitney (pollice verso per quasi tutto). Sembrava di essere a una delle più banali mostre di fine anno scolastico, prove e pasticci vari, e nemmeno un articolazione espositiva efficace o interessante …- l’unico lavoro che ho goduto è il Circus di Calder, che non faceva parte della biennale, ma era nella sezione delle opere permanenti …(foto a lato);

– Sono andata a Washington per 2 giorni per rivedere il mio amico storico Mengoz che vive in America da 20 anni e che non vedevo da più di 10 (lui vive vicino a Detroit e fa lo storico di musica antica insegnando all’università). Abbiamo camminato a non finire e parlato e ruota llibera e a raffica delle nostre vite per tutto il giorno e mezzo che siamo stati insieme. A Washington ho anche fatto un’azione lenta in omaggio alla giornata della lentezza 2012 
– Ho tenuto costante contatto con la mia assitente Francesca in Italia, che sta facendo un preziosissimo lavoro di archiviazione cartelle, press e progetti, con la mia collaboratrice antropologa Barbara e la curatrice Alessandra  per lo sviluppo dell’imminente performance ed evento collettivo di Genova
– Ho lavorato a due progetti in progress, site specific su New York: uno è il nuovo progetto del cibo (sto soffrendo non poco con la qualità del cibo che mangio, pur stando quasi ossessivamente attenta a cosa compro o a dove mangio … )‘the food project’ che per ora è incominciato con una serie fotografica estetica-denunciante-riflessiva che ho scattato andando in giro e frequentando la città.
– L’altro è progetto è ‘the finger and the moon’, in corso da parecchio, ma con un nuovo step: sto scattando fotografie alle miriadi di chiese/templi/sinagoghe che ci sono a New York, le più disparate immaginabili e con un mix di architettura, vita, spiritualità sommersa dall’urbanità, che è molto interessante. Questo corpus di immagini del  progetto mi servirà sia per la mostra che per la performance di ‘finger and the moon #3’ da farsi a Genova.
– Ho programmato con jill del Grace Exhibition Space la mia nuova performance sul cibo che farò in questa galleria, e abbiamo faticosamente fissato la data del 16 aprile (poiché io il 18 parto) per cui tutto piuttosto di fretta come al solito, ma qui a New York le cose sono così tante e rocambolesche che a volte si riducono con tempi molto stretti, però almeno qui le cose SUCCEDONO. ‘Make things done’ come dicono qua. Ed è vero. 

– Ho comprato, cambiandola due volte (ma per fortuna qui da H & B – o B & H? non ricordo mai … – compri una cosa, la provi e poi la cambi o la rendi se non ti piace), una nuova macchina fotografica con video HD da bomba e super leggera, che è stato il mio indispensabile strumento per le mie foto site specific. Ma che fatica per me comprare la tecnologia, quando ci sono mille proposte, mille differenze, e mille prezzi dalla a alla z … Ho comprato anche una videocamera HD molto buona con un prezzo interessante, ma non l’ho ancora provata bene (e ho sempre tempo per restituirla) … ma ci ho impiegato un mese a vedere modelli e decidere (e non essendo io una tecnica esperta, ma essendo molto esigente e non ricchissima, mi agito tantissimo … ).
– Ho avuto un’otite fortissima con male alle tempie, che mi ha costretto ad andare al pronto soccorso (poiché non sapevo dove andare) e a farmi toccare con mano il servizio sanitario di qua (quando vi racconterò … ) che fortunatamente con una doppia dose di antibiotici è guarita (spero sia sparita del tutto), ma ho avuto il mio bel da fare a giostrare con la logistica della città, le cose che sto facendo e la forte stanchezza causata da questa cosa …
– Ho passato il giorno di Pasqua con Mario, la mia migliore amica americana Nora e il suo fidanzato, a mangiare i famosi pancakes con mirtilli di Nora e finalmente a sentirmi in famiglia e con le persone a cui voglio più bene
– Ho comprato delle scarpe-sandali estivi di cui sono contentissima, un giubbino di jeans e un vestito optical, con rapporto qualità prezzo eccellente (non mi piace molto fare shopping, però devo dire che ho un occhio fino, e quando non cerco riesco sempre a trovare la cosa di qualità col prezzo giusto, o spesso con un super affare!).
– Ho tagliato i capelli dalla mia parrucchiera brasiliana che l’anno scorso mi è piaciuta tanto, ma questa volta non sono stata molto soddisfatta, e poi mi sono tagliuzzata i capelli da sola per personalizzarmi il taglio (non li volevo corti, ma nemmeno così lunghi come erano, li voglio di differenti lunghezze … ) … forse devo pure ritornarci, perché anche con questi ultimi ritocchi non è che sia proprio un granché (però meglio di quando erano lunghi e dritti come prima, che non si addicono al mio viso e al mio carattere).
– Ho preso il bus per Montreal (sono arrivata ieri sera) perché, dovendo preparare la nuova performance del 16 aprile (per la quale sto creando un video da proiettare live)  ho bisogno di stare al computer tutto il giorno, per cui ho pensato è meglio farlo a Montreal condividendo almeno la sera con Mario – che poi partirò per l’Italia e non si sa quando ci rivedremo – che non stare a Manhattan chiusa in casa nella piccola stanzetta (però anche Mario qui si è preso una casa che è microscopica e buia … ).
Beh, ciò che mi piace di New York è che si riescono a fare cose come in un anno altrove, anche se tutto però è molto faticoso, e questa volta ho sentito molto alcuni difetti e alcune cose difficili di questa città, e, a dirla tutta, Manhattan a volte mi sembra quasi in ‘decadenza’, turistica, superata (ho questa impressione netta, e la sto sentendo da alcune altre persone, sia che vivono qui o che ci vivevano. Qualche fermento nuovo c’è in Brooklyn, ma credo che i tempi d’oro della grande mela forse siano acqua passata (o no?).
Ah, e poi ho scritto un sacco di blog … !! Guardare post passati per credere 😉  
(E un po’ stanchina lo sono … ).

85. Manca solo una settimana … e foto templi …

Come molti di voi già sanno, sto lavorando da più di un anno al nuovo step del progetto ‘The Finger and the Moon’ (che sarà il #3), e si terrà a Genova il 19 maggio di quest’anno (non vi preoccupate, rientro in Italia per tempo, anzi un mese prima e mi piazzerò a Genova per mettere a punto tutto il lavoro di preparazione e di coinvolgimento delle persone … Intanto però qui a new York ho trovato ispirazione per fantastici preparativi anche per questo progetto!).

E’ un ampio progetto che comporta un lavoro di equipe, e che coinvolgerà moltissime persone in una performance collettiva.


Manca solo UNA SETTIMANA per sostenere, tramite l’apposito sito online, questo imminente progetto di performance collettiva  programmato per maggio a Genova.  Il piccolo contributo di tutti voi è fondamentale perché l’operazione riesca!!   
E ciascuno di voi può partecipare alla performance, se lo desidera!

PER PARTECIPARE E /O SOSTENERE ‘THE FINGER AND THE MOON #3:

Clicca qui ENTRO il 3 APRILE 2012!

 http://www.indiegogo.com/The-finger-and-the-moon?c=home




Nel frattempo, come regalo in anteprima (ah, se accedete al sito e fate una anche pur piccola donazione, riceverete in cambio dei lavori firmati del progetto … E spero con tutto il cuore che ne rimarriate contenti!)
come regalo in anteprima, dicevo, vi metto alcune foto della serie sui templi/chiese che sto facendo qui a New York.
Enjoy! (come dicono qua per quasi tutto, e a me piace molto questa espressione).

   
  
Liuba – The Finger and the Moon #4 – new photo series (all right reserved)

84. La giornata della lentezza 2012 a Washington

Quando ero a Washington cadeva la giornata della Lentezza 2012, organizzata dagli amici italiani di ‘Vivere con Lentezza’. Sia loro che io da anni lavoriamo sulla lentezza ed è stato naturale che ci siamo incontrati e conosciuti e abbiamo fatto sinergie insieme. Il nostro incontro è avvenuto l’anno scorso a New York, quando Bruno Contigiani mi contattò chiedendomi di partecipare alla giornata mondiale della lentezza col mio ‘Slowly Project’ e abbiamo lavorato insieme a New York (per vedere info sul mio SLowly Project guarda qui).
Quest’anno la giornata si è celebrata il 26 marzo e ho accolto l’invito sempre di Bruno a preparare un evento ‘slowly’ da inserire nella rosa di iniziative concomitanti per quella giornata. E quindi feci un’azione lenta davanti alla Casa Bianca, lentissima, così lenta che non sono riuscita nemmeno ad entrare bene nella foto …


83. Nuove foto dello zio Elio

Archiviando alcune nuove foto dei mei work in progress newyorkesi, ho trovato in una cartella queste bellissime foto dello zio che riceveva l’Ambrogino d’oro a Milano, fatte da Mario, e non ho resistito dalla voglia di condividerle con voi, con affetto immenso per lo zietto. La cerimonia è stata qualche anno fa, e se pur vi dovete sorbire l’allora Assessore alla Cultura, vi addolcisco con una chicca: una delle rare foto private della mia famiglia (quella che vedete accanto a mio zio è mia mamma, sua sorella, dietro fa capolino mio padre, e a sinistra ridendo c’è la zia …).

Elio Pagliarani riceve l’Ambrogino d’oro a Milano (foto: Mario Duchesneau)

82. Occhi e vuoto in Flushing, Queens

Come vi dicevo nel post precedente, alcuni giorni fa sono andata a Flushing, capolinea della linea 7 nel Queens.
Mi avevano detto che in quella zona c’era un’area piena di templi di ogni religione, uno accanto all’altro. Poiché ciò mi interessa molto, per il progetto delle religoni che sto sviluppando, e per la serie fotografica a cui sto lavorando qui a New York sulle varie – e strane – e numerosissime chiese, e templi, e luoghi di culto di ogni ordine e grado, ho preso la mia metro e sono andata in fondo al Queens a Flushing.
Devo premettervi però, per darvi l’idea dei miei ‘feeling’, che nei giorni precedenti era piena primavera, con sole tipo maggio e un’esplosione di fiori.

(Beh, vi metto la foto, finalmente mi sono comprata una buona macchina fotografica da tasca e giro facendo le foto … ), mentre quel giorno, poco dopo essere uscita, mi ero accorta che era inaspettatamente freddo ed ero vestita inadeguata (- ma non avevo voglia di tornare indietro a cambiarmi). Inoltre, il cielo era cupo e grigio e umido, come i giorni di autunno a Milano …

Con questo sfasamento metereologico nelle ossa e un po’ infreddolita, scendo dalla metro 7 accompagnata da un fiume di gente e mi trovo in mezzo a una super brulicante altra Chinatown dove faccio straordinarie foto di cibo ammassato sulle strade e cheap chino take away food (mamma mia … ), che vanno bene per il mio progetto sul cibo, ma mi mettono un po’ di depressione (queste foto sono un progetto artistico inedito, e non ve le metto qui … 🙂
Rimango attonita al vedere un formicolio di gente, di cose, di volti, di tutte le razze ma tutti grondanti povertà e fatica. Vado un po’ di qua e di là, ma non c’è traccia dei templi, o almeno io non trovo nulla. Chiedo alle persone, ma non trovo quasi nessuno che parla inglese (?!), quei pochi che lo parlano mi guardano diffidenti quasi mandandomi a quel paese con gli occhi.

Gli occhi.  Ho girato e rigirato per quelle strade infreddolita alla ricerca dei templi, e vedevo occhi spenti, occhi zombi, occhi vuoti, occhi arrabbiati, occhi depressi, occhi rassegnati …
Percepivo e sentivo sulla mia pelle la fatica di vivere, l’abbruttimento della miseria, la diffidenza di chi ‘resiste’ e non pensa … Questi corpi, questi occhi, queste energie mi erano entrate dentro la pancia e vagavo per le strade di Flushing assorbendo tutte queste vibrazioni e sentendomi anch’io contagiata, arrivando a sentirmi piccola, fragile, brutta, sola, inutile … Non ho mai visto una concentrazione così fitta di persone abbruttite dalla vita.

Non ho visto qui la miseria nera che si può trovare in altre zone del mondo, ma la noia la cattiveria la diffidenza e l’abulia di chi fa una vita dura, di chi fa una vita piena di fatica e poca gioia, di chi è abituato a stare nel ghetto (nei margini lottando per non sprofondare) e diventa di pietra per sopportarlo … Sento ancora quelle sensazioni addosso, e vedo ancora quegli occhi vuoti senza pupille spenti dalla vita.
Sono stata malissimo. Purtroppo o per fortuna ho delle antenne sensibilissime, ultra sensibili, per captare le energie e le cose che non si vedono – ma che ci sono. Questa sensibilità mi aiuta a penetrare i livelli di profondità dell’esistenza, a percepire istintivamente le persone, a capire e sapere le potenzialità e le energie dei luoghi, ad avere un intuito sottilissimo … però fa sì che spesso io sia contagiata da queste onde sottili e mi accorgo a volte di assimilarle, senza potermi difendere, come se un grande vento mi arruffasse i capelli e non ci puoi fare niente ( i capelli tornano a posto solo squando vai via dal flusso del vento … ).
Spesso mi accorgo che gli altri non lo vedono questo ‘vento’, ma io lo percepisco spesso, lo sento, e a volte non riesco a difendermi se non andando via. Ciò mi capita ovunque: a Milano per esempio, quando percepisco le ondate di stress della città che mi si sbattono in faccia impedendomi a volte di pensare anche se sto tutto il giorno in casa, o quando devo spostare un letto per riuscire a dormire … sono una dormigliona e non ho mai problemi a dormire, ma a volte mi capita di dormire in letti – e sapete che viaggio parecchio … – in cui non prendo sonno e rimango con gli occhi sbarrati sentendo energie che mi impediscono di dormire … poi ho imparato che risolvo la faccenda spostando in qualche modo il letto o spostando la direzione in cui dormo, e subito mi addormento.
 Allora, l’altro giorno nel Queens è stato doloroso e drammatico, ho vagato anch’io come una zombie – e non ho trovato la zona dei ‘templi’, solo qualche chiesa o sinagoga o tempio sparso qua e là, come ovunque a New York. Sono tornata a Manhattan e ho vagato tutta la sera come una zombi anch’io, senza meta e senza senso (ricordo di essere andata verso Wall Street per un supposto concerto a Trinity Church alle 7 che non c’era, poi ho preso il treno per Brooklyn, ho preso un caffè e sono tornata indietro, ecc… ecc … ).

Questo è il risultato della giornata a Flushing…vi pubblico questa foto in anteprima. All right reserved.

New York è 20 città al tempo stesso, ci sono zone giganti, zone ricchissime, zone solo di lavoro, zone di business, zone di vita di strada, zone di divertimenti,  zone di certe categorie di negozi, zone sporche, zone verdi, zone rumorose, zone tipo paese, zone ultratecnologiche, zone afroamericane, zone russe, zone cinesi, zone coreane, zone ebraiche, zone ispaniche, zone indiane, zone commerciali, zone residenziali, zone di gallerie, zone di teatri, zone di barche, zone di disperazione, zone di gioventù, zone di milionari, zone di reazionari, zone di vacanza, zone di fatica, zone di depressione, zone di euforia … e ovunque tanta gente, tanta umanità, miriade di storie, talenti, sentimenti, capacità, idee, consumi. Numeri immensi, così come spazi immensi, giganti, e movimenti e flussi senza fine. La vita scoppia gira esplode giganteggia soffre esulta ama cade e sussurra in questa metropoli che è il mondo, e che non si ferma mai.

(Testo scritto sempre sul bus cinese, di notte, sul mio quadernino, mentre tornavo da Washington). Rivedere Stefano è stato molto bello e intenso, anche se tra parlare girare viaggio e tutto è stato parecchio stancante, e mi ha incuriosito pure Washington, così monumentale, così pulita e ordinata, lontano anni luce da New York … Sono stata solo due giorni a Washington, ma il suo carattere l’ho percepito bene, è monumentale, pulita, ordinata, borghese, noiosa, precisa, un filo deprimente e parecchio magniloquente … (Mi sembra in parte di essere a Milano, per alcuni aspetti sono analoghe, e ho pensato che non vivrei mai a Washington … ).

81. Coney Island, Queens e performances a Brooklyn

Ecco finalmente vi scrivo, sono nel mio angolino magico, che mi sono conquistata (ossia ho procrastinato varie cose e mi sono fatta più di un’ora di metro – anzi un’ora e mezza perché c’era un guasto) e sono venuta qui per ricaricarmi, e anche scrivere. Scrivo sul quadernino, poi lo dovrò copiare, che poi ho anche il computer dietro nello zainetto, ma non è il caso di usarlo sulla spiaggia … sì sono davanti al mare, seduta sullo scoglio col sole davanti: oggi è una giornata stupenda, so che il week-end sarà più bruttino e piovoso (dovrò andare a Washington, ma non è un problema, ci vado per vedere il caro Mengoz dopo tanti anni!! – Prima coabitazione di casa a Bologna, primo anno di Università …) e quindi ho seguito il mio corpo, il mio istinto e la mia necessità e sono venuta a Coney Island. Amo questo posto, prendi la metropolitana da Manhattan e ti fai tutta Brooklyn, ma poi il treno ti lascia a pochi metri dall’Oceano (certo che dire questa parola fa effetto, ma è proprio così che si chiama … ).
Sono arrivata qui per pensare, respirare, sentire il mio corpo, trovare un silenzio decidere, prendere lentezza.(una cosa molto stancante di New York è che è rumorosissima, anche se a volte tutti quei rumori sono gioiosi, perché è una vita che scoppia ovunque in questa città mai ferma).
Ieri sono stata nel Queens, al capolinea della linea 7, a cercare la zona dei templi multi religiosa per il progetto fotografico-performativo sulle religioni (+ tante foto per il nuovo progetto sul cibo che sto facendo) ed è stata una giornata molto dura.
Vi racconterò in un post a parte prossimamente, della miriade di persone, della disperazione che ho visto, degli occhi vuoti delle persone, della fatica di vivere che ho sentito e percepito sin dentro le midolla e di come io ne sia stata penetrata e mi sia sentita uno straccio, e di come NY siano almeno 20 città diverse, e di come la moltitudine di volti, persone, numeri sia impressionante ovunque, e di come ci sia gioia e disperazione e disponibilità e diffidenza in uno scambio senza sosta e imprevedibile …
Ma oggi invece vi racconto di Coney Island. E’ un posto che amo (forse l’ho già detto, ma fa niente, lo ripeto!) Primo: c’è il mare e c’è la spiaggia. A New York fortunatamente c’è il mare da tutte le parti, ma le spiagge sono rare, oppure lontane. Secondo: c’è la spiaggia, ed è puntata verso sud (credo), ossia vado là per prendermi il sole in faccia guardando il mare, e da trequarti riminese quale sono, per me prendere il sole nelle ossa su sabbia e/o scoglio, è un cibo primario ed ineludibile. Terzo: è un posto assurdo di contraddizioni mass popolari, col nuovo e il decandente, la desolazione, il lavoro, l’ilarità e la multiculturalità della vita americana più provinciale e suburbana ma al tempo stesso metropolitana.

Quando sono arrivata, invece del sole sfavillante che c’era a Manhattan c’era una nebbia quasi felliniana: tutto bianco, ovattato, annebbiato, ma non freddo. Il mare non c’era. Nebbia bianca ovunque, e la sirena (si sente anche a Rimini quando c’è la nebbia) che suonava ritmata. La nota felliniana era che in mezzo a tutta sta nebbia bianca e fumosa, c’era gente ovunque, anche in costume da bagno, sdraiata sulla sabbia o che giocava a pallone come se niente fosse (per me era freddino senza il sole … siamo a marzo d’altronde, anche se col sole c’erano 28 gradi!, ma senza molto meno … )

Quindi, uscita dalla metro e vedendo sta grande nebbia,mi sono detta: ok, non posso prendere il sole e scrivere sulla spiaggia, quindi farò come fanno gli americani: vado a mangiare i famosi hot dog da natan’s (da specificare che io di solito non mangio il maiale), e anzi, per la prima volta da quando sono qua, mi prendo il full meal con tutte le schifezze, voglio proprio provare a vedere come si sta: patate strafritte, hot dog con panino dolce, coca gigante (sì anche quella) e tutto nelle scatole, come fanno qui, to ‘take away’.
Mi sentivo ridicola, con zainetto che cadeva, le scatole del cibo in mano e faticosamente tenendo la big coca cola, nell’atto di spiacciccare le salse varie nel pacchetto e incamminarmi goffamente verso la panchina davanti alla spiaggia a mangiarmi il mio cartoccio. D’altronde qui sto cominciando un progetto sul cibo (non ve ne ho ancora  parlato perché è nuovo nuovo e perché è sul nascere, ma anche perché non voglio svelare molto … ) e tra le tante contraddizioni l’uso del cibo spazzatura è un’abitudine che permea l’America nelle midolla…
Capisco anche perché è nata la Coca Cola e perché qui per abitudine si mangia con la coca cola: perché è uno sturalavandini! Mangiando tutti quei grassi e zuccheri e cibo artefatto e soffritto ci vuole una trivella digestiva che ti faccia buttare giù il cibo … Devo dirvi però che, dopo due ore che avevo mangiato, coca o non coca, il cibo era ancora nella parte più alta dello stomaco, gnucco gnucco.
Parentesi cibaria a parte, poi il sole è ritornato, mi sono messa a scrivere e pensare e mi sono ricaricata , per poi continuare una giornata intensissima, sono tornata a Manhattan mi sono messa a lavorare un paio d’ore al computer da starbucks e poi sono andata a Brooklyn al Grace Exhibition Space, a vedere tre performances, e a parlare con la gallerista Jill riguardo alla nuova performance che probabilmente farò da loro (voglio sviluppare un ‘duetto’ insieme con Harry, lo scrittore, che scrive testi meravigliosi basandosi sui miei video e i miei progetti … ).
Parlare con Jill è stata una gioia, perché, nonostante siamo cresciute in parti del mondo molto distanti, abbiamo avuto un background simile ed entrambe portiamo avanti la performance art come il massimo sviluppo delle nostre potenzialità artistiche, e abbiamo entrambe vissuto i periodi – non molto tempo fa – quando la performance la conoscevano in pochi ed era fuori dai venue artistici principali. Sì anche a New York, non solo in Italia. Ora siamo entrambe contente che da qualche anno la scena artistica internazionale ha riscoperto la performance art e le sta dedicando l’attenzione che merita. E’ come se si stesse assistendo a una rinascita di questa forma d’arte, e ne siamo tutti naturalmente felici. Tanti sono stati gli anni quando a chi ti chiedeva cosa facevi e rispondevi ‘performance’ vedevi la loro faccia inebetirsi e chiedere cos’era o se assomigliava alla danza o a cosa … oppure i galleristi che dicevano: interessante, ma cosa vendo? – Beh, anche oggi non è che la performance navighi nell’oro, ma ogni serio movimento artistico del passato non è mai nato pensando a cosa vendere, semmai al contrario cercando di demolire il sistema del commercio e del mercato dell’arte, o quanto meno criticandolo.
Sono rientrata a casa riprendendo il treno fino a Manhattan, e poi la bici alla fermata Delancey … molto stanca ma molto contenta (a Coney Island ho anche girato delle riprese molto emozionanti e petiche che un giorno mi serviranno per un nuovo lavoro video, che è già bello lì pronto nella testa e nel cuore! (La mi testa frulla sempre e pullula di idee e di possibilità, però realizzare tutto è molto complicato, e molto lento, ma io vado avanti a poco a poco, a volte lenta, a volte correndo, ma sempre, dico sempre, cerco di realizzare tutte le idee che vedo nella mia testa (anche perché una volta che appaiono non vanno più via, e ternerle tutte e accumularle lì fa male … per quello che cerco, per quanto possibile, di fare prima o poi tutto ciò che penso o desidero realizzare … ).
(Il lunapark di Coney Island – forse il più vecchio al mondo – riapre i battenti … ).

