85. Manca solo una settimana … e foto templi …

Come molti di voi già sanno, sto lavorando da più di un anno al nuovo step del progetto ‘The Finger and the Moon’ (che sarà il #3), e si terrà a Genova il 19 maggio di quest’anno (non vi preoccupate, rientro in Italia per tempo, anzi un mese prima e mi piazzerò a Genova per mettere a punto tutto il lavoro di preparazione e di coinvolgimento delle persone … Intanto però qui a new York ho trovato ispirazione per fantastici preparativi anche per questo progetto!).

E’ un ampio progetto che comporta un lavoro di equipe, e che coinvolgerà moltissime persone in una performance collettiva.


Manca solo UNA SETTIMANA per sostenere, tramite l’apposito sito online, questo imminente progetto di performance collettiva  programmato per maggio a Genova.  Il piccolo contributo di tutti voi è fondamentale perché l’operazione riesca!!   
E ciascuno di voi può partecipare alla performance, se lo desidera!

PER PARTECIPARE E /O SOSTENERE ‘THE FINGER AND THE MOON #3:

Clicca qui ENTRO il 3 APRILE 2012!

 http://www.indiegogo.com/The-finger-and-the-moon?c=home




Nel frattempo, come regalo in anteprima (ah, se accedete al sito e fate una anche pur piccola donazione, riceverete in cambio dei lavori firmati del progetto … E spero con tutto il cuore che ne rimarriate contenti!)
come regalo in anteprima, dicevo, vi metto alcune foto della serie sui templi/chiese che sto facendo qui a New York.
Enjoy! (come dicono qua per quasi tutto, e a me piace molto questa espressione).

   
  
Liuba – The Finger and the Moon #4 – new photo series (all right reserved)

84. La giornata della lentezza 2012 a Washington

Quando ero a Washington cadeva la giornata della Lentezza 2012, organizzata dagli amici italiani di ‘Vivere con Lentezza’. Sia loro che io da anni lavoriamo sulla lentezza ed è stato naturale che ci siamo incontrati e conosciuti e abbiamo fatto sinergie insieme. Il nostro incontro è avvenuto l’anno scorso a New York, quando Bruno Contigiani mi contattò chiedendomi di partecipare alla giornata mondiale della lentezza col mio ‘Slowly Project’ e abbiamo lavorato insieme a New York (per vedere info sul mio SLowly Project guarda qui).
Quest’anno la giornata si è celebrata il 26 marzo e ho accolto l’invito sempre di Bruno a preparare un evento ‘slowly’ da inserire nella rosa di iniziative concomitanti per quella giornata. E quindi feci un’azione lenta davanti alla Casa Bianca, lentissima, così lenta che non sono riuscita nemmeno ad entrare bene nella foto …


83. Nuove foto dello zio Elio

Archiviando alcune nuove foto dei mei work in progress newyorkesi, ho trovato in una cartella queste bellissime foto dello zio che riceveva l’Ambrogino d’oro a Milano, fatte da Mario, e non ho resistito dalla voglia di condividerle con voi, con affetto immenso per lo zietto. La cerimonia è stata qualche anno fa, e se pur vi dovete sorbire l’allora Assessore alla Cultura, vi addolcisco con una chicca: una delle rare foto private della mia famiglia (quella che vedete accanto a mio zio è mia mamma, sua sorella, dietro fa capolino mio padre, e a sinistra ridendo c’è la zia …).

Elio Pagliarani riceve l’Ambrogino d’oro a Milano (foto: Mario Duchesneau)

82. Occhi e vuoto in Flushing, Queens

Come vi dicevo nel post precedente, alcuni giorni fa sono andata a Flushing, capolinea della linea 7 nel Queens.
Mi avevano detto che in quella zona c’era un’area piena di templi di ogni religione, uno accanto all’altro. Poiché ciò mi interessa molto, per il progetto delle religoni che sto sviluppando, e per la serie fotografica a cui sto lavorando qui a New York sulle varie – e strane – e numerosissime chiese, e templi, e luoghi di culto di ogni ordine e grado, ho preso la mia metro e sono andata in fondo al Queens a Flushing.
Devo premettervi però, per darvi l’idea dei miei ‘feeling’, che nei giorni precedenti era piena primavera, con sole tipo maggio e un’esplosione di fiori.

(Beh, vi metto la foto, finalmente mi sono comprata una buona macchina fotografica da tasca e giro facendo le foto … ), mentre quel giorno, poco dopo essere uscita, mi ero accorta che era inaspettatamente freddo ed ero vestita inadeguata (- ma non avevo voglia di tornare indietro a cambiarmi). Inoltre, il cielo era cupo e grigio e umido, come i giorni di autunno a Milano …

Con questo sfasamento metereologico nelle ossa e un po’ infreddolita, scendo dalla metro 7 accompagnata da un fiume di gente e mi trovo in mezzo a una super brulicante altra Chinatown dove faccio straordinarie foto di cibo ammassato sulle strade e cheap chino take away food (mamma mia … ), che vanno bene per il mio progetto sul cibo, ma mi mettono un po’ di depressione (queste foto sono un progetto artistico inedito, e non ve le metto qui … 🙂
Rimango attonita al vedere un formicolio di gente, di cose, di volti, di tutte le razze ma tutti grondanti povertà e fatica. Vado un po’ di qua e di là, ma non c’è traccia dei templi, o almeno io non trovo nulla. Chiedo alle persone, ma non trovo quasi nessuno che parla inglese (?!), quei pochi che lo parlano mi guardano diffidenti quasi mandandomi a quel paese con gli occhi.

Gli occhi.  Ho girato e rigirato per quelle strade infreddolita alla ricerca dei templi, e vedevo occhi spenti, occhi zombi, occhi vuoti, occhi arrabbiati, occhi depressi, occhi rassegnati …
Percepivo e sentivo sulla mia pelle la fatica di vivere, l’abbruttimento della miseria, la diffidenza di chi ‘resiste’ e non pensa … Questi corpi, questi occhi, queste energie mi erano entrate dentro la pancia e vagavo per le strade di Flushing assorbendo tutte queste vibrazioni e sentendomi anch’io contagiata, arrivando a sentirmi piccola, fragile, brutta, sola, inutile … Non ho mai visto una concentrazione così fitta di persone abbruttite dalla vita.

