172. Opening di Artissima

Sono di rientro dall’ opening di Artissima. Anche quest anno ho deciso di prendere il treno e andare a Torino – da visitatrice, niente performance e niente esposizioni – per curiosità e aggiornamento, più che per impegni o appuntamenti veri e propri.

 

Mi sembra che il concetto di Fiera dell arte sia in declino – se mai ha avuto un culmine – una grande baraonda di gente, confusione e campioni di lavori di ogni tipo ( dico campioni nel senso di elementi unici, scollati col mondo e la produzione del singolo artista).
A volte mi diverto agli Opening  – spesso però mi sono divertita perché li criticavo o li prendevo in giro facendo una performance! –  ma questa volta mi sono abbastanza annoiata. Se devo essere sincera mi sembra quasi che le fiere d arte danneggino l’ arte invece di favorirla o divulgarla. La stragrande maggioranza del pubblico è come portato lì dal fascino di trovarsi di fronte all’ arte, ma ciò che si incontrano sono singoli lavori, alcuni di qualità e molti altri, anzi la maggior parte, di carattere prettamente decorativo o manuale o entrambi, che poi sono le cose che vendono di più. Ma ho trovato poco e nulla che mi portava la vita.
Dico che le fiere danneggiano l’Arte perché gli artisti bravi, che fanno belle opere, bisogna vederli con calma, con spazio e con molte opere, non estrapolare un oggetto dalla loro produzione, e questo proporre oggetti-opere frantuma il mondo poetico dell artista e non si coglie quasi nulla del mondo che c è dietro. Ovviamente ci sono eccezioni, ma oggi in fiera non molte. E un certo tipo di mercato e di collezionismo non solo mi irrita, ma nemmeno lo capisco.
Come sezioni da vedere funzionava la sezione del disegno (c’era anche l’anno scorso oppure era una novità?) è adatta per la fiera, sono opere spesso fatte per essere viste da sole, ottimi esercizi di stile ben volentieri comprabili, danno il gusto del piacere estetico della buona esecuzione.
Funziona, come sempre a Torino, la sezione dei progetti Present/Future, almeno perché sono delle sezioni monografiche e ogni artista può fare una mini personale. Quella che ho preferito è di Ludovica Carbotta. È un lavoro piuttosto denso e misterioso e decodificabile al tempo stesso. E poi lei me la ricordo bene, perché molti anni fa alla fiera di Basilea ha fatto la seconda cameraman alla mia performance ‘Art is long, Time is short‘ della serie Slowly Project, quando lei era ancora in erba.
Il lavoro di Ludovica è stato uno delle poche cose per cui è valsa la pena venire a Torino. Un altra cosa che ho trovato molto poetica erano dei lavori portati da una galleria giapponese, di artisti giapponesi, che dentro a scatole tradizionali di legno inserivano lastre con video che si muovevano, senza fili. Sono stata contenta anche di vedere nella sezione Back to the Future le sedie e le opere dell’architetto Cesare Leonardi, un grande, che avevo conosciuto perchè una sua sedia mi è stata proposta (e ovviamente accettata) per la mia performance e installazione AlphaOmega che feci per la prima volta a Modena nel 2002.
Ho avuto invece un senso di smarrimento quando ho visto da Guido Costa dei quadri di Chiara Fumai. Ho avuto questa sensazione poiché mi chiedo con inquietudine se occorre togliersi la vita per avere il sistema che si accorge della produzione di un artista. Sono contenta che Milovan Farronato l’abbia scelta per il padiglione Italia della biennale di Venezia, sia perché mi piace che Chiara abbia il suo riconoscimento grande, un gesto di affetto che chi fa quel gesto si merita, e poi perché la sua ricerca la vedo affine ai gusti di Milovan, che ha fatto benissimo a sceglierla per Venezia. Ma diverso è il fatto di vedersi dei suoi quadri in fiera. Purtroppo i pescecani arrivano quando c è di mezzo il sangue, e ciò mi da una sensazione un po’ strana, per non dire altro.
Mi ha anche colpito il pubblico di questo Opening. Al contrario di quasi sempre, quando incontro agli opening miriadi di persone che conosco, fra artisti curatori galleristi critici collezionisti giornalisti, quest’anno ho visto poche facce note, se si escludono quelle dei soliti galleristi che esponevano, e ciò mi stupiva un po’. Che la frequentazione delle fiere sia diventata appannaggio di una certa borghesia e di professionisti vari ma disertata dalla maggior parte degli artisti? O sono forse io che invecchio e non conosco tutte le nuove leve? ( ma i giovani nel pubblico non erano la maggioranza…), che l’arte stia diventando di moda e attiri molte fette di curiosi dell alta società (o meno) lasciando gli addetti ai lavori a casa a lavorare ? O le fiere stanno diventando così tante e così troppe e così disinteressanti che non vale la pena più seguirle? Forse tutto questo mescolato insieme?
Finisco ripensando, perché mentre giravo per gli stand a torino mi era ritornato in mente, alla performance a sorpresa che feci qui nel 2010 Untitled: vestito lungo, capelli lunghi, piedi scalzi, andavo in giro ad abbracciare tutti… poiché nelle fiere il grande assente, la grande mancanza è il rapporto umano, il calore, la vicinanza. E ancora lo penso. Un gesto di vita, di contatto umano in mezzo alle vendite, al mordi e fuggi, all’apparire, al vedere e al farsi vedere.
(Non ho ancora montato un video da quella performance, della quale ho una bellissima serie fotografica .. ecco ho deciso, sarà il prossimo lavoro di montaggio a cui mi dedicherò, fra i molti video ancora da montare.
LIUBA, Untitled 2010, performance at Artissima Opening, photos Ivo Martin

170. La ripresa dopo il tunnel

È un po’ che pensavo di venirvi a trovare, di riprendere questo blog per troppo tempo sospeso, e finalmente di scrivervi.

Vi riesco a scrivere oggi, che guarda caso (ma forse non è mai un caso) è la festa della mamma, e il mio lungo tunnel è stata la perdita della mia mamma, tre mesi dopo il mio papà, per cui d’amble’ mi sono ritrovata smarrita e senza famiglia, morsa da un dolore lungo e complesso.

 

Volevo dirvi che ora sto bene, e quasi paradossalmente dal grande dolore mi è nata una grande forza. È successo da luglio scorso che ho cominciato a stare meglio ( tre anni e due mesi dopo che mia mamma era andata via – ognuno ha i suoi tempi, e il mio doppio lutto è stato lungo e articolato), ho ricominciato appieno ad apprezzare la vita, sentirmi viva, grata, e, cosa inaspettata, a sentirmi forte e come temprata da questo dolore. Ora vi scrivo parecchi mesi dopo questa timida svolta, e volevo condividere con voi questa intima, grandissima, grata, sicura, piena felicità e forza che mi attraversa e mi viene dal profondo.

 

È una cosa inimmaginabile e straordinaria. Dopo tre anni e più di dolore, con una serie intensa e varia di fasi del lutto che potrei lucidamente descrivere, ora mi trovo serena, leggera, felice, MOLTO, MOLTO GRATA della vita, e MOLTO MOLTO FORTE. 

È inaspettata questa forza. Ma mi sento bene, mi sento bene ovunque, mi sento grata con Dio, coi miei genitori, con la vita, per tutto ciò che mi ha dato, e riesco a capire che questa gratitudine e forza sono i figli di una grande sofferenza, è come se passando attraverso un tunnel molto buio e pieno di insidie e di prove difficilissime, mi trovo ora come purificata, raffinata, come se questo grande dolore avesse bruciato tutto ed ora, sempre più primarie ed importanti, mi emergono le cose belle della vita.

Sto godendo di tutto. Sono grata di tutto. Mi sento innamorata di tutto ( a parte di alcuni e alcune cose di cui sono davvero critica e che avverso fortemente – ma anche questo è amore, e amore per la vita e tutela della sua bellezza).

Intuisco che il grande dolore, la quasi pazzia, le prove durissime sia spirituali che materiali che si sono scontrate con me in questi anni, mi hanno lasciato posto a un sentimento di certezza, di forza e di felicità. È come anche se mi sentissi più forte per essere passata attraverso questo fuoco, e non esserne stata mangiata, come orgogliosa di non essere annegata, ma a poco a poco tirarsi su da sola e con le proprie forze ( che proprie non sono, perché Dio è intervenuto alla grande, ma Lui lo fa sempre e con tutti, e poi è parte di noi), mi ha dato questa intima, profonda, gustosa sensazione di pace, di sicurezza, di stabilità.

Sento precisamente che i miei genitori sono dentro a questa forza, e che sono il motore di questa forza, perchè sono divenuti parte di me, è come se vivessi con tre persone e tre forze in una. E se un pochino sono orgogliosa di me (e in questo periodo lo sono spesso) capisco che in questo orgoglio ci sono loro, perché se ho superato il tunnel, se mi sento – e forse sono – saggia e piena di vita e di ricchezza da dare – lo devo a loro, che mi hanno impregnato di loro stessi fino alle budella, creandomi e dandomi doni di loro stessi, dai loro geni, al loro carattere, ai loro beni.

Sono felice di condividere con voi queste emozioni. Il dolore di un lutto importante è devastante, ma ho capito che è un fuoco anche necessario per rinnovarci e fortificarci e ritornare a vivere al meglio, in memoria di loro e soprattutto estasiati da tanta, ma dico tanta, gratitudine.