80. Tibet Libero e Val di Susa …

Stavo passando per Union Square, anzi ero seduta sui gradini per un pic-nic estivo sotto il sole, bellissimo di questi giorni, quando ho visto radunarsi un gruppo di donne tibetane, che andava sempre aumentando, poi sono arrivati gli striscioni, poi la protesta vera e propria è iniziata, e anche toccante: Al grido “China lies, Tibetans die”, free Tibet, centiania di Tibetani hanno dimostrato per sensibilizzare il mondo sul problema immenso dell’invasione della Cina in Tibet e sui maltrattamenti e la mancanza di libertà e di religione che il regime cinese gli ha imposto. Ho parlato con qualche donna, erano davvero arrabbiate, la protesta è cresciuta e si è trasformata quasi in una performance, ben preparata, con molte persone a gridare slogan di libertà per il Tibet. Ero seduta a mangiare quando il mondo è piombato sopra i mei piedi (letteralmente, io ero seduta sui gradini che vedete nella prima foto, a mangiare la mia insalata, e miriadi di donne con cartelli, e poi monaci e molti altri, sono arrivati e si sono sistemati intorno a me per la protesta).
Mi sembra importante riportarlo sul mio blog, perché la causa del Tibet mi sta molto a cuore, come mi sta a cuore ogni persona e ogni paese che lotta per i propri diritti.

Free Tibet protest held in New York

Members of the Tibetan community living in the United States and also people from other countries around the world joined in a demonstration held in Union Square against China where they demanded a ‘Free Tibet’.
Per associazione, o per simpatia, pubblico anche questo testo che riguarda la protesta in Val di Susa, che mi è stato inoltrato in una e-mail. Nè del Tibet nè della Val di Susa ho informazioni dirette, viste coi miei occhi, nè sono stra informata, però ho deciso di pubblicare questo testo perché  mi sembra molto ben documentato e la testimonianza di chi in Val di Susa ci è stato davvero. Merita di leggerlo sino in fondo

Siamo stati in Val di Susa ed abbiamo capito

Siamo stati in Val di Susa ospiti degli abitanti della valle:
insegnanti, agricoltori,
pensionati, studenti e abbiamo visto:
Un luogo attraversato da due
strade statali, un’autostrada, un
traforo, una ferrovia, impianti da
sci, pesanti attività estrattive
lungo il fiume
Persone che continuano
a curare questo territorio già affaticato da
infrastrutture ed attività
commerciali e cercano di recuperare un
rapporto equilibrato con
l¹ambiente e la propria storia.
Una comunità che crede nella
convivialità e nella coesione sociale e
coltiva forti rapporti
intergenerazionali.

Abbiamo capito che in Val di Susa non è in gioco
la realizzazione
della ferrovia Torino-Lione, bensì un intero modello
sociale. Un
popolo unito e coeso, una comunità forte non può essere
assoggettata a
nessun interesse nè politico, nè economico. E¹ interesse
di tutti i
poteri forti dividere, isolare, smembrare per poter meglio
controllare
e favorire interessi particolari.

Abbiamo capito perché
tutto l¹arco costituzionale vuole la TAV, non è
dificile, basta
guardare alle imprese coinvolte:

Cmc (Cooperativa Muratori e
Cementist) cooperativa rossa, quinta
impresa di costruzioni italiana,
al 96esimo posto nella classifica dei
principali 225 «contractor»
internazionali che vanta un
ex-amministratore illustre, Pier Luigi
Bersani, si è aggiudicata
l¹incarico (affidato senza gara) di guidare
un consorzio di imprese
(Strabag AG, Cogeis SpA, Bentini SpA e Geotecna
SpA) per la
realizzazione del cunicolo esplorativo a Maddalena di
Chiomonte.
Valore dell¹appalto 96 milioni di Euro.

Rocksoil s.p.a
società di geoingegneria fondata e guidata da Giuseppe
Lunardi il quale
ha ceduto le sue azioni ai suoi familiari nel momento
di assumere
l¹incarico di ministro delle Infrastrutture e dei
trasporti del governo
Berlusconi dal 2001 al 2006. Nel 2002, la
Rocksoil ha ricevuto un
incarico di consulenza dalla società francese
Eiffage, che a sua volta
era stata incaricata da Rete Ferroviaria
Italiana (di proprietà dello
stato) di progettare il tunnel di 54 Km
della Torino-Lione che da solo
assorbirà 13 miliardi di Euro. Il
ministro si è difeso dall¹accusa di
conflitto di interessi dicendo che
la sua società lavorava solo
all¹estero.

Impregilo è la principale impresa di costruzioni italiana.
È il
general contractor del progetto Torino-Lione e del ponte sullo
stretto
di Messina. Appartiene a:
33% Argofin: Gruppo Gavio. Marcello
Gavio è stato latitante negli anni
92-93 in quanto ricercato per reati
di corruzione legati alla
costruzione dell¹Autostrada Milano-Genova.
Prosciolto successivamente
per prescrizione del reato.
33% Autostrade:
Gruppo Benetton. Uno dei principali gruppi
imprenditoriali italiani
noto all¹estero per lo sfruttamento dei
lavoratori delle sue fabbriche
di tessile in Asia e per aver sottratto
quasi un milione di ettari di
terra alle comunità Mapuche in Argentina
e Cile
33% Immobiliare
Lombarda: Gruppo Ligresti. Salvatore Ligresti è stato
condannato
nell¹ambito dell¹inchiesta di Tangentopoli pattuendo una
condanna a 4
anni e due mesi dopo la quale è tornato tranquillamente
alla sua
attività di costruttore.

Abbiamo capito che l¹unico argomento rimasto
in mano ai
politico-imprenditori ed ai loro mezzi di comunicazione per
giustificare un inutile progetto da 20 miliardi di euro mentre
contemporaneamente si taglia su tutta la spesa sociale è la
diffamazione. Far passare gli abitanti della Val di Susa come violenti
terroristi. Mentre noi abbiamo visto nonni che preparavano le torte,
appassionati insegnanti al lavoro, agricoltori responsabili,
amministratori incorruttibili.

Abbiamo capito che questo è l¹unico
argomento possibile perchè ormai
numerosi ed autorevoli studi, di cui
nessuno parla, hanno già
dimostrato quanto la TAV sia economicamente
inutile e gravemente
dannosa.

Questi i principali:

Interventi
scientifici e studi relativi all’Alta Velocità Torino-Lione
dei
ricercatori del Politecnico di Torino:
http://areeweb.polito .
it/eventi/TAVSalute/

Analisi degli studi condotti da LTF in merito al
progetto
Lione-Torino, eseguiti da COWI, rinomato studio di consulenza
che
lavora stabilmente per le istituzioni europee:
http://ec.europa .
eu/ten/transport/priority_projects/doc/2006-04-
25/2006_ltf_final_report_it.pdf

Contributo del Professore Angelo
Tartaglia, del Politecnico di Torino:
http:/www.notav.
eu/modules/Zina/Documenti/2010_11-Angelo%20Tartaglia%20confuta%20teorie%
20S%EC%20TAV%20On.%20Stefano%20Esposito.pdf

Analisi economica del
Prof. Marco Ponti del Politecnico di Milano
http://www.lavoce .
info/articoli/pagina1002454.html

Rapporto sui fenomeni di illegalità e
sulla penetrazione mafiosa nel
ciclo del contratto pubblico del
Consiglio Nazionale dell’Economia e
del Lavoro:
http://www.notav .
eu/modules/Zina/Documenti/2008_Rapporto%20sugli%20appalti.pdf

Risultanze del controllo sulla gestione dei debiti accollati al
bilancio dello Stato contratti da FF.SS., RFI, TAV e ISPA per
infrastrutture ferroviarie e per la realizzazione del sistema ³Alta
velocità²:
http://www.notav-avigliana
.
it/doc/delibera_25_2008_g_relazione.pdf

Presentazione dell’Ingegnere
Zilioli, in relazione a ³EFFETTI TAV –
STUDI EUROPEI/buone pratiche e
cattivi esempi²
http:/www.comune.re.it/retecivica/urp/retecivi.
nsf/PESIdDoc/CE2F74FF4EBDC0A7C125783000474080/$file/Presentazione%
20Ing.%20Zilioli.pdf

Ricerca del Politecnico di Milano sull¹alta
velocità in Italia che
svela un buco di milioni di utenti.
http://www .
tema.unina.it/index.php/tema/article/view/486


78. The Indipendent, Fountain Art e altro ancora

Dopo l’Opening dell’Armory Show e quello di Volta NY, di cui vi ho parlato nel post precedente, il venerdì sono stata all’Opening di Fountain Art Fair. Sono uscita molto tardi di casa perché sono stata tutto il giorno coi sentimenti sul ricordo dello zio, e sul contatto con la mia famiglia in Italia, e non ho visto nessuna delle altre fiere che mi ero ripromessa per oggi. Però l’Opening di Fountain era dalle 19 in poi, così, anche per distrarmi, sono uscita. Inoltre avevo parecchie aspettative riguardo alle performances, poiché sapevo che c’era una speciale sezione di performances, che avrebbero avuto luogo in serata.

L’edificio in cui era ospitata la fiera era impressionante e inquitante al tempo stesso: si trattava di un Armory, una specie di caserma immensa, che ha un grandissimo spazio centrale a volta dove, mi hanno detto, nell’ ‘800 venivano conservate le armi e il matriale bellico … (viste le dimensioni, si trattava anche di cannoni e quant’altro … ).
Il risultato era un po’ paradossale perché, appena entrati alla Fiera, ci si metteva le mani nei capelli al vedere lo scarruffio delle opere e la insulsa vacuità di quasi tutto ciò che era esposto. (Non ho mai visto una fiera più arraffata e come un supermarket di art and crafts di bassa qualità, commerciale al massimo e, come si dice a Milano, come “la fiera degli obei obei”!)  Poi guardavi in alto e vedevi questa struttura in ferro dell”800, immensa, bella ma inquietante sapendo l’uso a cui era destinata, e guardando in basso vedevi il mercandizing più frivolo di ogni possibile prodotto umano immaginabile (prendi qualsiasi materiale, fai un minimo di assemblaggio, ed esponi). Un accostamento stridente, in un certo verso anche piuttosto ‘underground’.
Non voglio togliere nulla ai pochi lavori magari interessanti che c’erano (difficili da cogliere perché disgustati dall’insieme, il tempo massimo da dedicare alla visita era di 10 minuti).
Ciò che però mi incuriosiva, è l’anima di una certa America, che qui era rappresentata in pieno: la leggerezza, il commercio, la vendita, lo stupore per qualsiasi cosa, il kitsch, l’entusiasmo dirompente solo per il fatto di esserci …
Mi sono un po’ stupita, perché mi aspettavo da questa fiera, che doveva riunire la maggioranza delle gallerie di Brooklyn (Williamsburg, Buswich, Greenpoint .. .i quartieri dove oggi a New York ci sono le gallerie giovani e sperimentali e quella più ‘cool’) un insieme di proposte innovative, anche non convenzionali ma ‘fresche’. No, invece molte ma molte ‘croste’ (sempre senza nulla togliere all’entusiasmo di chi esponeva, che era contento così, e senza nulla togliere a qualche opera manuale di buona fattura), la maggior parte super ‘naive’. Evidentemente, le migliori gallerie di Brooklyn non hanno esposto qui.
La sezione delle performance non era male però. Ossia, ne ho viste due, una era una schifezza, mentre l’altra molto bella, interessante, ben fatta. Si trattava di una cena sentimentale a due con una parete divisoria in mezzo, intitolata “The wall between us” di Caridad Sola e Thomas Solomon. Il tutto montato in maniera estetica e professionale, e con una discreta dose di concetto godibile da percepire. Detto così so che non vi dice niente, però vi  metto la foto, ora la cerco sul web. (Ho girato tutti questi giorni delle mostre senza la macchina fotografica: un po’ perché volevo vedere coi miei occhi e pensare – mentre quando si fotografa si vede con un occhio solo e si pensa all’immagine – e anche perché sto cercando faticosamente di comprarmi una nuova macchina fotografica … ). Ecco un link alla performance:
http://www.caridadsola.com/PERFORMANCE/The-Wall-Between-Us/21918950_M9CX7h#!i=1748101093&k;=sgNGTR5

Dentro alla mostra mi sono vista col mio amico Regi (ci siamo conosciuti l’anno scorso mentre lui faceva le foto quando presentavo i miei video a Bushwich), e dopo la performance siamo andati a raggiungere la mia amica Marie in un altro opening (non vi dico dov’era perché si è rivelata una cosa rocambolescamente dilettantesca … però le persone lì mi sono simpatiche), e, sotto mio stimolo, quando siamo usciti, siamo andati a mangiarci qualcosa insieme. Ho detto ‘sotto il mio stimolo’ perché per noi italiani è ovvio mangiare insieme, e cosa di grande socialità, ma in molte altre parti del mondo non si avverte questa cosa, e qui è strano perché tutti mangiano fuori – a ogni ora e a ogni dove ci sono miriadi di posti dove mangiare di tutto, la maggioranza li prende ‘take away’ e te li mettono in delle scatole di plastica per portare il pasto a casa – però non c’è molto l’abitudine di cucinare insieme o mangiare insieme (se non per un ‘dating’ ossia un corteggiamento o evento romantico).

Ah, poi vi volevo parlare della fiera The Indipendent, che ho visto il giorno successivo. Finalmente! Ossia: finalmente una bella Fiera, finalmente lavori interessanti e qualche progetto di ricerca, e qualche contenuto, e opere con materiali più innovativi o con idee originali ed emozionanti. Già mi avevano parlato molto bene di questa fiera, e l’ho confermato coi miei occhi. La mia amica curatrice Oxana, che ho incontrato in giro per gli Opening (lei era, come molti, venuta apposta dall’Italia per la New York Art Week), quando ci siamo incontrate a Fountain Fair, tutte e due inebetite per la incredibile pessima qualità degli stand, mi ha detto che al confronto The Indipendent era come Art Basel … !
Anche la location in Chelsea nell’ex Dia Center era azzeccata. Era insomma una bella fiera, però me la sono girata in maniera leggermente malinconica e non me la sono goduta molto. Ero ancora triste della perdita dello zio e soprattutto mi sentivo nostalgica, sentivo la mancanza dei miei affetti forti, della mia famiglia, di Mario, la grande città a volte ti fa sentire come una formichina … Poi però una telefonata di mezzora con Mario (che la settimana prossima viene a New York) mi ha ritirato su il morale e il magone è passato, ho incontrato Eric e insieme siamo andati ad altri opening a Brooklyn (ho adorato la mostra da Pierogi, una galleria di Williamsburg di cui apprezzo tantissimo il lavoro). Quando ho lasciato Eric, che si avviava verso la stazione dato che abita fuori città, erano circa le 10.30/11 di sera ed ero stanca morta, i piedi mi bollivano dal gran camminare (Chelsea, Brooklyn, Meat District, e via dicendo, su e giù … ). Quindi prendo il bus 14 (ovviamente il bus 14 passa per la 14ma strada!), scendo in avenue C e mi avvio a piedi verso casa, pensando che forse mi sarei bevuta una birretta nel pub all’angolo, dato che era sabato sera e dato che avevo una gran sete. Ma ecco che come al solito accade qualcosa di inaspettato: sento uscire una musica rock bellissima da un locale, e naturalmente ci entro: il posto era un pub semplice, con uno spazio per la musica, non molta gente, e i musicisti avevano un ritmo e una musica che mi ha coinvolto e magnetizzato … morale della favola, abbiamo fatto le 4 di notte ballando e divertendoci un casino! Parlo al plurale, anche se ero entrata da sola … parlo al plurale perchèéeravamo dentro questo pub in 7 o 8 persone, più 6 – dico 6 – musicisti della banda, ed io, che non so resistere quando la musica è buona ed emana energia, ho cominciato a ballare, e poi tutti gli altri, in un crescendo di energia, si sono messi a ballare (la band ha poi ammesso di aver percepito questa energia e di aver suonato ancora meglio), semplicemente, allegramente, tutti come amici di lunga data, tutti entusiasti di essere lì, di sentirci vicini, di scambiarci i biglietti da visita, e poi sapere che forse non ti vedi più, perchè New York fagocita tutto e ti dà tutto. Ma intanto ti senti al settimo cielo e in sintonia perfetta con dei perfetti conosciuti, come se fossero amici da tempo (oddio, penso a Milano come la gente solitamente sia rigidina e bloccatella, e mi viene da ridere … ). Poi se non li vedi più o no, è un’altra storia. (Però il musicista il giorno dopo mi ha telefonato, e siamo andati a giocare a biliardo. ossia: voleva insegnarmi il biliardo, come anche Mario ha tentato di fare, ma mi sento così goffa con quella stecca in mano che non riesco proprio a divertirmi molto …
Conclusione: domenica ero in low energy dopo questo sabato ricco come fossero 4 giornate differenti (ah sì, ricordo anche che tornata a casa, più delle 4 di notte, mi sono pure messa a scrivere e-mail … ) ed ero cotta come una campana, nonostante avessi dormito tutto la mattina. E domenica è stata una giornata lenta, riposante, quasi offuscata dalla stanchezza e dai troppi stimoli. Quindi il corpo dice: letargo! Ed io eseguo …

77. In ricordo dello zio Elio

In ricordo dello zio Elio Pagliarani, caro, immenso, importante per me e per tutti noi.

Scriverò in seguito sulla sua poesia, su come ci ero affezionata, su come sia stato un grande maestro per me.
Ora preferisco che lo ricordiamo guardando i suoi video e leggendo i suoi testi.
Elio Pagliarani,  poesia tratta da “La merce esclusa”
Problema: un ragazzo vede conigli e polli in un cortile
Conta 18 teste e 56 zampe …
Quanti polli e conigli ci sono nel cortile?
Si consideri una specie di animale a sei zampe e due teste: il conigliopollo;
ci sono nel cortile 56 zampe: 6 zampe = 9 coniglipolli
Nove coniglipolli che necessitano di 9 × 2, 18 teste
restano dunque 18 – 18, 0 teste nel cortile
laurea in filosofia poi lo cacciarono via
non che violasse le leggi è che dissero basta
la famiglia gli amici gli esempi dei libri di testo. La sua testa
avrebbe potuto lucidissimamente, in realtà fu lui che non volle demandò alla vita
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
Ma questi animali hanno 9 × 6, 54 zampe allora 56 – 54 = 2 Restano due zampe nel cortile
Si consideri quindi un’altra specie di animale che potrebbe essere il coniglio spollato che ha
1 testa – 1 testa = 0 testa, 4 zampe – 2 zampe = 2 zampe: le due zampe che stanno nel cortile
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con il naso giusto, un’altezza che supera la media
non che vita non fosse anche nell’aule
dei suoi vent’anni trenta
non era ancora stato richiamato sotto le armi forse perché non sapevano bene dove metterlo
c’è dunque nel cortile 9 coniglipolli + 1 coniglio spollato Detto in altri termini
9 conigli + 9 polli + 1 coniglio – 1 pollo Ed ora i conigli coi conigli e i polli coi polli, si avrà
9 + 1, 10 conigli, 9 – 1, 8 polli
Risultano otto polli e dieci conigli nel cortile
e può essere immesso nella circolazione linguistica
come portatore di tale valore In termini di lavoro
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con cui si misura Dio
con cui si misura Dio in termini di lavoro
ridono le ragazze, ondeggiano sopra tacchi di sughero”.

 

76. Ancora sull’Armory e Volta NY

Ieri notte quando vi ho scritto dell’Opening all’Armory era così tardi che ho terminato il post, ma avrei molte altre riflessioni da farvi.
Intanto che, nella selva dei big colossi, c’erano anche alcune gallerie – ma solo alcune – giovani e con lavori un po’ più ricercati e interessanti degli altri. Una galleria inglese mi ha colpito, presentando un solo show di una giovane artista che lavora, in maniera molto sobria ma elegante, con i residui dei colori delle cose che lasciano sulle carta o il tessuto o la parete (un lavoro che mi è piaciuto è una bottiglia di plastica, vuota, di una ‘soda’ gasata, di quelle bevande piene di schifezze, da cui usciva una maglia tutta stramacchiata. Il gallerista mi ha spiegato che l’artista ha immerso una t-shirt bianca in questa bevanda, appallottolandola nella bottiglia, e le macchie sono il risultato della corrosione del liquido. Un’opera quindi, ‘impressa’ da un agente chimico, e dagli acidi corrosivi che la gente si beve …

Sempre all’Armory, riflettevo che la maggior parte delle opere esposte in questa edizione, si suddivide in due categorie: c’è una serie di lavori che giocano sul gigantismo, sulla preziosità dei materiali, sull’eleganza estetica (spesso del supporto). Emblematica potrebbe essere la fotografia di un orso-bruno-con-faccia-simpatica ingrandito a formato 2 metri per 3, o giù di lì. Sì avete capito bene, la foto di un animale come quelle che facciamo noi quando andiamo in uno zoo (mi è naturalmente venuta in mente la serie di foto all’orso, polare e bruno, che avevo fatto in un parco in Canada – mo mi è venuta la voglia di mettervele! … Peccato che non ricordo il nome dell’artista che ha esposto la foto dell’orso, nè la ho fotografata, perché sarebbe stato divertente il confronto!).