Non ho visto qui la miseria nera che si può trovare in altre zone del mondo, ma la noia la cattiveria la diffidenza e l’abulia di chi fa una vita dura, di chi fa una vita piena di fatica e poca gioia, di chi è abituato a stare nel ghetto (nei margini lottando per non sprofondare) e diventa di pietra per sopportarlo … Sento ancora quelle sensazioni addosso, e vedo ancora quegli occhi vuoti senza pupille spenti dalla vita.
Sono stata malissimo. Purtroppo o per fortuna ho delle antenne sensibilissime, ultra sensibili, per captare le energie e le cose che non si vedono – ma che ci sono. Questa sensibilità mi aiuta a penetrare i livelli di profondità dell’esistenza, a percepire istintivamente le persone, a capire e sapere le potenzialità e le energie dei luoghi, ad avere un intuito sottilissimo … però fa sì che spesso io sia contagiata da queste onde sottili e mi accorgo a volte di assimilarle, senza potermi difendere, come se un grande vento mi arruffasse i capelli e non ci puoi fare niente ( i capelli tornano a posto solo squando vai via dal flusso del vento … ).
Spesso mi accorgo che gli altri non lo vedono questo ‘vento’, ma io lo percepisco spesso, lo sento, e a volte non riesco a difendermi se non andando via. Ciò mi capita ovunque: a Milano per esempio, quando percepisco le ondate di stress della città che mi si sbattono in faccia impedendomi a volte di pensare anche se sto tutto il giorno in casa, o quando devo spostare un letto per riuscire a dormire … sono una dormigliona e non ho mai problemi a dormire, ma a volte mi capita di dormire in letti – e sapete che viaggio parecchio … – in cui non prendo sonno e rimango con gli occhi sbarrati sentendo energie che mi impediscono di dormire … poi ho imparato che risolvo la faccenda spostando in qualche modo il letto o spostando la direzione in cui dormo, e subito mi addormento.
 Allora, l’altro giorno nel Queens è stato doloroso e drammatico, ho vagato anch’io come una zombie – e non ho trovato la zona dei ‘templi’, solo qualche chiesa o sinagoga o tempio sparso qua e là, come ovunque a New York. Sono tornata a Manhattan e ho vagato tutta la sera come una zombi anch’io, senza meta e senza senso (ricordo di essere andata verso Wall Street per un supposto concerto a Trinity Church alle 7 che non c’era, poi ho preso il treno per Brooklyn, ho preso un caffè e sono tornata indietro, ecc… ecc … ).

Questo è il risultato della giornata a Flushing…vi pubblico questa foto in anteprima. All right reserved.

New York è 20 città al tempo stesso, ci sono zone giganti, zone ricchissime, zone solo di lavoro, zone di business, zone di vita di strada, zone di divertimenti,  zone di certe categorie di negozi, zone sporche, zone verdi, zone rumorose, zone tipo paese, zone ultratecnologiche, zone afroamericane, zone russe, zone cinesi, zone coreane, zone ebraiche, zone ispaniche, zone indiane, zone commerciali, zone residenziali, zone di gallerie, zone di teatri, zone di barche, zone di disperazione, zone di gioventù, zone di milionari, zone di reazionari, zone di vacanza, zone di fatica, zone di depressione, zone di euforia … e ovunque tanta gente, tanta umanità, miriade di storie, talenti, sentimenti, capacità, idee, consumi. Numeri immensi, così come spazi immensi, giganti, e movimenti e flussi senza fine. La vita scoppia gira esplode giganteggia soffre esulta ama cade e sussurra in questa metropoli che è il mondo, e che non si ferma mai.

(Testo scritto sempre sul bus cinese, di notte, sul mio quadernino, mentre tornavo da Washington). Rivedere Stefano è stato molto bello e intenso, anche se tra parlare girare viaggio e tutto è stato parecchio stancante, e mi ha incuriosito pure Washington, così monumentale, così pulita e ordinata, lontano anni luce da New York … Sono stata solo due giorni a Washington, ma il suo carattere l’ho percepito bene, è monumentale, pulita, ordinata, borghese, noiosa, precisa, un filo deprimente e parecchio magniloquente … (Mi sembra in parte di essere a Milano, per alcuni aspetti sono analoghe, e ho pensato che non vivrei mai a Washington … ).

81. Coney Island, Queens e performances a Brooklyn

Ecco finalmente vi scrivo, sono nel mio angolino magico, che mi sono conquistata (ossia ho procrastinato varie cose e mi sono fatta più di un’ora di metro – anzi un’ora e mezza perché c’era un guasto) e sono venuta qui per ricaricarmi, e anche scrivere. Scrivo sul quadernino, poi lo dovrò copiare, che poi ho anche il computer dietro nello zainetto, ma non è il caso di usarlo sulla spiaggia … sì sono davanti al mare, seduta sullo scoglio col sole davanti: oggi è una giornata stupenda, so che il week-end sarà più bruttino e piovoso (dovrò andare a Washington, ma non è un problema, ci vado per vedere il caro Mengoz dopo tanti anni!! – Prima coabitazione di casa a Bologna, primo anno di Università …) e quindi ho seguito il mio corpo, il mio istinto e la mia necessità e sono venuta a Coney Island. Amo questo posto, prendi la metropolitana da Manhattan e ti fai tutta Brooklyn, ma poi il treno ti lascia a pochi metri dall’Oceano (certo che dire questa parola fa effetto, ma è proprio così che si chiama … ).
Sono arrivata qui per pensare, respirare, sentire il mio corpo, trovare un silenzio decidere, prendere lentezza.(una cosa molto stancante di New York è che è rumorosissima, anche se a volte tutti quei rumori sono gioiosi, perché è una vita che scoppia ovunque in questa città mai ferma).
Ieri sono stata nel Queens, al capolinea della linea 7, a cercare la zona dei templi multi religiosa per il progetto fotografico-performativo sulle religioni (+ tante foto per il nuovo progetto sul cibo che sto facendo) ed è stata una giornata molto dura.
Vi racconterò in un post a parte prossimamente, della miriade di persone, della disperazione che ho visto, degli occhi vuoti delle persone, della fatica di vivere che ho sentito e percepito sin dentro le midolla e di come io ne sia stata penetrata e mi sia sentita uno straccio, e di come NY siano almeno 20 città diverse, e di come la moltitudine di volti, persone, numeri sia impressionante ovunque, e di come ci sia gioia e disperazione e disponibilità e diffidenza in uno scambio senza sosta e imprevedibile …
Ma oggi invece vi racconto di Coney Island. E’ un posto che amo (forse l’ho già detto, ma fa niente, lo ripeto!) Primo: c’è il mare e c’è la spiaggia. A New York fortunatamente c’è il mare da tutte le parti, ma le spiagge sono rare, oppure lontane. Secondo: c’è la spiaggia, ed è puntata verso sud (credo), ossia vado là per prendermi il sole in faccia guardando il mare, e da trequarti riminese quale sono, per me prendere il sole nelle ossa su sabbia e/o scoglio, è un cibo primario ed ineludibile. Terzo: è un posto assurdo di contraddizioni mass popolari, col nuovo e il decandente, la desolazione, il lavoro, l’ilarità e la multiculturalità della vita americana più provinciale e suburbana ma al tempo stesso metropolitana.

