49. Le foto da Brema

Ciao condivido con voi questa bella foto che ho ricevuto da Anette, che racchiude un’immagine per ogni performance presentata al Festival di Brema …

per ingrandire cliccarci sopra

48. La mia performance “Senza parole” alla Biennale di Venezia

Mi sono divertita un casino a fare questa performance e, oggettivamente, devo dire che sono stata brava. Era molto facile da fare, ma per farla bene occorreva una concentrazione non indifferente.
Mi sono vestita in maniera accurata e molto normale, un pochino da hostess, con pantaloni bianchi, camicia a volant blu e giacca blu, con dettagli rossi come la collana, lo zainetto, il rossetto, lo smalto.
Mi presento all’ingresso del Padiglione Italia, all’Arsenale, il venerdì, giorno dell’Inaugurazione ufficiale del Padiglione Italia. Ho uno zainetto sulla spalla e un pacco di volantini in mano. Sembro una hostess, o una rappresentante. Comincio a distrubuire i volantini. Seriamente, assiduamente, professionalmente, gentilmente. Solo che i volantini sono bianchi. Nessuna parola. Nessuna lettera. Vuoti.

Non mi interessa ora dire o spiegare il significato, perché ognuno ci può vedere dentro ciò che vuole, e le derive di significati possono essere molteplici, (e inoltre odio parlare del ‘significato’ di un mio lavoro … se ne avessi le parole non farei il lavoro, no??).

Mi interessa invece registrare le reazioni delle persone. La cosa divertente è che io distribuivo a raffica, come fanno i volantinari veri, che mettono in mano depliant o pubblicità, e le persone tendenzialmente reagivano di riflesso condizionato, come reagiscono ai volantinari: chi prende il biglietto senza neanche guardarlo, chi lo evita e si scosta, chi tende la mano perché lo vuole anche lui … molti incuriositi e speranziosi che ci fosse un testo di presentazione per il Padiglione italia. Ed in effetti la presentazione c’era … solo che era la pagina bianca! Molte persone, accortesi del contenuto del volantino dopo averlo girato e rigirato nelle mani, si sono divertite un sacco, altre ci sono rimaste di stucco, altre mi chiedevano: ma che cos’è? Ed io professionalmente e seriamente dicevo: alcune riflessioni sulla mostra (oppure: la presentazione della mostra …) e molti gongolavano entusiasti dell’idea, altri non capivano, altri ancora rimanevano ‘senza parole’ … altri si conservavano felici il foglio. Sì perché il foglio bianco ha avuto una vita sua propria: chi lo conservava, chi lo rigirava, chi lo riceveva senza guardarlo nemmeno, chi lo voleva due volte, chi lo buttava nel cestino, chi me lo ha reso perché non c’era scritto niente, chi diceva: che bello, ci danno un foglio per fare note e scrivere i nostri apputi sulla mostra … !
Farò in seguito un video anche di questo lavoro, anche se tra la folla a getto continuo che entrava non è stato facile fare le riprese per il mio cameraman ( e non vi dico chi era … ), ma tirerò sicuramente fuori un video interessante, breve e ironico. Lentamente, però, ci sono molti video in coda che attendono di essere finiti (e intanto sono assorbita, quasi troppo per i miei gusti, dal coordinamento con i curatori che invitano i miei video a varie mostre – per esempio quella che ora è a Roma al MLAC (v. comunicato).

Alcuni amici sono stati così gentili, i giorni seguenti, di mandarmi qualche notizia sulle recensioni di questo lavoro, ed in effetti c’è un bell’articolo che vi segnalo su Art Tribune e un servizio piuttosto ampio sul Gazzettino del 6 giugno, di cui vi segnalo sia la versione online che quella cartacea che pubblico qui sotto (grazie di cuore all’amico artista Antonio Sassu che me l’ha scannerizzata e mandata!).

Ringrazio la giornalista Alda Vanzan per l’ottimo articolo e per la sua intelligente e ironica comprensione.
ed ecco alcuni videostill tratti dalle riprese:


Questo lavoro ha tratto ispirazione da Manfred Kirschner, che ringrazio.

47. Arrivo a Venezia, il pre performance day

Ritmo serrato. Un’altra performance. Sono a Venezia, inaugura la Biennale.
Bello essere a Venezia ma non ho voglia di casino. Non sono andata all’opening ai Giardini oggi, c’era una coda assurda e voglio stare tranquilla. E poi domani ho preparato una performance a sorpresa e voglio concentrarmi. Una performance come piace fare a me, mischiata tra le persone, mischiando la vita con l’arte, e quest’ideuzza che ho avuto pochi giorni fa è il mio modo di rispondere, come artista e col mio linguaggio, alla mostra organizzata da Sgarbi per il Padiglione Italia.