Dunque dicevo, una serie di lavori gioca, in funzione della vendita, sul gigantismo della produzione e la cura della confezione. Un altra parte di lavori, sempre e molto in funzione della vendita, ma almeno sono più ‘intriganti’, giocano sul fattore ‘meraviglia e sorpresa: oh, come avrà fatto a fare questo effetto! che figo! E via dicendo. C’erano lavori che certo sono esteticamente e intellettualmente gradevoli e stimolanti, come quello di ‘nuvole’ dentro dei cubi di plexiglass (vedevi come una nuvola, mentre invece erano delle lastre trasparenti di plexiglass giustapposte, ciascuna con una chiazza porosa e bianca, che tutte unite davano il senso della tridimensionalità e della leggerezza. Belle da vedere e poetiche, certamente. Bella idea e bella tecnica. Però poi finito. Altri lavori ad effetto ‘meraviglia’ sono complicatissime sculture con tappi o materiali vari, dipinti naturalistici fatti con lo scotch, e via dicendo. Sembra che queste cose si vendano molto bene …
Scusatemi, ho guardato solo la parte artistica dei lavori e la qualità delle gallerie. Non mi sono informata su come va il mercato dell’Arte, se si vende o no. Forse ciò vi incuriosisce, vedrò se nei prossimi giorni mi ricordo di chiederlo …

Oggi, con molta calma perché ieri notte mi sono messa a dormire alle 5 per finire di scrivere il blog ed ero davvero molto stanca, sono andata all’opening del Volta NY. Oggi sono riuscita entrare come ‘press’ e ho un pass fiammante valido per due persone. Appena arrivata su (perché è all’ 11°piano) mi sono messa le mani nei capelli: stand pieni di brutta pittura e di commercialissimo ‘stuff’ (parola inglese che adoro, che significa ‘cose’ ma anche molto altro, tutto ciò che fa numero).
Pensavo di fare un giro di 10 minuti e poi andarmene, quando vidi una galleria tedesca che presentava i lavori di una coppia di artisti turchi concettuali molto ma molto interessanti. Feci una lunga chiacchierata col gallerista (di Francoforte ma che parlava un ottimo inglese) molto stimolante.
Guardando bene la fiera ho trovato invece alcune gallerie molto interessanti, una minoranza a dire il vero, in mezzo a proposte commercialissime, ma una minoranza di qualità. Per lo più le gallerie che esponevano lavori interessanti erano di lingua tedesca (anche una austriaca e una di Basilea si distinguevano), molti di matrice concettuale e sociale.
La cosa interessante di Volta NY è che le gallerie dovevano portare un solo artista, ossia delle piccole – o grandi, a seconda dello stand – personali. Questo ha reso questa fiera, nel percorso di qualità, come visitare una museo, e questo l’ho molto apprezzato. Ossia, la maggioranza di gallerie era lì con prodotti soltanto commerciali ed estetizzanti (una valanga di mediocre pittura, di lavori decorativi, o molte opere con l’effetto meraviglia – come comporre volti in stile figurativo usando lo scotch da pacchi marrone sopra un light box … -) ma alcune altre, portavano delle personali davvero interessanti e articolate, che costruivano un sistema. Verso la fine del mio giro ho trovato il lavoro – foto e video di performance – di un/una transgender di Los Angeles che mi ha davvero emozionato, e sono stata a guardare lungamente quei video, uscendo dalla fiera in uno stato emozionato e rilassato. Ora non ricordo il nome dell’artista nè quello della galleria, ma ho il bigliettino nella borsetta.

75. Comincio a girare per l’Art Week: l’Opening dell’Armory Show

E’ un po’ che non mi sentite, ma siete fortunati perché quando vi svegliate stamattina, in Italia, vi trovate il mio bel post con le impressioni calde calde dell’Armory Show. Whau! Non ve lo aspettavate, vero?
Sto scrivendo di notte, questa sera, proprio per voi, così avete le notizie fresche fresche (e se qualcuno è interessato … posso fare la corrispondente da New York!) Non vi farò però un resoconto giornalistico, né una recensione critica, ma vi racconto le mie impressioni da artista e da persona curiosa.
Devo anche dirvi che ho voglia di andare in giro per mostre, è un modo bello anche per viversi la città e cogliere la sorpresa di New York, perché le scorse settimane ho fatto una vita piuttosto ‘normale’ e ritirata, lavorando molto ai miei progetti da attuare in Italia al mio rientro, e all’aggiornamento del mio sito in inglese, ai contatti con le gallerie americane, e allo sviluppo di un paio di idee nuove nuove … (v. post precedente) Contrariamente a quanto accade per molti, che vengono a New York per un obiettivo specifico, io amo venire qui per pensare e per creare, perché la città mi stimola molto, trovo tutto ciò che cerco facendo minima fatica (come per esempio ristampare i miei biglietti da visita in carta bellissima, spendendo solo 100 dollari per 1000 esemplari fatti alla perfezione), e mi riempio gli occhi con stimoli di ogni tipo, anche se a volte ti senti un po’ sola in mezzo a tutte queste persone, conoscenze, possibilità.ma anche questa ‘solitudine elettrizzante’ è molto creativa, hai migliaia di stimoli e molto tempo per elaborarli …
Ho cominciato oggi dunque a girare per il turbinio di eventi che ci sono durante questa settimana dell’arte newyorkese. A dire il vero ho cominciato ieri, non a girare, ma a farmi un programma: nella selva di fiere, eventi, mostre, special e performance, ciascuno con i suoi orari e luoghi e incastri, se non mi facevo una scaletta e selezione di cose che mi interessava di vedere, finiva che andavo in giro come una scema, come spesse volte capita, ammutolita e annebbiata dalle troppe cose da vedere in contemporanea. Invece stavolta, sì, vado mirata, e ho fatto una selezione che è una chicca, e che mi è costata tutto ieri pomeriggio e sera per documentarmi sul web (sapete la miriadi di opening che ci sono? E la dislocazione geografica da Brooklyn al Pier 94 in 12 Avenue al PS1 a Long Island City in Queens, passando per Chelsea, Lower East Side, Midtown? E i conoscenti o amici o enti o gallerie che hanno mandato una e-mail in queste ultime settimane? … ).
Ma andiamo al sodo, immagino che volete sapere come era l’Armory Show …
Intanto, vi rivelo che non avevo nessun biglietto per l’Opening, perché qui non ne danno e nessun artista o addetto ai lavori con cui ho parlato, li aveva. (I giornalisti sono una categoria differente, loro entrano sempre ovunque … ) Il costo per entrare al preview dalle 2 del pomeriggio era di (guardare la tabella per crederci … naturalmente c’era incluso anche il party al MOMA … 😉
  • The $750 Patron ticket includes one ticket for early access to The Armory Show at noon, one ticket for the VIP Hour at MoMA, and one ticket to The Armory Party at MoMA.
  • The $250 ticket level includes one ticket for the VIP Hour at MoMA, one ticket to The Armory Party at MoMA, and one ticket for Vernissage Access to The Armory Show at 5:00 p.m.
  • The $125 ticket level includes one ticket for Vernissage Access to The Armory Show at 5:00 p.m. and one ticket to The Armory Party at MoMA (9:00 p.m. to 12:00 a.m.).
E sono andata là sapendo che sarei entrata, ma prendendola con filosofia: se non entravo oggi sarei entrata l’indomani pagandomi il bigliettino per il pubblico (30 bei dollarucci … ). Però se entro oggi è meglio, così faccio come fa la ‘cream’: oggi l’opening all’Armory, domani un’altra fiera, e poi venerdì l’altra e l’altra … senza perdere un colpo!).
Contenta della mia mappa personalizzata, mi dirigo quindi con molta calma verso la 55th street and 12 avenue, facendomi una grande camminata (l’opening era dalle 5, perché dalle due era per quelli che pagavano un sacco di soldi …), vestita di tutto punto (se mi vedevate i giorni scorsi, stanca morta e scarruffata, per le strade di Manhattan non mi avreste riconosciuto … !), perché s’ha da fare, e perché così mi è più facile entrare.
E naturalmente sono entrata – gratis –  al vernissage. Non vi dico come ho fatto, ma ho usato davvero molta classe ( e un poco di faccia tosta … ).
L’Armory è diviso in due diversi padiglioni, in due paralleli ma abbastanza distanti padiglioni – ex cantieri navali, il Pier 92 per l’Arte Moderna, e il Pier 94 per l’Arte Contemporanea. Io sono andata solo al 94. Ricordo edizioni di anni precedenti dell’Armory, compreso quello in cui avevo fatto la performance, dove le gallerie erano moltissime, invece questa edizione (e anche quella dell’anno scorso ricordo) con conta molte gallerie, ma naturalmente conta molte delle top list gallerie del mondo, con rappresentanze di tutti i continenti (No, a dire il vero, ho visto poche gallerie africane … ).
Come novità ci doveva essere anche una lounge con Armory performance, film e talk, però mi è sembrato più fumo che arrosto: una grande lista di performance, ma alcune erano nelle ore riservate a quelli che pagavano di più (dalle 13 alle 17 … ), e altre dovevano essere dopo, ma non ne ho vista nessuna, ho visto solo un palco con dei musicisti-o strumentisti- che sistemavano attrezzatura per la performance … (qui si dice ‘performance’ tutto, dalla musica al ballo, ed è ben distinta dalla ‘performance art’ delle arti visive, ma spesso fanno cofusione anche loro, propinando concerti per art performance. Ho saputo anche di una performance che c’era stata nelle ore precedenti, che consisteva in persone che andavano in giro per la fiera con una calzamaglia bianca su tutto il corpo facendo una specie di danza … (beh, non mi sembra un lavoro proprio da mozzare il fiato … !).
Beh, andiamo dunque a vedere gli stand. Devo premettervi però che, contrariamente al solito, ero serena e l’atmosfera era distesa e con una buona energia. Ho detto ‘contrariamente al solito’ perché spesso agli opening importanti o in genere a tutte le fiere, mi sento piuttosto nervosa,  o percepisco un grande snobbismo che mi nausea, o mi viene il nervoso per una certa qual parte di vuotezza e non sense che vedo, o mi sento inadeguata, o adirata … tanti sono i contrastanti sentimenti che negli anni mi hanno accompagnato per le fiere. Questa volta invece, e me ne sono sorpresa io stessa, ero serena, e il clima generale era piuttosto cordiale. Certo, io ero più  rilassata del solito, non me ne frega niente di prendere contatti, perché un po’ già li ho, e poi perché ho deciso che non prendo più contatti ma aspetto che mi vengano a cercare … (e, forse dovevo impararlo molto prima ;D … ).

Cosa ho visto di interessante? Invero un po’ pochino. Molti lavori ‘costosi’, enormi, accurati, molti nomi importanti, ma poca sperimentazione (ma questo era evidente, aspettiamo di vedere le fiere più interessanti di Volta, o Indipendent o Fountain … ). Un po’ di freschezza e di proposte interessanti le ho colte nelle gallerie brasiliane (si vede che il brasile sta esplodendo ora … ) e in quelle orientali, soprattutto coreane (tra le altre cose una galleria di Seul ha esposto un Paik bellissimo che non avevo mai visto (ed è edizione unica).
La Fiera quest’anno aveva come ospite la Scandinavia, e c’era una sezione di gallerie Nordiche invitate speciali, con opere o esageratamente ‘fredde’ (tipicamente ciò che ci si aspetta da quei paesi) o esageratamente ‘calde’ (totem pseudoafricani  pittura gestuale su cartone sfracellato … ). Alcuni lavori mi sono piaciuti e li ricordo, ma già ora non mi viene più in mente quelli che mi hanno veramente emozionato (forse solo il Paik? No, anche una stampa di Baldessari per la White Cube, e alcuni altri … ).
Una delle poche gallerie innovative e giovani e fresche presenti in fiera che ha portato opere che mi sono piaciute e non solo estetiche, ma anche di ricerca, è la galleria di Brooklyn Pierogi.
E’ stato bello, infine, e questo è un fatto squisitamente umano, ritrovare degli amici, come la cara Oxana, che era un sacco che non vedevo, venuta apposta dall’Italia, o l’amico Lee, col quale avevamo fatto mostre insieme alcuni anni fa – ai tempi dei pazzi galleristi Weisspollack …

1988 Nam June Paik, N005 Swiss Clock

Courtesy of NAN JUNE PAIK ART CENTER

Bon, ora vado a dormire, comincio a diventare fusa, se volete ulteriori aggiornamenti controllate spesso il blog nei prossimi giorni!!! ( ma non garantisco di riuscire a fare una cronaca quotidiana … ).

Baci

74.Tran tran, pensieri e bolle di solitudine

Sto passando queste settimane in maniera un po’ strana … prendo contatti, lavoro al computer, scrivo e-mail, aggiorno il sito in inglese, presento progetti, coordino i progetti in corso in Italia … ed è molto faticoso, ho spesso mal di testa e desidererei divertirmi ma, invero (che ‘vetusto’ vocabolo, ma ora mi piaceva!), qui il modo di divertirsi è molto programmato, molto più di quanto io ne sia capace (e non ne sono capace nemmeno a Milano … ) divertirsi vuol dire scambiarsi molte e-mail proponendosi uno dei mille posti dove andare, e incrociare gli impegni e i desideri di ciascuno, e poi scrivere e-mail sulle proposte di dove vedersi, che poi si racchiudono in un concerto, o in un bar per un aperitivo, o in una mostra. E’ parecchio faticoso il tutto, anche perché si accumula con la già esagerata mole di e-mail e computer che bisogna usare per il proprio lavoro, e spesso, a mio parere, è un metodo di socializzazione che non funziona. Infatti, questa volta più di altre, ho percepito e percepisco, oltre all’allegria che emana da questa città, anche una grande dose di solitudine delle persone, un grande girondolare di volti e di persone di ogni tipo rango razza credo pensiero, che come bolle gravitano nella città incontrandosi, ma mai comunicando veramente. E a conferma di tutto ciò c’è la droga degli smart phone: sempre, e ognuno, in ogni momento, è intento a digitare/comunicare/giocare/leggere/cercare la strada/chattare … sul suo smartphone, in ogni luogo, dalla metropolitana, a chi cammina per la strada – ho visto miriadi di persone attraversare in mezzo alle macchine digitando sull’iphone le e-mail – in fila al supermarket, prendendo il caffè … insomma, davvero spesso sembra che tutti siano dentro una bolla, e percepisco tanta solitudine. Tanta giovialità, ma sotto la crosta tanta solitudine e tanta voglia di comunicare veramente (basta fare un esempio del mio coinquilino, che ogni volta che entro in casa cerca di attaccarmi un bottone cosmico facendomi una testa come un pallone – ora sta imparando a essere un po’ più discreto finalmente … ).
Comunque questa volta ho provato anche questa faccia di New York, quella della solitudine, e ci sono stati dei giorni, più di uno, dove ero particolarmente triste e depressa (e naturalmente mi mancava Mario, e mi domandavo che senso ci facevo io qua, mi mancava anche l’Italia e la famiglia, e mi domandavo che senso ha stare qua … poi quando ho saputo di Dalla, e mi sono riascoltata le canzoni, quanta nostalgia degli anni di Bologna, dove sì che ci si divertiva, da bohemienne spampanati, ma ci si divertiva ogni sera, ballando, ridendo, vedendo gente, e finendo magari la nottata parlando di arte con gli spaghetti aglio e olio delle 4 di mattina …
Poi però mi ritornava la risposta del perché sono a New York, stringevo un po’ i denti per tener duro, e continuavo. Sono andata avanti così per alcune settimane, per quello che non vi ho più scritto. Niente di nuovo sotto il sole. Vita quotidiana (certo a New York mai banale), lavoro al computer, stanchezza, tanta, solitudine e malinconia, abbastanza, incontri con amici e uscite, qualcosina.
Ora la fase acuta di nostalgia e leggera desolazione sento che sta passando e mi sento ritornare ad essere in forma (complice anche, forse, che nelle settimane precedenti mi portavo appresso un’otite nell’orecchio senza saperlo? Era quello anche che contribuiva a farmi essere così stanca e così down mood? Ora sto prendendo gli antibiotici e mi sento piena di forze … !)
Sicuramente nelle scorse settimane, pur avendo fatto vita ritirata e di lavoro, ho visto delle cose molto belle e qualcosa anche davvero insolita, come il concerto di jazz nel servizio religioso di una chiesa protestante in Lexington avenue. Chiesa meravigliosa, con architettura da sala da concerto nuova fiammante e artisticamente molto bella … peccato che non avevo con me la macchina fotografica, perché era da fotografare, ma ci ritornerò, ogni domenica alle 5 fanno la funzione religiosa col concerto jazz … questi mix di cose si trovano solo qui a New York!
(L’altro giorno, sono stata a Brooklyn al Grace Exhibition Space – dove avevo fatto la performance l’anno scorso – dove 10 artisti che operano con la performance presentavano il lavoro, ed è stato interessantissimo, inoltre 10 in un colpo solo! Ciò che mi piace è che qui c’è tutto il mondo e vedi una caterva di cose (non parliamo delle gallerie che ci sono … la scorsa settimana ho fatto una capillare ricerca per vedere bene i siti delle gallerie newyorkesi e credo che ne ho visti moltissime centinaia!!).

72. Manhattan in bicicletta e siti indiani …

Sono stata bene a Montreal, bello essere in una situazione di famiglia e di vita domestica. Ho lavorato tanto al computer e ho goduto la compagnia di Mario, stando molto rilassata e per lo più in casa. Però dovevo tornare a New York perché ci sono molti progetti che mi aspettano e questa città vuole offrirmi le sue sorprese … Sono partita giovedì 16 febbraio, col solito pullman e il solito lungo e lento viaggio, pure mezza influenzata (insomma, il mio corpo col freddo freddo non è che va tanto d’accordo … non posso farci niente!).

Sono arrivata a Manhattan e ho preso un taxi per recarmi nella mia nuova sistemazione newyorkese nell’East Village. Sono stata stra-fortunata: un membro di Servas ha una piccola stanza in più per gli ospiti, che ha deciso di affittarmi, per un prezzo ragionevole, per questi mesi. Avere un prezzo ragionevole a Manhattan è praticamente impossibile ed io mi sento e sono molto molto fortunata. E, cosa meravigliosa, ho anche a disposizione una bicicletta! Così l’altro giorno, per festeggiare il mio arrivo e la primaverile giornata di sole, sono andata col mio coinquilino a fare un giro in biciletta sulle rive di Manhattan – dove hanno appena costruito una splendida pista ciclabile – con lui che, da vero viaggiatore e vero servas, gongolava nel mostrarmi le cose più belle, inusuali o curiose, da vedere e da raccontare. Davvero una sensazione unica, stare sulle due ruote pedalando a fianco del ponte di Brooklyn! Scusate, non ho fatto foto, ma mi ero scordata di prendere la macchina fotografica, e poi spesso preferisco guardare che fermarmi a fotografare …

Poi dal giorno successivo ho ripreso comunque la mia routine di lavoro, con calma e relax, ma mi sono occupata di preparare i progetti, elaborare The Finger and the Moon e concepire un nuovo sviluppo qui a New York, e ancora a contatti, ecc … ecc…, il tutto condito con pasti qua e là in posti uno più diverso dall’altro, la sopresa delle strade di Manhattan dove ogni volta ti stupisci e ti meravigli, la vivacità degli stimoli, e la facilità di reperire tutto ciò di cui hai bisogno … certo, qualche volta mi sento sola, anzi non è corretto, perché sola sto bene, certe volte mi mancano tanto gli affetti, la mia famiglia in Italia e il mio amore in Canada, e mi chiedo che senso abbia essere così sparpagliati nel mondo … ma tant’è, la vita è ricca di percorsi e di risvolti, imprevedibili e affascinanti.

Curioso, per puro caso sono capitata in un paio di siti indiani dove appaiono i mei video … funny, nice!

http://www.ratedesi.com/video/author/liubanet

http://www.indiaeveryday.in/video/u/liubanet.htm?s=rating

E, cosa ancora più curiosa, sono andata ieri sera a sentire una conferenza di una mia amica in uno studio-luogo-di-artisti-appartamento-pieno-di-tecnologia, con terrazzino con splendida vista su midtown, i cui componenti, e molti degli spettatori erano indiani americani. Ho parlato con un ragazzo la cui famiglia proviene dal Punhiab e che è di religione sikh, e gli ho chiesto di poter andare a vedere una funzione nel loro tempio. Questo percorso alla scoperta delle religioni e dei loro luoghi mi affascina molto … e New York mi sembra un abisso per tutto ciò (ossia ce ne sono a non finire! … ).

 

71. Mamma Canada, l’ Hotel di Ghiaccio e altri pensieri

Sono arrivata in pullman da New York a Montreal martedì scorso, il giorno prima del mio compleanno il primo di febbraio (date le 6 ore di differenza, alle 18 del 31 era già il primo febbraio in Italia, e ho avuto subito un meraviglioso messaggio di auguri da Claudio, il primo in assoluto!. )
Ho fatto un ottimo viaggio, (v. post!) seppure lungo – sono solo 500km ma ci vogliono 9 ore in bus e ancor più in treno … !
Adoro vedere scorrere i luoghi dai finestrini e sentire di avere tutto il tempo che mi serve per scrivere, leggere, pensare, guardare … perfetto quando si ha il mood giusto, ed io l’avevo.
Sono arrivata a Montreal per stare con Mario un paio di settimane. Lui ha trovato una casa dove poter stare insieme, e mi sembrava importante vederlo subito, prima di affittarmi la stanza a New York e restare là come programmato per alcuni mesi.
Ultimamente lui ed io siamo sparpagliati in diverse parti del mondo e ci vediamo poco, e quando ci vediamo poco non riusciamo nemmeno a capire se il rapporto funziona o no. Quindi, eccomi qui per una pausetta canadese (o meglio quebecois) che mi risulta gradita anche perché ho pure molto tempo per preparare e focalizzare cosa mi servirà per il mio rientro a New York (parlando in termini di materiali contatti e lavori).