Quando sono arrivata, invece del sole sfavillante che c’era a Manhattan c’era una nebbia quasi felliniana: tutto bianco, ovattato, annebbiato, ma non freddo. Il mare non c’era. Nebbia bianca ovunque, e la sirena (si sente anche a Rimini quando c’è la nebbia) che suonava ritmata. La nota felliniana era che in mezzo a tutta sta nebbia bianca e fumosa, c’era gente ovunque, anche in costume da bagno, sdraiata sulla sabbia o che giocava a pallone come se niente fosse (per me era freddino senza il sole … siamo a marzo d’altronde, anche se col sole c’erano 28 gradi!, ma senza molto meno … )

Quindi, uscita dalla metro e vedendo sta grande nebbia,mi sono detta: ok, non posso prendere il sole e scrivere sulla spiaggia, quindi farò come fanno gli americani: vado a mangiare i famosi hot dog da natan’s (da specificare che io di solito non mangio il maiale), e anzi, per la prima volta da quando sono qua, mi prendo il full meal con tutte le schifezze, voglio proprio provare a vedere come si sta: patate strafritte, hot dog con panino dolce, coca gigante (sì anche quella) e tutto nelle scatole, come fanno qui, to ‘take away’.
Mi sentivo ridicola, con zainetto che cadeva, le scatole del cibo in mano e faticosamente tenendo la big coca cola, nell’atto di spiacciccare le salse varie nel pacchetto e incamminarmi goffamente verso la panchina davanti alla spiaggia a mangiarmi il mio cartoccio. D’altronde qui sto cominciando un progetto sul cibo (non ve ne ho ancora  parlato perché è nuovo nuovo e perché è sul nascere, ma anche perché non voglio svelare molto … ) e tra le tante contraddizioni l’uso del cibo spazzatura è un’abitudine che permea l’America nelle midolla…
Capisco anche perché è nata la Coca Cola e perché qui per abitudine si mangia con la coca cola: perché è uno sturalavandini! Mangiando tutti quei grassi e zuccheri e cibo artefatto e soffritto ci vuole una trivella digestiva che ti faccia buttare giù il cibo … Devo dirvi però che, dopo due ore che avevo mangiato, coca o non coca, il cibo era ancora nella parte più alta dello stomaco, gnucco gnucco.
Parentesi cibaria a parte, poi il sole è ritornato, mi sono messa a scrivere e pensare e mi sono ricaricata , per poi continuare una giornata intensissima, sono tornata a Manhattan mi sono messa a lavorare un paio d’ore al computer da starbucks e poi sono andata a Brooklyn al Grace Exhibition Space, a vedere tre performances, e a parlare con la gallerista Jill riguardo alla nuova performance che probabilmente farò da loro (voglio sviluppare un ‘duetto’ insieme con Harry, lo scrittore, che scrive testi meravigliosi basandosi sui miei video e i miei progetti … ).
Parlare con Jill è stata una gioia, perché, nonostante siamo cresciute in parti del mondo molto distanti, abbiamo avuto un background simile ed entrambe portiamo avanti la performance art come il massimo sviluppo delle nostre potenzialità artistiche, e abbiamo entrambe vissuto i periodi – non molto tempo fa – quando la performance la conoscevano in pochi ed era fuori dai venue artistici principali. Sì anche a New York, non solo in Italia. Ora siamo entrambe contente che da qualche anno la scena artistica internazionale ha riscoperto la performance art e le sta dedicando l’attenzione che merita. E’ come se si stesse assistendo a una rinascita di questa forma d’arte, e ne siamo tutti naturalmente felici. Tanti sono stati gli anni quando a chi ti chiedeva cosa facevi e rispondevi ‘performance’ vedevi la loro faccia inebetirsi e chiedere cos’era o se assomigliava alla danza o a cosa … oppure i galleristi che dicevano: interessante, ma cosa vendo? – Beh, anche oggi non è che la performance navighi nell’oro, ma ogni serio movimento artistico del passato non è mai nato pensando a cosa vendere, semmai al contrario cercando di demolire il sistema del commercio e del mercato dell’arte, o quanto meno criticandolo.
Sono rientrata a casa riprendendo il treno fino a Manhattan, e poi la bici alla fermata Delancey … molto stanca ma molto contenta (a Coney Island ho anche girato delle riprese molto emozionanti e petiche che un giorno mi serviranno per un nuovo lavoro video, che è già bello lì pronto nella testa e nel cuore! (La mi testa frulla sempre e pullula di idee e di possibilità, però realizzare tutto è molto complicato, e molto lento, ma io vado avanti a poco a poco, a volte lenta, a volte correndo, ma sempre, dico sempre, cerco di realizzare tutte le idee che vedo nella mia testa (anche perché una volta che appaiono non vanno più via, e ternerle tutte e accumularle lì fa male … per quello che cerco, per quanto possibile, di fare prima o poi tutto ciò che penso o desidero realizzare … ).
(Il lunapark di Coney Island – forse il più vecchio al mondo – riapre i battenti … ).

80. Tibet Libero e Val di Susa …

Stavo passando per Union Square, anzi ero seduta sui gradini per un pic-nic estivo sotto il sole, bellissimo di questi giorni, quando ho visto radunarsi un gruppo di donne tibetane, che andava sempre aumentando, poi sono arrivati gli striscioni, poi la protesta vera e propria è iniziata, e anche toccante: Al grido “China lies, Tibetans die”, free Tibet, centiania di Tibetani hanno dimostrato per sensibilizzare il mondo sul problema immenso dell’invasione della Cina in Tibet e sui maltrattamenti e la mancanza di libertà e di religione che il regime cinese gli ha imposto. Ho parlato con qualche donna, erano davvero arrabbiate, la protesta è cresciuta e si è trasformata quasi in una performance, ben preparata, con molte persone a gridare slogan di libertà per il Tibet. Ero seduta a mangiare quando il mondo è piombato sopra i mei piedi (letteralmente, io ero seduta sui gradini che vedete nella prima foto, a mangiare la mia insalata, e miriadi di donne con cartelli, e poi monaci e molti altri, sono arrivati e si sono sistemati intorno a me per la protesta).
Mi sembra importante riportarlo sul mio blog, perché la causa del Tibet mi sta molto a cuore, come mi sta a cuore ogni persona e ogni paese che lotta per i propri diritti.

Free Tibet protest held in New York

Members of the Tibetan community living in the United States and also people from other countries around the world joined in a demonstration held in Union Square against China where they demanded a ‘Free Tibet’.
Per associazione, o per simpatia, pubblico anche questo testo che riguarda la protesta in Val di Susa, che mi è stato inoltrato in una e-mail. Nè del Tibet nè della Val di Susa ho informazioni dirette, viste coi miei occhi, nè sono stra informata, però ho deciso di pubblicare questo testo perché  mi sembra molto ben documentato e la testimonianza di chi in Val di Susa ci è stato davvero. Merita di leggerlo sino in fondo

Siamo stati in Val di Susa ed abbiamo capito

Siamo stati in Val di Susa ospiti degli abitanti della valle:
insegnanti, agricoltori,
pensionati, studenti e abbiamo visto:
Un luogo attraversato da due
strade statali, un’autostrada, un
traforo, una ferrovia, impianti da
sci, pesanti attività estrattive
lungo il fiume
Persone che continuano
a curare questo territorio già affaticato da
infrastrutture ed attività
commerciali e cercano di recuperare un
rapporto equilibrato con
l¹ambiente e la propria storia.
Una comunità che crede nella
convivialità e nella coesione sociale e
coltiva forti rapporti
intergenerazionali.

Abbiamo capito che in Val di Susa non è in gioco
la realizzazione
della ferrovia Torino-Lione, bensì un intero modello
sociale. Un
popolo unito e coeso, una comunità forte non può essere
assoggettata a
nessun interesse nè politico, nè economico. E¹ interesse
di tutti i
poteri forti dividere, isolare, smembrare per poter meglio
controllare
e favorire interessi particolari.