Sono qui a scrivere in una riva incantata, tra le Zattere e l’Accademia, in un deposito di Gondole su un canale, dove la Moldavia ha fatto il suo Padiglione. Molto semplice, un grill, del vino, le gondole ormeggiate, un’opera con le scarpe. C’è una luce eccezionale. Ho incontrato per caso Oxana e mi ha fatto piacere, anche se lei era impegnatissima perché era la curatrice del Padiglione Moldavo …

Farò una performance domani e oggi me la voglio  prendere comoda. Non ho voglia di andare in giro per mostre nè di stare nella confusione, ero passata anche ai Giardini (erano già le 17.00 però) e non sono entrata, troppa bolgia dentro, preferisco godermi la luce veneziana.
Siamo arrivati oggi verso le 2 a Cioggia, io e Mario, avendo trovato fortunatamente una camera per dormire a Chioggia attraverso un amico che abita lì. Nel viaggio ancora litigi stupidi con Mario (che dalle cose stupide emergano abissi che pescano dai nostri modi inconsci di percepire e di percepirsi è qualcosa che sto imparando e da cui sto cercando di difendermi … ). Sono un po’ triste perché questo rapporto non funziona, e perché lui è sempre nervoso. Il rapporto paradossalmente funziona quando non ci vediamo ma ci amiamo, e ci sentiamo a molti km di distanza … Era diverso sino a due anni fa, quando la distanza di un oceano non ci spaventava pur di vederci e cercare di vivere insieme.

Arrivati a Chioggia lui ha voluto rimanere lì, ed io ho preso il traghetto per Venezia, ed eccomi qui. Ora sono in giro da sola, la qualcosa non mi dispiace, perché il mio temperamento ha bisogno di solitudine e di meditazione per ricaricarsi e per creare (credo che questa sia una difficoltà comune a tutti gli artisti e per questo che le relazioni sono sempre un po’ difficili e burrascose … tanto più se gli artisti della coppia sono due … ), però ero sola anche quando eravamo a migliaia di km di distanza, per cui, che rapporto è che quando siamo insieme facciamo tutto da soli lo stesso?

Domani farò una performance semplice, ‘sottile’, che ho preparato con poco, ma, almeno nel mio intento, elegantemente polemica. Sono contenta di farla (ancora una volta ho deciso di fare tutto ciò che mi passa per la testa, e visto che l’idea mi era venuta chiara, forte, e divertita, alcuni giorni prima di Venezia, ho deciso di attuarla, anche per seguire la mia ormai consolidata tradizione di ‘performance a sorpresa’ all’opening della Biennale (cominciata nel 2003 col Cieco di Gerico).

Sono contenta di farla, anche perché è un mio modo di rispondere, agire e dialogare, usando il mio lavoro e il mio linguaggio, alle scelte fatte da Sgarbi per il Padiglione Italia alla 54° edizione della Biennale di Venezia.
La mia performance sarà sottilmente polemica, è un modo di parlare e dire il mio dubbio, o comunque far riflettere e porre domande sull’operazione. Non ho intenzione di fare un capolavoro, semplicemente di esprimermi col mio linguaggio e con i miei gesti per parlare agli altri. E chi accoglie accoglie. Anzi, per precisione,  per parlare all’Italia, dato che sono disgustata dai modi in cui viene gestita spesso la cosa pubblica, specialmente per la cultura e l’arte. Però non farò una cosa aggressiva, sarà una performance leggera, con la sua ironia, e un filo beckettiana …
La performance si intitola ‘Senza parole’ e nel prossimo post vi racconto come è andata (e magari vi mostro qualche foto … ).

46. Evviva! Milano cambia rotta!

Evviva! Sono rientrata a Milano in tempo per votare al ballottaggio e c’è un grande entusiasmo perché Pisapia ha vinto! Credo che siamo tutti stufi strastufi di Berlusconi e delle sue magagne e di vedere e sentire un’Italia che va a rotoli, dove l’immaginario veicolato da media e persone è da parecchi anni sempre in discesa ed è dei più bassi di quelli che ho mai visto. E’ da 18 anni che Milano non cambiava rotta e finalmente sto sentendo in città nuovi fermenti e nuove potenzialità che si sono e si stanno risvegliando.

