65. La Biennale di Sgarbi…

Sono stata invitata a partecipare alla mostra del Padiglione Italia Biennale di Venezia che si terrà a Torino organizzata da Sgarbi.

In un primo momento sono rimasta basita, poiché ho apertamente espresso cosa ne pensavo di quest’operazione attraverso una performance che feci proprio a Venezia all’ingresso del Padiglione Italia
http://www.artribune.com/2011/06/%E2%80%9Cprego-e-la-guida-del-padiglione-italia%E2%80%9D-ma-poi-l%E2%80%99artista-liuba-ti-consegna-un-bel-foglio-bianco%E2%80%A6/

Poi ho deciso di accettare l’invito, e approfittare dell’occasione per esprimere le mie idee col mio lavoro.
E così, ciò che vedrete in mostra, in prima assoluta, sono il video e le foto nate dalla performance alla Biennale dal titolo  ‘Senza Parole’.
Ho lavorato molto per preparare il video in tempo, ma non potevo partecipare altrimenti che con questa opera in tema e in relazione ‘dialettica’ all’evento.

L’opening è sabato 17 dicembre a TORINO alla Sala Nervi alle ore 19

per vedere altre foto della performance clicca qui

64. La città e i colori e le poesie

Questi sono brevi pensieri nella nebbia e nel grigio della Pianura Padana d’inverno, pensieri arrivati soprattutto oggi venerdì 16 dicembre, uscita in macchina per commissione urgente dato che c’è sciopero dei mezzi. Un caos terrificante, e soprattutto tanta fuliggine dapperutto. La mia macchina, solo dopo poche settimane dal lavaggio, è nera a chiazze, con pulviscoli di smog per ogni dove, e quando guidi vedi tutte le altre macchine, e le cose, e i teli, e gli edifici, tutti ricoperti da quella stessa schifosa patina di grigio inquinamento – e che poi naturalmente ti domandi che effetto fa nei tuoi polmoni quando respiri.
La situazione diventa ancora più deprimente quando ti rendi conto, e oggi ho OSSERVATO attentamente, che nessuno usa dei colori, che tutti per lo più vestono di grigio scuro, nero, blu scuro marrone scuro, uniche macchie chiare sono di colori sporchi tipo beige panna o grigio chiaro.
Le case sono per lo più grigie, le macchine sono per lo più grigie, le strade sono tutte grigie, pure le facce delle persone sono grigio smorto.

Io per puro istinto, senza pensarci nemmeno su (dato che è un periodo che non me ne frega molto di come vesto e di cosa metto), indosso sempre cose colorate, con una sinfonia di colori primari o secondari o comunque puri, saturi. Credo sia un bisogno essenziale, un cibo che il mio occhio necessita come un affamato, per non impazzire. E mi dico, ma perché questa città, e molte altre città, sono codificate sul grigio? Perché i colori sono estromessi dalla vita cittadina, oggi ho guidato un paio d’ore nel traffico per andare dall’altra parte di milano, e sempre osservando attentamente, tutto ciò che mi entrava negli occhi era triste e deprimente. Le forme, i non colori, il caos.
Io ho bisogno di colore negli occhi! Ho bisogno di bellezza, di armonia. Tutti abbiamo bisogno di colori!! E perchè nessuno indossa cose colorate? Perchè la città non ha case, pali, panchine colorate? Magari con diversi tipi di colore, a seconda delle zone e delle funzioni, come si sa benissimo dagli effetti psicologici delle vibrazioni della luce da cui deriva la cromoterapia. Se fossi il sindaco, e mi sono immaginata anche nella pelle del nuovo sindaco di Milano Pisapia, che anch’io ho votato e che sono contenta di avere in questa città, dicevo, se fossi in lui farei un ordinamento in cui ordinerei a ciascun edificio di avere almeno un elemento colorato, e assolderei esperti di colore per tinteggiare degli arredi urbani con delle tinte che armonizzino il cervello e instillino allegria.