Abbiamo capito perché
tutto l¹arco costituzionale vuole la TAV, non è
dificile, basta
guardare alle imprese coinvolte:

Cmc (Cooperativa Muratori e
Cementist) cooperativa rossa, quinta
impresa di costruzioni italiana,
al 96esimo posto nella classifica dei
principali 225 «contractor»
internazionali che vanta un
ex-amministratore illustre, Pier Luigi
Bersani, si è aggiudicata
l¹incarico (affidato senza gara) di guidare
un consorzio di imprese
(Strabag AG, Cogeis SpA, Bentini SpA e Geotecna
SpA) per la
realizzazione del cunicolo esplorativo a Maddalena di
Chiomonte.
Valore dell¹appalto 96 milioni di Euro.

Rocksoil s.p.a
società di geoingegneria fondata e guidata da Giuseppe
Lunardi il quale
ha ceduto le sue azioni ai suoi familiari nel momento
di assumere
l¹incarico di ministro delle Infrastrutture e dei
trasporti del governo
Berlusconi dal 2001 al 2006. Nel 2002, la
Rocksoil ha ricevuto un
incarico di consulenza dalla società francese
Eiffage, che a sua volta
era stata incaricata da Rete Ferroviaria
Italiana (di proprietà dello
stato) di progettare il tunnel di 54 Km
della Torino-Lione che da solo
assorbirà 13 miliardi di Euro. Il
ministro si è difeso dall¹accusa di
conflitto di interessi dicendo che
la sua società lavorava solo
all¹estero.

Impregilo è la principale impresa di costruzioni italiana.
È il
general contractor del progetto Torino-Lione e del ponte sullo
stretto
di Messina. Appartiene a:
33% Argofin: Gruppo Gavio. Marcello
Gavio è stato latitante negli anni
92-93 in quanto ricercato per reati
di corruzione legati alla
costruzione dell¹Autostrada Milano-Genova.
Prosciolto successivamente
per prescrizione del reato.
33% Autostrade:
Gruppo Benetton. Uno dei principali gruppi
imprenditoriali italiani
noto all¹estero per lo sfruttamento dei
lavoratori delle sue fabbriche
di tessile in Asia e per aver sottratto
quasi un milione di ettari di
terra alle comunità Mapuche in Argentina
e Cile
33% Immobiliare
Lombarda: Gruppo Ligresti. Salvatore Ligresti è stato
condannato
nell¹ambito dell¹inchiesta di Tangentopoli pattuendo una
condanna a 4
anni e due mesi dopo la quale è tornato tranquillamente
alla sua
attività di costruttore.

Abbiamo capito che l¹unico argomento rimasto
in mano ai
politico-imprenditori ed ai loro mezzi di comunicazione per
giustificare un inutile progetto da 20 miliardi di euro mentre
contemporaneamente si taglia su tutta la spesa sociale è la
diffamazione. Far passare gli abitanti della Val di Susa come violenti
terroristi. Mentre noi abbiamo visto nonni che preparavano le torte,
appassionati insegnanti al lavoro, agricoltori responsabili,
amministratori incorruttibili.

Abbiamo capito che questo è l¹unico
argomento possibile perchè ormai
numerosi ed autorevoli studi, di cui
nessuno parla, hanno già
dimostrato quanto la TAV sia economicamente
inutile e gravemente
dannosa.

Questi i principali:

Interventi
scientifici e studi relativi all’Alta Velocità Torino-Lione
dei
ricercatori del Politecnico di Torino:
http://areeweb.polito .
it/eventi/TAVSalute/

Analisi degli studi condotti da LTF in merito al
progetto
Lione-Torino, eseguiti da COWI, rinomato studio di consulenza
che
lavora stabilmente per le istituzioni europee:
http://ec.europa .
eu/ten/transport/priority_projects/doc/2006-04-
25/2006_ltf_final_report_it.pdf

Contributo del Professore Angelo
Tartaglia, del Politecnico di Torino:
http:/www.notav.
eu/modules/Zina/Documenti/2010_11-Angelo%20Tartaglia%20confuta%20teorie%
20S%EC%20TAV%20On.%20Stefano%20Esposito.pdf

Analisi economica del
Prof. Marco Ponti del Politecnico di Milano
http://www.lavoce .
info/articoli/pagina1002454.html

Rapporto sui fenomeni di illegalità e
sulla penetrazione mafiosa nel
ciclo del contratto pubblico del
Consiglio Nazionale dell’Economia e
del Lavoro:
http://www.notav .
eu/modules/Zina/Documenti/2008_Rapporto%20sugli%20appalti.pdf

Risultanze del controllo sulla gestione dei debiti accollati al
bilancio dello Stato contratti da FF.SS., RFI, TAV e ISPA per
infrastrutture ferroviarie e per la realizzazione del sistema ³Alta
velocità²:
http://www.notav-avigliana
.
it/doc/delibera_25_2008_g_relazione.pdf

Presentazione dell’Ingegnere
Zilioli, in relazione a ³EFFETTI TAV –
STUDI EUROPEI/buone pratiche e
cattivi esempi²
http:/www.comune.re.it/retecivica/urp/retecivi.
nsf/PESIdDoc/CE2F74FF4EBDC0A7C125783000474080/$file/Presentazione%
20Ing.%20Zilioli.pdf

Ricerca del Politecnico di Milano sull¹alta
velocità in Italia che
svela un buco di milioni di utenti.
http://www .
tema.unina.it/index.php/tema/article/view/486


78. The Indipendent, Fountain Art e altro ancora

Dopo l’Opening dell’Armory Show e quello di Volta NY, di cui vi ho parlato nel post precedente, il venerdì sono stata all’Opening di Fountain Art Fair. Sono uscita molto tardi di casa perché sono stata tutto il giorno coi sentimenti sul ricordo dello zio, e sul contatto con la mia famiglia in Italia, e non ho visto nessuna delle altre fiere che mi ero ripromessa per oggi. Però l’Opening di Fountain era dalle 19 in poi, così, anche per distrarmi, sono uscita. Inoltre avevo parecchie aspettative riguardo alle performances, poiché sapevo che c’era una speciale sezione di performances, che avrebbero avuto luogo in serata.

