66. Il Supermerkato di Torino

So che siete curiosi di sapere com’è andata alla Biennale di Torino, molti mi hanno chiesto il resoconto e le mie opinioni, ed eccomi qui, con calma in una giornata nevosissima in montagna (scrivo in un posto con larghe vetrate ed è bello vedere grossi fiocchi scendere da ore e ore, e vedere incicciottirsi lo strato di neve sui pini, sulle case, sulla strada e sulle macchine … ).

E’ il momento adatto per fare il punto della situazione, finalmente mi prendo un bel break, riposo e ripensamento su tutto. Spesso continuare ad andare avanti a fare l’artista non è proprio una cosa facile, e dopo tanto lavoro (a volte con risultati gratificanti, a volte meno) è necessario prendere un po’ di distacco dal mondo dell’arte ( … non dalla creatività).

Se devo essere onesta, anche la Biennale Torinese di Sgarbi ha contribuito a stancarmi e non è stata per niente gratificante, anzi pure un po’ deprimente, vedendo il modo in cui vengono fatte le cose in Italia (d’altronde non è che mi aspettavo niente da questo evento) e come sono trattati gli artisti.
La prima emozione che ho provato è stato di sforzo vano e di stress per nulla in cambio, ed irritazione per tutto. Ma veniamo ai dettagli.

Innanzi tutto era da quando mi avevano invitato, più di un mese prima della vernice, che, sia io che la mia assistente, abbiamo detto più volte che avrei esposto un video e chiesto se c’era l’attrezzatura appropriata, ma sino all’ultimo non abbiamo ricevuto risposta. Come sapete dalle puntate precedenti, non ero molto convinta di partecipare, anzi non convinta affatto per quanto riguarda la natura e la modalità dell’evento, ma ho ritenuto interessante partecipare per dire, con un’opera, la mia opinione e la mia perplessità. L’arte è anche un modo di comunicare, e cosa c’è di meglio che parlare con il proprio lavoro? Così, invece di rifiutare l’invito, ho preparato il video ‘Senza Parole’ e ho partecipato in maniera critica e dialettica, cosa di cui sono soddisfatta e orgogliosa … (Ma lo sforzo è valsa la pena? … )

Pochi giorni prima dell’opening vengo a sapere in maniera definitiva che ogni artista si deve ‘arrangiare’, quindi per il mio video non c’è niente (“Ha un quadro o una scultura?” Era questa la domanda che mi sentivo ripetere da chiunque mi contattava o contattavo – e già questo la dice lunga sull’attualità di questa mostra … ).
Quindi dovevo portare a Torino la mia attrezzatura e lasciarla in mostra per due mesi, secondo il calendario. Ero fuori di me dal nervosismo per questa situazione: portare il mio videoproiettore e il computer (meno male che ho un secondo computer più vecchio)? comprare un monitor da lasciare lì? Già cominciavo a dare i numeri e andai a Torino, nei giorni dell’allestimento, tesa come una corda di violino (fa anche rima … ).
Per fortuna è la prima volta che mi capita di essere invitata a una mostra dovendomi portare la tecnologia per esporre, e francamente spero sia anche l’ultima.

Arrivo alla sala Nervi, spazio meraviglioso e gigante, senza nemmeno sapere se c’era almeno una presa per ricevere la corrente e una posizione adeguata. Sono stata fortunata perché sono stata accolta in maniera molto gentile e professionale dalla ditta di allestitori che si occupava di montare tutte le opere arrivate per la biennale (dicono un circa mille opere). L’architetto mi ha seguito nell’allestimento e abbiamo creato uno spazio sufficientemente buio, con una parete fittizia, per allestire il video con il mio videoproiettore e il loro elettricista ha risolto tutti i problemi di connessione e allacciamento per l’elettricità. Bene – ho pensato – almeno questa è fatta, e non mi sono dovuta stressare (al contrario invece di moltissimi altri artisti che, portando le loro opere, pretendevano di essere messi nello spazio più in vista di tutti e si litigavano le locations … Forse perché a me non me ne importava granché, ho avuto il trattamento migliore – così mi disse pure l’architetto … ).
Bene dunque per l’allestimento e gli allestitori, ma l’enorme quantità delle opere e gli abissi di qualità tra una e l’altra, e l’effetto vetrina-totalmente-riempita-di-un-negozio-dove-non-vedi-più-cosa-c’è-dentro, mi lasciava molto perplessa, anzi attonita.