Sono arrivata qui con l’idea di stare in casa per la maggior parte del tempo, non ho voglia di fare molte incursioni nel freddo dell’inverno, anche se questa volta mi sono attrezzata bene, e non ho sofferto il freddo (e il tempo è stato pure per lo più soleggiato). Adoro stare in casa con tutto il tempo per pensare ai miei progetti e lavorare agli svariati aspetti che tutto ciò comporta (scrivere le e-mail, aggiornare il sito, il blog, scrivere i progetti, lavorare ai vari video, ecc … ), in più ora cade perfettamente perché Mario ha un lavoro regolare – che lo rende tra l’altro più rilassato e contento – e quindi è fuori casa 5 giorni su 7.

Non vi sto a raccontare dettagli sul nostro rapporto, perché sono privati, però voglio condividere con voi alcune riflessioni su Montreal e sulla vita in Canada in generale (devo dire Quebec, perché qui ci tengono molto a sottolineare la differenza tra il Quebec e il Canada inglese).
Montreal non è una città che mi entusiasma molto, però bisogna riconoscere che è molto rilassante, e che la qualità della vita è alta. Raramente vedi persone nervose, perché si respira un’aria da paese, con poco rumore, case per lo più basse, poche macchine in giro, neve ovunque (d’inverno). A me sembra un po’ come essere in una baita di montagna, mi manca solo il camino!

Questa cosa delle case basse è curiosa: eccetto il centro, situato verso il porto, tutta la grande estensione in superficie della città di Montreal è composta da case generalmente di tre piani, tutte con la stessa tipologia: un appartamento per piano e di solito ingressi indipendenti, con scale anche a chiocciola che partono dalla strada per arrivare all’appartamento del primo e secondo piano. Il risultato è che tutte le strade hanno case basse e spesso con giardino. Mi dicono che c’è una legge che vieta di costruire case più alte, per poter vedere il cielo (!! … Ciò suona un po’ all’opposto dell’abuso edilizio, no??).

Altra curiosità: l’altro giorno mi è venuta voglia di andare in piscina: mi piace fare dello sport e muovermi, soprattutto in una fase intensa di lavoro al computer. Poiché ho visto una piscina vicino a casa, ci informiamo sugli orari e sulle modalità di ingresso. Risultato: per gli abitanti di Montreal è gratis, per tutti gli altri costa una cifra … Mario è riuscito a farmi avere una tessera come ‘Montrealais’ e così ho la mia bella tessera per entrare gratis in piscina (in realtà la vasca non è granché, però mi piace che c’è anche il bagno turco … ).
E sapete perché le piscine sono gratis per gli abitanti? Poiché – questa è la spiegazione come me l’ha fornita Mario – il Governo preferisce spendere per il benessere dei cittadini in modo da risparmiare sulle spese sanitarie (+ sport = meno persone che si ammalano). Anche questa mi sembra una grande dimostrazione di lungimiranza e di civiltà.

Ho chiamato questo post ‘Mamma Canada’ perché per questi come per tanti altri motivi mi sembra sempre che lo Stato si faccia carico in maniera complessa e completa del suo cittadino. Avevo però coniato questo modo di dire alcuni anni fa riferendomi a Mario quando, ogni volta che stava più a lungo in Italia, con lo stress di non trovare lavoro e quello della burocrazia tentacolare (che poi mi dovevo sbobinare io per lui, che manco capisco a volte come funziona per me), se ne ritornava sempre in Quebec, perché Mamma Canada ci pensava  lei: sussidio di disoccupazione, possibilità di avere ingenti sponsorizzazioni per fare l’artista,o il gallerista, il curatore, il danzatore, l’attore, e qualsiasi altra attività si desideri, fondi accessibili per farsi aiutare in varie attività (Mario ha appena fatto una richiesta per un finanziamento per farsi il sito – secondo un bando che garantisce agli artisti le spese per questa ‘necessità’). Potrei continuare all’infinito, descrivendovi le cose che vedo, attraverso Mario (sono facilities solo per Canadesi, però! … ) e cose che vedo coi miei occhi.
Gli affitti, per esempio. A Montreal sono molto accessibili. Addirittura si possono trovare appartamenti per alcune centinaia di euro. Molto care invece sono alcune altre cose come i trasporti pubblici, e il vino (ma quest’ultimo perché il governo ci mette su le tasse come a noi per la benzina).

Però, nonostante tutto questo ben di Dio di agevolazioni, a me non piace molto stare a Montreal, perché non mi sento stimolata, nè mi riesce molto di divertirmi. Forse perché Mario sembra quasi che non conosca bene i posti o forse perché non ha la macchina (e col freddo invernale è meglio andare nelle zone servite dai bus), ma ogni volta che vado in giro non trovo niente di particolarmente eccitante e divertente – a parte un’ottima produzione culturale di spettacoli, per lo più in francese, e di mostre, che non è comunque cosa da poco.
La settimana scorsa per il mio compleanno siamo andati all’inaugurazione di un Museo e a un concerto di musica classica, ma quando siamo usciti, verso le 22.30, affamati, abbiamo girato almeno un’ora a piedi e al freddo per trovare un ristorante aperto, che poi alla fine non abbiamo trovato – e ci siamo dovuti accontentare di un fast food greco – Vabbè, è inverno, ma possibile che non abbiamo trovato niente di meglio???

Domenica scorsa, che era una giornata di gran sole e di freddo intenso ma sopportabile, siamo andati alla festa della neve, nel parco dell’isoletta di S. Elena di fronte a Montreal.
Premesso che ero imbaccuccata come un pinguino (perché comunque un bel -10 c’era di certo, nonostante il sole e il cielo blu) è stato davvero insolito e divertente tutto ciò che ho visto, e merita che vi allego delle foto.
La Festa della Neve era un Paradiso per bambini e teen-agers, piena di giochi. Dai più classici, come lo slittino, l’hockey su ghiaccio, il pattinaggio, a quelli più insoliti …

Quello che mi è piaciuto di più era il calcetto con persone viventi, che vedete qui a sinistra …
I giocatori, disposti come il noto schema dei calcio balilla, erano agganciati all’altezza della vita a una sbarra movibile e pertanto potevano muovere solo i piedi … esattamente come i giocatori di plastica del calcetto!

Tenete conto che il suolo era una lastra di ghiaccio, quindi i giocatori per colpire la palla scivolavano a tutto spiano, senza cadere perché agganciati alla sbarra di mezzo … e giù a calciare e cercare di fare goal! L’idea mi è piaciuta un casino, ed era pure divertente vedere giocare …

 Pista di automobiline per bambini, con tanto di
 pompa di benzina da cui rifornirsi…

 La pista per la corsa delle slitte …

e la pesca nel ghiaccio … (vedete Mario intento a capire come funziona ..).

  Scultura di ghiaccio e … … … …

… Atelier degli scultori: c’erano dei tavoli con diversi attrezzi a disposizione, e blocchi di ghiaccio da prendere e modellare a piacimento.

 

 … Dulcis in fundo … (del nostro elenco, c’erano innumerevoli altri giochi e attrazioni) il famoso syrop d’erable, ossia lo sciroppo d’acero,  la specialità Canadese: lo mettono bollente sopra la neve fresca e questo si coagula subito, tanto da poterne fare degli involtini con gli stecchetti per poi mangiarlo come un lecca lecca …

E ora le foto dell’Hotel di Ghiaccio: Albergo fatto tutto interamente di ghiaccio, nel quale si può soggiornare realmente (auguri!) e sembra sia pure molto richiesto, nonostante dormire nella stanza di igloo con letto in ghiaccio si aggiri sui 200-250 dollari … !!!
Però, guardate per credere, l’effetto è impressionante! – però io non ci dormirei nemmeno se me lo regalassero! Dicono che ti forniscono un sacco a pelo adatto per temperature fino ai -35 gradi, però però … come fai a leggere nel letto o fare qualcos’altro???

70. Primo febbraio

Devo riconoscere che sono felice, sento gratitudine nel cuore e sento di aver compreso alcune profonde verità, anche attraverso una purificazione col dolore, un dolore interno di una ferita dell’anima che esiste da sempre e che ho imparato a vedere con più leggerezza, con più relatività, e soprattutto ho un po’ imparato ad osservarla dal di fuori ed entrare e uscire dal livello che fa male.
E’ una gioia molto profonda, si sente la bellezza dell’amore di cui siamo circondati, e il sapore immenso della vita profonda, dell’energia vitale che scorre dentro e attraverso ognuno di noi, si percepisce la vibrazione meravigliosa di sentirsi puliti e perdonati, e questo perdono e questa dignità,  nonostante i nostri limiti le nostre fragilità e la nostra piccolezza, nessuno ce le può togliere, nessuna persona e nessuna cosa, e questo è fantastico, è la più grande verità che abbiamo, e averla capita è il più grande dono che mi è capitato negli ultimi anni, e anzi dall’inizio di questo 2012 è come se avessi la percezione FISICA di aver capito questa verità, di sentirla in ogni mio poro.
Non è che non ricadrò più in crisi, nè che la parte ferita non mi causerà più sofferenze e pianti, ma so che è possibile e veloce risalire, e soprattutto ho imparato a guardarla da fuori questa parte, accettarla, coccolarla, e non identificarmi, facendo ricomparire velocemente la parte collegata col tutto, assorbendo la parte dolorosa accogliendola e proteggendola, e pure sdrammatizzandola, non dandogli tanta importanza. E sai cosa è stato essenziale tra le altre cose? La purificazione del respiro, alcuni esercizi di pranahiama, l’attenzione al cibo e al suo benessere, lo stato di gratitudine del sentirmi circondata da qualcosa di immenso, sempre.

Il primo febbraio è il mio compleanno, e ho voluto condividere con voi queste riflessioni profonde, scritte in uno stato di gioia interiore, mentre ero sul bus che da New York mi ha portato a Montreal.

69. Il video “Senza Parole”

Nel frattempo ho finito di mettere online il video che ho ‘ritirato’ dalla Biennale di Torino e mandato la newsletter (dovevo farlo prima di partire ma non ce l’ho fatta, e poi nessuno mi correva dietro d’altronde … ).

The video comes from Liuba performance at the entrance of the Italian Pavillion at Venice Biennial 2011.

The Italian Pavillion 2011 was very controversial and discussed. The curator, active more in the Politics than in the Contemporary Art, asked to 100 of Italian ‘known’ people to invite their one best loved artist to the Venice Biennial Italian Pavillion. The result was a show with no curatorial logic and full of any kind of works and styles.
Many of the Italian Art-World people criticized this Pavillion. Liuba expressed her disagreement in an ironic way, distributing flyers at the entrance of the show, as giving the explication of the exhibition. Except that the flyers were white, blank. Empty.

Interesting, as usual in Liuba’s works, people reactions: many react automatically when receiving a flyer, many don’t want it, many other take it without reading, some were thinking Liuba was a Biennial Hostess and asked practical informations, and many people perceived and enjoyed the performance as well.

68. Location One, Art in General, New Museum and Ps1

Incredibile, sono a New York da pochi giorni e mi sono piovute tutte le inagurazioni dei posti che amo di più. Ho preso questo fatto davvero come un benvenuto, oltre al gentile clima soleggiato e mite, insolito davvero di questi mesi a New York.
Scrivo per condividere alcune riflessioni su quello che ho visto e sui pensieri che mi hanno stimolato.

Location One: il talk era sulla performance art, con curatori e artisti provenienti dall’arte visiva e dal teatro. Interessante è stato il percepire e collegare le sottili differenze, di cui sono consapevole e di cui si è anche parlato, tra la performance fatta in contesto teatrale o in contesto artistico, le peculiarità di una e dell’altra, nonostante le innumerevoli mescolanze e derive fra tutti i linguaggi.
Interessante anche è stato sentire Joan Jonas parlare di come ha portato avanti il suo lavoro. Ciò che mi piace qui è che sono messi sullo stesso piano e trattati con la stessa dignità e interesse sia giovani che artisti affermati, veterani della critica o giovani emergenti. E’questo clima di accettazione e diffusa possibilità che adoro a New York. Riesci a sentirti sempre non troppo giovane o non troppo vecchio, come spesso invece può succedere in Italia (per certe cose sei troppo giovane, solo le persone di lunga carriera e fama posso accedere, per altre è come se fossi troppo vecchio, chissà se ci saranno nuove possibilità per te, ecc … ).

Art in General: bella installazione di video, in stanza scura, sul soggetto del bere, focalizzato attraverso la ripresa di scene di films di Cassevetes. Io non ho ancora visto suoi films, ma li vedrò a breve, e Mario più molti amici me ne avevano parlato molto bene. Mi è piaciuta la mostra, che focalizza l’aspetto sociale, umano, comportamentale, psicologico, dell’atto di bere, sia soli che in compagnia, focalizzando scene e bloccandole.
(Lo stesso giorno c’era anche l’opening all’Artists Space, ma la mostra non mi è piaciuta per niente nè ho voglia di parlarne – a volte le cose che non piacciono sono stimolanti, questa invece per me non lo è stata affatto, anche se ho cercato di capirne di più guardando catalogo e sito).

Sono andata al New Museum a vedere una performance di un artista di Beirut. La performance era una session di video e dj live. Abbastanza scontata come combinazione e come concetto, il video e i suoni comunque erano ben fatti. Il video prendeva delle scene splatter o pop dalla trash tv libanese o araba, e li montava focalizzando scene di aggressività e violenza. Come dicevo il video era ben fatto e alcune parti delle immagini arabe avevano interesse sociale e incuriosivano in quanto portatrici di un’altra cultura, ma il tutto era leggermente ovvio o comunque deja vù.

Sempre bellissimo invece essere a un opening al PS1. Tantissime persone e tantissime mostre, davvero interessanti. Alcune cose mi hanno fatto molto riflettere, e tante le ho gustate davvero. Un fatto degno di nota è che la maggioranza delle opere esposte era in relazione con avvenimenti sociopolitici della situazione mondiale. Ciò mi interessa e mi piace molto: l’arte come mezzo per indagare sulla società e per filtrare gli avvenimenti. Già all’inizio, nel cortile, c’era un grande tendone dove in collegamento video via skype c’era un artista egiziana, Lara Baraldi, la quale ha contribuito, insieme con altri artisti, a fondare il Tahir Cinema durante la Rivoluzione del 2010 al Cairo:

Although the Egyptian revolution has been called the ‘Facebook Revolution’, the majority of Egyptians did not and still don’t have access to the Internet, and therefore have no access to news coverage other than through the Egyptian media. During the July 2011 sit-in in Tahrir Square in Cairo, a group of artists and filmmakers lit up a corner of the square with an open-source ‘revolutionary’ screen: Tahrir Cinema. Every night, a filmmaker, journalist, or activist presented a selection of visual material related to the Egyptian revolution, ranging from raw footage to documentary, from HD to mobile camera quality, from animation to YouTube virals  (know more)

Un altro esempio connesso con i recenti avvenimenti mondiali è il lavoro di Chim↑Pom nella Hall del piano di ingresso. Questo collettivo di artisti Giapponese ha esposto un video a due canali che documenta un’azione da loro intrapresa per ‘sollevare il morale’ delle persone nelle zone terremotate:

Following the March 11, 2011 earthquake, the artist collective Chim↑Pom traveled to Soma City, Fukushima where they made friends with local youths—many of whom had lost their homes and loved ones, and were living among the destruction and radiation that accompanied the earthquake and subsequent destabilization of the nearby nuclear reactor. In response to the disaster they conducted a sequence of one hundred KI-AI. KI-AI is martial arts term describing a way to collect and direct one’s inner energy through exhalation or vocalization before attacking. Chim↑Pom plays on the idea by focusing the group’s energy through collective action which was video recorded. MoMA PS1 presents the resulting two-channel work KI-AI 100 (100 Cheers). (see more)

 
Mi sono piaciuti molto anche i lavori di Frances Stark (video tratto dalla sua esperienza di chat online).

e di Surasi Kusolwong, che ha lavorato con l’interattività riempiendo tutto un grande spazio di fili di lana, dove le persone potevano immergersi e addentrarsi, per ‘scovare’ – e tenere – gli oggetti d’oro che l’artista aveva nascosto nel mezzo.

Curiosa e ironica la mostra di Darren Bader, che ha esposto un’iguana, in una gabbia di vetro molto grande con tanto di verde acqua e albero dentro, al di fuori della quale vedevi in terra un croissant. L’opera si intitolava infatti: Iguana e croissant … Ha anche esposto dei gatti, in un’altra stanza, chiedendo ai visitatori chi volesse adottarli per non farli sopprimere …

Anche la performance suscita ancora un grande interesse. Clifford Owens riflette sui confini dei medium, ossia tra la performance e la sua resa con fotografia e video, portando in mostra un'”Antologia” di performances fatte e documentate appositamente per questo progetto. (see more)

 

E poi che dire dell’incredibile poesia dell’installazione fissa, che avevo già visto, “Meeting” di James Turrel?
Si entra in uno spazio il cui soffitto è tagliato da una cornice, al di là della quale vedi il cielo. E subito ti accorgi di essere all’aperto, e che dentro la cornice, guardando a testa in su, si muove il cielo, con le sue nuvole che vanno, come se fosse un grande video proiettato sul soffitto …

Buona visione!
Liuba

67. Welcome back in New York

Mentre tutto o quasi tutto il mondo dell’arte italiano si sta dirigendo a Bologna, io sono partita per New York (e Canada). Ho preso il mio bel volo e sono planata sul JFK alle due del pomeriggio di ieri, 25 gennaio, allegra come il sole che mi ha seguito dalla partenza sulle alpi all’arrivo in città.

Sono stata volentieri in Italia per questi ultimi mesi, anche perché sto lavorando ad alcuni progetti molto interessanti, da attuare in Italia dalla primavera inoltrata in poi, inoltre ho cominciato a collaborare con altre persone e con assitenti, per cui sono stati mesi utili e soddisfacenti, ma respirare l’atmosfera italiana senza deprimersi troppo non è tanto facile, e il bisogno di ritornare a New York è un fatto imprescindibile per me, per continuare a fare l’artista e soprattutto per credere nei propri sogni.

Anche il tassista a Milano, mentre mi portava alla fermata del bus per Malpensa, mi disse con voce depressa: sì, fugga fugga dall’Italia, che qui va tutto a rotoli … Questa frase mi ha colpito, perché è indicativa della percezione che tutti gli italiani hanno in questo momento della realtà in cui stiamo vivendo.
Io non sono partita per New York ora per fuggire da questa morsa italiana, ma l’ho fatto già da parecchi anni, quando nel 2005 sono venuta a New York poiché in Italia trovavo difficile proseguire nel mio lavoro con soddisfazione. Ora tutti si lamentano che c’è la crisi, la crisi, ma da quando io ho cominciato a fare l’artista (e, udite udite, nel 2012 sono vent’anni dalla mia prima performance! – vi scriverò meglio in seguito di questo) ho sempre trovato la situazione italiana molto stemprante, dove chi vuole fare l’artista deve lottare col sangue e coi denti per poter continuare e per ricevere dignità e rispetto del proprio lavoro.

Quando avevo messo il naso a New York nel 2005 per la prima volta, avevo già provato e rigirato in lungo e in largo la situazione italiana, e se anche avevo fatto cose soddifacenti e a volte prestigiose, le difficoltà che ti rimbalzano contro, e il muro di gomma che impedisce alle cose di attuarsi, erano così forti e implacabili che avevo deciso di non rimanere lì a guardare i miei entusiasmi sparire e le mie energie affievolirsi per combattere contro i mulini a vento. E quel viaggio, deciso in poche settimane (allora avevo deciso di andare a Berlino ed ero anche già d’accordo con una stanza da affittare, poi improvvisamente presi una palla al balzo per andare a New York), mi ha aperto un mondo e una serie di collaborazioni, progetti, continui viaggi, avventure, fatiche ed entusiasmi (potete sempre vedere il diario New York per gli inizi, e alcuni post dell’anno scorso di questo blog) che continua ancor ora, anche se so bene che a volte New York è una città dura e competitiva, ma sempre irresistibilmente propositiva e vitale.