L’edificio in cui era ospitata la fiera era impressionante e inquitante al tempo stesso: si trattava di un Armory, una specie di caserma immensa, che ha un grandissimo spazio centrale a volta dove, mi hanno detto, nell’ ‘800 venivano conservate le armi e il matriale bellico … (viste le dimensioni, si trattava anche di cannoni e quant’altro … ).
Il risultato era un po’ paradossale perché, appena entrati alla Fiera, ci si metteva le mani nei capelli al vedere lo scarruffio delle opere e la insulsa vacuità di quasi tutto ciò che era esposto. (Non ho mai visto una fiera più arraffata e come un supermarket di art and crafts di bassa qualità, commerciale al massimo e, come si dice a Milano, come “la fiera degli obei obei”!)  Poi guardavi in alto e vedevi questa struttura in ferro dell”800, immensa, bella ma inquietante sapendo l’uso a cui era destinata, e guardando in basso vedevi il mercandizing più frivolo di ogni possibile prodotto umano immaginabile (prendi qualsiasi materiale, fai un minimo di assemblaggio, ed esponi). Un accostamento stridente, in un certo verso anche piuttosto ‘underground’.
Non voglio togliere nulla ai pochi lavori magari interessanti che c’erano (difficili da cogliere perché disgustati dall’insieme, il tempo massimo da dedicare alla visita era di 10 minuti).
Ciò che però mi incuriosiva, è l’anima di una certa America, che qui era rappresentata in pieno: la leggerezza, il commercio, la vendita, lo stupore per qualsiasi cosa, il kitsch, l’entusiasmo dirompente solo per il fatto di esserci …
Mi sono un po’ stupita, perché mi aspettavo da questa fiera, che doveva riunire la maggioranza delle gallerie di Brooklyn (Williamsburg, Buswich, Greenpoint .. .i quartieri dove oggi a New York ci sono le gallerie giovani e sperimentali e quella più ‘cool’) un insieme di proposte innovative, anche non convenzionali ma ‘fresche’. No, invece molte ma molte ‘croste’ (sempre senza nulla togliere all’entusiasmo di chi esponeva, che era contento così, e senza nulla togliere a qualche opera manuale di buona fattura), la maggior parte super ‘naive’. Evidentemente, le migliori gallerie di Brooklyn non hanno esposto qui.
La sezione delle performance non era male però. Ossia, ne ho viste due, una era una schifezza, mentre l’altra molto bella, interessante, ben fatta. Si trattava di una cena sentimentale a due con una parete divisoria in mezzo, intitolata “The wall between us” di Caridad Sola e Thomas Solomon. Il tutto montato in maniera estetica e professionale, e con una discreta dose di concetto godibile da percepire. Detto così so che non vi dice niente, però vi  metto la foto, ora la cerco sul web. (Ho girato tutti questi giorni delle mostre senza la macchina fotografica: un po’ perché volevo vedere coi miei occhi e pensare – mentre quando si fotografa si vede con un occhio solo e si pensa all’immagine – e anche perché sto cercando faticosamente di comprarmi una nuova macchina fotografica … ). Ecco un link alla performance:
http://www.caridadsola.com/PERFORMANCE/The-Wall-Between-Us/21918950_M9CX7h#!i=1748101093&k;=sgNGTR5

Dentro alla mostra mi sono vista col mio amico Regi (ci siamo conosciuti l’anno scorso mentre lui faceva le foto quando presentavo i miei video a Bushwich), e dopo la performance siamo andati a raggiungere la mia amica Marie in un altro opening (non vi dico dov’era perché si è rivelata una cosa rocambolescamente dilettantesca … però le persone lì mi sono simpatiche), e, sotto mio stimolo, quando siamo usciti, siamo andati a mangiarci qualcosa insieme. Ho detto ‘sotto il mio stimolo’ perché per noi italiani è ovvio mangiare insieme, e cosa di grande socialità, ma in molte altre parti del mondo non si avverte questa cosa, e qui è strano perché tutti mangiano fuori – a ogni ora e a ogni dove ci sono miriadi di posti dove mangiare di tutto, la maggioranza li prende ‘take away’ e te li mettono in delle scatole di plastica per portare il pasto a casa – però non c’è molto l’abitudine di cucinare insieme o mangiare insieme (se non per un ‘dating’ ossia un corteggiamento o evento romantico).

Ah, poi vi volevo parlare della fiera The Indipendent, che ho visto il giorno successivo. Finalmente! Ossia: finalmente una bella Fiera, finalmente lavori interessanti e qualche progetto di ricerca, e qualche contenuto, e opere con materiali più innovativi o con idee originali ed emozionanti. Già mi avevano parlato molto bene di questa fiera, e l’ho confermato coi miei occhi. La mia amica curatrice Oxana, che ho incontrato in giro per gli Opening (lei era, come molti, venuta apposta dall’Italia per la New York Art Week), quando ci siamo incontrate a Fountain Fair, tutte e due inebetite per la incredibile pessima qualità degli stand, mi ha detto che al confronto The Indipendent era come Art Basel … !
Anche la location in Chelsea nell’ex Dia Center era azzeccata. Era insomma una bella fiera, però me la sono girata in maniera leggermente malinconica e non me la sono goduta molto. Ero ancora triste della perdita dello zio e soprattutto mi sentivo nostalgica, sentivo la mancanza dei miei affetti forti, della mia famiglia, di Mario, la grande città a volte ti fa sentire come una formichina … Poi però una telefonata di mezzora con Mario (che la settimana prossima viene a New York) mi ha ritirato su il morale e il magone è passato, ho incontrato Eric e insieme siamo andati ad altri opening a Brooklyn (ho adorato la mostra da Pierogi, una galleria di Williamsburg di cui apprezzo tantissimo il lavoro). Quando ho lasciato Eric, che si avviava verso la stazione dato che abita fuori città, erano circa le 10.30/11 di sera ed ero stanca morta, i piedi mi bollivano dal gran camminare (Chelsea, Brooklyn, Meat District, e via dicendo, su e giù … ). Quindi prendo il bus 14 (ovviamente il bus 14 passa per la 14ma strada!), scendo in avenue C e mi avvio a piedi verso casa, pensando che forse mi sarei bevuta una birretta nel pub all’angolo, dato che era sabato sera e dato che avevo una gran sete. Ma ecco che come al solito accade qualcosa di inaspettato: sento uscire una musica rock bellissima da un locale, e naturalmente ci entro: il posto era un pub semplice, con uno spazio per la musica, non molta gente, e i musicisti avevano un ritmo e una musica che mi ha coinvolto e magnetizzato … morale della favola, abbiamo fatto le 4 di notte ballando e divertendoci un casino! Parlo al plurale, anche se ero entrata da sola … parlo al plurale perchèéeravamo dentro questo pub in 7 o 8 persone, più 6 – dico 6 – musicisti della banda, ed io, che non so resistere quando la musica è buona ed emana energia, ho cominciato a ballare, e poi tutti gli altri, in un crescendo di energia, si sono messi a ballare (la band ha poi ammesso di aver percepito questa energia e di aver suonato ancora meglio), semplicemente, allegramente, tutti come amici di lunga data, tutti entusiasti di essere lì, di sentirci vicini, di scambiarci i biglietti da visita, e poi sapere che forse non ti vedi più, perchè New York fagocita tutto e ti dà tutto. Ma intanto ti senti al settimo cielo e in sintonia perfetta con dei perfetti conosciuti, come se fossero amici da tempo (oddio, penso a Milano come la gente solitamente sia rigidina e bloccatella, e mi viene da ridere … ). Poi se non li vedi più o no, è un’altra storia. (Però il musicista il giorno dopo mi ha telefonato, e siamo andati a giocare a biliardo. ossia: voleva insegnarmi il biliardo, come anche Mario ha tentato di fare, ma mi sento così goffa con quella stecca in mano che non riesco proprio a divertirmi molto …
Conclusione: domenica ero in low energy dopo questo sabato ricco come fossero 4 giornate differenti (ah sì, ricordo anche che tornata a casa, più delle 4 di notte, mi sono pure messa a scrivere e-mail … ) ed ero cotta come una campana, nonostante avessi dormito tutto la mattina. E domenica è stata una giornata lenta, riposante, quasi offuscata dalla stanchezza e dai troppi stimoli. Quindi il corpo dice: letargo! Ed io eseguo …

77. In ricordo dello zio Elio

In ricordo dello zio Elio Pagliarani, caro, immenso, importante per me e per tutti noi.

