169. Alla Biennale – performance virtuale


Mladen Stilinovic, Artist at Work, 1978/2017

 

Sono andata all’Opening della Biennale anche quest’anno. Ma senza fare una performance. A dire il vero avevo proprio un’idea pronta che avevo anche accarezzato di realizzare, idea che ho da molti anni e che, con un sesto senso, mi era venuta fuori da riprendere per questa edizione. Poi poichè ero già abbastanza carica di progetti in corso (una personale inaugurata il mese precedente, un nuovo progetto in dirittua di arrivo e i video dei rifugiati che girano) ho visto che avrei avuto poco tempo e poca energia per organizzare questa performance, che di per sè è molto semplice, ma come sempre da organizzare lo è un po’meno.

 

Orbene immaginatevi il mio stupore quando arrivando ai Giardini – cosa che ho fatto il secondo giorno, avendo cominciato dall’Arsenale – vedo la mostra curatoriale iniziare con quello che volevo fare nella mia performance: riposarmi. Dormire. Oggi siamo così tutti indaffarati e ci vengono chieste così tante cose che molto spesso siamo stanchi e mi prendo il diritto e la responsabilità di riposarmi e dormire, senza dovermi sentire in colpa. Un’antitesi all’iperproduzione e all’iper attivismo, che si sente anche nel mondo dell’arte, dove devi essere sempre dappertutto, essere informato su tutto, e nel frattempo avere il tempo per produrre le opere, avere le idee, realizzare gli aspetti tecnici e logistici, scrivere e aggiornare i vari siti e tutto il resto…una fatica enorme e spesso, a buon diritto, si è stanchi.

 

L’idea era quella di andare all’opening con una valigetta, dentro a cui avrei messo un materasso pieghevole. Sono vestita con un vestito bianco tipo camicia da notte, largo e lungo, ma che potrebbe essere scambiato per un vestitone estivo. A un certo punto, nel bel mezzo dell’opening e con le persone che camminano da un’opera all’altra e da un padiglione all’altro, io appoggio la valigetta, tiro fuori il materasso e il piccolo cuscino, e mi stendo a dormire, con ai miei piedi una scritta che dice ‘A volte sono stanca’.

 

Questa è la mia performance virtuale, ossia pronta nel pensiero e non ancora realizzata. Figuratevi il mio stupore quando ai Giardini, all’inizio della mostra curatoriale, vedo ben tre opere di tre artisti che lavorano su questo tema: in tutti e tre i lavori c’è l’artista sdraiato sul letto o sul divano che si riposa. Pensate che coincidenza madornale, se io arrivavo lì, ovviamente ignara delle opere che sarebbero state esposte, e mi mettevo a dormire, reale e fisica e performativa, proprio accanto alle opere fotografiche o installative degli artisti che riposavano sui rispettivi letti o divani. Che roba! Quando ho visto questi lavori non potevo credere ai miei occhi, e constatare come le energie girano e si captano sottilmente. Non saprei dire se avessi fatto questa performance come sarebbe stata la reazione delle persone, non tanto alla performance stessa – che avrebbe funzionato benissimo, già lo so 🙂 – quanto per il parallelo con le opere in mostra che aprono, anche esplicitandone gli intenti, la mostra curatoriale della Macel. Avrebbero pensato che io ne ero al corrente e che mi sono allineata al discorso? oppure avrebbero pensato ma che ci fa questa qui con una performance simile a quei lavori esposti? oppure avrebbero pensato che era una performance facente parte della mostra, oppure avrebbero pensato ma che figata, da una parte abbiamo le foto degli artisti che dormono, mentre qui invece, in piena folla dei visitatori dell’opening della biennale, c’è un’artista che davvero sceglie di dormire e di farci capire cosa è più importante… Insomma, le reazioni potevano scalare dalle stelle alle stalle, dal fiasco alla magia. Che poi ebbene sì una magia era bella e buona, perchè questa idea l’avevo quasi da una decina di anni e guarda caso alcune settimane prima della biennale mi riapparve chiara in mente, e necessaria da fare. Solo però che volevo DAVVERO riposarmi, e quindi non ho fatto la performance…

 

Ma ve lo sto scrivendo perchè questa per me è una performance virtuale, bell’ e che fatta. E il condividerla qui ne sancisce la sua esistenza nell’etere e nell’immaginazione. Forse un giorno la farò davvero, o forse bastano le righe che vi ho scritto qui sopra, ma la performance per me è comunque realizzata, nella sua forma virtuale per ora, che ho condiviso con voi per la sua coincidenza inaspettata e inusuale.