Con queste giornate deprimenti, in questo periodo italiano dove c’è un degrado di immaginario, di prospettive, di speranze, dove serpeggia solo un grande stress per riuscire alla meno peggio ad assolvere a tutte le funzioni base della sopravvivenza e della routine (a volte in questo periodo pesantissimo anche per me, non riesco a trovare il tempo o l’energia per fare una spesa decente, per mangiare bene, per comprarmi il liquido delle lenti che mi serve, per telefonare a chi vorrei).
No, lo dico senza mezze misure, purtroppo ora la vita in Italia e soprattutto a Milano non mi piace proprio per niente. (E il mio viaggiare, a volte con fatiche e sacrifici non indifferenti, lo dimostrano).
Amo molte persone qui, e anche amo molte cose del mio paese, ma sono oberata dal grigio deprimente che incombe su tutto. E no, la vita è troppo bella e troppo corta per sprecarla nel gorgo dello stress e dell’inquinamento, e come sempre ho imparato che bisogna essere radicali e decisi e prendere le decisioni basandosi solo sull’amore (traducendo: amore per la vita, per la bellezza, per le nostre persone care, per ciò che si desidera, per i sogni. Sì, anche per i sogni. Non sembra ma sono importanti. Tanto importanti).

Mi vengono in mente due poesie che avevo scritto quando ero rientrata a Milano dopo 13 anni vissuti a Bologna, ossia a fine anni ’90, e da allora la situazione non è molto cambiata. Queste poesie fanno parte di una serie di testi e di performance e di quadri (la serie delle ‘Mummie Vincenti’) sul tema delle ‘scatole’ e della prigionia della vita nella nostra civiltà e sulla ricerca di uscirne e di liberarsi.

Ecco le poesie, e vi metto anche qualche foto

Chissà se a volte ci ricordiamo
di che colore hanno le foglie,
che profumo emana l’erba,
che fragore incanta il mare
che dolcezza ci modella la sabbia
com’è il vento quando ci scompiglia i capelli.
Viviamo in un mondo di plastica.
Pure i sentimenti sono di plastica.
E la lotta si fa dura.
Ci vuole molta fantasia.
‘Le Mummie Vincenti’  performance a Milano, 1999, e videoinstallazione, 2000
Chissà perché
ci siamo costruiti un mondo finto
dove i doveri
pesano come mattoni
sopra le nostre case
stanche
dove il denaro signoreggia
sui nostri desideri ormai sfiniti
sfibrati e assurdi
Chissà perché i profumi spariscono
tra le puzze del cemento e lo scarico
di gas nocivi
gli occhi diventano opachi e il respiro
segue i ritmi convenzionati.
Chissà perché. Non c’è una risposta. E’ solo pazzia.
  ‘Spolpata è ogni polpa palpabile’ dalla serie ‘Le Mummie Vincenti’,1999
acetato di performance, acrilici e collage su tela

P.S. in quel periodo dipingevo costruendo a mano col pennellino in acrilico tutte le belle letterine, non sono mica fatte con photoshop … 






63. Miami, foto e beach birds!

Chi ha letto i precedenti due post su Miami sa un pochino quanto difficili e stancanti siano stati i miei giorni a Miami per la Fiera. Solo gli ultimi due giorni mi sono però potuta veramente rilassare, godendo il clima fantastico (29-30 gradi e secco!) di questo luogo tropicale, la sabbia bianchissima e facendo dei bei bagni nell’oceano e in piscina, in questa stagione insolita (certo che lì non sembra davvero di essere in periodo natalizio, anche se qua e là ci sono decorazioni tra le palme! ).

Non è stato facile anche godersi tutto questo ben di Dio perché purtroppo la mia relazione sentimentale pazza da un capo all’altro del mondo è spesso causa di molto malessere e poco benessere, e di tutto ciò devo confessare che ne sono anche stanca e delusa. Però è stato bello passare gli ultimi due giorni al Catalina Hotel in South Beach, suggerimento datoci da Marilyn, dove per un prezzo irrisorio (ma è pazzesco, per questi servizi strepitosi in Italia avremmo pagato centinaia di euro a notte e lì solo 35 dollari a testa!) avevamo spiaggia privata, teli e sdraio, due piscine, di cui una sul tetto con i vaporizzatori, free drinks, airport shuttle, fre wi-fi … e una camera bianca e rossa da urlo con tanto di big tv al plasma. Questo è un aspetto dell’America che mi diverte, tutto è big e molto spesso tutto è alla portata, basta prenderlo o a volte cercarlo.
Ma bando alle ciance, ora vi metto un po’ di foto, et voilà!