Ero sempre meno convinta di avere un effetto benefico dal partecipare a questa mostra … ero pure un po’ inquieta, anche e soprattutto per il mio videoproiettore – anche se mi avevano assicurato che c’era un’assicurazione per le opere – lo avrebbero acceso correttamente? (nonostante avessi appiccicato le istruzioni per colui che l’avrebbe manovrato), l’avrebbero addirittura acceso o se lo sarebbero dimenticato? (visto che era l’unica videoproiezione di tutte le mille opere … ) e se si fulminava la luce?

Vabbè, torno a Milano e ritorno sabato per l’opening ufficiale, facendo mille salti mortali per incastrare tutto con i tanti altri impegni.
Cosa devo dirvi? qualche opera interessante c’era, ma era tutto uno sopra l’altro, c’era di tutto e di più, non un minimo di ‘concetto curatoriale’ nè un criterio espositivo e selettivo … C’era solo questa idea sbandierata in lungo e in largo di arte per tutti, arte senza limiti, mostra come un imbuto dove metter di tutto e poi il pubblico sceglie … Molti artisti erano al settimo cielo di essere presenti e di essere esposti, per qualcuno era davvero gratificante, per altri molto meno, dipende da cosa cerchi, chi sei e cosa vuoi, no?

Io posso essere d’accordo in linea di massima sul concetto di far uscire l’arte dalle poche gallerie monopolizzanti, ma ho trovato questa mostra e tutta l’operazione un grande sfruttamento dell’arte e degli artisti fatta a scopi pubblicitari  e politici. Scusate la franchezza, ma mi sono davvero irritata, non c’era nè catalogo nè il nome degli artisti partecipanti, solo una grande eloquenza intorno al nome di Sgarbi e della sua ‘democratica’ operazione. E vedevo con rammarico stuole di artisti che si sono pagati la spedizione di opere enormi e pesanti da ogni parte di Italia, a loro spese, pur di partecipare e di dire: io c’ero alla Biennale di Sgarbi … A me sembra l’ennesimo modo di trarre profitto dal lavoro degli artisti e di ricevere gratis e senza troppo sforzo un grande ritorno sfruttando il lavoro degli altri. Boccaccia mia statte zitta, ma questo è ciò che penso e sapete che nel mio blog sono sempre sincera, quindi …

Rispetto al cento per cento gli artisti che credono in queste operazioni, quelli che sono stati contenti e che hanno avuto una opinione positiva e gratificante, rispetto il concetto di voler fare qualcosa fuori dalle logiche delle gallerie potenti e dai ‘soliti noti’, però lasciatemi dire che io personalmente non trovo minimamente il senso di mostre come queste. C’erano così tante opere accumulate una sull’altra, e tante sale, e tanto freddo (non era stato acceso il riscaldamento durante l’opening e nemmeno durante l’allestimento!!) che non era possibile vedere tutti i lavori, e men che meno capire perchè erano lì.

Devo anche riconoscere che la mia partecipazione ‘critica’, col video della mia performance al Padiglione Italia alla Biennale di Venezia che ironicamente si beffava di questa esposizione, non mi è sembrata potesse ricevere la necessaria attenzione, perché il contesto era del tutto inadatto alla fruizione di quel lavoro.

Così dopo qualche giorno HO DECISO DI TOGLIERE LA MIA OPERA dalla mostra, lasciare la mia parete vuota e pubblicare il video su vimeo e you tube … (chi me lo faceva fare di stare là in mezzo col mio lavoro e in più rischiare di perdere un prezioso videoproiettore per questo supermerkato dell’arte?).

ECCO, solo quando la mia amica Flavia di Torino, che è andata gentilmente a prendermi il mio lavoro e tutto il materiale, mi ha scritto “missione compiuta!”  MI SONO FINALMENTE SENTITA SOLLEVATA!!

E se volete vedere il video ritirato … eccolo qui, liberamente fruibile per tutti su vimeo e youtube:

The video comes from Liuba performance at the entrance of the Italian Pavillion at Venice Biennial 2011.
The Italian Pavillion 2011 was very controversial and discussed. The curator, active more in the Politics than in the Contemporary Art , asked to 100 of Italian ‘known’ people to invite one best loved artist to the Venice Biennial Italian Pavillion. The result was a show with no curatorial logic and full of any kind of works and styles.
Many of the Italian Art-World people criticized this Pavillion. Liuba expressed her disagreement in an ironic way, distributing flyers at the entrance of the show, as giving the explication of the exhibition. Except that the flyers were white, blank. Empty.
Interesting, as usual in Liuba’s works, are people reactions: many react automatically when receiving a flyer, many don’t want it, many other take it without reading, some were thinking Liuba was a Biennial Hostess and asked practical informations, and many people perceived and enjoyed the performance as well.