Se devo essere onesta, devo dirvi che non ho mai amato molto Milano. E nemmeno la considero la mia città, dato che sono stata concepita in Russia (da genitori italiani, babbo milanese e mamma romagnola), poi nata a Milano, poi andata da piccolissima a Rimini (Viserba) con mia mamma mentre mio padre è tornato a lavorare in Russia, poi siamo andati anche noi in Russia (precisamente in Baskiria, vicino a UFA, sapete che non ci sono più tornata, ma prima o poi lo farò, è tanto che ci penso!).
Poi quando avevo 3 anni siamo tornati a Milano, e lì ho fatto le scuole, liceo compreso. Ma è andando a Bologna che ho cominciato ad aprire gli occhi e a svegliarmi, e a vivere davvero (fino alla maturità ero un po’ allocca e tontolona – beh, forse lo sono ancora!) e la vita da studentessa al DAMS fine anni ’80 – ’90 è stata esilarante, divertente, ricca di nuove conoscenze, sia interiori che esteriori, mi si è spalancato un mondo è ho amato profondamente quella città.
Ho abitato a Bologna 13 anni, innamoratissima di quei luoghi, e lì ho cominciato a fare l’artista avendo lo studio in una casa occupata da  artisti (la famosa Via Irnerio 53!), e ho cominciato a sognare, a sognare di cambiare il mondo con l’arte, a sognare di opporsi a un modo di vita stereotipato che non ci piaceva … lottavamo per opporci a una società che spesso è basata su valori di profitto, interesse, delitto e censura, volevamo trovare un percorso di vita che fosse compatibile con i sogni e con i desideri della più profonda natura umana …
Considero Bologna come la palestra dove ho fatto i primi passi nell’arte, e ringrazio questa città che in quegli anni aveva un sacco di locali e spazi  dove i giovani artisti potevano esporre e dove potersi mettere in gioco (dico sempre, a chi me lo chiede, che la cosa più importante nell’arte, come in qualunque disciplina, è fare, fare, fare, scoprirsi, mettersi in gioco, e imparare dal proprio fare, dai commenti e dagli errori).

(Mi è venuto un flash, ho pensato a tutto ciò che abbiamo fatto a quei tempi, tutta la documentazione che ho, che allora era solo cartecea, con inviti, foto, programmi, testi, video VHS, e che sarebbe un lavoro doveroso digitalizzare tutto, ma ci vogliono anni dove si fa solo questo (sempre più necessitano gli assistenti!) … non riesco a stare dietro nemmeno ora alla documentazione di tutto ciò che faccio … !).

Vabbè, vi parlerò un’altra volta di tutti i miei anni bolognesi, mi sento ancora commossa a pensarci, è stato un periodo bellissimo, seppur spesso faticoso (anche perché non avevo una lira, come tutti noi studenti-giovani artisti, e lì ho imparato mille artifici su come vivere bene e spendere pochissimo, che ogni tanto sono ancora utili … ).
Nè vi parlerò di quando verso il 2000 sono rientrata a Milano, di come è stato duro l’impatto con questa città, venendo da Bologna (ed essendo di matrice romagnola, come vi ho già scritto), abituata a uno stile di vita underground e alternativo, abituata ad essere in comunità di artisti dove ci conoscevamo tutti e dove, poi ho imparato e scoperto, mettersi in gioco non era un rischio, perché eravamo tutti nello stesso mondo.

A Milano trovai il mondo che stritola, l’ingranaggio dove o stai dentro, imprigionato, o ne stai fuori, e sei un emarginato. Ho fatto fatica con tutto, anche con l’arte, anche se la sofferenza che ebbi i primi anni in cui tornai in questa città ha prodotto parecchi lavori (sono di quel periodo le serie delle ‘Mummie Vincenti’ , Polypolis, Via d’Uscita … ), unico modo per me di sentirmi viva e di reagire al sentirmi soffocare.

Sì, perché a Milano mi sono sempre sentita soffocare, e non vi sto a dire, in tutti questi anni quanto ci ho pensato sulle cause, i problemi e i difetti e i perché. Sicuramente so che da quando sono rientrata a vivere a Milano riuscivo a sopportarla se ci stavo poco: e così, con una casa avuta in dono che è diventata il magazzino dove si accumulano le mie cose, ho cominciato a muovermi a più non posso per sopravvivere, facendo lunghi periodi a Bologna e Rimini prima, e cominciando ad andare spesso all’estero poi.
Ma sempre quando sto a Milano più di una settimana mi sento soffocare, e sento solo l’adrenalina di questa città, che diventa adrenalina dentro il mio corpo, e faccio fatica a meditare, rilassarmi e pensare profondamente come invece faccio altrove (per questo aspetto la Romagna è il mio rifugio creativo e meditativo).
Dopo complicati ragionamenti frutto di anni di riflessioni sono pure arrivata ad ipotizzare che la mancanza di ossigeno nell’aria orrenda di Milano faccia sì che i nostri respiri siano più piccoli, superficilai e leggeri, e che l’ossigeno incamerato sia molto poco, e così la profondità del respiro, che è profondità di meditazione e connessione col centro dell’esistenza, è seriamente compromessa per tutti. Io lo vedo su di me molto bene, perché quasi ovunque respiro meglio che a Milano ( e a New York è stata la prova del 9: anche lì è meglio che a Milano … !) e quindi mi sento meglio.
Inoltre, poiché sono, per mia gioia e dolore al tempo stesso, un’antenna che percepisce ogni vibrazione e ogni molecola di energia che vibra nei luoghi e nelle persone che incontro, spesso mi sono trovata circondata, a Milano, da energie sfibranti, stressanti, soffocanti. Ed era la città che le creava, perché se poi vedevi la singola persona altrove, era molto diversa.
Ecco perché ho cominciato ad andare e venire sempre più da questa città, senza però mai riuscire a staccarmi definitivamente, per ora, anche perché qui abitano i miei genitori e non avendo fratelli mi sembra importante che io quando serve possa essere vicina …