 

Franz West on Divan, 1996

 

Yelena Vorobyeva and Victor Vorobyev, The Artist is Asleep, 1996

 

Ora passo ad alcune righe sulla biennale. veloci, sintetiche, smilze. Ne ho parlato tanto con le persone, in quei giorni, e ne ho letto molto in tutte le sedi, quando sono usciti tutti gli articoli e i commenti, per cui ora (visto che mi sono ‘riposata’ ed è già passata più di una settimana dalla fine dei giorni di opening) non necessita che io mi dilunghi in commenti.

La sezione curatoriale della Macel ha avuto per me ondate contrapposte, fra lavori e sezioni che mi sono piaciute ed altri lavori e sezioni che non mi sono piaciute affatto. Devo dire che, sebbene apprezzi l’ intento della curatrice di dare la parola agli artisti e di non prevaricare con una tematica forte curatoriale, dall’altra la suddivisione per tematiche e sotto-padiglioni l’ho trovata didattica e noiosa. Mi è piaciuta la ripresa di artisti non sempre adeguatamente riconosciuti, come Maria Lai di cui era presente un ampio corpus di lavori bellissimi.

 

Riguardo ai Padiglioni avevo molto apprezzato, prima che si sapesse fosse il vincitore, il padiglione della Germania di Anne Imhof, peraltro avendolo visitato in un momento in cui non c’era l’azione performativa. Mi era piaciuta la poesia e la pulizia di questa installazione di vetri un po’ opachi dove le persone galleggiavano, la prospettiva di questa piattaforma vista dall’esterno del Padiglione e la visione alla quale questa piattaforma dava accesso permettendo di vedere due installazioni sottostanti che davano sensazioni inquietanti ed enigmatiche. Allora non sapevo che il tutto era contemplato con e per la performance, ma il padiglione mi piacque tantissimo. A posteriori, sul web, vidi dei pezzi di video della performance, e devo dire che è la cosa che mi convince di meno (ma avrei dovuto vederla), mentre l’installazione è grandiosa.

Altri padiglioni che ho amato: la Svizzera, col bellissimo e poetico video a due facce Flora di Alexander Birchler e Teresa Hubbard, la Georgia con la fantastica isba vera dentro alla quale piove continuamente di Vajiko Chachkhiani intitolata Living dog among dead lions, il video panoramico di Lisa Reihana per la Nuova Zelanda, qualcosa dei corpi e delle bocche di  Jesse Jones al Padiglione irlandese. Bocciati big come l’Inghilterra, gli Stati Uniti (a parte per l’intervento sulla volta centrale), la Spagna e la Francia.

 

Che devo dire dell’Italia? Si, meglio del solito ( e ci voleva poco…) ma non mi ha del tutto convinto, a cominciare dal titolo… Il mondo magico: ma di cosa? Di magia ne ho vista poca. Casomai inquietudine funerea nell’opera di Cuoghi, e poesia nell’intervento speculare di Andreotta Calo’, il pezzo migliore del Padiglione, a mio avviso.

 

Grandiose, specie nella fase del montaggio, le grandi mani di Lorenzo Quinn sul Canal Grande, ancora migliori in fase di installazione, più misteriose e magiche che non quando posizionate sulla parete a destinazione finale, in cui il loro senso era fin troppo ovvio.

 

 

 

168. Pasqua in solitaria rinascita

Oggi è Pasqua e per la prima volta, forse in tutta la mia vita, l’ho passata da sola, un po’ per circostanze (doveva venire una mia carissima amica che aveva il mal di denti) un po’ perchè avevo voglia di stare sola, forse per fermarmi, per vivere questa festa con più spiritualità, e anche godermi la libertà di ogni attimo.
Vorrei dirvi tante cose, perchè è molto che non ci sentiamo, e non so da che parte cominciare. Vorrei dirvi che è da un mese che, passate le tempeste più tempeste che mai, improvvisamente mi sono trovata quasi tutto d’un tratto a stare bene, a stare bene dentro, a sentirmi rinnovata, a risentirmi felice, a vivere una speranza, ad amare la vita… e poi anche una serie di circostanze favorevoli si sono succedute, ma il motivo profondo è che mi era rinata una pace interiore e una pienezza, finalmente ricompariva un centro. E allora prendi le cose e le persone con più positività.