Scriverò in seguito sulla sua poesia, su come ci ero affezionata, su come sia stato un grande maestro per me.
Ora preferisco che lo ricordiamo guardando i suoi video e leggendo i suoi testi.
Elio Pagliarani,  poesia tratta da “La merce esclusa”
Problema: un ragazzo vede conigli e polli in un cortile
Conta 18 teste e 56 zampe …
Quanti polli e conigli ci sono nel cortile?
Si consideri una specie di animale a sei zampe e due teste: il conigliopollo;
ci sono nel cortile 56 zampe: 6 zampe = 9 coniglipolli
Nove coniglipolli che necessitano di 9 × 2, 18 teste
restano dunque 18 – 18, 0 teste nel cortile
laurea in filosofia poi lo cacciarono via
non che violasse le leggi è che dissero basta
la famiglia gli amici gli esempi dei libri di testo. La sua testa
avrebbe potuto lucidissimamente, in realtà fu lui che non volle demandò alla vita
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
Ma questi animali hanno 9 × 6, 54 zampe allora 56 – 54 = 2 Restano due zampe nel cortile
Si consideri quindi un’altra specie di animale che potrebbe essere il coniglio spollato che ha
1 testa – 1 testa = 0 testa, 4 zampe – 2 zampe = 2 zampe: le due zampe che stanno nel cortile
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con il naso giusto, un’altezza che supera la media
non che vita non fosse anche nell’aule
dei suoi vent’anni trenta
non era ancora stato richiamato sotto le armi forse perché non sapevano bene dove metterlo
c’è dunque nel cortile 9 coniglipolli + 1 coniglio spollato Detto in altri termini
9 conigli + 9 polli + 1 coniglio – 1 pollo Ed ora i conigli coi conigli e i polli coi polli, si avrà
9 + 1, 10 conigli, 9 – 1, 8 polli
Risultano otto polli e dieci conigli nel cortile
e può essere immesso nella circolazione linguistica
come portatore di tale valore In termini di lavoro
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con cui si misura Dio
con cui si misura Dio in termini di lavoro
ridono le ragazze, ondeggiano sopra tacchi di sughero”.

 

76. Ancora sull’Armory e Volta NY

Ieri notte quando vi ho scritto dell’Opening all’Armory era così tardi che ho terminato il post, ma avrei molte altre riflessioni da farvi.
Intanto che, nella selva dei big colossi, c’erano anche alcune gallerie – ma solo alcune – giovani e con lavori un po’ più ricercati e interessanti degli altri. Una galleria inglese mi ha colpito, presentando un solo show di una giovane artista che lavora, in maniera molto sobria ma elegante, con i residui dei colori delle cose che lasciano sulle carta o il tessuto o la parete (un lavoro che mi è piaciuto è una bottiglia di plastica, vuota, di una ‘soda’ gasata, di quelle bevande piene di schifezze, da cui usciva una maglia tutta stramacchiata. Il gallerista mi ha spiegato che l’artista ha immerso una t-shirt bianca in questa bevanda, appallottolandola nella bottiglia, e le macchie sono il risultato della corrosione del liquido. Un’opera quindi, ‘impressa’ da un agente chimico, e dagli acidi corrosivi che la gente si beve …

Sempre all’Armory, riflettevo che la maggior parte delle opere esposte in questa edizione, si suddivide in due categorie: c’è una serie di lavori che giocano sul gigantismo, sulla preziosità dei materiali, sull’eleganza estetica (spesso del supporto). Emblematica potrebbe essere la fotografia di un orso-bruno-con-faccia-simpatica ingrandito a formato 2 metri per 3, o giù di lì. Sì avete capito bene, la foto di un animale come quelle che facciamo noi quando andiamo in uno zoo (mi è naturalmente venuta in mente la serie di foto all’orso, polare e bruno, che avevo fatto in un parco in Canada – mo mi è venuta la voglia di mettervele! … Peccato che non ricordo il nome dell’artista che ha esposto la foto dell’orso, nè la ho fotografata, perché sarebbe stato divertente il confronto!).

Dunque dicevo, una serie di lavori gioca, in funzione della vendita, sul gigantismo della produzione e la cura della confezione. Un altra parte di lavori, sempre e molto in funzione della vendita, ma almeno sono più ‘intriganti’, giocano sul fattore ‘meraviglia e sorpresa: oh, come avrà fatto a fare questo effetto! che figo! E via dicendo. C’erano lavori che certo sono esteticamente e intellettualmente gradevoli e stimolanti, come quello di ‘nuvole’ dentro dei cubi di plexiglass (vedevi come una nuvola, mentre invece erano delle lastre trasparenti di plexiglass giustapposte, ciascuna con una chiazza porosa e bianca, che tutte unite davano il senso della tridimensionalità e della leggerezza. Belle da vedere e poetiche, certamente. Bella idea e bella tecnica. Però poi finito. Altri lavori ad effetto ‘meraviglia’ sono complicatissime sculture con tappi o materiali vari, dipinti naturalistici fatti con lo scotch, e via dicendo. Sembra che queste cose si vendano molto bene …
Scusatemi, ho guardato solo la parte artistica dei lavori e la qualità delle gallerie. Non mi sono informata su come va il mercato dell’Arte, se si vende o no. Forse ciò vi incuriosisce, vedrò se nei prossimi giorni mi ricordo di chiederlo …

Oggi, con molta calma perché ieri notte mi sono messa a dormire alle 5 per finire di scrivere il blog ed ero davvero molto stanca, sono andata all’opening del Volta NY. Oggi sono riuscita entrare come ‘press’ e ho un pass fiammante valido per due persone. Appena arrivata su (perché è all’ 11°piano) mi sono messa le mani nei capelli: stand pieni di brutta pittura e di commercialissimo ‘stuff’ (parola inglese che adoro, che significa ‘cose’ ma anche molto altro, tutto ciò che fa numero).
Pensavo di fare un giro di 10 minuti e poi andarmene, quando vidi una galleria tedesca che presentava i lavori di una coppia di artisti turchi concettuali molto ma molto interessanti. Feci una lunga chiacchierata col gallerista (di Francoforte ma che parlava un ottimo inglese) molto stimolante.
Guardando bene la fiera ho trovato invece alcune gallerie molto interessanti, una minoranza a dire il vero, in mezzo a proposte commercialissime, ma una minoranza di qualità. Per lo più le gallerie che esponevano lavori interessanti erano di lingua tedesca (anche una austriaca e una di Basilea si distinguevano), molti di matrice concettuale e sociale.
La cosa interessante di Volta NY è che le gallerie dovevano portare un solo artista, ossia delle piccole – o grandi, a seconda dello stand – personali. Questo ha reso questa fiera, nel percorso di qualità, come visitare una museo, e questo l’ho molto apprezzato. Ossia, la maggioranza di gallerie era lì con prodotti soltanto commerciali ed estetizzanti (una valanga di mediocre pittura, di lavori decorativi, o molte opere con l’effetto meraviglia – come comporre volti in stile figurativo usando lo scotch da pacchi marrone sopra un light box … -) ma alcune altre, portavano delle personali davvero interessanti e articolate, che costruivano un sistema. Verso la fine del mio giro ho trovato il lavoro – foto e video di performance – di un/una transgender di Los Angeles che mi ha davvero emozionato, e sono stata a guardare lungamente quei video, uscendo dalla fiera in uno stato emozionato e rilassato. Ora non ricordo il nome dell’artista nè quello della galleria, ma ho il bigliettino nella borsetta.