 My feeding birds performance…!

62. Art Basel Miami Beach … il quasi arresto e la delusione dagli italiani

Continuo a ricevere messaggi curiosi che vogliono sapere come è andata a Miami e che cosa ho fatto … Ed eccomi qui a raccontarvi tutto e a mandarvi un po’ di immagini. Sono stati 9 giorni di fuoco, di emozioni, di delusioni e di fiamme, per fortuna finite e ritemprate da un bagno fantastico nell’Oceano e dagli ultimi due giorni di sole rigenerante.

Devo riconoscere che sono partita per Miami con l’idea di fare una performance piuttosto semplice ma anche piuttosto ‘disturbante’, sebbene ironica o forse nemmeno tanto … diciamo che mi interessava enormemente fare un’azione che mettesse in risalto il carattere effimero e piuttosto schiacciante del sistema dell’Arte con l’ A maiuscola, quello del potere, dei tanti soldi e delle gallerie superstar, che è rappresentato forse con la potenza più esplicativa proprio ad ART BASEL MIAMI, che a detta di tutti sta diventando – o è diventata – il polo catalizzante di tutta la cream del mondo dell’Arte. Quasi ancor più dell’Armory Show e della stessa Art Basel, mi dicono. Diciamo che volevo usare Art Basel Miami Beach come materiale del mio lavoro e come paradigma di un sistema potente e spesso effimero in sè stesso.
Però già prima di partire sapevo che questo lavoro che andavo a fare poteva essere un po’ disturbante, e che potevo essere bloccata o interrotta dopo poco … ma dato che il caso e la sorpresa e il contesto sono alcuni degli ingredienti fondamentali del mio lavoro e ciò che mi interessa approfondire, sono partita ugualmente allo sbaraglio …

 
Vi ho già raccontato nel post precedente del nervosismo galoppante, della stanchezza allucinante e dell’arrabbiatura del viaggio, e di come sia arrivata alla casa in cui ero stata invitata dagli italiani con i nervi a fior di pelle. Mi ero portata dei lavori piccoli in valigia, attentamente imballati, e dei video, da esporre in questo spazio americano (è molto grande, mi avevano detto, porta tutti i lavori che vuoi e i video!) e poi mi sarei dedicata alla mia performance a a vedere le mostre in giro per Miami. Forse sarebbe arrivato anche Mario da Montreal, avevo piacere e paura al tempo stesso di vederlo, anche perché non sapevo bene nemmeno io dove avrei dormito e in che situazione, a parte i giorni in cui sarei stata accolta calorosamente da Marilyn.
Non vi sto a tediare col racconto catastrofico dei primi tre giorni, la persona che mi aveva invitato aveva fatto un sacco di casini e tutto era diverso da ciò che mi aveva detto. Ho vissuto delle emozioni tristi e interiormente faticose. Problemi con l’ospitalità e problemi con lo spazio della mostra. La situazione non mi piacque affatto, e nemmeno mi interessava più, così decisi che non valeva la pena esporre con loro e di dedicarmi solo alla mia performance e a qualche giorno di vacanza. In realtà ero arrabbiatissima sia con loro che con me per questa situazione, con loro perché mi avevano dato informazioni vaghe e piuttosto diverse dal vero, con me perché sono una entusiasta e credulona, e avevo aderito a qualcosa di cui già i giorni prima della partenza avevo ‘nasato’ che era organizzata poco bene.