 

Non so spiegare, ma dopo 3 anni (a maggio) di dolori è come se ora fossi uscita dai miriadi livelli del lutto per sentirmi come purificata e fuori dal dolore. E ho vissuto da allora questo mese con grande serenità, gioia nell’affrontare le cose, ottimismo, divertimento…come se sentissi la vita davvero riprendere a scorrere nelle vene. Ve lo dico non solo per condividere con voi questo mio benessere profondo, ma soprattutto per dire a tutti voi che prima o poi si esce dal lutto e la vita riprende, non come prima, ma forse più forti di prima. Vi dico che si può uscire a rivedere le stelle, a sentirsi grati di vivere, e a trovarsi a parlare con la mia mamma e il mio papà, che non ci sono più, con una tranquillità e pace, come se fossero qui, ma senza il dolore della perdita. A volte ho pianto ancora per la mancanza della mia mamma, o per la paura delle cose che mi sovrastavano e la mancanza di mio papà, ma era un pianto passeggero, sottile, che lasciava posto a un sole successivo.
E allora vi racconto questa giornata di Pasqua di una gioia profonda, vissuta nella solitudine, ma che era pienezza, e non era solitudine, era il sentirsi avvolti in un abbraccio col cielo, col sole, con Dio, coi miei genitori, con le persone del mondo. Un grande abbraccio cosmico. Stamattina inoltre, per caso non voluto poichè i lavori sono in ritardo estremo, è accaduto che fosse il primo giorno che erano pronti il bagno e la cucina della casa di Viserba in ristrutturazione da settembre (!) che tanto mi ha fatto soffrire, e oggi invece è stato il simbolico giorno della prima doccia nel bagno rinnovato e il primo the nella cucina nuova con l’isola tonda..un momento che mi sono goduta da sola, centellinandolo, festeggiando e sentendomi anche un pizzichino orgogliosa.
E’ stranissimo che solo ora mi stanno apparendo cose che avevo tralasciato o perso dopo il grande trauma, come se solo ora mi stessi riconnettendo a ciò che ero prima che succedesse. Solo ora mi sta ricominciando a funzionare la memoria, perchè ho passato un lungo tempo senza riuscire a memorizzare più niente e anche spaventandomi che avessi perso la memoria, ma ero impedita di memorizzare perchè ero sparita anch’io insieme ai miei genitori. Ora sto ricominciando ad esser capace di memorizzare, è come se ricominciassi a vivere. Sono passati 3 anni, 3 lunghi anni, e ora proseguo, con la presenza dei miei nel cuore e la gratitudine per loro in tutto ciò che faccio. Mi mancano ancora tantissimo, e mi manca anche non potergli mostrare ‘come sono brava’, come per esempio stamattina quando ho potuto inaugurare mezza casa (il resto è ancora cantiere!) e vedere che dopo tanto stress e sofferenza la casa di famiglia sta diventando ancora più bella, e sentirmi un pizzico orgogliosa, e non potergliela mostrare, o sentirmi bella, coi capelli col colore fresco e le striature rosse, e non poterglielo fare vedere e sentirmi dire da mia mamma: come stai bene! Ma sono serena, sento che loro sono risorti con me e li porto entrambi in me.
Vi abbraccio forte a tutti e spero che la vostra Pasqua sia stata piena, non importa se di gioia, o di dolore, ma la pienezza è segno che siamo VIVI.
Con tanto amore
Liuba

167. Donating to refugees at Tempelhof cafe

Getting into the big refugees camp at the Tempelhof former airport was not possible without appointments with volunteers.
I contacted them and I went into the camp cafe (hangar 1) which is the only place where not refugees people can go and can meet them.

 

My mission, at the moment, is to donate the small income coming from the two copies of my refugees videos edition which were sold at the edition launch. I also want to open a ‘canal’ to reverse any future income from those sales directly into the hands of refugees.

 

I met two young guys, teenagers, one from Syria and one from Afghanistan and I simbolically donated to each one the proceeds of the videos, one for each.
It’s just a drop into the ocean, but the refugees art project is generating real help.
This is a performance.

 

 

166. Refugees video edition launch a Berlino

Martedì 17 gennaio ero a Berlino ad Image Movement a presentare l’edizione a tiratura illimitata dei miei video con e sui rifugiati, che sarà disponibile in vendita (braccialetto usb con i video e pieghevole info + poster) e il cui ricavato andrà in parte ad aiutare direttamente i rifugiati.

 

Mi piace molto Image Movement, dove avevo presentato un’antologica dei miei video lo scorso anno sempre a gennaio, è un posto dedicato alla video arte, al video d’artista, al video sull’arte, ai film d’autore e alla musica di ricerca. E’ un piacere andare a piluccare novità e piccole golosità in questo spazio, e sono felice che da ora in poi sarà possibile anche trovare i miei video in vendita!

 

E’ in realtà un’eccezione che i miei video siano distribuiti a tiratura illimitata (ma degli stessi lavori esiste anche un’edizione da collezione a tiratura di 3, come per gli altri miei video), ma visto la tematica così universale e attuale di questi lavori ho sentito il bisogno che queste opere circolassero anche fuori del ristretto contesto dell’arte o dei festival e che fossero accessibili a tutti. E’ un esperimento, ma anche una dichiarazione concettuale 😉

 

Ed ecco alcune foto:

 

 

 

 

165. Il mare nero della troppa abbondanza

Sono arrivata a Berlino per presentare l’edizione a tiratura illimitata dei miei video sui rifugiati che feci a Berlino e che sono nati da delle performance realizzate con loro, durante la protesta di Oranienplatz e dintorni.