 

169. Alla Biennale – performance virtuale


Mladen Stilinovic, Artist at Work, 1978/2017

 

Sono andata all’Opening della Biennale anche quest’anno. Ma senza fare una performance. A dire il vero avevo proprio un’idea pronta che avevo anche accarezzato di realizzare, idea che ho da molti anni e che, con un sesto senso, mi era venuta fuori da riprendere per questa edizione. Poi poichè ero già abbastanza carica di progetti in corso (una personale inaugurata il mese precedente, un libro d’artista in fase di pubblicazione e il video dei rifugiati che gira) ho visto che avrei avuto poco tempo e poca energia per organizzare questa performance, che di per sè è molto semplice, ma come sempre da organizzare lo è un po’meno.

 

Orbene immaginatevi il mio stupore quando arrivando ai Giardini – cosa che ho fatto il secondo giorno, avendo cominciato dall’Arsenale – vedo la mostra curatoriale iniziare con quello che volevo fare nella mia performance: riposarmi. Dormire. Oggi siamo così tutti indaffarati e ci vengono chieste così tante cose che molto spesso siamo stanchi e mi prendo il diritto e la responsabilità di riposarmi e dormire, senza dovermi sentire in colpa. Un’antitesi all’iperproduzione e all’iper attivismo, che si sente anche nel mondo dell’arte, dove devi essere sempre dappertutto, essere informato su tutto, e nel frattempo avere il tempo per produrre le opere, avere le idee, realizzare gli aspetti tecnici e logistici, scrivere e aggiornare i vari siti e tutto il resto…una fatica enorme e spesso, a buon diritto, si è stanchi.

 

L’idea era quella di andare all’opening con una valigetta, dentro a cui avrei messo un materasso pieghevole. Sono vestita con un vestito bianco tipo camicia da notte, largo e lungo, ma che potrebbe essere scambiato per un vestitone estivo. A un certo punto, nel bel mezzo dell’opening e con le persone che camminano da un’opera all’altra e da un padiglione all’altro, io appoggio la valigetta, tiro fuori il materasso e il piccolo cuscino, e mi stendo a dormire, con ai miei piedi una scritta che dice ‘A volte sono stanca’.

 

Questa è la mia performance virtuale, ossia pronta nel pensiero e non ancora realizzata. Figuratevi il mio stupore quando ai Giardini, all’inizio della mostra curatoriale, vedo ben tre opere di tre artisti che lavorano su questo tema: in tutti e tre i lavori c’è l’artista sdraiato sul letto o sul divano che si riposa. Pensate che coincidenza madornale, se io arrivavo lì, ovviamente ignara delle opere che sarebbero state esposte, e mi mettevo a dormire, reale e fisica e performativa, proprio accanto alle opere fotografiche o installative degli artisti che riposavano sui rispettivi letti o divani. Che roba! Quando ho visto questi lavori non potevo credere ai miei occhi, e constatare come le energie girano e si captano sottilmente. Non saprei dire se avessi fatto questa performance come sarebbe stata la reazione delle persone, non tanto alla performance stessa – che avrebbe funzionato benissimo, già lo so 🙂 – quanto per il parallelo con le opere in mostra che aprono, anche esplicitandone gli intenti, la mostra curatoriale della Macel. Avrebbero pensato che io ne ero al corrente e che mi sono allineata al discorso? oppure avrebbero pensato ma che ci fa questa qui con una performance simile a quei lavori esposti? oppure avrebbero pensato che era una performance facente parte della mostra, oppure avrebbero pensato ma che figata, da una parte abbiamo le foto degli artisti che dormono, mentre qui invece, in piena folla dei visitatori dell’opening della biennale, c’è un’artista che davvero sceglie di dormire e di farci capire cosa è più importante… Insomma, le reazioni potevano scalare dalle stelle alle stalle, dal fiasco alla magia. Che poi ebbene sì una magia era bella e buona, perchè questa idea l’avevo quasi da una decina di anni e guarda caso alcune settimane prima della biennale mi riapparve chiara in mente, e necessaria da fare. Solo però che volevo DAVVERO riposarmi, e quindi non ho fatto la performance…

 

Ma ve lo sto scrivendo perchè questa per me è una performance virtuale, bell’ e che fatta. E il condividerla qui ne sancisce la sua esistenza nell’etere e nell’immaginazione. Forse un giorno la farò davvero, o forse bastano le righe che vi ho scritto qui sopra, ma la performance per me è comunque realizzata, nella sua forma virtuale per ora, che ho condiviso con voi per la sua coincidenza inaspettata e inusuale.

 

Franz West on Divan, 1996

 

Yelena Vorobyeva and Victor Vorobyev, The Artist is Asleep, 1996

 

Ora passo ad alcune righe sulla biennale. veloci, sintetiche, smilze. Ne ho parlato tanto con le persone, in quei giorni, e ne ho letto molto in tutte le sedi, quando sono usciti tutti gli articoli e i commenti, per cui ora (visto che mi sono ‘riposata’ ed è già passata più di una settimana dalla fine dei giorni di opening) non necessita che io mi dilunghi in commenti.

La sezione curatoriale della Macel ha avuto per me ondate contrapposte, fra lavori e sezioni che mi sono piaciute ed altri lavori e sezioni che non mi sono piaciute affatto. Devo dire che, sebbene apprezzi l’ intento della curatrice di dare la parola agli artisti e di non prevaricare con una tematica forte curatoriale, dall’altra la suddivisione per tematiche e sotto-padiglioni l’ho trovata didattica e noiosa. Mi è piaciuta la ripresa di artisti non sempre adeguatamente riconosciuti, come Maria Lai di cui era presente un ampio corpus di lavori bellissimi.

 

Riguardo ai Padiglioni avevo molto apprezzato, prima che si sapesse fosse il vincitore, il padiglione della Germania di Anne Imhof, peraltro avendolo visitato in un momento in cui non c’era l’azione performativa. Mi era piaciuta la poesia e la pulizia di questa installazione di vetri un po’ opachi dove le persone galleggiavano, la prospettiva di questa piattaforma vista dall’esterno del Padiglione e la visione alla quale questa piattaforma dava accesso permettendo di vedere due installazioni sottostanti che davano sensazioni inquietanti ed enigmatiche. Allora non sapevo che il tutto era contemplato con e per la performance, ma il padiglione mi piacque tantissimo. A posteriori, sul web, vidi dei pezzi di video della performance, e devo dire che è la cosa che mi convince di meno (ma avrei dovuto vederla), mentre l’installazione è grandiosa.

Altri padiglioni che ho amato: la Svizzera, col bellissimo e poetico video a due facce Flora di Alexander Birchler e Teresa Hubbard, la Georgia con la fantastica isba vera dentro alla quale piove continuamente di Vajiko Chachkhiani intitolata Living dog among dead lions, il video panoramico di Lisa Reihana per la Nuova Zelanda, qualcosa dei corpi e delle bocche di  Jesse Jones al Padiglione irlandese. Bocciati big come l’Inghilterra, gli Stati Uniti (a parte per l’intervento sulla volta centrale), la Spagna e la Francia.

 

Che devo dire dell’Italia? Si, meglio del solito ( e ci voleva poco…) ma non mi ha del tutto convinto, a cominciare dal titolo… Il mondo magico: ma di cosa? Di magia ne ho vista poca. Casomai inquietudine funerea nell’opera di Cuoghi, e poesia nell’intervento speculare di Andreotta Calo’, il pezzo migliore del Padiglione, a mio avviso.

 

Grandiose, specie nella fase del montaggio, le grandi mani di Lorenzo Quinn sul Canal Grande, ancora migliori in fase di installazione, più misteriose e magiche che non quando posizionate sulla parete a destinazione finale, in cui il loro senso era fin troppo ovvio.

 

 

 

168. Pasqua in solitaria rinascita

Oggi è Pasqua e per la prima volta, forse in tutta la mia vita, l’ho passata da sola, un po’ per circostanze (doveva venire una mia carissima amica che aveva il mal di denti) un po’ perchè avevo voglia di stare sola, forse per fermarmi, per vivere questa festa con più spiritualità, e anche godermi la libertà di ogni attimo.
Vorrei dirvi tante cose, perchè è molto che non ci sentiamo, e non so da che parte cominciare. Vorrei dirvi che è da un mese che, passate le tempeste più tempeste che mai, improvvisamente mi sono trovata quasi tutto d’un tratto a stare bene, a stare bene dentro, a sentirmi rinnovata, a risentirmi felice, a vivere una speranza, ad amare la vita… e poi anche una serie di circostanze favorevoli si sono succedute, ma il motivo profondo è che mi era rinata una pace interiore e una pienezza, finalmente ricompariva un centro. E allora prendi le cose e le persone con più positività.