Sembra che in America il sistema dell’Arte sia sia abbondantemente ripreso dalla breve crisi dell’anno scorso e tutta Miami si è riempita di ricchissimi collezionisti con yacht e aerei privati alla caccia di acquisti forsennati. Ed è pazzesco come tutti, chiunque, in ogni dove, cerchi di esporre e di tentare la fortuna che qualche ‘buyer’ gli compri a peso d’oro le sue opere … E’ impressionante e forse un poco nausenate, durante Art Basel, oltre alla Fiera principale al Convention Center, c’erano ben altre 22 fiere … Oltre a queste 22 Fiere, Art Basel, arte pubblica sparsa nella città, c’erano caterve di loft e capannoni industriali nella zona di Wynwood – che è il nuovo quartiere delle gallerie, prima chiamato ‘design district’, e in cui era situato lo spazio dove avrei dovuto esporre anch’io – con ogni tipo di artisti, di opere, di pastrocchi, di kitsch, di opere di dimensioni monumentali, di saltimbanchi e imbianchini, tutti a cercare di farsi vedere e di esporsi ed esporre e poter farsi comprare.
Certo, alcune cose belle le ho viste – eccellente soprattutto lo spazio enorme della collezione Margulies, davvero incredibile, sia per le opere, sia per la location, sia per la cura dell’esposizione. Lì mi sono davvero emozionata. (guarda il sito)
“Marty Margulies has collected one of the most expansive and impressive collections of contemporary art in the world. Although the warehouse does not look like much from the outside, inside it houses not only an immaculate collection of sculpture and installations, but an archive of photography and priceless pieces.
Any art lover will recognize everything from Barry McGee to original Jasper Johns. The most impressive thing about the Margulies Collection is the diversity and foresight. They have large scale installations, paintings, video art dating back into the eighties before the movement. Sometimes they even have performance pieces on display”

Ho naturalmente visto altre opere ottime e altre buone, sia nella Fiera che in altre location, però l’impressione generale è di un grande luna park divertimentificio e macchina-per-spremere-i-soldi che mi ha lasciato estremamente perplessa, o irritata o abbacchiata, come se ci fosse una ruota del lotto che premia alcuni artisti e altri no, e dove chiunque può prendere delle lastre di plexiglass, metterci degli scarabocchi, dire che è arte e trovare chi le compra a peso d’oro. Beh, forse esagero, ma spesso la sensazione è questa qui e anche nella fiera principale, con gli artisti già affermati. Basta vedere lo stand di Gagosian, o delle altre few top galleries, pieno zeppo di gente come se si fosse nel quartier generale del Presidente o a colazione da Tiffany, per vedere che il valore delle opere esposte è per lo più dato dal plus valore di chi le espone … non è certo una novità, si sa come funziona il sistema dell’Arte – e non solo quello dell’arte – e non ho scoperto l’acqua calda, ma vedere tutto ingigantito in quelle dimensioni è come avere una grande lente di ingrandimento, e vedere davvero bene …

E’ in questo turbinio di emozioni e di sentimenti (accentuate anche dal fatto che Mario era arrivato ma come al solito litigavamo tutto il tempo per cose banali ed ero come se fossi esasperata da tutto e da tutti … ) che arrivò il giorno in cui avevo deciso di fare la performance: il sabato, giorno di un’affluenza inverosimile.
Avevo già fatto il sopralluogo il giorno dell’opening, e avevo deciso che avrei cominciato la performance nell’ingresso della Fiera e nella Hall dove la gente passa prima di accedere agli stands veri e propri. Questo per una questione logistica di struttura, di materiali e di funzionalità.