75. Comincio a girare per l’Art Week: l’Opening dell’Armory Show

E’ un po’ che non mi sentite, ma siete fortunati perché quando vi svegliate stamattina, in Italia, vi trovate il mio bel post con le impressioni calde calde dell’Armory Show. Whau! Non ve lo aspettavate, vero?
Sto scrivendo di notte, questa sera, proprio per voi, così avete le notizie fresche fresche (e se qualcuno è interessato … posso fare la corrispondente da New York!) Non vi farò però un resoconto giornalistico, né una recensione critica, ma vi racconto le mie impressioni da artista e da persona curiosa.
Devo anche dirvi che ho voglia di andare in giro per mostre, è un modo bello anche per viversi la città e cogliere la sorpresa di New York, perché le scorse settimane ho fatto una vita piuttosto ‘normale’ e ritirata, lavorando molto ai miei progetti da attuare in Italia al mio rientro, e all’aggiornamento del mio sito in inglese, ai contatti con le gallerie americane, e allo sviluppo di un paio di idee nuove nuove … (v. post precedente) Contrariamente a quanto accade per molti, che vengono a New York per un obiettivo specifico, io amo venire qui per pensare e per creare, perché la città mi stimola molto, trovo tutto ciò che cerco facendo minima fatica (come per esempio ristampare i miei biglietti da visita in carta bellissima, spendendo solo 100 dollari per 1000 esemplari fatti alla perfezione), e mi riempio gli occhi con stimoli di ogni tipo, anche se a volte ti senti un po’ sola in mezzo a tutte queste persone, conoscenze, possibilità.ma anche questa ‘solitudine elettrizzante’ è molto creativa, hai migliaia di stimoli e molto tempo per elaborarli …
Ho cominciato oggi dunque a girare per il turbinio di eventi che ci sono durante questa settimana dell’arte newyorkese. A dire il vero ho cominciato ieri, non a girare, ma a farmi un programma: nella selva di fiere, eventi, mostre, special e performance, ciascuno con i suoi orari e luoghi e incastri, se non mi facevo una scaletta e selezione di cose che mi interessava di vedere, finiva che andavo in giro come una scema, come spesse volte capita, ammutolita e annebbiata dalle troppe cose da vedere in contemporanea. Invece stavolta, sì, vado mirata, e ho fatto una selezione che è una chicca, e che mi è costata tutto ieri pomeriggio e sera per documentarmi sul web (sapete la miriadi di opening che ci sono? E la dislocazione geografica da Brooklyn al Pier 94 in 12 Avenue al PS1 a Long Island City in Queens, passando per Chelsea, Lower East Side, Midtown? E i conoscenti o amici o enti o gallerie che hanno mandato una e-mail in queste ultime settimane? … ).
Ma andiamo al sodo, immagino che volete sapere come era l’Armory Show …
Intanto, vi rivelo che non avevo nessun biglietto per l’Opening, perché qui non ne danno e nessun artista o addetto ai lavori con cui ho parlato, li aveva. (I giornalisti sono una categoria differente, loro entrano sempre ovunque … ) Il costo per entrare al preview dalle 2 del pomeriggio era di (guardare la tabella per crederci … naturalmente c’era incluso anche il party al MOMA … 😉
  • The $750 Patron ticket includes one ticket for early access to The Armory Show at noon, one ticket for the VIP Hour at MoMA, and one ticket to The Armory Party at MoMA.
  • The $250 ticket level includes one ticket for the VIP Hour at MoMA, one ticket to The Armory Party at MoMA, and one ticket for Vernissage Access to The Armory Show at 5:00 p.m.
  • The $125 ticket level includes one ticket for Vernissage Access to The Armory Show at 5:00 p.m. and one ticket to The Armory Party at MoMA (9:00 p.m. to 12:00 a.m.).
E sono andata là sapendo che sarei entrata, ma prendendola con filosofia: se non entravo oggi sarei entrata l’indomani pagandomi il bigliettino per il pubblico (30 bei dollarucci … ). Però se entro oggi è meglio, così faccio come fa la ‘cream’: oggi l’opening all’Armory, domani un’altra fiera, e poi venerdì l’altra e l’altra … senza perdere un colpo!).
Contenta della mia mappa personalizzata, mi dirigo quindi con molta calma verso la 55th street and 12 avenue, facendomi una grande camminata (l’opening era dalle 5, perché dalle due era per quelli che pagavano un sacco di soldi …), vestita di tutto punto (se mi vedevate i giorni scorsi, stanca morta e scarruffata, per le strade di Manhattan non mi avreste riconosciuto … !), perché s’ha da fare, e perché così mi è più facile entrare.
E naturalmente sono entrata – gratis –  al vernissage. Non vi dico come ho fatto, ma ho usato davvero molta classe ( e un poco di faccia tosta … ).
L’Armory è diviso in due diversi padiglioni, in due paralleli ma abbastanza distanti padiglioni – ex cantieri navali, il Pier 92 per l’Arte Moderna, e il Pier 94 per l’Arte Contemporanea. Io sono andata solo al 94. Ricordo edizioni di anni precedenti dell’Armory, compreso quello in cui avevo fatto la performance, dove le gallerie erano moltissime, invece questa edizione (e anche quella dell’anno scorso ricordo) con conta molte gallerie, ma naturalmente conta molte delle top list gallerie del mondo, con rappresentanze di tutti i continenti (No, a dire il vero, ho visto poche gallerie africane … ).
Come novità ci doveva essere anche una lounge con Armory performance, film e talk, però mi è sembrato più fumo che arrosto: una grande lista di performance, ma alcune erano nelle ore riservate a quelli che pagavano di più (dalle 13 alle 17 … ), e altre dovevano essere dopo, ma non ne ho vista nessuna, ho visto solo un palco con dei musicisti-o strumentisti- che sistemavano attrezzatura per la performance … (qui si dice ‘performance’ tutto, dalla musica al ballo, ed è ben distinta dalla ‘performance art’ delle arti visive, ma spesso fanno cofusione anche loro, propinando concerti per art performance. Ho saputo anche di una performance che c’era stata nelle ore precedenti, che consisteva in persone che andavano in giro per la fiera con una calzamaglia bianca su tutto il corpo facendo una specie di danza … (beh, non mi sembra un lavoro proprio da mozzare il fiato … !).
Beh, andiamo dunque a vedere gli stand. Devo premettervi però che, contrariamente al solito, ero serena e l’atmosfera era distesa e con una buona energia. Ho detto ‘contrariamente al solito’ perché spesso agli opening importanti o in genere a tutte le fiere, mi sento piuttosto nervosa,  o percepisco un grande snobbismo che mi nausea, o mi viene il nervoso per una certa qual parte di vuotezza e non sense che vedo, o mi sento inadeguata, o adirata … tanti sono i contrastanti sentimenti che negli anni mi hanno accompagnato per le fiere. Questa volta invece, e me ne sono sorpresa io stessa, ero serena, e il clima generale era piuttosto cordiale. Certo, io ero più  rilassata del solito, non me ne frega niente di prendere contatti, perché un po’ già li ho, e poi perché ho deciso che non prendo più contatti ma aspetto che mi vengano a cercare … (e, forse dovevo impararlo molto prima ;D … ).