 

Non so spiegare, ma dopo 3 anni (a maggio) di dolori è come se ora fossi uscita dai miriadi livelli del lutto per sentirmi come purificata e fuori dal dolore. E ho vissuto da allora questo mese con grande serenità, gioia nell’affrontare le cose, ottimismo, divertimento…come se sentissi la vita davvero riprendere a scorrere nelle vene. Ve lo dico non solo per condividere con voi questo mio benessere profondo, ma soprattutto per dire a tutti voi che prima o poi si esce dal lutto e la vita riprende, non come prima, ma forse più forti di prima. Vi dico che si può uscire a rivedere le stelle, a sentirsi grati di vivere, e a trovarsi a parlare con la mia mamma e il mio papà, che non ci sono più, con una tranquillità e pace, come se fossero qui, ma senza il dolore della perdita. A volte ho pianto ancora per la mancanza della mia mamma, o per la paura delle cose che mi sovrastavano e la mancanza di mio papà, ma era un pianto passeggero, sottile, che lasciava posto a un sole successivo.
E allora vi racconto questa giornata di Pasqua di una gioia profonda, vissuta nella solitudine, ma che era pienezza, e non era solitudine, era il sentirsi avvolti in un abbraccio col cielo, col sole, con Dio, coi miei genitori, con le persone del mondo. Un grande abbraccio cosmico. Stamattina inoltre, per caso non voluto poichè i lavori sono in ritardo estremo, è accaduto che fosse il primo giorno che erano pronti il bagno e la cucina della casa di Viserba in ristrutturazione da settembre (!) che tanto mi ha fatto soffrire, e oggi invece è stato il simbolico giorno della prima doccia nel bagno rinnovato e il primo the nella cucina nuova con l’isola tonda..un momento che mi sono goduta da sola, centellinandolo, festeggiando e sentendomi anche un pizzichino orgogliosa.
E’ stranissimo che solo ora mi stanno apparendo cose che avevo tralasciato o perso dopo il grande trauma, come se solo ora mi stessi riconnettendo a ciò che ero prima che succedesse. Solo ora mi sta ricominciando a funzionare la memoria, perchè ho passato un lungo tempo senza riuscire a memorizzare più niente e anche spaventandomi che avessi perso la memoria, ma ero impedita di memorizzare perchè ero sparita anch’io insieme ai miei genitori. Ora sto ricominciando ad esser capace di memorizzare, è come se ricominciassi a vivere. Sono passati 3 anni, 3 lunghi anni, e ora proseguo, con la presenza dei miei nel cuore e la gratitudine per loro in tutto ciò che faccio. Mi mancano ancora tantissimo, e mi manca anche non potergli mostrare ‘come sono brava’, come per esempio stamattina quando ho potuto inaugurare mezza casa (il resto è ancora cantiere!) e vedere che dopo tanto stress e sofferenza la casa di famiglia sta diventando ancora più bella, e sentirmi un pizzico orgogliosa, e non potergliela mostrare, o sentirmi bella, coi capelli col colore fresco e le striature rosse, e non poterglielo fare vedere e sentirmi dire da mia mamma: come stai bene! Ma sono serena, sento che loro sono risorti con me e li porto entrambi in me.
Vi abbraccio forte a tutti e spero che la vostra Pasqua sia stata piena, non importa se di gioia, o di dolore, ma la pienezza è segno che siamo VIVI.
Con tanto amore
Liuba

167. Donating to refugees at Tempelhof cafe

Getting into the big refugees camp at the Tempelhof former airport was not possible without appointments with volunteers.
I contacted them and I went into the camp cafe (hangar 1) which is the only place where not refugees people can go and can meet them.

 

My mission, at the moment, is to donate the small income coming from the two copies of my refugees videos edition which were sold at the edition launch. I also want to open a ‘canal’ to reverse any future income from those sales directly into the hands of refugees.

 

I met two young guys, teenagers, one from Syria and one from Afghanistan and I simbolically donated to each one the proceeds of the videos, one for each.
It’s just a drop into the ocean, but the refugees art project is generating real help.
This is a performance.

 

 

166. Refugees video edition launch a Berlino

Martedì 17 gennaio ero a Berlino ad Image Movement a presentare l’edizione a tiratura illimitata dei miei video con e sui rifugiati, che sarà disponibile in vendita (braccialetto usb con i video e pieghevole info + poster) e il cui ricavato andrà in parte ad aiutare direttamente i rifugiati.

 

Mi piace molto Image Movement, dove avevo presentato un’antologica dei miei video lo scorso anno sempre a gennaio, è un posto dedicato alla video arte, al video d’artista, al video sull’arte, ai film d’autore e alla musica di ricerca. E’ un piacere andare a piluccare novità e piccole golosità in questo spazio, e sono felice che da ora in poi sarà possibile anche trovare i miei video in vendita!

 

E’ in realtà un’eccezione che i miei video siano distribuiti a tiratura illimitata (ma degli stessi lavori esiste anche un’edizione da collezione a tiratura di 3, come per gli altri miei video), ma visto la tematica così universale e attuale di questi lavori ho sentito il bisogno che queste opere circolassero anche fuori del ristretto contesto dell’arte o dei festival e che fossero accessibili a tutti. E’ un esperimento, ma anche una dichiarazione concettuale 😉

Ed ecco alcune foto:

 

 

 

 

165. Il mare nero della troppa abbondanza

Sono arrivata a Berlino per presentare l’edizione a tiratura illimitata dei miei video sui rifugiati che feci a Berlino e che sono nati da delle performance realizzate con loro, durante la protesta di Oranienplatz e dintorni.

Tutto era cominciato quando ero arrivata a Berlino nell’autunno del 2013.

 

Mi viene da pensare a questi 3 anni (e 3 mesi), di come miriadi di cose si siano succedute nella mia vita, e sicuramente per me non facili, e come la mia venuta a Berlino, città dove in un certo senso avevo intenzione di stabilirmi, almeno per qualche tempo, sia stata da allora un continuo mordi e fuggi fra il venire e l’andare, fra il portare avanti dei progetti legati a questa città, soprattutto riguardo la realizzazione e lo sviluppo del progetto dei rifugiati, e il mio stare in Italia, affrontando la perdita, il dolore, e poi anche la gestione pratica di ciò che mi hanno lasciato i miei genitori, arrivandomi sulle spalle tonnellate di lavori e responsabilità, di cui non ho avevo mai avuto competenze.

 

In un certo qual modo mi sento soddisfatta di essere ancora qua, di aver mantenuto un briciolo di forza per focalizzarmi sui miei progetti artistici – oserei definirli progetti artistici-umanitari, che è ciò che davvero mi preme di più in questo momento – e per non abbandonare tutto. Mi sento un pochino orgogliosa di aver avuto e avere la forza di attraversare un mare in tempesta senza perdermi totalmente e senza affogare, anche se un po’ di naufragi sono successi e parecchie sbandate e depressioni sono lì a chiedere il loro spazio, ed io che lotto per non darglielo tutto, senza darmi per vinta.

 

Devo ammettere, e so che forse mi capirete anche perché lo sento nell’aria come un fenomeno diffuso, che spesso mi sento abulica o meglio demotivata, persa in un mare enorme di informazioni e in una marea di cose da fare gestire leggere rispondere, che si fatica a vedere ciò che realmente vale, e ciò per cui vale la pena dedicare il proprio tempo. Soprattutto risulta difficile rispondersi alla domanda cosa valga davvero la pena di fare, quando in questo mare di cose tutto sprofonda senza che appaia veramente e dove tutto ciò che facciamo rischia di sommergersi all’istante ed essere dimenticato come quasi tutto il resto, inghiottito da questa massa scura di troppo di tutto.

 

Da artista poi ti chiedi a cosa cavolo serve l’arte, quando nel mondo ci sono così tanti problemi, quando ciò che facciamo è come una goccia in un oceano, quando andiamo alle mostre e ci sentiamo un senso di nausea (a me succede sempre più spesso) per l’inutilità e a volte la bruttezza delle opere esposte, come se l’arte fosse anche meno di un divertissment, uno spreco, quasi, molte volte. Certamente quello è un tipo di arte che non mi interessa, ma spesso e volentieri è ciò che la maggior parte della gente vede come ‘arte’ ed etichetta come tale. Mi sembra tutto molto sterile. Mi prende a volte un senso di impotenza a pensare che, bello o brutto, impegnato o non impegnato, noto o meno noto, tutto ciò che facciamo venga poi inghiottito nel buio della molteplicità della saturazione che oggi ci avvolge.

 

E con queste riflessioni in ogni modo sono qui, a prepararmi per il mio intervento di domani a Image Movement, con l’atmosfera di Berlino che come sempre mi ispira alla calma e alla riflessione, e di questo ringrazio.

Sto con una leggera insoddisfazione per la riuscita della stampa dei pieghevoli dei video, file venuto benissimo e fatto in collaborazione con la mia amica grafica Monika Redin, ma stampato e confezionato in una maniera che un po’ lo avvilisce. E mi avvilisco anch’io perché mi piace poco e perché lo volevo bellissimo, e mi avvilisco al pensiero che probabilmente tutto ciò non servirà a nulla, perfetto o non perfetto che sia, e che il lavoro dei miei ultimi 3 anni riguardo ai rifugiati non serve a nulla e a nessuno. Vedete, è strano, ero sempre stata una persona entusiasta e di instancabile slancio per tutto ciò che intraprendevo e per cui credevo, e mi ritrovo ad essere così nichilista.

Ma davvero sono i tempi che ci stanno cambiando inesorabilmente o sono solo le mie vicende personali? Ci sarà un tempo dove ritorneremo a sentire di avere uno scopo efficace per cui adoperarsi e un entusiasmo rinnovato?

 

Vi aspetto domani. Intanto è stato bello scrivervi. Forse non devo domandarmi nemmeno se sia utile o inutile, perché almeno per me è stato un piacere scrivervi.

 

 

 

 

164. L’arte, il viaggio, le incombenze e la ristrutturazione

Poesia del Rinascimento
Poesia del Rinascimento – Liupirogi e Pagiopa, Viserba, sett. 2016

Diciamo che da sempre ho tagliato tutto, nel senso che non ho mai avuto cose materiali e non ho mai guadagnato tanto con la mia arte, ma ho sempre avuto le risorse per riuscire a mantenermi. negli ultimi 15 anni, avendo avuto una casa in regalo, avevo sempre affittato una o due stanze in questa casa (in cui ho una stanza da studio, una da letto e una affittata) per mantenermi la casa – a milano – e non essere dipendente da uno stipendio fisso per vivere, permettendomi di vivere con molto poco e di avere tantissimo tempo per la ricerca e per la creazione.