Ho deciso di portare a Miami, per completarlo ed esaltarlo, il nuovo lavoro che avevo cominciato questa primavera nella rassegna di performance alla Naba curata da Marco Scotini e Giacinto di Pietrantonio: costruire una ragnatela di fili invisibili che avvolge cose persone e spettatori, visualizzando in questo modo il labirinto del sistema dell’Arte e la sua capacità di prenderti nella morsa, e magari imprigionarti, oppure  bloccarti i movimenti … Un filo invisibile come invisibile è il web dell’Art System, invisibile ma a volte asfissiante come una ragnatela.. .
Ho cominciato a tessere questa ragnatela legando il filo alla colonna dell’ingresso, per poi andare avanti e, ad altezza busto perché non fosse pericoloso, dipanare la matassa coinvolgendo architettura e persone.
Ma non feci che poco più di mezzo minuto che una guardia mi si scagliò addosso prendendomi il filo e strappandolo coi denti gridandomi se ero pazza.
Allora delicatamente mi diressi all’indietro verso il primo grande atrio dell’entrata e lì ricominciai a tessere la mia ragnatela legando il filo a un altra colonna e procedendo tra la gente, quand’anche qui fui interrotta da un guardiano e poi a raffica arrivarono lo show manager, un poliziotto, una direttrice della sicurezza e non so chi altro, gridandomi come forsennati che ero pazza e che mi avrebbero portato in prigione … Io gli dissi che era una performance … loro diventavano sempre più aggressivi, erano fuori di sè come se io fossi un attentatore con una bomba pronta ad esplodere addosso … C’era una guardia in particolare che mi guardava con due occhi pieni di odio, e diceva che voleva portarmi in prigione per quello che avevo osato fare … (vi rammento che mi hanno bloccato dopo nemmeno un minuto).

Era un po’ come Davide contro Golia, the “Big System” che si scagliava contro di me. Una macchina gigante che si scaglia contro un micro elemento che gli dà fastidio. Certo, forse in fondo in fondo avevano ragione, forse poteva creare scompiglio (è ciò che volevo, no?) o forse anche poteva essere pericoloso (però ero conscia di stare bene attenta) ma esemplare è stato il commento della mia amica Marilyn, che era venuta per vedere la performance e che la sa lunga, in quanto vive a Miami da più di 30 anni e ha diretto un importante albergo: questa fiera fa girare SO MANY MONEY che non possono nemmeno concepire che succeda un minimo incidente o un fuori programma, perché avrebbero dei guai di immagine che farebbero finire questo bengodi … (questo è il succo di ciò che ci ha detto, tradotto con parole mie).
Quando finalmente mi hanno ‘liberato’ e lasciato uscire dall’edificio, la guardia più cattiva mi sibilò: e se tu o i tuoi amici (nel frattempo avevano visto il cameraman e Mario che faceva le foto e Marilyn che mi difendeva) osate farvi rivedere dentro THIS BUILDING, you will go to prison immediately!
Il giorno dopo, quando la Fiera non c’era più, tornai all’edificio, e ho tessuto una ragnatela di fili invisibili nel quale sono stata imprigionata …

All the photos: 
Liuba, “The invisible web of the Art System”, performance, 2011 (photo credits: Mario Duchesneau)
Naturalmente nascerà anche un video da tutto ciò. Un brevissimo, ma intenso video (quando il cameraman mi manderà il ‘minuto’ di riprese – perché è dovuto partire subito … altro problemino che mi stressa, non avere nemmeno le riprese … però ho tante foto … e il video sarà anche con le foto … )



Se volete sapere i precedenti della partenza, la decisione improvvisa e il viaggio allucinante, leggete il post precedente

61. Decido di partire per Miami all’improvviso …

Ovvero, non proprio all’improvviso, è un po’ che mi ravanava nel pensiero l’idea di andare a fare una performance ad Art Basel Miami Beach. Già dall’anno scorso, quando ero in procinto di partire per New York, pensavo di passare prima per Miami, ma poi ho ritardato e sono partita per New York il 15 dicembre.
Anche quest’anno contavo di partire per New York addirittura a novembre, poi però si sono succedute una serie di cose piacevolissime e importanti in Italia per cui continuavo a rimandare la partenza, fino a che non ho visto che era meglio dedicare ancora delle energie per impostare totalmente i due grandi progetti italiani che ho in cantiere a Genova e all’Aquila, e poi stavolta mi sembrava importante fare il Natale con i miei, soprattutto con mia mamma che non è stata molto in forma negli ultimi mesi.