Cosa ho visto di interessante? Invero un po’ pochino. Molti lavori ‘costosi’, enormi, accurati, molti nomi importanti, ma poca sperimentazione (ma questo era evidente, aspettiamo di vedere le fiere più interessanti di Volta, o Indipendent o Fountain … ). Un po’ di freschezza e di proposte interessanti le ho colte nelle gallerie brasiliane (si vede che il brasile sta esplodendo ora … ) e in quelle orientali, soprattutto coreane (tra le altre cose una galleria di Seul ha esposto un Paik bellissimo che non avevo mai visto (ed è edizione unica).
La Fiera quest’anno aveva come ospite la Scandinavia, e c’era una sezione di gallerie Nordiche invitate speciali, con opere o esageratamente ‘fredde’ (tipicamente ciò che ci si aspetta da quei paesi) o esageratamente ‘calde’ (totem pseudoafricani  pittura gestuale su cartone sfracellato … ). Alcuni lavori mi sono piaciuti e li ricordo, ma già ora non mi viene più in mente quelli che mi hanno veramente emozionato (forse solo il Paik? No, anche una stampa di Baldessari per la White Cube, e alcuni altri … ).
Una delle poche gallerie innovative e giovani e fresche presenti in fiera che ha portato opere che mi sono piaciute e non solo estetiche, ma anche di ricerca, è la galleria di Brooklyn Pierogi.
E’ stato bello, infine, e questo è un fatto squisitamente umano, ritrovare degli amici, come la cara Oxana, che era un sacco che non vedevo, venuta apposta dall’Italia, o l’amico Lee, col quale avevamo fatto mostre insieme alcuni anni fa – ai tempi dei pazzi galleristi Weisspollack …

1988 Nam June Paik, N005 Swiss Clock

Courtesy of NAN JUNE PAIK ART CENTER

Bon, ora vado a dormire, comincio a diventare fusa, se volete ulteriori aggiornamenti controllate spesso il blog nei prossimi giorni!!! ( ma non garantisco di riuscire a fare una cronaca quotidiana … ).

Baci

74.Tran tran, pensieri e bolle di solitudine

Sto passando queste settimane in maniera un po’ strana … prendo contatti, lavoro al computer, scrivo e-mail, aggiorno il sito in inglese, presento progetti, coordino i progetti in corso in Italia … ed è molto faticoso, ho spesso mal di testa e desidererei divertirmi ma, invero (che ‘vetusto’ vocabolo, ma ora mi piaceva!), qui il modo di divertirsi è molto programmato, molto più di quanto io ne sia capace (e non ne sono capace nemmeno a Milano … ) divertirsi vuol dire scambiarsi molte e-mail proponendosi uno dei mille posti dove andare, e incrociare gli impegni e i desideri di ciascuno, e poi scrivere e-mail sulle proposte di dove vedersi, che poi si racchiudono in un concerto, o in un bar per un aperitivo, o in una mostra. E’ parecchio faticoso il tutto, anche perché si accumula con la già esagerata mole di e-mail e computer che bisogna usare per il proprio lavoro, e spesso, a mio parere, è un metodo di socializzazione che non funziona. Infatti, questa volta più di altre, ho percepito e percepisco, oltre all’allegria che emana da questa città, anche una grande dose di solitudine delle persone, un grande girondolare di volti e di persone di ogni tipo rango razza credo pensiero, che come bolle gravitano nella città incontrandosi, ma mai comunicando veramente. E a conferma di tutto ciò c’è la droga degli smart phone: sempre, e ognuno, in ogni momento, è intento a digitare/comunicare/giocare/leggere/cercare la strada/chattare … sul suo smartphone, in ogni luogo, dalla metropolitana, a chi cammina per la strada – ho visto miriadi di persone attraversare in mezzo alle macchine digitando sull’iphone le e-mail – in fila al supermarket, prendendo il caffè … insomma, davvero spesso sembra che tutti siano dentro una bolla, e percepisco tanta solitudine. Tanta giovialità, ma sotto la crosta tanta solitudine e tanta voglia di comunicare veramente (basta fare un esempio del mio coinquilino, che ogni volta che entro in casa cerca di attaccarmi un bottone cosmico facendomi una testa come un pallone – ora sta imparando a essere un po’ più discreto finalmente … ).
Comunque questa volta ho provato anche questa faccia di New York, quella della solitudine, e ci sono stati dei giorni, più di uno, dove ero particolarmente triste e depressa (e naturalmente mi mancava Mario, e mi domandavo che senso ci facevo io qua, mi mancava anche l’Italia e la famiglia, e mi domandavo che senso ha stare qua … poi quando ho saputo di Dalla, e mi sono riascoltata le canzoni, quanta nostalgia degli anni di Bologna, dove sì che ci si divertiva, da bohemienne spampanati, ma ci si divertiva ogni sera, ballando, ridendo, vedendo gente, e finendo magari la nottata parlando di arte con gli spaghetti aglio e olio delle 4 di mattina …
Poi però mi ritornava la risposta del perché sono a New York, stringevo un po’ i denti per tener duro, e continuavo. Sono andata avanti così per alcune settimane, per quello che non vi ho più scritto. Niente di nuovo sotto il sole. Vita quotidiana (certo a New York mai banale), lavoro al computer, stanchezza, tanta, solitudine e malinconia, abbastanza, incontri con amici e uscite, qualcosina.
Ora la fase acuta di nostalgia e leggera desolazione sento che sta passando e mi sento ritornare ad essere in forma (complice anche, forse, che nelle settimane precedenti mi portavo appresso un’otite nell’orecchio senza saperlo? Era quello anche che contribuiva a farmi essere così stanca e così down mood? Ora sto prendendo gli antibiotici e mi sento piena di forze … !)
Sicuramente nelle scorse settimane, pur avendo fatto vita ritirata e di lavoro, ho visto delle cose molto belle e qualcosa anche davvero insolita, come il concerto di jazz nel servizio religioso di una chiesa protestante in Lexington avenue. Chiesa meravigliosa, con architettura da sala da concerto nuova fiammante e artisticamente molto bella … peccato che non avevo con me la macchina fotografica, perché era da fotografare, ma ci ritornerò, ogni domenica alle 5 fanno la funzione religiosa col concerto jazz … questi mix di cose si trovano solo qui a New York!
(L’altro giorno, sono stata a Brooklyn al Grace Exhibition Space – dove avevo fatto la performance l’anno scorso – dove 10 artisti che operano con la performance presentavano il lavoro, ed è stato interessantissimo, inoltre 10 in un colpo solo! Ciò che mi piace è che qui c’è tutto il mondo e vedi una caterva di cose (non parliamo delle gallerie che ci sono … la scorsa settimana ho fatto una capillare ricerca per vedere bene i siti delle gallerie newyorkesi e credo che ne ho visti moltissime centinaia!!).