 

Inoltre, sino a due anni fa, questo meccanismo mi permetteva di affittare anche la mia stanza e andare in altre parti del mondo affittando una stanza a mia volta. E quando partivo in un certo modo fuggivo sempre dalle incombenze e bollette e burocrazia che ci attanagliano nel luogo dove risiedi. Io non sono mai partita per l’india, come molti fanno per trovare un conforto, ma partivo per i luoghi dove potevo fare arte ed avere stimoli, ossia prima New York e poi utlimamente Berlino. Ho vissuto gli ultimi 15 anni lasciando le mie cose nella casa un po’ deposito di Milano che nel frattempo era occupata da altre persone (con le quali fra l’altro ho sempre avuto ottimi rapporti, perchè essendo la mia casa in centro, un po’ originale e con un buon prezzo, è sempre andata a ruba e non ho avuto mai difficoltà a trovare persone), e vivevo con la valigia in varie stanze del mondo, pensando all’arte e quindi stando bene, in una sorta di ritiro.

 

Ovviamente in tutto ciò avevo una famiglia, che erano i miei a Milano (e un compagno canadese che spesso mi raggiunge nei miei spostamenti, anche lui senza un soldo e anche meno di me, che almeno avevo una casa), e tornavo sempre regolarmente a questo centro, che era il fulcro dei miei spostamenti. Certo era sempre stata una vita dura, senza sicurezze, senza un vero e proprio spazio da vivere (affittando parte della mia casa ho sempre vissuto in meno spazio di quanto mi avrebbe fatto comodo), e gestendo con fatica la parte economica, ma avevo acquisito una abilità estrema a muovermi attraverso network di persone, e tutto aveva un senso e un centro.

 

Ora, dopo la scomparsa dei miei tutto è crollato, soprattutto loro come baricentro, e sono andata in mille pezzi. Sto ricostruendomi un pochino, ma il percorso di ripresa dal lutto se mai avviene è un percorso lungo e graduale. A tutto ciò si aggiunge, e mi complica come non mai perchè non sono abituata, la gestione piombata su di me di tutte le loro cose. E’ ovvio che quando non stai bene e non sei lucida non riesci ad occuparti di molte cose pratiche, per cui ho anche rimandato il capire cosa fare, ma nel frattempo queste due case in più mi hanno dato grattacapi, spese, e quant’altro, e per di più non ho capito nemmeno dove vorrei vivere e dove è meglio vivere.

 

Ho deciso di cominciare a sistemare la casa di famiglia che adoro a Viserba (RN), il mio nido creativo da quando sono nata, e però gestire tutto ciò è un’impresa che mi sta sfibrando, fra architetto, impresa, scelte, pagamenti, responsabilità, paure, ansie, arrabbiature, ritardi, appuntamenti, ricerca materiali, ecc (e nel frattempo non posso nemmeno dormire lì e mi divido fra casa di amici a rimini e casa di milano, invece di andarmene a berlino come ho fatto altre volte per emigrazione creativa, dove penso solo all’arte ( e ciò mi fa bene! è come essere in un monastero….!ma pieno anche di gente!).

 

So che dovrei tagliare, ma cose pratiche come cercare un’agenzia, liberare la casa dei miei per affittarla o venderla (venderla ora affettivamente non ci riuscirei) mi sono troppo faticose e dispendiose, perchè nel frattempo devo occuparmi delle perdite della casa dei miei, dove l’inquilina di sotto ha fatto una causa per infiltrazioni, e anche di molte altre beghe a rimini. ed io soffro perchè non riesco ad andare nel mio ritiro artistico spirituale – che può avvenire dapperutto e in nesusn luogo, basta che mi accoccolo nel mio ritmo…

 

Non dico che mi lamento, ma davvero è un momento dfficile. e non è così facile, come qualcuno mi consiglia, il tagliare, nella mia situazione attuale. Certo, so che lo farò, non posso vivere con questi fardelli, ma il tutto è appesantito, se così si puo dire, dal TROPPO amore: troppo amore per i luoghi che hanno avuto a che fare col mio passato e con i miei genitori, troppo amore nei muri, nei mobili, nei luoghi… non so se rendo l’idea.

 

Vorrei fuggire come facevo sempre e rifugiarmi a Berlino a fare video, o altrove, o viaggiare, ma se non sistemo questa macedonia di cose pratiche, di case senza averne una, e di incombenze arrivate sulle mie spalle all’improvviso, senza che mio padre mi spiegasse niente, non so come posso fare. Già alterno momenti dove mi ri-prendo il mio tempo e mi isolo dal mondo, ad altri dove il mondo mi vuole e dove, perchè le cose accadano, devo usare un sacco di energie  e di tempo, che preferirei usare nel mio solito modo meditativo e artistico.

 

Di una cosa sono certa: non cambierò il mio modo di vivere solo perchè mi sono arrivate più disponibilità economiche. meno si ha meglio si sta. so però che sto passando un duro periodo di transizione, e che la cosa che mi piace, e che so fare, è vivere al vento ( ho cominciato diciannovenne a fare viaggi esistenziali dove tutto era una novità e una scoperta interiore, lavorando per tre mesi nei fiordi del connemara, e poi il lungo periodo in Brasile, alcuni anni dopo la laurea…anche allora partii perchè mi sentivo nel pantano e mi dissi: invece di farmi raccogliere col cucchiaino, vado a rigenerarmi altrove! E così avvenne! Tornai da là con una dose a 3000 di energia vitale, che non passava inosservata… ) ma non so come liberarmi delle incombenze che mi sono piovute addosso. Le sto dipanando a poco a poco, ed è un lavoro certosino. spero che almeno mi fortifichi un po’ e mi faccia forse crescere ancora.

 

163. Il cammino nella palude

Carissimi, è molto che non scrivo qui, poichè sono alle prese forse col momento più difficile della mia vita. Ma poichè anche questo fa parte della vita di un’artista, che è la vita di noi tutti solo filtrata da un modo sensibile di vedere le cose, da una qualche pazzia o coraggio, forse, e da una serie di opere da fare, finire e conservare (come si sta presentando forte ora il problema di conservare le opere dopo più di vent’anni di lavoro!), allora ho deciso che metto nel piatto anche questa fase difficile della mia vita, e ne scrivo, consapevole che a qualcuno magari può giovare confrontarsi o immedesimarsi anche con gli aspetti più profondi e complessi. Voi sapete che sono sempre vera, e che mettere a nudo ciò che sono, che vivo e che provo, e un progetto in cui credo, per donare e compartire ciò che si chiama vita.

 

Non so come è andata la Pasqua per voi. Per me in maniera anche piacevole la domenica di Pasqua, in cascina con amici cari, e anche focalizzata sul senso profondo e mistico di questa festa, oggi è il lunedì di Paqua e sono invece molto triste, che mi sembra che nulla abbia più senso e vedo come la mia vita finita, dove ciò che è stato è stato, e ciò che non è stato non sarà più. Da quando entrambi i miei genitori mi hanno lasciato (e sono due anni ma è come un giorno, diluito in pezzettini di percorso molteplici e duri) non riesco più a pensare come una ‘giovane’, forse avendo fatto per molti anni, anche da adulta, la vita della giovane e della figlia. Riuscivo a costruire forse solo quando c’era mio padre che mi contrastava, e la mia mamma che mi accoglieva in un lago di amore. Non c’è più tutto questo e tutto ciò che era me e la mia vita non la trovo più. Mi accade di cercare di cambiare, e poi essere insoddisfatta ancora, perchè il buco è qualcosa che è dentro, mi viene a noia tutto ciò che prima facevo con gioia, mi vedo in una vita che non riconosco, e fatico in ogni cosa.

 

Mi sento così sperduta che è come un baratro che mi mangia a volte, e mi sembra che la vita sia come passata ormai. Mi sembra di essere diventata vecchia per fare ancora alcune cose nuove, vecchia per cominciare un’altra vita, vecchia per fare nuovi progetti. Tutto ciò che sto facendo mi lega al passato, perchè vorrei trovare una vita che non c’è più. sto facendo un sacco di fatica per cercare di aggiustare e rimettere in sesto la casa dei miei (peraltro nuova ma sto ancora finendo il doloroso lavoro di aprire i cassetti, di decidere cosa fare delle cose, di curare la terrazza e le cose rinsecchite ed è atroce ricordare ogni momento, e vedere gli oggetti…) perchè la sto facendo rinascere, ma implica un sacco di compiti, burocrazia e lavoro, poi mi sto impegnando da molto a rimettere in sesto la casa di Rimini, quella della nostra famiglia, ed ora ci sono solo io.