Tutto era cominciato quando ero arrivata a Berlino nell’autunno del 2013.

 

Mi viene da pensare a questi 3 anni (e 3 mesi), di come miriadi di cose si siano succedute nella mia vita, e sicuramente per me non facili, e come la mia venuta a Berlino, città dove in un certo senso avevo intenzione di stabilirmi, almeno per qualche tempo, sia stata da allora un continuo mordi e fuggi fra il venire e l’andare, fra il portare avanti dei progetti legati a questa città, soprattutto riguardo la realizzazione e lo sviluppo del progetto dei rifugiati, e il mio stare in Italia, affrontando la perdita, il dolore, e poi anche la gestione pratica di ciò che mi hanno lasciato i miei genitori, arrivandomi sulle spalle tonnellate di lavori e responsabilità, di cui non ho avevo mai avuto competenze.

 

In un certo qual modo mi sento soddisfatta di essere ancora qua, di aver mantenuto un briciolo di forza per focalizzarmi sui miei progetti artistici – oserei definirli progetti artistici-umanitari, che è ciò che davvero mi preme di più in questo momento – e per non abbandonare tutto. Mi sento un pochino orgogliosa di aver avuto e avere la forza di attraversare un mare in tempesta senza perdermi totalmente e senza affogare, anche se un po’ di naufragi sono successi e parecchie sbandate e depressioni sono lì a chiedere il loro spazio, ed io che lotto per non darglielo tutto, senza darmi per vinta.

 

Devo ammettere, e so che forse mi capirete anche perché lo sento nell’aria come un fenomeno diffuso, che spesso mi sento abulica o meglio demotivata, persa in un mare enorme di informazioni e in una marea di cose da fare gestire leggere rispondere, che si fatica a vedere ciò che realmente vale, e ciò per cui vale la pena dedicare il proprio tempo. Soprattutto risulta difficile rispondersi alla domanda cosa valga davvero la pena di fare, quando in questo mare di cose tutto sprofonda senza che appaia veramente e dove tutto ciò che facciamo rischia di sommergersi all’istante ed essere dimenticato come quasi tutto il resto, inghiottito da questa massa scura di troppo di tutto.

 

Da artista poi ti chiedi a cosa cavolo serve l’arte, quando nel mondo ci sono così tanti problemi, quando ciò che facciamo è come una goccia in un oceano, quando andiamo alle mostre e ci sentiamo un senso di nausea (a me succede sempre più spesso) per l’inutilità e a volte la bruttezza delle opere esposte, come se l’arte fosse anche meno di un divertissment, uno spreco, quasi, molte volte. Certamente quello è un tipo di arte che non mi interessa, ma spesso e volentieri è ciò che la maggior parte della gente vede come ‘arte’ ed etichetta come tale. Mi sembra tutto molto sterile. Mi prende a volte un senso di impotenza a pensare che, bello o brutto, impegnato o non impegnato, noto o meno noto, tutto ciò che facciamo venga poi inghiottito nel buio della molteplicità della saturazione che oggi ci avvolge.

 

E con queste riflessioni in ogni modo sono qui, a prepararmi per il mio intervento di domani a Image Movement, con l’atmosfera di Berlino che come sempre mi ispira alla calma e alla riflessione, e di questo ringrazio.

Sto con una leggera insoddisfazione per la riuscita della stampa dei pieghevoli dei video, file venuto benissimo e fatto in collaborazione con la mia amica grafica Monika Redin, ma stampato e confezionato in una maniera che un po’ lo avvilisce. E mi avvilisco anch’io perché mi piace poco e perché lo volevo bellissimo, e mi avvilisco al pensiero che probabilmente tutto ciò non servirà a nulla, perfetto o non perfetto che sia, e che il lavoro dei miei ultimi 3 anni riguardo ai rifugiati non serve a nulla e a nessuno. Vedete, è strano, ero sempre stata una persona entusiasta e di instancabile slancio per tutto ciò che intraprendevo e per cui credevo, e mi ritrovo ad essere così nichilista.

Ma davvero sono i tempi che ci stanno cambiando inesorabilmente o sono solo le mie vicende personali? Ci sarà un tempo dove ritorneremo a sentire di avere uno scopo efficace per cui adoperarsi e un entusiasmo rinnovato?

 

Vi aspetto domani. Intanto è stato bello scrivervi. Forse non devo domandarmi nemmeno se sia utile o inutile, perché almeno per me è stato un piacere scrivervi.