Quindi, non sono andata via ora perché fuggo dall’Italia (tra l’altro io vado e poi torno, e poi vado e poi torno, in un esercizio di altalena tra i luoghi e tra le vite che è un po’ complicato ma di un fascino assoluto per uno che ha un carattere come il mio), ma è sacrosanto dire che non vedevo l’ora di andarmene e di respirare nuova aria. E, devo ammettere, non mi manca affatto la Bologna di Arte Fiera, mentre invece c’erano anni che diventavo fibrillante di impazienza di andare a Bologna già setitmane prima dell’evento (per non parlare di tutti gli anni in cui ho abitato a Bologna e amato quella città, e durante Arte Fiera avevo sempre qualche mostra o qualche performance da qualche parte, e un calendario fittissimo di cose da vedere).
Beh, ora però vi voglio descrivere la giornata di ieri, che è stata straordinaria, perché, complice il fuso orario e la differenza di -6 ore dall’Italia,  ho vissuto una giornata lunghissima vivendo situazioni in due posti da una parte all’altra dell’Oceano, che mi ha fatto sentire quasi un po’ ubiqua – oltre che in uno stato di ebbrezza esilarante, e in leggera confusione.
Dunque: sveglia alle 6, ora italiana, per sistemare le ultime cose, vestirmi e uscire in tempo per arrivare in taxi alla fermata del bus per Malpensa. Tutto scorre fluido e in sincronia perfetta (al contrario del viaggio per Miami dove già a cominciare dal taxi tutte le combinazioni andarono storte), arrivo in aereoporto e magicamente appare un trolley per issare le mie due valigie e faccio il check in in modo rilassatissimo. Ho detto ‘appare un trolley’ perché a Malpensa non sai mai dove sono i carrelli, ma questa volta c’era uno straniero ad aspettare il bus offrendo i carrelli in cambio di una mancia, ed io ho molto apprezzato questo modo di rendersi utili e di guadagnare i soldi. Inoltre avevo già programmato che quando sarei arrivata a New York volevo assolutamente andare a sentire un talk sulla performance alla Location One di Soho,e volevo fare un viaggio non totalmente distruttivo per non crollare come una pera al mio arrivo.
Quindi salgo sull’aereo, con un magnifico sole, e mi vedo tutte le Alpi dall’alto, e ogni volta che volo mi emoziono un sacco per la meraviglia di vedere il mondo dall’alto e carpirne la sua morfologia … Riesco pure a dormire un po’, mi guardo un paio di bei film e dopo 9 ore di volo – bello avere il volo diretto! – atterriamo a New York. Lì occorre una bella dose di pazienza e di tempo (almeno 1 ora e mezza) per la fila alla dogana appena sbarcati, e in un paio d’ore riesco ad uscire dall’areoporto e dirigermi alla casa della mia ospite in Carmine street. Erano le 16 ora americana, le 22 ora italiana, ero un po’ stanca di tutto il viaggio, però sapevo che c’era questa conferenza importante che volevo vedere, e così mi sono fatta dei bei respiri e mi sono immersa nella mela. Arrivo a casa nel west village, chiacchiero con la mia ospite in italiano, perché lei adora l’Italia e desidera praticare l’italiano, e poi esco a piedi verso Soho, Location One, assaporanto gli angoli le strade e i negozi di un quartire che conosco benissimo, perché tra una coincidenza e l’altra, sono quasi sempre stata da queste parti quando vengo a New York.
La conferenza era super interessante, proprio sulla performance art e il concetto di contemporaneità, c’erano alcuni artisti e curatori a parlare, tra cui Joan Jonas. E, colmo del benvenuto, la mia amica Marie mi ha raggiunto lì e ho assistito alla conferenza in compagnia, sentendomi accolta e a casa. Dulcis in fundo, invece di prendere un taxi per tornare a casa, come avevo programmato, immaginando di essere cottissima, io e Marie ci incamminiamo verso Spring Street per le vie di Soho e poi a questo punto proseguo a piedi verso Carmine street, comprandomi alcune cosette da mangiare in vari negozietti aperti. Alle 10 di sera, ora americana, 4 del mattino ora italiana, mi metto a letto stanca, serena, grata, per dormire naturalmente come un sasso un meritato riposo.

Welcome back to New York!

66. Il Supermerkato di Torino

So che siete curiosi di sapere com’è andata alla Biennale di Torino, molti mi hanno chiesto il resoconto e le mie opinioni, ed eccomi qui, con calma in una giornata nevosissima in montagna (scrivo in un posto con larghe vetrate ed è bello vedere grossi fiocchi scendere da ore e ore, e vedere incicciottirsi lo strato di neve sui pini, sulle case, sulla strada e sulle macchine … ).

E’ il momento adatto per fare il punto della situazione, finalmente mi prendo un bel break, riposo e ripensamento su tutto. Spesso continuare ad andare avanti a fare l’artista non è proprio una cosa facile, e dopo tanto lavoro (a volte con risultati gratificanti, a volte meno) è necessario prendere un po’ di distacco dal mondo dell’arte ( … non dalla creatività).

Se devo essere onesta, anche la Biennale Torinese di Sgarbi ha contribuito a stancarmi e non è stata per niente gratificante, anzi pure un po’ deprimente, vedendo il modo in cui vengono fatte le cose in Italia (d’altronde non è che mi aspettavo niente da questo evento) e come sono trattati gli artisti.
La prima emozione che ho provato è stato di sforzo vano e di stress per nulla in cambio, ed irritazione per tutto. Ma veniamo ai dettagli.

Innanzi tutto era da quando mi avevano invitato, più di un mese prima della vernice, che, sia io che la mia assistente, abbiamo detto più volte che avrei esposto un video e chiesto se c’era l’attrezzatura appropriata, ma sino all’ultimo non abbiamo ricevuto risposta. Come sapete dalle puntate precedenti, non ero molto convinta di partecipare, anzi non convinta affatto per quanto riguarda la natura e la modalità dell’evento, ma ho ritenuto interessante partecipare per dire, con un’opera, la mia opinione e la mia perplessità. L’arte è anche un modo di comunicare, e cosa c’è di meglio che parlare con il proprio lavoro? Così, invece di rifiutare l’invito, ho preparato il video ‘Senza Parole’ e ho partecipato in maniera critica e dialettica, cosa di cui sono soddisfatta e orgogliosa … (Ma lo sforzo è valsa la pena? … )

Pochi giorni prima dell’opening vengo a sapere in maniera definitiva che ogni artista si deve ‘arrangiare’, quindi per il mio video non c’è niente (“Ha un quadro o una scultura?” Era questa la domanda che mi sentivo ripetere da chiunque mi contattava o contattavo – e già questo la dice lunga sull’attualità di questa mostra … ).
Quindi dovevo portare a Torino la mia attrezzatura e lasciarla in mostra per due mesi, secondo il calendario. Ero fuori di me dal nervosismo per questa situazione: portare il mio videoproiettore e il computer (meno male che ho un secondo computer più vecchio)? comprare un monitor da lasciare lì? Già cominciavo a dare i numeri e andai a Torino, nei giorni dell’allestimento, tesa come una corda di violino (fa anche rima … ).
Per fortuna è la prima volta che mi capita di essere invitata a una mostra dovendomi portare la tecnologia per esporre, e francamente spero sia anche l’ultima.

Arrivo alla sala Nervi, spazio meraviglioso e gigante, senza nemmeno sapere se c’era almeno una presa per ricevere la corrente e una posizione adeguata. Sono stata fortunata perché sono stata accolta in maniera molto gentile e professionale dalla ditta di allestitori che si occupava di montare tutte le opere arrivate per la biennale (dicono un circa mille opere). L’architetto mi ha seguito nell’allestimento e abbiamo creato uno spazio sufficientemente buio, con una parete fittizia, per allestire il video con il mio videoproiettore e il loro elettricista ha risolto tutti i problemi di connessione e allacciamento per l’elettricità. Bene – ho pensato – almeno questa è fatta, e non mi sono dovuta stressare (al contrario invece di moltissimi altri artisti che, portando le loro opere, pretendevano di essere messi nello spazio più in vista di tutti e si litigavano le locations … Forse perché a me non me ne importava granché, ho avuto il trattamento migliore – così mi disse pure l’architetto … ).
Bene dunque per l’allestimento e gli allestitori, ma l’enorme quantità delle opere e gli abissi di qualità tra una e l’altra, e l’effetto vetrina-totalmente-riempita-di-un-negozio-dove-non-vedi-più-cosa-c’è-dentro, mi lasciava molto perplessa, anzi attonita.

Ero sempre meno convinta di avere un effetto benefico dal partecipare a questa mostra … ero pure un po’ inquieta, anche e soprattutto per il mio videoproiettore – anche se mi avevano assicurato che c’era un’assicurazione per le opere – lo avrebbero acceso correttamente? (nonostante avessi appiccicato le istruzioni per colui che l’avrebbe manovrato), l’avrebbero addirittura acceso o se lo sarebbero dimenticato? (visto che era l’unica videoproiezione di tutte le mille opere … ) e se si fulminava la luce?

Vabbè, torno a Milano e ritorno sabato per l’opening ufficiale, facendo mille salti mortali per incastrare tutto con i tanti altri impegni.
Cosa devo dirvi? qualche opera interessante c’era, ma era tutto uno sopra l’altro, c’era di tutto e di più, non un minimo di ‘concetto curatoriale’ nè un criterio espositivo e selettivo … C’era solo questa idea sbandierata in lungo e in largo di arte per tutti, arte senza limiti, mostra come un imbuto dove metter di tutto e poi il pubblico sceglie … Molti artisti erano al settimo cielo di essere presenti e di essere esposti, per qualcuno era davvero gratificante, per altri molto meno, dipende da cosa cerchi, chi sei e cosa vuoi, no?

Io posso essere d’accordo in linea di massima sul concetto di far uscire l’arte dalle poche gallerie monopolizzanti, ma ho trovato questa mostra e tutta l’operazione un grande sfruttamento dell’arte e degli artisti fatta a scopi pubblicitari  e politici. Scusate la franchezza, ma mi sono davvero irritata, non c’era nè catalogo nè il nome degli artisti partecipanti, solo una grande eloquenza intorno al nome di Sgarbi e della sua ‘democratica’ operazione. E vedevo con rammarico stuole di artisti che si sono pagati la spedizione di opere enormi e pesanti da ogni parte di Italia, a loro spese, pur di partecipare e di dire: io c’ero alla Biennale di Sgarbi … A me sembra l’ennesimo modo di trarre profitto dal lavoro degli artisti e di ricevere gratis e senza troppo sforzo un grande ritorno sfruttando il lavoro degli altri. Boccaccia mia statte zitta, ma questo è ciò che penso e sapete che nel mio blog sono sempre sincera, quindi …

Rispetto al cento per cento gli artisti che credono in queste operazioni, quelli che sono stati contenti e che hanno avuto una opinione positiva e gratificante, rispetto il concetto di voler fare qualcosa fuori dalle logiche delle gallerie potenti e dai ‘soliti noti’, però lasciatemi dire che io personalmente non trovo minimamente il senso di mostre come queste. C’erano così tante opere accumulate una sull’altra, e tante sale, e tanto freddo (non era stato acceso il riscaldamento durante l’opening e nemmeno durante l’allestimento!!) che non era possibile vedere tutti i lavori, e men che meno capire perchè erano lì.

Devo anche riconoscere che la mia partecipazione ‘critica’, col video della mia performance al Padiglione Italia alla Biennale di Venezia che ironicamente si beffava di questa esposizione, non mi è sembrata potesse ricevere la necessaria attenzione, perché il contesto era del tutto inadatto alla fruizione di quel lavoro.

Così dopo qualche giorno HO DECISO DI TOGLIERE LA MIA OPERA dalla mostra, lasciare la mia parete vuota e pubblicare il video su vimeo e you tube … (chi me lo faceva fare di stare là in mezzo col mio lavoro e in più rischiare di perdere un prezioso videoproiettore per questo supermerkato dell’arte?).

ECCO, solo quando la mia amica Flavia di Torino, che è andata gentilmente a prendermi il mio lavoro e tutto il materiale, mi ha scritto “missione compiuta!”  MI SONO FINALMENTE SENTITA SOLLEVATA!!

E se volete vedere il video ritirato … eccolo qui, liberamente fruibile per tutti su vimeo e youtube:

The video comes from Liuba performance at the entrance of the Italian Pavillion at Venice Biennial 2011.
The Italian Pavillion 2011 was very controversial and discussed. The curator, active more in the Politics than in the Contemporary Art , asked to 100 of Italian ‘known’ people to invite one best loved artist to the Venice Biennial Italian Pavillion. The result was a show with no curatorial logic and full of any kind of works and styles.
Many of the Italian Art-World people criticized this Pavillion. Liuba expressed her disagreement in an ironic way, distributing flyers at the entrance of the show, as giving the explication of the exhibition. Except that the flyers were white, blank. Empty.
Interesting, as usual in Liuba’s works, are people reactions: many react automatically when receiving a flyer, many don’t want it, many other take it without reading, some were thinking Liuba was a Biennial Hostess and asked practical informations, and many people perceived and enjoyed the performance as well.

65. La Biennale di Sgarbi…

Sono stata invitata a partecipare alla mostra del Padiglione Italia Biennale di Venezia che si terrà a Torino organizzata da Sgarbi.

In un primo momento sono rimasta basita, poiché ho apertamente espresso cosa ne pensavo di quest’operazione attraverso una performance che feci proprio a Venezia all’ingresso del Padiglione Italia
http://www.artribune.com/2011/06/%E2%80%9Cprego-e-la-guida-del-padiglione-italia%E2%80%9D-ma-poi-l%E2%80%99artista-liuba-ti-consegna-un-bel-foglio-bianco%E2%80%A6/

Poi ho deciso di accettare l’invito, e approfittare dell’occasione per esprimere le mie idee col mio lavoro.
E così, ciò che vedrete in mostra, in prima assoluta, sono il video e le foto nate dalla performance alla Biennale dal titolo  ‘Senza Parole’.
Ho lavorato molto per preparare il video in tempo, ma non potevo partecipare altrimenti che con questa opera in tema e in relazione ‘dialettica’ all’evento.

L’opening è sabato 17 dicembre a TORINO alla Sala Nervi alle ore 19

per vedere altre foto della performance clicca qui

64. La città e i colori e le poesie

Questi sono brevi pensieri nella nebbia e nel grigio della Pianura Padana d’inverno, pensieri arrivati soprattutto oggi venerdì 16 dicembre, uscita in macchina per commissione urgente dato che c’è sciopero dei mezzi. Un caos terrificante, e soprattutto tanta fuliggine dapperutto. La mia macchina, solo dopo poche settimane dal lavaggio, è nera a chiazze, con pulviscoli di smog per ogni dove, e quando guidi vedi tutte le altre macchine, e le cose, e i teli, e gli edifici, tutti ricoperti da quella stessa schifosa patina di grigio inquinamento – e che poi naturalmente ti domandi che effetto fa nei tuoi polmoni quando respiri.
La situazione diventa ancora più deprimente quando ti rendi conto, e oggi ho OSSERVATO attentamente, che nessuno usa dei colori, che tutti per lo più vestono di grigio scuro, nero, blu scuro marrone scuro, uniche macchie chiare sono di colori sporchi tipo beige panna o grigio chiaro.
Le case sono per lo più grigie, le macchine sono per lo più grigie, le strade sono tutte grigie, pure le facce delle persone sono grigio smorto.

Io per puro istinto, senza pensarci nemmeno su (dato che è un periodo che non me ne frega molto di come vesto e di cosa metto), indosso sempre cose colorate, con una sinfonia di colori primari o secondari o comunque puri, saturi. Credo sia un bisogno essenziale, un cibo che il mio occhio necessita come un affamato, per non impazzire. E mi dico, ma perché questa città, e molte altre città, sono codificate sul grigio? Perché i colori sono estromessi dalla vita cittadina, oggi ho guidato un paio d’ore nel traffico per andare dall’altra parte di milano, e sempre osservando attentamente, tutto ciò che mi entrava negli occhi era triste e deprimente. Le forme, i non colori, il caos.
Io ho bisogno di colore negli occhi! Ho bisogno di bellezza, di armonia. Tutti abbiamo bisogno di colori!! E perchè nessuno indossa cose colorate? Perchè la città non ha case, pali, panchine colorate? Magari con diversi tipi di colore, a seconda delle zone e delle funzioni, come si sa benissimo dagli effetti psicologici delle vibrazioni della luce da cui deriva la cromoterapia. Se fossi il sindaco, e mi sono immaginata anche nella pelle del nuovo sindaco di Milano Pisapia, che anch’io ho votato e che sono contenta di avere in questa città, dicevo, se fossi in lui farei un ordinamento in cui ordinerei a ciascun edificio di avere almeno un elemento colorato, e assolderei esperti di colore per tinteggiare degli arredi urbani con delle tinte che armonizzino il cervello e instillino allegria.

Con queste giornate deprimenti, in questo periodo italiano dove c’è un degrado di immaginario, di prospettive, di speranze, dove serpeggia solo un grande stress per riuscire alla meno peggio ad assolvere a tutte le funzioni base della sopravvivenza e della routine (a volte in questo periodo pesantissimo anche per me, non riesco a trovare il tempo o l’energia per fare una spesa decente, per mangiare bene, per comprarmi il liquido delle lenti che mi serve, per telefonare a chi vorrei).
No, lo dico senza mezze misure, purtroppo ora la vita in Italia e soprattutto a Milano non mi piace proprio per niente. (E il mio viaggiare, a volte con fatiche e sacrifici non indifferenti, lo dimostrano).
Amo molte persone qui, e anche amo molte cose del mio paese, ma sono oberata dal grigio deprimente che incombe su tutto. E no, la vita è troppo bella e troppo corta per sprecarla nel gorgo dello stress e dell’inquinamento, e come sempre ho imparato che bisogna essere radicali e decisi e prendere le decisioni basandosi solo sull’amore (traducendo: amore per la vita, per la bellezza, per le nostre persone care, per ciò che si desidera, per i sogni. Sì, anche per i sogni. Non sembra ma sono importanti. Tanto importanti).

Mi vengono in mente due poesie che avevo scritto quando ero rientrata a Milano dopo 13 anni vissuti a Bologna, ossia a fine anni ’90, e da allora la situazione non è molto cambiata. Queste poesie fanno parte di una serie di testi e di performance e di quadri (la serie delle ‘Mummie Vincenti’) sul tema delle ‘scatole’ e della prigionia della vita nella nostra civiltà e sulla ricerca di uscirne e di liberarsi.

Ecco le poesie, e vi metto anche qualche foto

Chissà se a volte ci ricordiamo
di che colore hanno le foglie,
che profumo emana l’erba,
che fragore incanta il mare
che dolcezza ci modella la sabbia
com’è il vento quando ci scompiglia i capelli.
Viviamo in un mondo di plastica.
Pure i sentimenti sono di plastica.
E la lotta si fa dura.
Ci vuole molta fantasia.
‘Le Mummie Vincenti’  performance a Milano, 1999, e videoinstallazione, 2000
Chissà perché
ci siamo costruiti un mondo finto
dove i doveri
pesano come mattoni
sopra le nostre case
stanche
dove il denaro signoreggia
sui nostri desideri ormai sfiniti
sfibrati e assurdi
Chissà perché i profumi spariscono
tra le puzze del cemento e lo scarico
di gas nocivi
gli occhi diventano opachi e il respiro
segue i ritmi convenzionati.
Chissà perché. Non c’è una risposta. E’ solo pazzia.
  ‘Spolpata è ogni polpa palpabile’ dalla serie ‘Le Mummie Vincenti’,1999
acetato di performance, acrilici e collage su tela

P.S. in quel periodo dipingevo costruendo a mano col pennellino in acrilico tutte le belle letterine, non sono mica fatte con photoshop … 






63. Miami, foto e beach birds!

Chi ha letto i precedenti due post su Miami sa un pochino quanto difficili e stancanti siano stati i miei giorni a Miami per la Fiera. Solo gli ultimi due giorni mi sono però potuta veramente rilassare, godendo il clima fantastico (29-30 gradi e secco!) di questo luogo tropicale, la sabbia bianchissima e facendo dei bei bagni nell’oceano e in piscina, in questa stagione insolita (certo che lì non sembra davvero di essere in periodo natalizio, anche se qua e là ci sono decorazioni tra le palme! ).

Non è stato facile anche godersi tutto questo ben di Dio perché purtroppo la mia relazione sentimentale pazza da un capo all’altro del mondo è spesso causa di molto malessere e poco benessere, e di tutto ciò devo confessare che ne sono anche stanca e delusa. Però è stato bello passare gli ultimi due giorni al Catalina Hotel in South Beach, suggerimento datoci da Marilyn, dove per un prezzo irrisorio (ma è pazzesco, per questi servizi strepitosi in Italia avremmo pagato centinaia di euro a notte e lì solo 35 dollari a testa!) avevamo spiaggia privata, teli e sdraio, due piscine, di cui una sul tetto con i vaporizzatori, free drinks, airport shuttle, fre wi-fi … e una camera bianca e rossa da urlo con tanto di big tv al plasma. Questo è un aspetto dell’America che mi diverte, tutto è big e molto spesso tutto è alla portata, basta prenderlo o a volte cercarlo.
Ma bando alle ciance, ora vi metto un po’ di foto, et voilà!

 My feeding birds performance…!

62. Art Basel Miami Beach … il quasi arresto e la delusione dagli italiani

Continuo a ricevere messaggi curiosi che vogliono sapere come è andata a Miami e che cosa ho fatto … Ed eccomi qui a raccontarvi tutto e a mandarvi un po’ di immagini. Sono stati 9 giorni di fuoco, di emozioni, di delusioni e di fiamme, per fortuna finite e ritemprate da un bagno fantastico nell’Oceano e dagli ultimi due giorni di sole rigenerante.

Devo riconoscere che sono partita per Miami con l’idea di fare una performance piuttosto semplice ma anche piuttosto ‘disturbante’, sebbene ironica o forse nemmeno tanto … diciamo che mi interessava enormemente fare un’azione che mettesse in risalto il carattere effimero e piuttosto schiacciante del sistema dell’Arte con l’ A maiuscola, quello del potere, dei tanti soldi e delle gallerie superstar, che è rappresentato forse con la potenza più esplicativa proprio ad ART BASEL MIAMI, che a detta di tutti sta diventando – o è diventata – il polo catalizzante di tutta la cream del mondo dell’Arte. Quasi ancor più dell’Armory Show e della stessa Art Basel, mi dicono. Diciamo che volevo usare Art Basel Miami Beach come materiale del mio lavoro e come paradigma di un sistema potente e spesso effimero in sè stesso.
Però già prima di partire sapevo che questo lavoro che andavo a fare poteva essere un po’ disturbante, e che potevo essere bloccata o interrotta dopo poco … ma dato che il caso e la sorpresa e il contesto sono alcuni degli ingredienti fondamentali del mio lavoro e ciò che mi interessa approfondire, sono partita ugualmente allo sbaraglio …

 
Vi ho già raccontato nel post precedente del nervosismo galoppante, della stanchezza allucinante e dell’arrabbiatura del viaggio, e di come sia arrivata alla casa in cui ero stata invitata dagli italiani con i nervi a fior di pelle. Mi ero portata dei lavori piccoli in valigia, attentamente imballati, e dei video, da esporre in questo spazio americano (è molto grande, mi avevano detto, porta tutti i lavori che vuoi e i video!) e poi mi sarei dedicata alla mia performance a a vedere le mostre in giro per Miami. Forse sarebbe arrivato anche Mario da Montreal, avevo piacere e paura al tempo stesso di vederlo, anche perché non sapevo bene nemmeno io dove avrei dormito e in che situazione, a parte i giorni in cui sarei stata accolta calorosamente da Marilyn.
Non vi sto a tediare col racconto catastrofico dei primi tre giorni, la persona che mi aveva invitato aveva fatto un sacco di casini e tutto era diverso da ciò che mi aveva detto. Ho vissuto delle emozioni tristi e interiormente faticose. Problemi con l’ospitalità e problemi con lo spazio della mostra. La situazione non mi piacque affatto, e nemmeno mi interessava più, così decisi che non valeva la pena esporre con loro e di dedicarmi solo alla mia performance e a qualche giorno di vacanza. In realtà ero arrabbiatissima sia con loro che con me per questa situazione, con loro perché mi avevano dato informazioni vaghe e piuttosto diverse dal vero, con me perché sono una entusiasta e credulona, e avevo aderito a qualcosa di cui già i giorni prima della partenza avevo ‘nasato’ che era organizzata poco bene.