Tutto mi ricorda il passato, e non riesco a liberarmene perchè ho adorato questi luoghi, e se cerco di trasformarli è una grande fatica e inoltre mi dico sto lavorando per ripristinare un passato che non c’è più. Prima erano dei miei, ed io vagavo leggera da un fiore all’altro, facendo i miei sacrifici e le mie fatiche per mantenermi con un lavoro che non paga abbastanza ma portandolo avanti perchè era la mia missione, vivevo con poco e tutto ciò che avevo me l’ero conquistato. Ora gli stessi luoghi che prima erano una gioia sono diventati croce perchè loro non ci sono più, e croce perchè devo gestirli io, e soccombo fra le incombenze, e non ho una testa strutturata per queste cose, o meglio riesco anche a fare queste cose, ma devo fare così tanti sforzi per tenere tutto sotto controllo e ricordarmi tutto, che poi non riesco più a vivere le altre cose… Non posso cancellare questi luoghi perchè fanno parte della mia vita, ma sono anche un passato che non c’è più. posso solo trasformarli, ma trasformarli, da sola, implica una fatica immane, qualcosa lo sto facendo, ma sono molto stanca, molto stanca, e parte di me vorrebbe fare altro…

 

Ogni tanto penso che dovrei fuggire all’estero, come ho sempre fatto d’altronde, ad ondate, nella mia vita, per essere in un territorio così neutro dove mi concentro solo sulle persone care, e sul mio lavoro. però poi mi mancano delle radici, anche una casa che rappresenti queste radici, e le uniche radici le avevo prima da qualche parte, i miei e la loro casa, dove sapevo che potevo ritornare (ho sempre avuto una mia casa, ma era un porto di mare i cui accumulare le mie cose, i miei libri e le mie opere, non un nido in cui tornare..). Allora aveva senso fare i mille salti mortali in giro per il mondo, quando c’era il mio nido a cui tornare e da cui sentirmi accolta. Ora che questo nido non c’è più, non mi è nemmeno più possibile fuggire all’estero, perchè non avendo niente a cui tornare, mi dico che devo costruire da qualche parte questo nido. e mi sento persa, dispersa, incasinata, e inutile. tutto è troppo. dove costruire un nido non lo so, perchè forse non ho mai costruito in passato un mio nido e non lo so fare, riuscivo ad abbellire e a dare vita al nido di altri, non so. Mi sento una scema perchè qualche anno fa mi piaceva molto stare a Berlino, mi sembrava che mi aiutava a produrre delle opere creative, e mi divertivo molto, e ci portai addirittura mia mamma, ma ora mi sembra che non ha più senso andarci, perchè un conto è andarci per alcuni mesi e poi tornare al nido regolarmente, come facevo, oppure essere lì con la mia mamma che quando era tutto il mio nido, un conto ora è andarci fissa, ma sentirsi in un paese non tuo, distante anche solo dalle cose e dagli oggetti che ti ricordano i tuoi cari, e non avere nessuno più dove tornare, e allora è meglio restare qua direttamente. Mi sembra che tutto e il contrario di tutto siano possibili e che in queste possibilità senza radici tutto è interscambiabile e alla fine ci si blocca. Mi sento quasi paralizzata, imprigionata da ragnatele di ricordi e di cose che mi tengono legata, mentre prima ero libera e su questa libertà fondai la mia vita, rinunciando anche a molte cose.

 

E forse non sono capace che di vivere svolazzando da un fiore all’altro e da un’opera all’altra. ma questo si fa quando si è giovani, io ora mi vedo in un futuro in cui da vecchia è patetico girare di fiore in fiore e mi sento anche così tanto stanca di tutto, senza una famiglia e senza un modello di vita che ho costruito per la mia età più adulta e matura. Non sono catastrofica o pessimista, nel fondo ho sempre come una buona stella che al momento opportuno si fa sentire e mi illumina i momenti più bui, ma non so quando dove e come uscire dal tunnel (o il tunnel è la nostra condizione di vita?).

 

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Ho scelto di postare queste immagini in cui mi riconosco ancora, di una performance del 2002 intitolata ‘Uscita irreale’ che è un duetto fra performance e video: se ‘virtualmente’ nel video è possibile uscire dalle scatole e ritrovarsi nudi e liberi, nella realtà le scatole rimangono, ci avvolgono, e anche quando pensavamo di averle distrutte ricrescono sempre, vuoi create da noi stessi o dagli altri o dalla società..

162. Grazie Umberto e buon viaggio

Sono colpita e commossa per la morte di Umberto Eco. Lo vedevo come un grande papà bonario, e ricordo con immensa gratitudine le sue lezioni all’Università di Bologna, dove ci faceva ridere come matti spiegandoci tutte le regole del linguaggio e della comunicazione. Un grande, un grande studioso, un grande semiologo, esegeta, scrittore, affabulatore, uomo. Proprio perchè aveva una conoscenza profondissima ed enorme la trasmetteva con una semplicità e una frizzantezza esilarante. Le sue lezioni erano spettacoli, di un godimento estremo. Ho letto quasi tutti i suoi libri, anche e soprattutto quelli di semiotica, e ricordo che un giorno, molti anni fa, ero in treno e leggendo il suo ‘lector in fabula’ ridevo da sola come una pazza. il mio vicino di treno, incuriosito, dopo mezzora che sghignazzavo, non ha resistito e mi ha chiesto cosa cavolo stessi leggendo di così divertente, ed io gli risposi, con suo grande stupore: un libro di semiotica di Umberto Eco!
Eco parlava delle più innovative teorie facendo gli esempi più quotidiani e ridicoli. Ne ricordo uno, presente proprio in Lector in fabula. Per spiegare l’importanza del contesto per decodificare una frase che nel suo.essere segnico è ambigua, Eco fa questo esempio: “Paolo parla con Piero e gli dice: io faccio l’amore con mia moglie tre volte la settimana. Piero risponde: anch’io’. Ora, come facciamo a sapere se i due parlano delle loro prestazioni amorose oppure se Piero si fa la moglie di Paolo? Ovviamente le parole di Eco erano molto più ridicole, però il senso era questo, e ancora lo trovo un esempio geniale.
Grazie Umberto, per il tuo sapere, per il tuo trasmetterclo con gioia e per quel fascino esilarante che ci regalavi ad ascoltarti a bocca aperta, per la tua grandezza umana e culturale. Grazie e buon viaggio.

 qui di seguito una bella intervista recente, pubblicata da doppio zero:
 
 

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E’ stato strano per me scoprire quanta gente segua Masterchef, programma che, devo essere sincera, io non sapevo nemmeno che esistesse. Sino a un anno e mezzo fa, quando mi chiamarono per partecipare a una trasmissione come ospite assaggiatore. Era una trasmissione dedicata a Frida kahlo, di cui c’era una importante mostra a Roma, e decisero di invitare artisti e personaggi dell’arte a fare da assaggiatori. Io accettai volentieri perchè quella telefonata venne nell periodo più nero e più triste della mia vita, e la data in cui dovevamo registrare la trasmissione, il 13 luglio, era un chiaro segno per me che in questo invito ci fosse lo zampino della mia mamma, che mi aveva lasciato. Così andai a Roma per registrare la trasmissione, certo non in forma, ma l’esperienza fu interessante, anche se non esilarante. Avevano imbandito una grande tavolata di vetro, in cui ci avevano fatto accomodare, e ci avevano preparato dicendoci soltanto che dovevamo commentare i piatti riferendoci al gusto ma anche all’estetica dei piatti, e che i concorrenti dovevano cucinare ispirandosi a Frida Kahlo. Il tutto fu abbastanza breve, quando si iniziò a girare, e quando cominciammo a riscaldarci nel chiacchierare, scaldati da un po’ di vino e dimenticandoci delle telecamere, e trovando piacere e neaturalezza nella conversazione – Bonami, che era davanti a me, era uno dei commensali più spiritosi – le riprese finirono. All’inizio invece eravamo un po’ più impacciati e freddini. I piatti ci hanno un po’ deluso, 4 portate in tutto, due per squadra, e con delle grandi macedonie di gusti e ingredienti: cernia con pezzetti di frutta e cacao, e quanti più mix possibili che toglievano per lo più il piacere della qualità degli ingredienti che non si sentivano più. Ricordo di una commensale che disse appunto di un piatto: è una cernia affogata nella macedonia!

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Nel complesso l’esperienza è stata interessante, forse più per vedere dietro le quinte e la preparazione della trasmissione, più che la partecipazione in sè, che fu troppo corta per poter divertirsi davvero – dovevano essere almeno una decina di piatti diversi ad arrivare e alcuni bicchieri di vino in più! Comunque mi ha colpito il fatto che molte persone, dai contesti più disparati, quando la trasmissione andò in onda, molti e molti mesi dopo la registrazione, mi fermavano dicendomi che mi avevano vista a masterchef: impressionante, pensavo, anche lui o lei vede masterchef? Ed io non sapevo nemmeno che esisteva, e per vedermi la puntata quando andò in onda trovai l’unica amica che avevo che aveva l’abbonamento al canale dove c’era masterchef, che io e nessuno dei miei altri conoscenti aveva 😀

Comunque per chi lo vuol vedere, ecco il video della trasmissione che è andata in onda. Naturalmente hanno fatto un mega montaggio e preso pochissimi frammenti del nostro stare a tavola e assaggiare e commentare. Ma è divertente rivederlo!

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160. La soglia

“Nel lutto si sta in quello strano luogo che è una “soglia”. E l’insidia è non riuscire a muoversi di lì. La soglia è un luogo particolare: da dove si può guardare indietro, vedere tutto il cammino fatto per arrivarvi; ma da dove si può anche guardare al di là, guardare dentro, guardare oltre. Si vive il dramma se attraversarla o no. Se si pensa di varcarla si ha l’impressione di perdere per sempre quanto sta prima. Se non la si attraversa, si sente il rischio dell’immobilità, della morte psichica, ossia della percezione di essere vivi in una condizione di paralisi.”

159. Grazie Isa

Ricevo da Isa e faccio galleggiare qui la mia gratitudine: “Tu sempre la solita delizia aperta alla luce che allarga la frontiera del bello ….”   Isa Traversi in choreography. Thanks Isa!    