Quindi, avevo circa abbandonato l’idea di andare a Miami per Art Basel perché ritardavo la partenza per New York, quando una giovane gallerista artista conoscente di Milano mi informa entusiasta che loro sono un gruppo che vanno a Miami a preparare una grande mostra durante Art Basel, che dovevo venire anch’io, che la galleria americana dove si sarebbe esposto era grandissima e che potevo portare molti lavori oltre ai video ecc … Loro partono, io lavoro come una pazza per capire se posso trovare il tempo di andare a Miami, inoltre sto lavorando part-time insegnando in una scuola e almeno sino a Natale dovrei andare avanti … decido tutto in un lampo. L’idea è questa: chiedo un paio di giorni di permesso, vado a Miami, faccio la mostra con gli italiani nello spazio americano, faccio la mia performance ad Art Basel – che avevo già in mente – sto dalla mia amica Servas Marilyn che abita in un lussuoso attico sulla spiaggia di surf side per qualche giorno di riposo, e poi torno, finisco ciò che devo fare e poi riparto per New York dopo le feste. In tutto ciò Mario potrebbe anche raggiungermi da Montreal …
Detto fatto deciso. Prenoto l’aereo che mancano pochi giorni all”inizio di Art Basel, e comincio una preparazione frenetica. Per aumentare la mole di lavoro vengo invitata pure a una mostra importante che si terrà a Torino a metà dicembre (e di cui non vi anticipo nulla … !) a cui, dopo varie riflessioni, decido di partecipare ma solo con il video di un lavoro nuovissimo, che doveva essere finito prima di andare a Miami poiché al mio rientro non ci sarebbe stato tempo per montarlo.
Ho cavallato come una forsennata (a tutto aggiungete due giornate full time di insegnamento mattina pomeriggio e sera che mi succhia una certa qual dote di energie) per riuscire a partire, aiutata però dal prezioso aiuto delle mie giovani collaboratrici con cui sto condividendo una parte del lavoro logistico e comunicativo. Non avevo nemmeno il tempo per pensare e per organizzare lo stare a Miami. Sapevo che potevo stare nella casa che gli italiani avevano affittato e poi sarei stata da Marilyn.

Ma pochi giorni prima della partenza divento nervosa. E’ tre giorni che non ricevo più e-mail da Miami, e non mi hanno comunicato nemmeno l’indirizzo di dove andare. Mi arrabbio tantissimo e divento ancor più nervosa quando prima di partire per Miami non ho nemmeno un numero di telefono di dove loro sono alloggiati, nè un indirizzo, nè un cellulare americano. E ovviamente al numero di cellulare italiano che ho nessuno risponde …
Io non ho mai attraversato l’Oceano per pochi giorni, la mia filosofia è portare il lavoro ovunque e vivere per qualche periodo nel luogo del mondo dove vado. Invece ora partivo per 9 giorni, chi me lo fa fare, e in più vado all’aereoporto senza sapere nemmeno dove andare a dormire, mannaggia aver dato retta a quella gallerista lì, che già sapevo che era un po’ svampita e con la testa fra le nuvole …

Manco a dirlo, dato che partivo stressata come un violino, ho fatto il viaggio aereo peggiore di quelli che avessi mai fatto, con scalo straordinario a Dublino per guasto al carburante, ritardo nell’arrivo a New York, corsa per prendere la coincidenza per Miami, smarrimento del bagaglio (che non ha preso la coincidenza per Miami).
Sono arrivata all’aereoporto di Miami dopo circa 20 ore di viaggio, non aver dormito, 6 ore di fuso orario di differenza, e il bagaglio smarrito che sarebbe arrivato nella notte … ‘A che indirizzo dobbiamo mandarlo? – mi chiedono quelli del luggage care, io comincio a piangere come un’isterica perché non ho il mio bagaglio, e non so l’ indirizzo in cui devo andare (e beninteso, piango come un’isterica perché ho i nervi a pezzi del non aver dormito e dell’essere in viaggio con tre scali in 3 città dalla mattina alle 6, e non reggo, non reggo proprio la mancanza di sonno, il cervello mi scoppia, piango come un’isterica e tratto tutti male). Faccio un sms di prova al cellulare italiano della gallerista italiana che come per magia finalmente risponde dandomi l’indirizzo di quella casa e un telefono di riferimento. Prendo un taxi e li raggiungo, senza la mia valigia, a quell’indirizzo, furente come un furetto, stressata come un anguilla e stanca come un pesce …