Sembra che in America il sistema dell’Arte sia sia abbondantemente ripreso dalla breve crisi dell’anno scorso e tutta Miami si è riempita di ricchissimi collezionisti con yacht e aerei privati alla caccia di acquisti forsennati. Ed è pazzesco come tutti, chiunque, in ogni dove, cerchi di esporre e di tentare la fortuna che qualche ‘buyer’ gli compri a peso d’oro le sue opere … E’ impressionante e forse un poco nausenate, durante Art Basel, oltre alla Fiera principale al Convention Center, c’erano ben altre 22 fiere … Oltre a queste 22 Fiere, Art Basel, arte pubblica sparsa nella città, c’erano caterve di loft e capannoni industriali nella zona di Wynwood – che è il nuovo quartiere delle gallerie, prima chiamato ‘design district’, e in cui era situato lo spazio dove avrei dovuto esporre anch’io – con ogni tipo di artisti, di opere, di pastrocchi, di kitsch, di opere di dimensioni monumentali, di saltimbanchi e imbianchini, tutti a cercare di farsi vedere e di esporsi ed esporre e poter farsi comprare.
Certo, alcune cose belle le ho viste – eccellente soprattutto lo spazio enorme della collezione Margulies, davvero incredibile, sia per le opere, sia per la location, sia per la cura dell’esposizione. Lì mi sono davvero emozionata. (guarda il sito)
“Marty Margulies has collected one of the most expansive and impressive collections of contemporary art in the world. Although the warehouse does not look like much from the outside, inside it houses not only an immaculate collection of sculpture and installations, but an archive of photography and priceless pieces.
Any art lover will recognize everything from Barry McGee to original Jasper Johns. The most impressive thing about the Margulies Collection is the diversity and foresight. They have large scale installations, paintings, video art dating back into the eighties before the movement. Sometimes they even have performance pieces on display”

Ho naturalmente visto altre opere ottime e altre buone, sia nella Fiera che in altre location, però l’impressione generale è di un grande luna park divertimentificio e macchina-per-spremere-i-soldi che mi ha lasciato estremamente perplessa, o irritata o abbacchiata, come se ci fosse una ruota del lotto che premia alcuni artisti e altri no, e dove chiunque può prendere delle lastre di plexiglass, metterci degli scarabocchi, dire che è arte e trovare chi le compra a peso d’oro. Beh, forse esagero, ma spesso la sensazione è questa qui e anche nella fiera principale, con gli artisti già affermati. Basta vedere lo stand di Gagosian, o delle altre few top galleries, pieno zeppo di gente come se si fosse nel quartier generale del Presidente o a colazione da Tiffany, per vedere che il valore delle opere esposte è per lo più dato dal plus valore di chi le espone … non è certo una novità, si sa come funziona il sistema dell’Arte – e non solo quello dell’arte – e non ho scoperto l’acqua calda, ma vedere tutto ingigantito in quelle dimensioni è come avere una grande lente di ingrandimento, e vedere davvero bene …

E’ in questo turbinio di emozioni e di sentimenti (accentuate anche dal fatto che Mario era arrivato ma come al solito litigavamo tutto il tempo per cose banali ed ero come se fossi esasperata da tutto e da tutti … ) che arrivò il giorno in cui avevo deciso di fare la performance: il sabato, giorno di un’affluenza inverosimile.
Avevo già fatto il sopralluogo il giorno dell’opening, e avevo deciso che avrei cominciato la performance nell’ingresso della Fiera e nella Hall dove la gente passa prima di accedere agli stands veri e propri. Questo per una questione logistica di struttura, di materiali e di funzionalità.

Ho deciso di portare a Miami, per completarlo ed esaltarlo, il nuovo lavoro che avevo cominciato questa primavera nella rassegna di performance alla Naba curata da Marco Scotini e Giacinto di Pietrantonio: costruire una ragnatela di fili invisibili che avvolge cose persone e spettatori, visualizzando in questo modo il labirinto del sistema dell’Arte e la sua capacità di prenderti nella morsa, e magari imprigionarti, oppure  bloccarti i movimenti … Un filo invisibile come invisibile è il web dell’Art System, invisibile ma a volte asfissiante come una ragnatela.. .
Ho cominciato a tessere questa ragnatela legando il filo alla colonna dell’ingresso, per poi andare avanti e, ad altezza busto perché non fosse pericoloso, dipanare la matassa coinvolgendo architettura e persone.
Ma non feci che poco più di mezzo minuto che una guardia mi si scagliò addosso prendendomi il filo e strappandolo coi denti gridandomi se ero pazza.
Allora delicatamente mi diressi all’indietro verso il primo grande atrio dell’entrata e lì ricominciai a tessere la mia ragnatela legando il filo a un altra colonna e procedendo tra la gente, quand’anche qui fui interrotta da un guardiano e poi a raffica arrivarono lo show manager, un poliziotto, una direttrice della sicurezza e non so chi altro, gridandomi come forsennati che ero pazza e che mi avrebbero portato in prigione … Io gli dissi che era una performance … loro diventavano sempre più aggressivi, erano fuori di sè come se io fossi un attentatore con una bomba pronta ad esplodere addosso … C’era una guardia in particolare che mi guardava con due occhi pieni di odio, e diceva che voleva portarmi in prigione per quello che avevo osato fare … (vi rammento che mi hanno bloccato dopo nemmeno un minuto).

Era un po’ come Davide contro Golia, the “Big System” che si scagliava contro di me. Una macchina gigante che si scaglia contro un micro elemento che gli dà fastidio. Certo, forse in fondo in fondo avevano ragione, forse poteva creare scompiglio (è ciò che volevo, no?) o forse anche poteva essere pericoloso (però ero conscia di stare bene attenta) ma esemplare è stato il commento della mia amica Marilyn, che era venuta per vedere la performance e che la sa lunga, in quanto vive a Miami da più di 30 anni e ha diretto un importante albergo: questa fiera fa girare SO MANY MONEY che non possono nemmeno concepire che succeda un minimo incidente o un fuori programma, perché avrebbero dei guai di immagine che farebbero finire questo bengodi … (questo è il succo di ciò che ci ha detto, tradotto con parole mie).
Quando finalmente mi hanno ‘liberato’ e lasciato uscire dall’edificio, la guardia più cattiva mi sibilò: e se tu o i tuoi amici (nel frattempo avevano visto il cameraman e Mario che faceva le foto e Marilyn che mi difendeva) osate farvi rivedere dentro THIS BUILDING, you will go to prison immediately!
Il giorno dopo, quando la Fiera non c’era più, tornai all’edificio, e ho tessuto una ragnatela di fili invisibili nel quale sono stata imprigionata …

All the photos: 
Liuba, “The invisible web of the Art System”, performance, 2011 (photo credits: Mario Duchesneau)
Naturalmente nascerà anche un video da tutto ciò. Un brevissimo, ma intenso video (quando il cameraman mi manderà il ‘minuto’ di riprese – perché è dovuto partire subito … altro problemino che mi stressa, non avere nemmeno le riprese … però ho tante foto … e il video sarà anche con le foto … )



Se volete sapere i precedenti della partenza, la decisione improvvisa e il viaggio allucinante, leggete il post precedente

61. Decido di partire per Miami all’improvviso …

Ovvero, non proprio all’improvviso, è un po’ che mi ravanava nel pensiero l’idea di andare a fare una performance ad Art Basel Miami Beach. Già dall’anno scorso, quando ero in procinto di partire per New York, pensavo di passare prima per Miami, ma poi ho ritardato e sono partita per New York il 15 dicembre.
Anche quest’anno contavo di partire per New York addirittura a novembre, poi però si sono succedute una serie di cose piacevolissime e importanti in Italia per cui continuavo a rimandare la partenza, fino a che non ho visto che era meglio dedicare ancora delle energie per impostare totalmente i due grandi progetti italiani che ho in cantiere a Genova e all’Aquila, e poi stavolta mi sembrava importante fare il Natale con i miei, soprattutto con mia mamma che non è stata molto in forma negli ultimi mesi.

Quindi, avevo circa abbandonato l’idea di andare a Miami per Art Basel perché ritardavo la partenza per New York, quando una giovane gallerista artista conoscente di Milano mi informa entusiasta che loro sono un gruppo che vanno a Miami a preparare una grande mostra durante Art Basel, che dovevo venire anch’io, che la galleria americana dove si sarebbe esposto era grandissima e che potevo portare molti lavori oltre ai video ecc … Loro partono, io lavoro come una pazza per capire se posso trovare il tempo di andare a Miami, inoltre sto lavorando part-time insegnando in una scuola e almeno sino a Natale dovrei andare avanti … decido tutto in un lampo. L’idea è questa: chiedo un paio di giorni di permesso, vado a Miami, faccio la mostra con gli italiani nello spazio americano, faccio la mia performance ad Art Basel – che avevo già in mente – sto dalla mia amica Servas Marilyn che abita in un lussuoso attico sulla spiaggia di surf side per qualche giorno di riposo, e poi torno, finisco ciò che devo fare e poi riparto per New York dopo le feste. In tutto ciò Mario potrebbe anche raggiungermi da Montreal …
Detto fatto deciso. Prenoto l’aereo che mancano pochi giorni all”inizio di Art Basel, e comincio una preparazione frenetica. Per aumentare la mole di lavoro vengo invitata pure a una mostra importante che si terrà a Torino a metà dicembre (e di cui non vi anticipo nulla … !) a cui, dopo varie riflessioni, decido di partecipare ma solo con il video di un lavoro nuovissimo, che doveva essere finito prima di andare a Miami poiché al mio rientro non ci sarebbe stato tempo per montarlo.
Ho cavallato come una forsennata (a tutto aggiungete due giornate full time di insegnamento mattina pomeriggio e sera che mi succhia una certa qual dote di energie) per riuscire a partire, aiutata però dal prezioso aiuto delle mie giovani collaboratrici con cui sto condividendo una parte del lavoro logistico e comunicativo. Non avevo nemmeno il tempo per pensare e per organizzare lo stare a Miami. Sapevo che potevo stare nella casa che gli italiani avevano affittato e poi sarei stata da Marilyn.

Ma pochi giorni prima della partenza divento nervosa. E’ tre giorni che non ricevo più e-mail da Miami, e non mi hanno comunicato nemmeno l’indirizzo di dove andare. Mi arrabbio tantissimo e divento ancor più nervosa quando prima di partire per Miami non ho nemmeno un numero di telefono di dove loro sono alloggiati, nè un indirizzo, nè un cellulare americano. E ovviamente al numero di cellulare italiano che ho nessuno risponde …
Io non ho mai attraversato l’Oceano per pochi giorni, la mia filosofia è portare il lavoro ovunque e vivere per qualche periodo nel luogo del mondo dove vado. Invece ora partivo per 9 giorni, chi me lo fa fare, e in più vado all’aereoporto senza sapere nemmeno dove andare a dormire, mannaggia aver dato retta a quella gallerista lì, che già sapevo che era un po’ svampita e con la testa fra le nuvole …

Manco a dirlo, dato che partivo stressata come un violino, ho fatto il viaggio aereo peggiore di quelli che avessi mai fatto, con scalo straordinario a Dublino per guasto al carburante, ritardo nell’arrivo a New York, corsa per prendere la coincidenza per Miami, smarrimento del bagaglio (che non ha preso la coincidenza per Miami).
Sono arrivata all’aereoporto di Miami dopo circa 20 ore di viaggio, non aver dormito, 6 ore di fuso orario di differenza, e il bagaglio smarrito che sarebbe arrivato nella notte … ‘A che indirizzo dobbiamo mandarlo? – mi chiedono quelli del luggage care, io comincio a piangere come un’isterica perché non ho il mio bagaglio, e non so l’ indirizzo in cui devo andare (e beninteso, piango come un’isterica perché ho i nervi a pezzi del non aver dormito e dell’essere in viaggio con tre scali in 3 città dalla mattina alle 6, e non reggo, non reggo proprio la mancanza di sonno, il cervello mi scoppia, piango come un’isterica e tratto tutti male). Faccio un sms di prova al cellulare italiano della gallerista italiana che come per magia finalmente risponde dandomi l’indirizzo di quella casa e un telefono di riferimento. Prendo un taxi e li raggiungo, senza la mia valigia, a quell’indirizzo, furente come un furetto, stressata come un anguilla e stanca come un pesce …

60. Torino, Artissima, Pensieri notturni piovosi

Quando arrivo a Torino, sempre e da molti anni mi prende spesso quel senso di leggera tristezza, e noia, ed eleganza e grigiume, che sembra appiccicato alla città. Non me ne vogliano i Torinesi, ci sono degli angoli così romantici e poetici in questa città, e le proposte culturali, specie nel campo dell’Arte, le trovo le più interessanti d’Italia. Però ogni volta sento queste sensazioni di ‘squadratura’ e di malinconia, che mi catturano e mi danno il mood. Al tempo stesso qui mi sento spesso piuttosto rilassata, e pure silenziosa (it’s true..!).

Sono arrivata per vedere Artissima e tutte le mostre in giro. Come al solito sono nella principesca dimora di Flavia, una tipica casa nobile torinese con soffitti altissimi, decorazioni, cortili meravigliosi. A Flavia piace che vengo a Torino per Artissima e sto da lei. E’ un piccolo appuntamento per vederci e aggiornarci di anno in anno. E a me piace stare da lei, vederla, incontrarla, e poi anche stare da sola in questa casa bella e un po’ vuota che lei generosamente mi lascia quando il sabato va in campagna nell’altra casa. E’ da due giorni che piove. Piove a dirotto ed è al tempo stesso buffo e triste. Chissà perché mi è venuta in mente quella poesia di D’Annunzio (come si intitolava? A sì, la pioggia nel pineto mi sembra) dove la parola piove si ripeteva di continuo, quasi a ripercorrere ed imitare il ritmo incalzante della pioggia. E in questi due giorni è così, piove, piove a dirotto, piove sulle tamerici, piove sui pini, piove piove, piove sui viali rettilinei, sulle foglie già cadute, piove su Ermione,  piove sui nostri volti silvani, piove piove. Pioveva che Dio la mandava quando sono andata a vedere ‘The Others’ alle carceri nuove. Mi aspettavo una mostra nelle carceri, invece era proprio un’altra mostra-fiera, con delle gallerie o associazioni che esponevano in ogni cella.

Inquietante il posto, tetro, deprimente. Grigio sporco e bianco noia. Le pareti trasudavano sofferenza. Entrare dentro le carceri e vedere arte dentro le celle era un’emozione forte, quasi surreale, forse l’operazione è troppo effimera, forse giusta, non so. So solo che, complice la pioggia, complice Torino, complice la pacatezza e il relax di una giornata autunnale dove mi sono sentita tutto il giorno introversa e silenziosa, ho girato con strane sensazioni dentro, e mi sentivo come una bolla in mezzo a tanta gente, e non avevo voglia di parlare con nessuno.
Ho visto dei bei lavori (non male “The Others”, belle mostre in gallerie in centro) e a Torino vedo spesso qualità. Solo che quando ero nelle carceri, forse complice l’atmosfera e l’energia che emanava dai luoghi, non potevo, come a volte comunque da sempre mi accade, non domandarmi che senso ha fare arte, crederci, lottare, proseguire, come faccio da tanto, quando moltissimi altri fanno opere, molti fanno opere buone, moltissimi fanno di tutto, c’è un invasione di opere, e allora ma che senso ha farle tu ti dici … e mi viene un po’ di nausea, e poi mi dico che in realtà proprio per questo faccio sempre meno ‘opere’ ma mi interessa lavorare a progetti sui luoghi, sulle persone, usando il corpo e la vita. Poi mi va bene esporre il video, far vedere il video come opera, intanto perché è irreale, e poi perché comunque il video, seppur opera, parla di un’opera che non c’è più, la performance, il caso, la gente e l’accadere di quel momento. Questo pensavo andando in giro per le carceri, e poi per Torino centro stasera, alla ricerca delle gallerie e dei mille opening (ma a Torino mi disoriento sempre, è così squadrato che tutto mi sembra uguale, e non è mica come New York, dove le vie sono numerate per numeri, così sai sempre in che posizione sei e da che parte devi andare – certe volte adoro la semplicità pratica e geniale degli anglosassoni!).
Quindi, tanto per sfarfalluzzare in questa tarda notte mattina – sono tornata a casa dal mio giro in solitaria, Flavia è via e sono da sola nella casa silente dai soffitti alti, la pioggia continua a battere e a scrosciare, ed io non ho sonno, sono sveglia e sono ispirata, potrei andare avanti per ore, e forse questo scrivere mi sembra più importante che fare le opere … ma insomma, faccio arte col sangue e con la pancia da quando non ho potuto fare altrimenti, comincio ad essere a volte schifata (comincio??:::), dell’iper produzione, del mondo dell’arte, del parlarsi addosso, del farsi la bocca larga che molti hanno solo perché devono esporre o curare o mostrare qualcosa, e quante opere, quante idee, quanti tentativi, quanti soldi, non so, non so più proprio, se l’arte è proprio una ‘missione’ come a volte mi sento dentro, o invece non sia forse solo e soltanto una perdita di tempo … Però l’altro giorno al Lumierè ho visto La frase che penso da tanto e mi sono segnata: “La cultura non è un lusso, è una necessità”.
Con questo dubbio amletico forse è giusto che me ne vada a dormire, domani vedrò Artissima (manco ne ho voglia di andare nel caos, ma un filo curiosa lo sono – è che queste fiere mi cominciano a stufare) e sarebbe il caso che non arrivi lì alle tre del pomeriggio.

59. Bologna

Ma perché (e voglio proprio cominciare con la doppia congiunzione!), ma perché quando arrivo a Bologna, nonostante non mi manchi più, mi sento sempre a casa? Ma perché, ma perché, anche stasera, in cui ho fatto una scappata (facendomi quella quarantina di chilometri per scendere dall’Appennino) per vedere una performance e un film-documentario artistico, ho respirato il sapore della cultura, dell’introspezione e della cultura alternativa, che per tutti i 13 anni che ho abitato là mi ha nutrito e plasmato? Ma perché, ma perché a Bologna incontro sempre le persone che conosco, anche se era una sacco di tempo che non ci facevo una serata? Beh, questi i misteri dei luoghi, e dell’affetto.
Al Lumiére ho visto un film documentario sul lavoro di JR che mi è piaciuto molto.Sono sempre più convinta che l’arte deve uscire dal museo e andare per strada … come sta facendo lui, e come, nella mia modalità, sto facendo anch’io da anni.

58. Le foto del laboratorio “Corpo, performance, conoscenza di sè”

Ho caricato le foto del corso di performance che ho tenuto all’Associazione Culturale Geart a settembre, qui nel borgo delle Ronchesane dove abita Danusia e dove sono ancora adesso (vi avevo scritto che ero venuta per le feste del Capodanno Celtico nel post precedente! (leggi).
Le foto le avevo fatte con la macchina di Danusia e la cartellina è rimasta qua ad aspettarmi, visto che Dani non ama aggeggiare col computer e d’altronde non c’era fretta di archiviarle. Le foto le ho fatte ogni tanto nel corso, in pochi momenti, perché generalmente ero concentrata su ciò che stavamo facendo. Per cui non vedrete le diverse fasi del corso, ma solo qualche spiraglio. Sono riuscita a fare abbastanza foto invece durante la costruzione dei vari lavori: durante le performances le foto le ha fatte Danusia, poiché io facevo le riprese.
Intanto vi presento le nostre mascotte:

i 6 meravigliosi cuccioli di Trilly
davvero adorabili e indimenticabili (già ora i cuccioletti non ci sono più perché sono stati tutti adottati, è rimasta Trilly che è un cane che adoro (mentre di solito io sono una gattara) e mi accompagna sempre a fare lunghe passeggiate, mentre ora che sto scrivendo russa sul divano facendo ogni dieci minuti puzzolenti scoreggine …

Ed ecco qualche foto del laboratorio:

Alfredo in un atteggiamento inequivocabilmente meditativo …



Nadia in incubazione nel paesaggio …

Daniele che desiderava l’ “upside down” per tutto …

Danusia che nutre le piante …

e tutti noi …

  La preparazione di Daniele è lunga e laboriosa …

Con Nadia proviamo, parliamo e fotografiamo tutto insieme …

cominciano le performance …

Giada partecipa come performer al progetto di Alfredo …


e poi abbraccia i cucciolotti! …

per vedere più foto guarda la pagina facebook dell’evento: 

57. Il Capodanno Celtico sull’Appennino Bolognese

Dopo un paio di mesi veramente pieni densi laboriosi faticosi diciamo pure stressati seppur felici, dove ti sembra di boccheggiare a volte dall’ansia delle cose che devi fare e da quelle che aspettano di essere fatte, dove come al solito ti trovi a gestire in contemporanea diverse identità, ruoli e profili, per far quadrare tutte le esigenze della vita quotidiana, artistica, familiare, personale e sociale (…ora posso prendere il respiro…) approfitto del ponte lungo per andare da Danusia sugli Appennini e fermarmi là alcuni giorni, in questo luogo che ho visto nascere e che ora è una bella associazione culturale e comunità di persone che vivono nel borgo di pietra in mezzo alle colline e ai boschi. Sono venuta qui per la festa delle streghe e il capodanno celtico, ma soprattutto per vedere gli amici e respirare, e fermarmi in pace per alcuni giorni.