158. Sui rifugiati, i media italiani, le testimonianze

Non riesco a capire come mai (meglio tardi che mai) il problema dei migranti, del loro sfibrante e pericoloso viaggio per sfuggire a guerre, persecuzioni e violenze, le leggi europee che impediscono di avere documenti se non dove non sei sbarcato (e quindi solo in italia) ecc.. siano diventati pubblici mediaticamente in Italia SOLO ORA, mentre è da anni che c’è questa situazione, e infatti a Berlino il problema dei rifugiati era esploso dal 2012 con la solidarietà di tutte le persone e con la tendopoli dove i rifugiati dormivano e protestavano a Oranienplatz, nel centro di Kreuzberg. Sto terminando un video che avevo cominciato a berlino nel 2013, dove parlo anche di queste cose, con testimonianze reali. (v.progetto refugees welcome)

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Gli anni scorsi in Italia il fenomeno dei migranti e rifugiati era letto e visto solo come ‘persone che vengono qua a rubarci il lavoro’. Eppure, dall’altro lato, il governo ha invece fatto e aiutato i rifugiati: ho sentito molte storie in questi anni a berlino di rifugiati africani che erano sbarcati a Lampedusa ed avevano ricevuto una grande assistenza dal governo italiano, che li smistava anche in alberghi in ogni parte di Italia. Ovviamente questa ospitalità aveva una fine, e poichè il lavoro in italia non c’era (ricordiamoci che il 2013-14 è stato il picco della crisi in italia) cercavano lavoro in Europa. Alcune persone mi hanno raccontato che avevano trovato lavoro per un periodo in Italia, ma con l’acuirsi della crisi l’avevano perso, quindi avevano pensato di andare via, al nord europa, e moltissimi in Germania. E che succede? si trovavano in Germania come deportati, senza avere diritto ai documenti e senza avere il diritto di cercare lavoro. Fortunatamente per loro Berlino che è la capitale della Germania e la rappresenta, è una città ‘anche’ alternativa, e una parte dei politici ha preso a cuore e difeso i loro casi, mentre altri politici del governo continuavano a sostenere che ‘Lampedusa is in Italy’ e per cui il problema dei migranti erano cazzi nostri, come si suol dire.

Addirittura ho saputo che Monti, per cercare di ‘risolvere’ il problema del continuo arrivo dei rifugiati dalla Libia, Siria e via dicendo (che, ripeto, c’era già allora), ha dato un ‘bonus’ di 500 euro a chiunque volesse uscire dall’Italia, per aiutarli ad andare altrove, e per lavarsi le mani alla Pilato, come d’altronde faceva l’Europa, che non ha lasciato si può dire l’Italia sola con questo problema. Quindi queste persone accettano con gioia il bonus di 500 euro e se ne vanno dall’Italia con la speranza di trovare lavoro in zone europee più ricche, e dove i rifugiati sono più tutelati. E che succede? Non solo arrivano in uno stato dove non conoscono nessuno, ecc. ecc. non hanno neache i documenti validi per restare o per lavorare! Addirittura ho conosciuto molti che dovevano andare in Italia per ‘rinnovare’ i loro documenti, documenti però che in Germania non erano validi. Ciò ovviamente ha scatenato un caso politico anche in germania, e le fazioni dei politici si sono divise in due, la via dura e razzista del ‘no li vogliamo’ e la via aperta di chi li voleva aiutare. Ma, da che ne so, la legge che consente a un rifugiato di ottenenere i documenti in Europa SOLO nel primo paese in cui tocca terra, non è stata ancora modifcata. E la stampa italiana, allora, non ne parlò affatto di questo bonus di 500 euro dato da Monti per tamponare il problema (ho guardato adesso anche sul web: nessuna traccia…)

Quindi strabuzzo gli occhi ora a vedere che finalmente i media italiani si stanno occupando di questa realtà, e di questo problema, ma perchè solo ora, con anni di ritardo?? Purtroppo un paio di anni fa e più, i problemi erano sempre gli stessi, e i nostri politici nascondevano la testa sotto la sabbia facendo gli struzzi e cavalcando l’onda emotiva (che avevano creato coi media) che sosteneva che gli italiani non volevano gli ’emigrati’ che gli rubavano il lavoro. E forse purtroppo solo ora, dopo che le morti nel mediterraneo sono continuate e acuite, anche in italia si sta facendo luce su questa situazione. E se i media danno le informazioni più o meno giuste, la gente risponde e reagisce (come gli episodi di solidarietà che stanno accadendo in italia, e che a berlino erano cominciati nel 2012) e i politici non si possono sottrarre a prendere decisioni, che possano tutelare tutti, anche i più deboli.

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Alcune immagini tratte dalle performance fatte con e per i rifugiati:

Refugees Welcome, 2013-2014 – YOU ARE OUT, 2014, Senza Tempo (Without Time)
2015 http://liuba.net/projects/refugees-welcome-2/?lang=it

153. Omaggio a Duchamp

Due video su un grande maestro per il quale provo gratitudine al solo guardarlo.

 

 

 

152. Sebastianstrasse e il muro

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Quando sto a Berlino non ho abitato altro che a kreuzberg e a neukolln. Sono queste le parti della città che amo di più. E’ qui che sento soprattutto questa atmosfera speciale di internazionalità, di creatività, ed è qui che la città si manifesta in tutti i suoi parchi e i suoi canali. Non è una cosa strana che mi piaccia questa zona, anzi è quasi ovvio, e forse è pure un pochino inflazionata, ma non posso farci niente: per me è ancora la Berlino che amo di più.

In questo periodo ho abitato in Sebastianstrasse, strada di Kreuzberg vicino ad Oranienplatz, e proprio su questa strada passava il muro che divideva Berlino. Per cui, il lato della mia casa è nella parte ovest, ma davanti ci sono case che prima erano nella parte est. Strano e curioso. Fa molto pensare. Ancora oggi si può distinguere precisamente, sia a livello architettonico che urbanistico, quale parti prima erano dell’est e quali dell’ovest, ed averle entrambe vicine fa un certo effetto. Ieri ho visto una mostra ‘panorama’ in cui c’era una ricostruzione fedele, attraverso un collage di fotografie ingigantito a dimensione reale, della Berlino anni 80, quindi col muro, proprio a partire da Sebastianstrasse, cioè esattamente dove ho abitato in questo periodo.

Condivido con voi alcune foto della sebastianstrasse di allora, col muro. Il portone rosso sulla sinistra, quello in cui stanno facendo il trasloco e portando il tavolo, è la casa dove stavo fino a qualche giorno fa.

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151. Ritorno a Berlino e video

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Sono stata a Berlino più di un mese, e per lo più ho lavorato al nuovo video Refugees welcome, il progetto site specific che ho in corso qui a Berlino sulle tematiche dei rifugiati e le loro storie. Potete avere più notizie su questo progetto cliccando qui.

Sono stata contenta perché per la prima volta non ho montato il video da sola (devo riconoscere che sono in un periodo delicato dove mi è fondamentale lavorare con qualcun altro, almeno per non perdermi nei miei pensieri), come ero solita fare per i precedenti progetti, ma con l’aiuto di un montatore spagnolo, il supporto di un regista americano e la supervisione di un tecnico del suono italiano. Questo poutpurri di persone e incontri da provenienze diverse non poteva accadere che qui a Berlino, ed è per questo anche che ho deciso di venire qui a produrre i lavori. E’ da novembre 2013 che avevo scelto Berlino (e non più New York) come luogo ideale per vivere e fare arte. Purtroppo ci sono stati dei forti dolori nel frattempo e delle grandi perdite, che hanno reso questo ultimo periodo davvero il più difficile della mia vita.  A volte ti dicono che le grandi prove della vita vengono per insegnarti qualcosa, oppure per rafforzarti, io posso solo dirvi che sto facendo una grande fatica, a volte sono proprio giù e mi sento sospesa in una bolla di vuoto che non va da nessuna parte e di cui ho paura. Ma poi da qualche parte profonda l’entusiasmo fa di nuovo capolino, l’entusiasmo per la vita e per l’arte, e riesco a procedere per la strada che penso mi sia assegnata (dico ‘penso’ perché non fa giorno che quasi non mi interrogo se sto facendo la cosa giusta o se sto seguendo la strada che devo seguire, e come potete prevedere le risposte sono alterne…!)

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Refugees Welcome, videostills, 2015

Allora, vi dicevo di questa esperienza sociale e lavorativa berlinese che mi ha dato molta soddisfazione perché innanzi tutto ho condiviso l’entusiasmo per i miei progetti con alcune persone, e il processo di creare qualcosa di bello insieme. Inoltre, e cosa fondamentale, per quanto riguarda i video ero bloccata da alcuni anni. Il video nel mio lavoro è una parte assai importante, che fa da complemento alla parte performativa,  Era dal 2011 che non finivo completamente un video. È impressionante! Ho lavorato a molti progetti, fatto molte performance e mostre, accumulato molto materiale di riprese, ma nessun video è stato finito. Se devo essere sincera mi sono impantanata nella realizzazione del video di The Finger and the Moon #3, al quale sto lavorando da due anni, e pur avendolo finito un paio di volte, non ne sono soddisfatta, per cui il progetto è sempre aperto, non lo ritengo finito e non l’ho ancora esposto ( e a genova stanno aspettando per esporlo!). Poi ci sono state le mie dolorose vicende personali dell’ultimo anno, che mi hanno bloccato ulteriormente, paralizzato quasi.