Si sente che la bella stagione è finita, e con lei i raccolti e con lei le uscite e il riversarsi esplodendo fuori, e comincia il tempo in cui aggrovigliarsi nel calore della calma e della riflessione, rannicchiandosi davanti al fuoco e aspettando di maturare il seme per una nuova primavera.
Forse per la prima volta sto apprezzando questo tempo dell’anno che spesso considero il più triste e novembre il mese che meno sopporto, col suo bigio e grigio, e con la sua inarrestabile discesa che porta altro freddo e altro buio. Invece ora la sto vedendo da un punto di vista diverso, godendo di questo malinconirsi della natura e di questo chietarsi delle cose, in preparazione al ventre dell’inverno. Sento la poesia del ritrarsi della natura e ne seguo le sue orme, sintonizzandomi sul ritmo meditativo dell’autunno e dei suoi colori tenui seppur caldi.
Oggi leggevo qualcosa in più sul capodanno celtico, domandandomi perché i celti mettevano l’inizio dell’anno  in un momento non di rinascita ma di discesa … e ho capito la simbologia del ritirarsi per l’inizio dell’inverno e in questo vuoto del ritirarsi è insito il potere che creerà il prossimo fiorire, e da questo declinare nasce la forza del nuovo e così comincia per i celti, comincia proprio qui il nuovo anno.

Sto facendo passeggiate, condivisione, natura e lavoro, con calma e pace. So che questi sono un po’ anche i miei luoghi e so che prima o poi anch’io avrò una casa in campagna. Più cresco più il mio bisogno primario è respirare bene e vedere belle cose davanti agli occhi. Ora ho ancora bisogno di viaggiare parecchio prima di sistemarmi una fissa dimora  – poiché quella di Milano, seppur carina e a poco a poco plasmata sulle mie energie,  è una casa che considero di passaggio e non nel luogo dove vorrei mettere radici – ma quando, mi dico, è necessario mettere radici? e se le radici sono nel mondo tutto intero? la risposta ancora non la so, perché sono sempre in balia di queste doppie esigenze e predisposizioni: al viaggio e allo stare, al muoversi e al restare, al movimento e alla quiete.

56. Omar Calabrese, Marco Senaldi e Steve Jobs: due articoli e un discorso

Ciao, desidero condividere con voi due articoli interessanti e un discorso, tra ciò che ho letto sul web in questi ultimi tempi.
Enjoy!

Intervista a Omar Calabrese
http://www.visual-studies.com/interviews/calabrese.html

Omar Calabrese è stato mio professore al DAMS di Bologna e mio relatore di tesi in Semiologia delle Arti. Ho lavorato molto bene con lui e lo stimo molto.

“• Spostiamoci adesso su un altro binario. Lei ha detto che l’opera d’arte per sua natura contiene in sé l’istruzione per il proprio uso. Cosa facciamo con le opere d’arte che proprio neccessitano di spiegazioni fuori della loro forma e fuori del loro contenuto?
— Questo concetto non appartiene a me, ma allo storico d’arte francese che considero il mio maestro – Hubert Damisch. Lui si è sempre occupato di ciò che aveva chiamato l’oggetto teorico dell’arte, ovverosia qualunque opera non è solo accompagnata dalla propria critica, esterna all’opera, ma contiene degli elementi che ne costituiscono l’architettura e che non possono non partire da qualche teoria. (continua a leggere...)

L’altro articolo che vorrei segnalarvi è scritto da Marco Senaldi, intellettuale che stimo molto nel panorama del mondo dell’Arte Contemporanea e pensatore sottile e acuto. L’articolo è pubblicato su Flashartonline, si intitola “Steve Jobs tra mito e realtà” e riflette in maniera molto interessante sulle tendenze ipercelebrative della nostra epoca attuale:


“Da qualche anno si registra un accrescimento dell’effetto “No more Vincent”.Ovvero: solitamente la dipartita di uomini importanti era salutata con un “coccodrillo” e poco più, e a volte nemmeno quello (come nel caso di Van Gogh), così che il lavoro di riabilitazione era affare delle generazioni seguenti. Ma, siccome beccarsi rimproveri postumi (del tipo “Come è stato possibile che voi, suoi contemporanei, non vi siate accorti che era un genio?”) non piace a nessuno, oggi si assiste al fenomeno opposto: appena scompare un famoso si provvede a una deificazione istantanea.


Comunque, sempre a proposito di Jobs, condivido con voi il video del discorso ai neolaureati dell’Università di Standford. E’ bello da ascoltare, conciso, vibrante e vero. Mi è piaciuto e, seppur lo avrete sentito una miriade di volte in questo periodo di commemorazione, mi piace salvarlo qui sopra e conservarlo.

http://youtu.be/oObxNDYyZPs

http://www.visual-studies.com/interviews/calabrese.html

55. La mostra ad Art Verona e riflessioni varie

Sdraiata al parco. Domenica. Mi godo il non far niente. Sono così stanca che non ho nemmeno voglia di chiamare le persone care. Sono rientrata ieri da Verona. E’ stato bello, mi sono divertita e pure ‘lusingata’, ho respirato aria buona e goduto i riflessi romantici della città sul ponte pietra, vicino a dove abitavo, ospite di una simpaticissima servas (vi ho già parlato di servas e non lo rifarò qui!). Verona è stata affascinante, coi suoi riflessi di luce sinuosi e romantici sulle rive del fiume, su cui si levano i ponti e il castello. Un fascino sensuale e ossigenante mi ha trasmesso questa città, quasi fosse una delicata sirena respirante sull’acqua.

La mostra curata da Cecilia Freschini intitolata ‘The Mystical Self” era molto bella e anche ben allestita, con una serie di grandi schermi al plasma collocati circolarmente, in cui era possibile vedere in contemporanea tutti i lavori presentati in mostra. Il mio video ha riscosso molto successo e naturalmente sono contenta. Le fatiche che ci sono dietro a tutti i miei lavori sono molte, ma in particolare questo video è stato frutto di una preparazione di due anni per la performance e la sua organizzazione (poichè tra l’altro era vista in streaming in diretta in una serie di gallerie nel mondo espressamente e pubblicamente collegate all’evento) più quasi un annetto per il montaggio e la regia del video finale, che è un’installazione a due canali, qui presentata in un monitor solo, per ovvi motivi di logistica. Mi piace comunque lo stesso, il lavoro visto con il monitor diviso nei due canali dei due video. Per cui fa molto ma molto piacere avere apprezzamenti, stimola e aiuta a proseguire. La strada come sappiamo non è facile, e a volte impervia, ma la gioia e il piacere che se ne ricava è impagabile. In particolare mi ha commosso una giovane artista che è rimasta così toccata dal mio lavoro, cogliendone il nocciolo, che mi ha contagiato con le sue emozioni e il suo entusiasmo, e la ringrazio, ripagandomi delle mille fatiche che questa ‘scelta vivendi’ comporta, scelta vivendi che è comunque necessaria come l’aria che respiro.

Inoltre a Verona è stato un tripudio di cene mondane ed eventi, che ci volevano, dopo la vita austera di questo mese a Milano (è strano, quando sono a Milano, poiché – lo ammetto – mi annoia quasi tutto quando esco nei locali, faccio a volte una vita quasi da eremita, passando la maggior parte del tempo a lavorare in studio e un paio di giorni alla settimana a insegnare). E’ anche per questo che ci torno, ci sto un po’ e poi me ne riparto di nuovo, come dovrei fare anche quest’inverno.
Mi sto accorgendo che ho parlato di ‘vita da eremita’ a Milano sotto alle foto della performance sulle religioni … mi fa quasi strano. Non è questo il luogo dove trovare riferimenti su questo lavoro (ci sono due bellissimi testi critici, uno di Luca Panaro e uno di Mark Bartlett che potete trovare qui o uno dei tanti comunicati qui), però posso dirvi che ho cominciato a lavorare a questo progetto molti anni fa, anche perché mi interessa molto il lato spirituale della vita. A volte, o forse spesso, mi sento e sono molto mistica, e ho sempre ricercato molto in varie religioni e vie spirituali, accettandole tutte e trovandone le affinità nelle verità essenziali dell’uomo (ed è uno dei motivi per cui è nato questo progetto).
E devo dire che in un certo qual modo, e dico forse una parola grossa, ma me lo perdonerete vero? (e poi qui in questo blog sono onesta, ormai lo sapete), in un certo qual modo, dicevo, per me fare arte e perseguire questa via è quasi una missione, o comunque lo svolgimento del mio pieno senso dell’esserci al mondo … Ve l’avevo detto che erano un po’ di parole grosse, però sono vere, e mò ve le beccate. E’ proprio così, per me l’arte è qualcosa di molto profondo e un modo, modesto, limitato, imperfetto, che ho di dare qualcosa al mondo e agli altri. Sì, una vera e propria missione …

Sono parecchio stanca oggi, anche perché ieri mattina sono partita da Verona in tutta fretta (certo, ho potuto dormire sino alle 10, cosa per me essenziale, però avrei voluto girovagare un po’ di più per i colli della città, visto la splendida giornata e visto che era sabato), sono piombata in autostrada e ho dovuto affrettarmi per arrivare a Milano alle 2 del pomeriggio, in tempo per iniziare la mia lezione di Storia dell’Arte all’Istituto Paolo Frisi, sezione serale. Sebbene insegnare mi piaccia anche, almeno nella sua dinamica di trasmettere cose che amo alle persone e nel lato umano della questione, sono totalmente insofferente per ogni burocrazia e ogni orario, e non riesco a resistere a lungo, e in un modo o nell’altro, mi allontano sempre dalla scuola, perché seppur un po’ di dindini mi fanno comodo, non riesco a sentirmi limitata della mia libertà, e inoltre il bisogno di viaggiare e di spostarsi nel mondo è anche lui, così come l’arte, importante come l’aria che respiro.
(E letteralmente sempre più spesso parto perché i miei polmoni hanno bisogno di respirare un’aria migliore di quella milanese, che riesco a tollerare per un massimo di una settimana tutta di fila … per esempio: l’altra settimana ho lavorato un casino e poi mercoledì me lo son preso libero e ho girovagato verso i laghi scoprendo una sponda del lago di Monate meravigliosa, ho fatto il bagno, mi sono rilassata, ho respirato, letto, parlato, e poi sono rientrata a Milano, contenta della mia dose di buon respiro settimanale, e pronta per durare un’altra settimana – e poi, tra un po’, però, ritornare a New York.

54. Compleanno blog!

So che ormai è passata la mezzanotte, e siamo già il 5 di ottobre adesso, ma per me è ancora ‘oggi’ ossia martedì 4 ottobre e … mi sono accorta che oggi il blog compie un anno!!! L’ho cominciato esattamente un anno fa, il 4 ottobre 2010 … beh, auguri blog! Che poi più che il blog è passata la vita, incontri, emozioni, storie, arrabbiature, pratiche, progetti, estasi, natura, domande, ignoto … e il blog ha surfato su tutto ciò, a volte entrandoci dentro, a volte sorvolando, a volte dormendo (sì va bene anche sonnecchiare un po’, e poi non sempre ho voglia di scrivervi tutto! … ), a volte dipingendo per filo e per segno.
Un anno è passato e sono moooolto contenta dei progetti che ho fatto, degli inviti che ho avuto e dello sviluppo del mio lavoro, invece a livello vitale sono sempre lì, in bilico tra uno spazio e l’altro, barcollando tra Milano Rimini New York e Canada, pencolando tra relazione attiva e passiva con Mario (abitare nello stesso posto/abitare a 6000 km di distanza … ), difficoltà a stare a Milano, voglia di scapparci appena posso e amore e odio che mi ci riporta sempre qui. Anche quest’anno sono in procinto di partire per New York e Canada, ancora non so bene come e quando (perché non riesco a preparare un viaggio in anticipo?) anche perché ora ho cominciato questo bel lavoro con gli assistenti e prima di partire vorrei trovare chi potrà starmi vicino anche se lontano e poter contare su collaboratori anche lavorando a distanza se necessario. Sono convinta che ci riusciremo … mi serve ancora ottobre credo, e poi sto lavorando alla progettazione-realizzazione di ‘The Finger and the Moon #3 a Genova (no, proprio no, non vi dico niente in anticipo su questo nuovo, big project!) e al nuovo step dello Slowly Project all’Aquila (sì avete capito bene, proprio lì) …
E in questo giorno di compliblog vorrei ringraziare tutti voi, pochi o tanti, vicini e lontani, fedeli o saltuari, che mi seguite in questo blog, e so che il vostro sostegno sottile e impalpabile ma reale mi permette di andare avanti. Questo mio lavoro è dedicato proprio a voi.

“Oscillazioni”, performance, 1998

Un bacione
Liuba

P.S. Mi è venuta fuori, d’istinto, questa foto da aggiungere al post, perché mi sembra che ci azzecchi proprio tanto con quello che stavo dicendo, e col compleanno e col ringraziare … ed è la foto di una performance che feci nel ’98, se non ricordo male, in una rassegna in casa di un collezionista fuori Milano. Era ancora la fase delle mie prime performances, quelle fatte davanti a un pubblico guardante (ricordo che questa performance finiva ballando col pubblico … e cominciava con una farfalla palloncino riempita di elio che adoravo e che avevo trovato ai giardini pubblici – esistevano ancora i venditori di palloncini, ed era solo poco più di 10 anni fa … !).

53. Il comunicato stampa di Art Verona

In questo periodo sto cominciando a collaborare con degli assistenti, e mi sta piacendo molto … Oddio, è un gran lavoro questa selezione, perché ho ricevuto un gran sacco di offerte e proposte di persone che desideravano lavorare con me, e leggere i curriculum, fare colloqui e scegliere le persone non è stato facile, e ancora sono all’inizio e ho cominciato provando a collaborare con diverse persone e ciascuna con sue mansioni, ma intanto devo seguire tutto. Ho proprio voglia di non lavorare più da sola e di interagire con più persone. Il mio sogno è costituire un ‘dream team’ che parte dai miei progetti e poi si allarga, dove tutti hanno le loro mansioni, le loro competenze e i loro compensi. Per ora è molto in nuce, anche perché mancano le … entrate per poter gestire tutto al meglio, ma ho davvero voglia di proseguire in ‘gruppo’. Ho già alcuni collaboratori fidati per quanto riguarda le riprese, elemento fondamentale per il mio lavoro, e quindi già da un po’ ho selezionato con chi lavorare. Invece ora sto cercando di avere assistenti per la comunicazione e il web.
E, guardate un po’, in queste settimane e a parecchie mani, abbiamo preparato il comunicato della mostra di videoarte ad Art Verona, dove è presentato il mio video ‘The Finger and the Moon #2 … eccolo qui, il primo comunicato che esce dal gruppo ‘liubapress’!!!

Dal 6 Ottobre Liuba sarà presente ad ArtVerona e all’Archivio Regionale di Videoarte di Verona
con l’opera video The finger and the moon #2
nella collettiva “The Mystical Selfcurata da Cecilia Freschini

Il video a due canali “The finger and the moon #2” presentato in mostra è un’attenta indagine sociologica nata dalla performance svoltasi nel 2009 in piazza San Pietro a Roma.
L’operazione performativa alla base del progetto è una, la riflessione sulle principali religioni del mondo, evidenziando affinità fra differenti modalità di preghiera. L’abito utilizzato dall’artista, un esemplare unico creato assieme alla stilista Elisabetta Bianchetti, è un vestito in apparenza simile a quello indossato dalle suore cristiane, ma con diversi accorgimenti ‘multireligiosi’ che consentono a Liuba di praticare contemporaneamente la preghiera musulmana e quella ebraica, la meditazione buddista, la spiritualità dei nativi americani e varie posizioni yoga-indù.
Piazza S. Pietro in Vaticano è un luogo insolito per tale tipo di operazione ma dal forte valore simbolico: durante la perfomance romana la polizia ha intimato a Liuba di andarsene perché “non conforme alle giuste norme della preghiera …”.

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Liuba ha partecipato a collettive e personali in ambito nazionale e internazionale, ha presentato le sue performance ad Artissima Art Fair, PAC Padiglione d’arte contemporanea di Milano, alla Biennale di Venezia, ad Art Basel, The Armory Show a New York, Scope London. Lavora tra Milano e New York.
The Mystical self  è a cura di Cecilia Franceschini curatrice indipendente da anni residente in Cina. Curatrice del padiglione cinese alla IV Biennale di Praga ha curato esposizioni al museo di Verona, a Palazzo Forti, alla Gam di Bologna in gallerie private. Scrive regolarmente su Flash Art International, Exibart on paper, Lobodilattice. Si occupa di arte contemporanea ed economia dell’arte e ha pubblicato libri e cataloghi per le più importanti case editrici specializzate. Vive in Italia e in Cina.

THE MYSTICAL SELF
a cura di Cecilia Freschini

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Doppio allestimento, nei giorni di fiera all’interno del padiglione 7, e dall’ 8 ottobre al 6 novembre presso la Sala Nervi della Biblioteca Civica di Verona, sede dell’Archivio Regionale di Videoarte, per questo progetto, nato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura di Verona, a cura di Cecilia Freschini, giovane curatrice residente a Beijing, esperta di video arte.

Punto di partenza l’idea che anche il fare arte non sia più tanto una questione di significato quanto di essere; con una rassegna che intende coinvolgere e indagare la sfera trascendentale, che inevitabilmente tocca, in quanto persona, l’artista stesso.
Dal 15 al 29 novembre la mostra sarà ospitata presso lo spazio [BOX] Videoart project space di Milano.

Artisti (in ordine alfabetico), opere, didascalie

1.    Resmi Al Kafaji, Armonia degli opposti, 2011, video, b/n, 2’ 40’’
2.    Silvia Camporesi, Secondo vento, 2010, dvd video hd 16/9, color, sound, 4’17”
3.    Matia Chincarini, Divine, 2008, video,1’51”
4.    Hervé Constant, Hang ballet, 2006, video, 4’
5.    Tung-Lu Hung, Nirvana, 2008, video,10’15”
6.    Kensuke Koike, Miracle of Prophet, 2009, video loop
7.    Liuba, The finger and the moon #2, 2009/10, two channel video, 12’38’’ (performance in P.za S. Pietro)
8.    Luca Christian Mander, Echo, 2009, dvd PAL, 2’30”, Courtesy Visual Container (MI)
9.    Moataz Nasr, At death’s door, 2009, 3’16”, video projection, Courtesy Galleria Continua
10. Emeka Ogboh, Jos, 2010, video, 9’10’’
11. Ferhat Özgür, I Can Sing, 2008, video, 7’
12. Alessandro Rolandi, Born again? No, I’m not, 2011, video, 6’
13. Masha Sha, My Mother, 2007, b/n, video sound, loop, 6’50’’
14. Zhang Xiaotao, Sagya, 2011, animation, 806, Courtesy Stux Gallery (NY)

ArtVerona – padiglione 7 – Veronafiere
6 – 10 ottobre 2011

Biblioteca Civica – Sala Nervi – Via Cappello 43, Verona
8 ottobre – 6 novembre 2011

 Venerdì 7 ottobre – ore 12  – Talk: “Videoart: simbologia e spiritualità
8 ottobre – 6 novembre 2011

 Intervengono: Erminia Perbellini, Assessore alla Cultura Comune di Verona; Agostino Contò, responsabile della Biblioteca Civica di Verona; Alessandra Arnò, co-fondatore di Visualcontainer; Hervé Constant, artista; Liuba, artista

 

52. Ripresa lenta …

Riprendo a scrivere nel mezzo del laboratorio creativo e di performance che sto tenendo da Danusia, nel borgo in collina.
Ho lasciato in vacanza il diario o meglio non l’ho portato e mi sono fatta un’estate di super riposo senza niente, o molto poco, di artistico e creativo. (Nonostante i miei propositi e  diversamente da tutti gli altri anni!!).
Ho vissuto gli affetti, la famiglia l’amore e gli amici, ho dato al mio corpo riposo e ozio, bagni e sole, amaca e libri, e non mi sono sostanzialmente mossa da Viserba, avendo voglia di riposo e di stanzialità dopo un anno in movimento in diversi luoghi del mondo. E il non far niente mi è pure piaciuto (ci sono momenti che sono super attivista e non mi fermerei mai …) ed è diventato pure contagioso, quando l’aria calda ti culla e ti riprometti di fare qualcosa ma invece ti dondoli senza far niente sull’amaca della terrazza a vedere il mare e il cielo, e tutto diventa distante e irrilevante.
Però ora ho ripreso con voglia e divertimento ad occuparmi dei miei progetti, a pensarli, a programmarli, a coinvolgere persone, a ricollegare i contatti. Devo riconoscere che ancora non riesco ad entrare nella dimensione creativa del montaggio del video del lavoro di Brema, a cui mi ripropongo da quest’estate di lavorarci. Non mi viene voglia di farlo e proprio non riesco a cominciarlo … mi ci metto, apro il programma,  ma poi mi metto a fare i solitari al computer o surf sul web ogni tre secondi, perché non so da che parte girarmi tra le varie riprese e non ne ho voglia e non riesco concentrarmi e a tuffarmi nel pieno del lavoro (ma d’altronde coi video ho un rapporto così: fatico al massimo all’inizio, non riesco a raccapezzarmi tra tutto il girato, i tagli, i pezzetti, i diversi punti di vista, le possibili mille strade che potrei prendere, e come una lumaca provo ogni strada e segmento, ogni secondo, e provo e riprovo rigirando la materia grezza delle riprese mille volte in lungo e in largo, e ci metto a volte mesi in questa fase, e ogni volta sudo sette camicie. Però poi finisce sempre che entro totalmente nel lavoro, e allora comincio a divertirmi e ad emozionarmi, e anzi è solo in questa fase che riesco a dare forma al video e a imprimerlo delle mie emozioni..e allora mi diverto, e riesco a lavorare come una matta senza scollarmi da lì per tutto il giorno e tutti i giorni.
Per fare bene questo però non devo essere distratta da nient’altro, mentre invece le cose da fare per un’artista oggi sono così tante che non ve lo potete immaginare! … Così ho deciso di trovare un’assistente e ho messo un annuncio e … mi è arrivata una valanga di curricula, persone, proposte, entusiasmi, e ancora sono qui a scegliere i collaboraotri e a provare alcune cose con diversi di loro. Ma mi sto divertendo un mondo! Sto creando un dream team … e so che l’unione fa la forza!
Per ritornare al laboratorio di performance che ho tenuto sulle colline nel borgo abitato da Danusia e da Elena, è stata un’esperienza intensa e di molta soddisfazione. Gli iscritti al corso erano pochi ma molto motivati, anzi moltissimo. Ed essere in pochi ha recato anche molto giovamento al rapporto esclusivo che si è instaurato fra noi. Non è che ora vi descrivo il corso – la prossima volta dovreste venire anche voi!! – però vi vorrei dire che con questo laboratorio ho cominciato una serie di corsi specifici sulla creatività e la performance di cui sono molto soddisfatta, perché mi rispecchia fedelmente e perché è qualcosa di unico e personale.

Ho fatto moltissimi laboratori creativi in passato, ho lavorato per il Comune di Bologna, e più ancora per il comune di Milano quando, animatrice negli allora C.T.S. (Centri Territoriali Sociali), il mio lavoro era fare laboratori creativi per utenti di ogni fascia di età. Ho lavorato con bambini, giovani, adulti e anziani, e facevo laboratori di pittura per adulti e giovani, laboratori di scrittura creativa per adulti e anziani, fiabe, pittura teatro per bambini, quest’ultimo laboratorio fatto anche sulla spiaggia di Viserba per un paio di estati (ed è stata una pacchia: ci siamo divertiti un mondo, mi pagavano benissimo, e lavoravo solo il pomeriggio … ).
Ora però ho sentito il bisogno di costruire e cominciare un laboratorio specifico sulle competenze che ho acquisito durante il mio cammino artistico e umano, e così mi sono confezionata un corso dove cerco di racchiudere molti anni di esperienze in diverse direzioni: dal lavoro sul corpo, il respiro, la meditazione, al lavoro sul sè, alla progettazione/gestazione delle idee alla realizzazione, alla performance multimediale … Ho visto che è un laboratorio che mi permette di fare un po’ come la maieutica di Socrate, e lavorare su sè stessi, sulla creatività e nella natura, credo che sia una ricchezza che oggi come oggi ci è molto preziosa. E andrò avanti in questa direzione, facendo in futuro moti altri laboratori di questo tipo (ehi se lo volete anche voi dovete solo invitarmi … ).

Appena Danusia me le manda (perché mi ero dimenticata il caricatore della mia macchina fotografica e ho dovuto fare le foto con la sua macchina!) vi metto qui alcune foto del laboratorio. Ciao e baci a tutti.

51. Corpo performance e conoscenza di sè

Dal 22 al 25 settembre, nel mezzo dell’Appennino Emiliano, presso l’Associazione Culturale Geart in un borghetto isolato in mezzo alle colline, dalle parti di Tolè, terrò un corso-laboratorio intensivo intitolato CORPO, PERFORMANCE E CONOSCENZA DI SE’. Sarà incluso il dormire e il mangiare biologico amorevolmente cucinato dalla mia amica storica Danusia, che ama cucinare manicaretti con gli ingredienti che coltiva lei.

Qui di seguito il programma dettagliato e le informazioni pratiche. Vi aspetto numerosi, ci divertiremo un mondo!!
Corpo, performance e conoscenza di sé
Condotto da Liuba
Un cammino per esplorare territori della propria psiche attraverso il corpo e l’arte
Il corso-laboratorio si propone di stimolare le persone alla conoscenza del proprio essere autentico attraverso la scoperta delle potenzialità creative
che tutti noi abbiamo e l’uso del corpo e della performance come mezzo per conoscerci e conoscere.
Contenuti:
Il corso si struttura in tre tematiche intersecate:
Lavoro sul corpo: tecniche di concentrazione; tecniche di respiro; consapevolezza corporea; la postura e i movimenti; esplorazione delle possibilità performative del corpo.
Lavoro sulla psiche: scoperta del sé attraverso tecniche multimediali con danza, musica, colore, parole; individuazione dei propri bisogni creativi ed espressivi
Lavoro sulla performance: definizione di performance e di multimedialità; individuazione e sviluppo di un tema performativo; lavoro individuale e in piccoli gruppi; creazione di performance personali
Tempi e Struttura:
Il corso-laboratorio si svolge dal giovedì sera alla domenica pomeriggio nella cornice dello splendido borgo Ronchesano, sede dell’associazione culturale Geart.
I pasti sono preparati con amore da Danusia con ingredienti bio autoprodotti e coltivati nel borgo.
GIOVEDì SERA:
arrivo, accoglienza, cena
dopo cena: conoscenza dei partecipanti, visione di video di performance
VENERDI’ MATTINA: dalle 10 alle 13
Lavoro sul corpo: tecniche di concentrazione, tecniche di respiro, consapevolezza e studio delle posture, la semiotica del movimento
Pranzo
VENERDì POMERIGGIO: dalle 16 alle 19
Lavoro sulla scoperta del sé, esercizi con danze, colori, suoni e parole. Il conoscersi e l’esprimersi; Individuazione di un tema performativo personale; lavoro individuale e in piccoli gruppi.
Cena
SABATO MATTINA: dalle 10 alle 13
Sviluppo del tema performativo personale e tecniche di espressività multimediale; lavoro individuale e di gruppo; esperimenti di collaborazione interattiva
pranzo
SABATO POMERIGGIO: dalle 16 alle 19
Approfondimento delle performance emerse precedentemente; utilizzo di linguaggi appropriati; ricerca di possibili materiali occorrenti nella campagna circostante
cena
DOMENICA MATTINA: dalle 10 alle 13
Messa a punto delle performance prodotte ed ultime elaborazioni
Pranzo
DOMENICA POMERIGGIO:  dalle 16 alle 18
Presentazione al pubblico delle performances elaborate e create durante il corso
A chi è rivolto
A tutti coloro che si vogliono mettere in gioco e scoprire sé stessi attraverso l’arte performativa e la multimedialità.
A chi desidera passare dei giorni rilassanti e benefici in un luogo incontaminato dedicandosi alla creatività e al benessere personale
Questo corso è un corso base.
E’ in preparazione un livello avanzato, pensato per artisti, studenti di Belle Arti e del DAMS, operatori culturali e chiunque abbia partecipato al corso base e che voglia approfondire le tecniche e le tematiche della performance contemporanea.
Dove e quando
Da giovedì 22 a domenica  25 settembre 2011
Presso Associazione culturale Geart 
Via Vedegheto 1096/b/c – 40060 Savigno (Bo)
Previo accordo con la conduttrice del corso è possibile anche arrivare venerdì 19 agosto

Per iscrizioni e informazioni: 333/4239255  –  338/5897819
Termine iscrizioni: 20 settembre
Numero partecipanti: mimino 5 – massimo 15
 
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Informazioni sulla conduttrice del corso
Liuba si è laureata al D.A.M.S di Bologna in Semiologia delle arti ed è artista internazionale che lavora con performance, progetti interattivi  e video. Ha esposto e fatto performance in musei, gallerie e importanti rassegne in diverse parti del mondo. E’ esperta insegnante con esperienza decennale di laboratori corsi e docenze, tutti incentrati sull’Arte e la creatività.

50. Serate estive

Sarà banale, ma adoro le sere d’estate, anzi adoro l’estate, tutta. Adoro il caldo, adoro mettere vestiti leggeri, adoro camminare nuda per casa, adoro sentire il caldo e sapere che anche domani sarà caldo.
Sto scrivendo qui ora, sopra il letto della mia camera di Viserba, che dà sulla grande terrazza che dà sul mare. E’ come se la mia camera fosse all’aperto, ho il cielo davanti e sopra, ho una porta finestra gigantesca e la mia camera è come un rientro della terrazza. Sono fuori e dentro al tempo stesso.
La musica di Yiruma è perfetta e si sposa con la calma del mio stato d’animo e la brezza marina che mi raggiunge sul letto. Vedo il cielo blu della notte e le lucine sul mare. E’ che adoro il mare. Posso essere dovunque nel mondo, ma poi l’estate per me deve essere di base qui, in Romagna, nella casa con la grande terrazza, col mare lì sotto.
E’ un po’ che non scrivevo, sia perché per alcune settimane ho lavorato tantissimo in varie direzioni (comprese alcune mostre di video alle quali mi hanno invitato che prendono molto tempo solo per mandare i materiali e prendere gli accordi – non mi piace per niente occuparmi di queste cose di … segreteria, ma finché non trovo un assistente … !! … ) e poi mi sono presa un po’ di vacanze, sia in Liguria qualche week-end da Milano, e ora qui, dove sono arrivata da circa una settimana. Oggi ho ripreso il computer, e mi rimetterò anche a lavorare, ma con più calma, e con la libertà del mare qui davanti che mi accoglie ogni volta che decido di smettere la mia attività e vado a tuffarmi nell’acqua (che non sarà la meraviglia di alcuni mari del sud ma ha spesso dei colori bellissimi, e poi è il mio mare). L’estate diventa così pure uno dei momenti più creativi per me, dove nessuno mi corre dietro, dove non mi devo occupare di mandare materiali ai curatori, parlare con galleristi, andare ad inaugurazioni, descrivere progetti, ma posso concentrarmi solo sulle mie idee, i nuovi progetti e i video.

L’altra sera ho fatto una cena sulla terrazza, ho invitato 14 persone e mi sono divertita a cucinare tutto io dall’antipasto in poi (a parte il dolce che l’hanno portato, e preferisco cucinare salato!), e avevo davvero voglia di coccolare i miei ospiti e cimentarmi in una cena con molte persone (di solito faccio le feste a buffet o le cenette in 4-6 persone al massimo). E poi riprendere a cucinare un po’. Mi piace molto, ma non lo faccio spesso, un po’ per le varie peripezie artistiche di qui e di là e tutto il lavoro che c’è dietro, un po’ anche perchè da quando, ormai parecchi anni fa, ho risolto dei problemini fisici facendo attenzione alle intolleranze e al cibo, mi piace mangiare in maniera molto semplice e sana: grandi insalatone, tanta frutta e verdura, paste semplici, non mischiare proteine, ecc. Per cui non sento l’esigenza di cucinare elaborate ricette, almeno non per la dieta quotidiana. Quando sono qui in Romagna però, riprendo possesso del mio piacere per far da mangiare, anche perché dà gusto trovare gli alimenti primi buonissimi che prendiamo dal contadino direttamente nella campagna qui dietro. E che gusto mangiare le uova dalle galline ruspanti, che hanno un gusto che nessun uovo del supermercato riesce più a ricordare, e poi il sangiovese genuino, senza sulfiti che mettono mal di testa, che ne puoi bere litri e ti viene solo da ridere, e la frutta saporita che proviene direttamente dall’albero, e il pesce appena pescato. Sì questi sono alcuni dei miei piccoli e quotidiani piaceri dell’estate romagnola (e per stare in tema di cibo, vogliamo parlare di tutti quei meravigliosi ristorantini sulle colline dove fanno la pasta in casa mangi da dio e non spendi nulla?), che amo molto condividere con le persone care. E adoro avere la casa aperta, adoro stare di base qui e finalmente non spostarmi qui e là ma aprire le porte agli ospiti e alle persone che vogliono venire a trovarmi.
Adoro anche incrociarmi qui con i miei genitori, che di solito arrivano in agosto, ed è l’unico periodo dell’anno in cui viviamo insieme, e ne godo molto (oddio, non è che non ci sono stati gli anni in cui litigavamo e basta oppure dove un giorno sì e un giorno no facevamo le tragedie, però crescendo si migliora, ed ora la convivenza estiva è qualcosa di dolce che desidero, aspetto e assaporo volentieri).
E pure è bello avere lo zio e la zia di Roma nell’appartamento di sotto (vi ho già parlato del mio zio poeta, vero?), ci ritroviamo tutti d’estate e finalmente possiamo condividere parecchio tempo e ritrovarci sotto l’ombrellone. Ho una famiglia molto piccola, ma ne sono molto legata. Mi sarebbe piaciuto avere quelle grandi famiglione, che si ritrovano in 40 per ogni Natale, ma, come dice mia mamma, siamo 4 gatti, ed io ci tengo tantissimo.

P.S. mi è venuto in mente che avevo scritto, molti anni fa, una poesia sulla terrazza, i cui stati d’animo assomigliano molto a quelli di ora … la vita è un ciclo continuo! …
Ora cerco quella poesia e se la trovo ve la metto (chissà perché ho scritto miriadi di poesie dai 12 anni sino a una decina di anni fa, e poi ho smesso quasi totalmente (di scrivere poesie, non di ‘scrivere’).

Ho trovato la poesia, eccola!

Solstizio d’estate

Solstizio d’estate
la sera piu’ lunga dell’anno
qui sulla terrazza col blu
turchino che mi sovrasta scurendosi
lentamente.

Vorrei fermare il tempo
bloccarlo  come fosse eterno
sempre uguale e sempre diverso.
“Attimo sei eterno”:
ed è vero
ma poi passa e arriva il dopo.
Il tempo non ti scappa dentro
– quando sei pieno –
ma scappa nelle cose
e nelle situazioni che ti circondano
smerigliato castello di merletti
fragili
ricami bianchi sopra il lembo
della terra.
Brandelli di memorie
che domani
raggiungeranno l’oggi.

Vorrei bloccare il tempo
eternare
la bellezza del contatto.
Così in Cornovaglia, allora, il viaggio:
quando mi accorsi che era all’apice
e da quel punto
dovevamo tornare indietro
la metà in discesa
rivoli di nostalgia
– non è piu’ –
traboccarono gli occhi
di rugiada amara
sul mio volto innamorato.
Eppure
eri ancora al mio fianco.
Guizzante lampo di luce
che forse intuiva
un circolo che si chiude.
Bello precario di cui sai
che sarà altro – poi.
Ed è così la strada.
Il fiume fluisce ma c’è sempre.

Vorrei bloccare il tempo.
È bello qui
guardare le stelle
                                       “Attimo sei eterno”
ad una ad una
solstizio d’estate
musica e pace intramontabile.                        

21/6/1992

49. Le foto da Brema

Ciao condivido con voi questa bella foto che ho ricevuto da Anette, che racchiude un’immagine per ogni performance presentata al Festival di Brema …

per ingrandire cliccarci sopra

48. La mia performance “Senza parole” alla Biennale di Venezia

Mi sono divertita un casino a fare questa performance e, oggettivamente, devo dire che sono stata brava. Era molto facile da fare, ma per farla bene occorreva una concentrazione non indifferente.
Mi sono vestita in maniera accurata e molto normale, un pochino da hostess, con pantaloni bianchi, camicia a volant blu e giacca blu, con dettagli rossi come la collana, lo zainetto, il rossetto, lo smalto.
Mi presento all’ingresso del Padiglione Italia, all’Arsenale, il venerdì, giorno dell’Inaugurazione ufficiale del Padiglione Italia. Ho uno zainetto sulla spalla e un pacco di volantini in mano. Sembro una hostess, o una rappresentante. Comincio a distrubuire i volantini. Seriamente, assiduamente, professionalmente, gentilmente. Solo che i volantini sono bianchi. Nessuna parola. Nessuna lettera. Vuoti.

Non mi interessa ora dire o spiegare il significato, perché ognuno ci può vedere dentro ciò che vuole, e le derive di significati possono essere molteplici, (e inoltre odio parlare del ‘significato’ di un mio lavoro … se ne avessi le parole non farei il lavoro, no??).

Mi interessa invece registrare le reazioni delle persone. La cosa divertente è che io distribuivo a raffica, come fanno i volantinari veri, che mettono in mano depliant o pubblicità, e le persone tendenzialmente reagivano di riflesso condizionato, come reagiscono ai volantinari: chi prende il biglietto senza neanche guardarlo, chi lo evita e si scosta, chi tende la mano perché lo vuole anche lui … molti incuriositi e speranziosi che ci fosse un testo di presentazione per il Padiglione italia. Ed in effetti la presentazione c’era … solo che era la pagina bianca! Molte persone, accortesi del contenuto del volantino dopo averlo girato e rigirato nelle mani, si sono divertite un sacco, altre ci sono rimaste di stucco, altre mi chiedevano: ma che cos’è? Ed io professionalmente e seriamente dicevo: alcune riflessioni sulla mostra (oppure: la presentazione della mostra …) e molti gongolavano entusiasti dell’idea, altri non capivano, altri ancora rimanevano ‘senza parole’ … altri si conservavano felici il foglio. Sì perché il foglio bianco ha avuto una vita sua propria: chi lo conservava, chi lo rigirava, chi lo riceveva senza guardarlo nemmeno, chi lo voleva due volte, chi lo buttava nel cestino, chi me lo ha reso perché non c’era scritto niente, chi diceva: che bello, ci danno un foglio per fare note e scrivere i nostri apputi sulla mostra … !
Farò in seguito un video anche di questo lavoro, anche se tra la folla a getto continuo che entrava non è stato facile fare le riprese per il mio cameraman ( e non vi dico chi era … ), ma tirerò sicuramente fuori un video interessante, breve e ironico. Lentamente, però, ci sono molti video in coda che attendono di essere finiti (e intanto sono assorbita, quasi troppo per i miei gusti, dal coordinamento con i curatori che invitano i miei video a varie mostre – per esempio quella che ora è a Roma al MLAC (v. comunicato).

Alcuni amici sono stati così gentili, i giorni seguenti, di mandarmi qualche notizia sulle recensioni di questo lavoro, ed in effetti c’è un bell’articolo che vi segnalo su Art Tribune e un servizio piuttosto ampio sul Gazzettino del 6 giugno, di cui vi segnalo sia la versione online che quella cartacea che pubblico qui sotto (grazie di cuore all’amico artista Antonio Sassu che me l’ha scannerizzata e mandata!).

Ringrazio la giornalista Alda Vanzan per l’ottimo articolo e per la sua intelligente e ironica comprensione.
ed ecco alcuni videostill tratti dalle riprese:


Questo lavoro ha tratto ispirazione da Manfred Kirschner, che ringrazio.

47. Arrivo a Venezia, il pre performance day

Ritmo serrato. Un’altra performance. Sono a Venezia, inaugura la Biennale.
Bello essere a Venezia ma non ho voglia di casino. Non sono andata all’opening ai Giardini oggi, c’era una coda assurda e voglio stare tranquilla. E poi domani ho preparato una performance a sorpresa e voglio concentrarmi. Una performance come piace fare a me, mischiata tra le persone, mischiando la vita con l’arte, e quest’ideuzza che ho avuto pochi giorni fa è il mio modo di rispondere, come artista e col mio linguaggio, alla mostra organizzata da Sgarbi per il Padiglione Italia.

Sono qui a scrivere in una riva incantata, tra le Zattere e l’Accademia, in un deposito di Gondole su un canale, dove la Moldavia ha fatto il suo Padiglione. Molto semplice, un grill, del vino, le gondole ormeggiate, un’opera con le scarpe. C’è una luce eccezionale. Ho incontrato per caso Oxana e mi ha fatto piacere, anche se lei era impegnatissima perché era la curatrice del Padiglione Moldavo …

Farò una performance domani e oggi me la voglio  prendere comoda. Non ho voglia di andare in giro per mostre nè di stare nella confusione, ero passata anche ai Giardini (erano già le 17.00 però) e non sono entrata, troppa bolgia dentro, preferisco godermi la luce veneziana.
Siamo arrivati oggi verso le 2 a Cioggia, io e Mario, avendo trovato fortunatamente una camera per dormire a Chioggia attraverso un amico che abita lì. Nel viaggio ancora litigi stupidi con Mario (che dalle cose stupide emergano abissi che pescano dai nostri modi inconsci di percepire e di percepirsi è qualcosa che sto imparando e da cui sto cercando di difendermi … ). Sono un po’ triste perché questo rapporto non funziona, e perché lui è sempre nervoso. Il rapporto paradossalmente funziona quando non ci vediamo ma ci amiamo, e ci sentiamo a molti km di distanza … Era diverso sino a due anni fa, quando la distanza di un oceano non ci spaventava pur di vederci e cercare di vivere insieme.

Arrivati a Chioggia lui ha voluto rimanere lì, ed io ho preso il traghetto per Venezia, ed eccomi qui. Ora sono in giro da sola, la qualcosa non mi dispiace, perché il mio temperamento ha bisogno di solitudine e di meditazione per ricaricarsi e per creare (credo che questa sia una difficoltà comune a tutti gli artisti e per questo che le relazioni sono sempre un po’ difficili e burrascose … tanto più se gli artisti della coppia sono due … ), però ero sola anche quando eravamo a migliaia di km di distanza, per cui, che rapporto è che quando siamo insieme facciamo tutto da soli lo stesso?

Domani farò una performance semplice, ‘sottile’, che ho preparato con poco, ma, almeno nel mio intento, elegantemente polemica. Sono contenta di farla (ancora una volta ho deciso di fare tutto ciò che mi passa per la testa, e visto che l’idea mi era venuta chiara, forte, e divertita, alcuni giorni prima di Venezia, ho deciso di attuarla, anche per seguire la mia ormai consolidata tradizione di ‘performance a sorpresa’ all’opening della Biennale (cominciata nel 2003 col Cieco di Gerico).

Sono contenta di farla, anche perché è un mio modo di rispondere, agire e dialogare, usando il mio lavoro e il mio linguaggio, alle scelte fatte da Sgarbi per il Padiglione Italia alla 54° edizione della Biennale di Venezia.
La mia performance sarà sottilmente polemica, è un modo di parlare e dire il mio dubbio, o comunque far riflettere e porre domande sull’operazione. Non ho intenzione di fare un capolavoro, semplicemente di esprimermi col mio linguaggio e con i miei gesti per parlare agli altri. E chi accoglie accoglie. Anzi, per precisione,  per parlare all’Italia, dato che sono disgustata dai modi in cui viene gestita spesso la cosa pubblica, specialmente per la cultura e l’arte. Però non farò una cosa aggressiva, sarà una performance leggera, con la sua ironia, e un filo beckettiana …
La performance si intitola ‘Senza parole’ e nel prossimo post vi racconto come è andata (e magari vi mostro qualche foto … ).