Ora quindi è quasi una conquista aver finalmente ripreso a lavorare al montaggio dei video, e ad avere finito una nuova opera! E sapevo che da ora in poi non posso più occuparmi interamente del montaggio, e che devo cominciare a collaborare con dei montatori. Così sono doppiamente contenta di aver inaugurato con questo video una nuova fase, che implica la collaborazione di diversi professionisti. Un lavoro di equipe, tenuto insieme dalla mia regia, come succede nei normali film. Mi sento grata a queste persone di aver collaborato con me, e contenta di aver cominciato questa fase collaborativa. Non posso ancora farvi vedere qualche immagine del video, perché manca la correzione colore e la lavorazione dell’audio, anche queste parti che di solito facevo da sola e che ora affido a dei collaboratori professionisti. Ciò mi diverte parecchio, di potermi occupare più precisamente della parte registica e creativa, delegando ai tecnici più esperti di me gli aspetti di loro competenza.

E tutto ciò non poteva che avvenire qui a Berlino, città piena e pullulante di giovani (e non) creativi provenienti da ogni parte del mondo. E’ facile trovare collaboratori entusiasti e motivati, oltre ad essere la città sia stimolante, per le proposte, sia tranquilla e lenta, cosa che favorisce la creatività.

In questo tempo quindi, a parte qualche evento sociale, o qualche uscita per andare al cinema o a sentire del jazz, o a bere la buonissima birra, ho passato la maggioranza delle mie giornate a lavorare creativamente al video e ad altri progetti, solo inframmezzate dalla ormai abitudine acquisita di correre due volte alla settimana e nuotare una volta alla settimana. Cosa che mi aiuta molto.

146. Di nuovo a Berlino ma senza di lei

Non ho più scritto su questo blog per molti mesi. Amici cari, sono stata congelata e paralizzata.
Ho vissuto e sto vivendo un dolore grande che talvolta mi porta via. Sono e mi sento senza radici.
Per pudore non ho più scritto. Il dolore è qualcosa di molto privato che non vuoi e non puoi condividere. E non vado a scriverlo.
Però ho deciso che questo blog andava continuato.
Dall’inizio questo progetto implica un diario che racconta la vita di una persona che è artista, con le sue difficoltà e le sue gioie, i back stage, le fatiche, i successi, gl incontri, la vita quotidiana. e raccontare la vita vuol dire aprirsi e lasciarsi vedere.
E’ successo a maggio. Eravamo insieme a Berlino. Mi ha lasciato anche lei, la mia mamma. 4 mesi dopo il mio papà.
Sono rientrata in Italia e sono rimasta là. Per ora è il posto dove devo stare, poi si vedrà. Non ho più scritto. Non ho più mandato newsletter. Congelata. Persa. Vuota.

Ora sono ritornata a Berlino perchè mi hanno invitato a fare due performance sul progetto dei rifugiati che avevo cominciato qui. Ho accettato di venire perchè mi sembra abbia un senso continuare ciò che avevo cominciato e non lasciare tutto al vento. Sono certa che la mia mamma l’avrebbe voluto. Ma lei non è più qui con me. Ogni strada mi ricorda il tempo felice che abbiamo passato qui insieme. E ogni strada sento la malinconia della mancanza e di ciò che non è più. Lei era sempre felice, adorava il verde e i fiori, e la scorsa primavera il tempo era stupendo, un sacco di fiori e di alberi, abitavamo in una parte di kreuzberg molto verde, con anche tanti parchi intorno e un bel giardino nel cortile della casa. Lei si meravigliava di tutto come una bambina. Una bambina saggia. Una persona meravigliosa. Ho condiviso con mia mamma la mia vita, la portavo anche alle mostre o ai concerti, andavamo insieme a mangiare nei localini, lei era sempre felice, e mi diceva: perchè non veniamo ad abitare qua? ed io dicevo: ci stiamo già abitando! Anche se come sempre, l’estate l’avremmo passata a Rimini nella nostra terra. Mi diceva sempre: ‘è meglio ridere che piangere’ e non ho mai conosciuto al mondo una persona con questa dose straordinaria di ottimismo e di carica vitale come lei
Grazie mamma grazie grazie grazie, mi manchi tanto tanto tanto tanto tanto. Ma so che mi stai guardando e sento pure che mi proteggi. Ci sei ancora.

144. Una foto trovata mentre rifaccio il sito

Sto lavorando con una giovane e bravissima web designer and developer australiana per rifare il mio sito personale (finalmente! erano alcuni anni che volevo rifare tutto ma non avevo trovato in passato la persona giusta e in Italia non mi piaceva come i webdesigner lavorano, nè le cifre esorbitanti che molti di loro chiedono, mentre qui a Berlino sapevo che avrei trovato la persona adatta!) e sto risistemando tutte le foto. spulciando qua e là ne ho trovate due, molto diverse fra loro, che mi è venuta voglia di mettervi qua! Forse perchè entrambe mi stanno simpatiche e in entrambe mi rappresento! (oddio…lo so che sono una persona dalle tante sfaccettature e dell’unione degli opposti! )

143. Refugees Hunger Strike

Qui a Berlino ho ripreso a lavorare intensamente e parecchio. Ho l’aiuto di una persona che parla italiano che sta per 6 ore con mia madre, occupandosi di lei, così in quel tempo io sono libera di lavorare ai miei progetti.

E tutto sta andando avanti: il video di The Finger and the Moon #3, che è finito e di cui ho gestito con un tecnico alcuni problemi tecnici inerenti l’rsportazione del filmato HD, Poi sto rielaborando nella parte tecnica anche il video The Finger and the Moon #2, invitato a un festival di videoarte in Baviera quest’estate ( e lo volgiono già da ora), poi sto facendo un sito nuovo di zecca insieme a una bravissima web-designer and developer austrraliana, con la quale stiamo lavorando molto bene insieme e pure velocemente…non vedo l’ora che sia online!

e, last but not least, sto proseguendo con le riprese e la ricerca sulla situazione dei rifugiati e dei lampedusa people. Recentemente è stato sgomberato il campo profughi di protesta ad Oranienplatz. Alcuni sostengono che c’è stato un accordo e un patto fra i rifugiati e il comune, altri, compreso alcuni di loro, sostengono che il patto era più uno specchietto per le allodole e i media, che un passo concreto verso la risoluzione della loro situazione, per cui si è creata una ulteriore resistenza, ed è stato iniziato uno sciopero della pace in Oranienplatz.

Qui di seguito potete vedere un video, fatto appeno lo sciopero della fame cominciò ( e montato mischiando velocemente anche dell’altro materiale che avevo archiviato, in attesa di fare un lavoro video più ampio su tutta questa situazione), e delle foto fatte ieri, due settimane dopo.

 

142. Ho portato la mamma 83enne a Berlino

Ho preso la decisione coraggiosa di portare mia mamma a Berlino con  me. Non poteva rimanere da sola a Milano con solo la donna delle pulizie che viene mezzagiornata, poichè negli ultimi anni ha perso la sua lucidità mentale, nè tantomeno volevo lasciarla a una badante fissa, come quasi tutti mi avevano consigliato.
Ho pensato che per lei fosse meglio stare con me che stare nella sua casa con un’estranea, e per me era più tranquillo, seppur faticoso, gestire mia mamma a Berlino abitando insieme piuttosto che a distanza.

Detto fatto, un bel giorno di sole (fortuna vuole che questa primavera è magnifica, sia in Italia che in Germania) abbiamo preso l’aereo e siamo atterrati a Berlino. Appena arrivati mia madre era contenta, non stanca del viaggio, ed entusiasta di vedere una città fresca, giovane, rilassante, con molti parchi, verde e aria buona, e dove tutti – come lei mi rimarca spesso – sono sempre sorridenti.
Ed io sono felice di poter condividere del tempo con lei, e che lei, finalmente, possa condividere un po’ la mia vita per il mondo a fare arte.

Anche gli amici berlinesi mi dissuadevano da questa scelta, ma io mi ero bene informata dai medici e specialisti prima di partire, avevo portato mia mamma da tutti i medici necessari e rinfrescato tutte le terapie. Ognuno di loro mi diede l’approvazione dicendo che, anche se gli anziani sono affezionati alla loro casa, è molto meglio per lei stare con me in un altro luogo che stare con un’altra persona nella sua casa, e così è stato. Ho trovato inoltre una persona che parla italiano che sta con lei 5-6 ore al giorno di modo che ho ripreso a lavorare, a montare il video, a scrivere il blog, a vedere mostre e a prendermi un pochino del mio spazio.

E Berlino è una città dove mi sento davvero a casa, serena, tranquilla, stimolata ma non stressata. un bel mix fra l’esperienza di New York e la mia Bologna dei tempi dell’univeristà e post università – ho abitato 13 anni a Bologna, amandola un casino! (paragone strano vero? ma è l’esatto mix di queste due esperienze bellissime in due città diverse).

Berlino è una città dove è facile lavorare e collaborare, è piena di creativi in ogni senso ed è facile ricorrere a persone che ti possono aiutare, che provengono da tutto il mondo. Ci sono un sacco di artisti, ma per quanto mi riguarda mi sta interessando stare a berlino più per produrre i miei lavori che per prendere nuovi contatti. sento che è proprio il tempo dell’azione. Però vado regolarmente a vedere mostre. A volte porto appresso pure lei 🙂

140.A Gianni

Caro papà,

ti scrivo per dirti che ti sono vicino. Ti penso costantemente e ti mando energie positive e di amore.
Ti ringrazio per quello che fai e hai fatto per me. A volte sei stato duro, però da questa durezza ho imparato, e credo che mi potrà essere di aiuto nella vita.
Nel periodo della tua malattia ho cercato di fare tutto il possibile per darti il mio aiuto e per starti vicino, cercando anche però di rispettarti e di accogliere i tuoi desideri. A volte mi è stato difficile, poiché una parte di te non accettava di essere aiutato da me.
Ho sempre avuto un desiderio forte di fare amicizia con te, e ho sempre sentito questa mancanza, forse questa nostalgia di un rapporto sereno, amichevole e divertente con te. Questo rapporto è nei cuori nostri, ci è rimasto impresso, durante la tua vita non si è espresso molte volte, eravamo entrambi poco capaci di farci capire dall’altro, entrambi feribili al primo colpo d’occhio, e reagivamo in maniera diversa. 

Io vedo la tua anima, un’anima gentile, divertente, buona, onesta, fragile, profonda, anche se tu la nascondevi quasi con tutti. Forse per proteggerti. Ma la tua anima è bella e parla con la mia anima, e noi ci amiamo profondamente. Io, forse per contrasto, ho fatto del mio tirar fuori l’anima il mio modus vivendi e la mia realizzazione personale e professionale, esponendomi sempre e profondamente in prima persona con la mia arte.
Ti invio tutto l’amore che ho nel cuore, ti sono vicino ovunque ora tu sia, ti sto mandando a distanza pensieri di amore e di affetto. Secondo la mia esperienza, queste energie funzionano meglio delle parole, delle cose, dei gesti. Sono certa che tu mi ascolti e sorridi. Profondamente eri molto ironico.

E sei stato grande papà, hai compiuto cose grandi, sei stato bravissimo. E in tuo onore io continuo la mia strada, col tuo supporto trasformato ma sempre presente, con la tua forza in me, e col desiderio di farti ancora inorgoglire di ciò che faccio. So che ora mi capisci più che mai, e scusami se in precedenza non siamo riusciti a comunicare davvero. ma un modo tutto nostro di comunicare e di dirci che eravamo importanti l’uno per l’altro c’è stato, e ce lo siamo detti.

Voglio trovare e pubblicare la tua poesia sulla russia. 


139. Papà ci sei ancora

A gennaio mi sono precipitata a Milano ancora una volta, stentando a crederci e in lacrime, papà se n’era andato e ci aveva lasciati.

E’ una cosa troppo grande da parlarne qui, non ci sono parole che non sminuiscano tutto, solo il silenzio posso scrivere, e tanta nostalgia, tanto amore, tanta sofferenza, tanta anima.
Sono stata in contatto con l’anima di papà che mi ha abbracciato tutto il tempo.
Mi sono piombate sulle spalle caterve di cose e responsabilità (no fratelli no sorelle).
Avrei voluto mille, centomila volte di più
aver stretto, capito, abbracciato mio padre
ma ora non ci sei più
ma ti sento ancor di più

Ci sei ancora in ciò che ci hai lasciato, nel tuo esempio, nella tua presenza dentro l’anima e la mia anima si ingrandisce, si assomma alla tua e le custodisce entrambi dentro.
In un certo qual modo, papà, mi sento più forte
perchè ora sei ancora di più con me.

138. Duro inizio d’anno

Poichè il progetto di questo blog è aprire una finestra sulla vita quotidiana di un’artista, con i suoi aspetti connessi alla vita normale di tutti i giorni, i problemi legati alla famiglia, alla salute, alle difficoltà, le gioie universali, l’amore, le speranze, e al tempo stesso inserire il back stage e gli stati d’animo che sta dietro ogni lavoro, ho deciso che devo essere onesta e parlarvi anche delle cose più difficili, però che sono umane e universali per tutti, ossia la malattia e la morte.

Tutto ciò incide poi profondamente sulla propria vita, ma anche sulla propria arte, essendo ogni nostro lavoro plasmato e nutrito con le nostre storie vissute, con la nostra anima gettata nel mondo (per dirla con Heidegger) e le sue molteplici avventure, facili o difficili che siano, leggere o pesanti.

sempre in viaggio… la mia stanza a Berlino

L’anno è cominciato in maniera molto difficile. Intanto la situazione precaria e fragile e sofferente dei miei, con la malattia di mio padre, dalla quale non voleva tirarsi fuori e non voleva cooperazione, e la malattia, più cerebrale che fisica, di mia madre. L’anno scorso rimasi a Milano per questo tutto l’anno, e fu molto difficile. Quello non è il mio posto, dopo una settimana che sto in quella città mi prende una morsa di ansia e stress che mi impedisce quasi tutto il resto: per cui quest’anno, verso ottobre, ho sentito che ancora dovevo muovermi dall’italia e per non andare lontano dai miei genitori e poter essere presente, scelsi proprio Berlino, in quanto il posto che più mi attrae in Europa e il più adatto al mio lavoro. Partii per Berlino, quindi, come avete visto dai precedenti post di questo blog, sapendo anche che sarei ritornata spesso a Milano.

Così, appena finita la performance al Kreuzberg Pavillon, e l’intervista alla Tv, rientrai a Milano il 18 dicembre per il periodo natalizio, dedicato alla famiglia, e allo stare vicino, a volte senza capirli, a volte anche litigandosi un po’, ai miei genitori, che essendo figlia unica, sono la parte più profonda di famiglia che ho. Non fu facile, come spesso accade, ma anche dolce, spesso un po’ triste.

Per capodanno però decisi di tornare a Berlino, era lì il mio posto in questa stagione, lo sapevo benissimo, poichè si adempissero le strade che si dovevano adempire. Di questo avevo ed ho l’intuizione, per cui la seguii.
Ricordo lo stress per partire per Berlino il 30 dicembre: tutti gli aerei, of course, erano pieni e impossibile prenotare un posto, e poi per giunta carissimi, passaggi con blabla car non ne trovavo, allora decisi di prendere la mia macchina, e offrire passaggi alle persone, sempre attraverso lo stesso sito. Inutile dirlo che trovai tonnellate di persone che volevano un passaggio per Berlino poco prima di Capodanno! Così caricai 5 persone, sulla mia Hyunday Getz, tanto brava quanto comoda, pur essendo comunque non una macchina grande. Non avevo mai fatto un viaggio così lungo, e per lo più d’inverno, per cui mi informai come un’ossessa sulle condizioni del tempo nel tragitto (sapevo che c’era il sole, altrimenti non avrei fatto la Svizzera), mi comprai le catene da neve – si lo ammetto, non le avevo, anche se non bisogna dirlo – sentendomi a disagio nella scelta, poichè di queste cose non ne capisco niente (e il mio maschio era in canada – come quasi sempre – e poi loro hanno altri tipi di macchine e non usano di certo le catene, con un inverno a -20 per 4-5 mesi all’anno! – come quest’anno). Ricordo molto bene il paio di giorni prima della partenza (e decisi di partire in macchina solo il giorno prima!), così faticosi per la forza che mi costò tenere tutto in pugno e fare questa performance automobilistica fino a Berlino… Poi il viaggio andò bene, conobbi persone molto simpatiche e interessanti, nessun inceppo solo alcuni inconvenienti proprio alla partenza (che non vi sto a raccontare sennò dite che sono grulla…) e una multa in Svizzera, scattata con la foto, mentre andavo a 100 all’ora sull’autostrada :O ….in quell’unico tratto il limite era 80 ma io non lo vidi…) più a meno vicino al punto dove scattai la foto qui sotto.

Il viaggio per Berlino attraverso il San Bernardino (apprezzate la rima…)

Beh, che dire, arrivai il 30 sera, stanca ma felice di aver trovato tutte le strade ed essere arrivata a casa di Claudia dove Ingo mi aspettava col minestrone, quando il 31 pomeriggio – dico il 31 pomeriggio – mamma mi chiamò disperata che il mio adorato gattino Fiore, preso anche per lei, per fare compagnia a mia mamma, spesso annoiata dato che papà stava sempre a letto, e che era l’amore mio e di mammà, dunque allora mi chiamarono dicendomi con poco tatto che Fiore era caduto dal balcone del 7 piano, e non c’è stato niente da fare.
Cominciai a piangere e non mi fermai più, non ebbi voglia di organizzare niente per il capodanno, volli solo andare a vedere i fuochi sul ponte con una mia conoscente tedesca (la convinsi, lei voleva stare in casa, ma io avevo paura di stare in casa a piangere), ma per tutta la notte, e buona parte del giorno dopo, piansi lo stesso, per la fragilità, per il gatto, per la preoccupazione per la mamma pure distrutta, per la malattia di papà, per la mia situazione di vicinanza/distanza (ero appena ripartita da Milano!), per lo stress, la fatica, la confusione… In più ero ospite in una casa nuova, che non mi apparteneva, perchè il bell’appartamento a Gorlitzer park che mi avevano fortunatamente subaffittato in novembre dicembre, non era più disponibile. Mi ritrovai da sola quindi, i primi giorni dell’anno, in una casa che mi spaventava, forse per la dura fragilità della mia condizione, con una nostalgia e preoccupazione fortissima per i miei, con la mancanza e la rabbia per mario, che era sempre in canada e non aveva potuto volare in europa per le feste, con la voglia di tornare, e la voglia di stare, in una zona di berlino, stieglitz, che per me non è berlino – amo kreuzberg e sono sempre stata lì.

E così decisi di tornare subito per un po’, per consolare mamma, stare vicino a papà, sentire la famiglia, vivere ancora una volta quel senso di tristezza di questa situazione così malata e fragile.
Partì piena di ansie con un volo che costoso è dire poco (il 4 gennaio prenotato il giorno prima, pensate voi), ma non me ne fregò niente. Dovevo tornare e basta.

Rimasi una settimana, poi rientrai a Berlino. rientrai nella mia bella casa in subaffitto a kreuzberg, e pochi giorni dopo ripartii improvvisamente in giornata per Milano, piangendo a dirotto.