Ma sapete che vi dico? dopo anni di tutto ciò, il mese scorso, quando sono tornata da New York, per la prima volta ho sentito delle vibrazioni positive in questa città, ho sentito fermento e pure piacere ad essere qua … per la prima volta dopo tanti anni!! Ho capito subito che qualcosa stava cambiando, che qualcosa si stava risvegliando!

Poi c’è stato l’entusiasmo con cui chiunque conosco ha vissuto questa campagna elettorale, non credendo vero che in questo grigiume forse potesse cambiare qualcosa, e tutti allora con entusiasmo a fare e a parlare, come non si vedeva dai tempi dei tempi …
E so bene che per molti, come per me, queste elezioni non erano una questione ‘politica’ di seguire un partito o un altro, ma una questione di valori: cercare di veder realizzati dei valori in cui crediamo, ossia il rispetto e l’uguaglianza, la tolleranza, la difesa dei deboli, la cultura, il benessere inteso come attenzione all’ambiente e alla qualità della vita. Nessuno ne poteva più di sentire che i politici che ci ritrovavamo governavano a suon di cemento e di battaglie personali, di intolleranza e di chiusura, di polemica e interessi …

E Finalmente tutta l’Italia ha detto basta a tutto ciò, mostrando chiaramente che vuole e bisogna cambiare …
E sono molto orgogliosa che Milano abbia finalmente cambiato rotta, come se una cortina di ferro cominciasse a squarciarsi e finalmente si possa vedere un cielo.
Perché questa città, per me che viaggio molto e vedo le differenze, ha bisogno di diventare davvero una metropoli come sono adesso le grandi città del mondo, e non restare paralizzata in uno schema piccino e gretto, dal quale moltissimi, io per prima, erano sempre scappati.
Evviva Milano e i milanesi che la stanno facendo cambiare!
Ecco, dovevo dirvi tutto ciò, fa parte della mia vita normale e della mia vita di artista, e pensatene ciò che volete. Bacioni forti a tutti!

 
qui di seguito il link al video: “il favoloso mondo di Pisapie”, guardatelo, io mi sono sganasciata!
http://www.youtube.com/watch?v=rwDWrrW4cg8
e un blob ben fatto
http://tv.repubblica.it/dossier/amministrative-2011/la-disfatta-di-berlusconi-nei-tg-di-tutto-il-mondo-il-blob/69623?video=&pagefrom;=1

45. Viaggio a Berlino e performance lab

Dopo Bremen siamo partiti per Berlino.
Dico ‘siamo’ perché nel frattempo a Brema era arrivato anche Mario che mi ha raggiunto lì arrivando direttamente da Montreal e con l’idea di stare prossimamente in Italia. Era da alcuni mesi che non ci vedevamo perché dopo che finalmente avevamo passato un week-end bellissimo a New York per il mio compleanno, lui era partito per il grande Nord a fare un lavoro in mezzo agli Inuit a 2000 km nord di Montreal a 50 sottozero (ed io ero rimasta a New York ovviamente … ).
Anzi, se devo essere onesta, questa alternanza di lontananza e vicinanza a me ha fatto molto bene, e credo anche a lui,  perché ti senti al tempo stesso libera e legata a qualcuno, e inoltre mi sono dedicata intensamente e totalmente all’arte in quei mesi, e quando lo faccio mi sento bene come un papa. (Mi sembra quasi preoccupante: più vado avanti, più mi diverto a fare arte e sto bene solo così! … ).
Non vi sto ora a parlare di me e di Mario, però devo confessarvi che ero piuttosto tesa quando ci siamo rivisti a Brema, perché l’ultima cosa che volevo era ricominciare a litigare, e non potevo nemmeno permettermelo, visto che ero lì per fare una mostra e una performance che erano molto importanti, e soprattutto per la performance live è impossibile per me farla bene se ho della tensione o del nervosismo …
Fortunatamente però è andato tutto bene … abbiamo cominciato a litigare soltanto a Berlino! …

Dunque, dicevamo, siamo partiti martedì da Brema in treno per Berlino, dove ci aspettava una simpatica famiglia di Servas dalla quale saremmo stati ospitati (vi ricordate che vi avevo parlato di Servas qualche post fa? http://liubadiary.blogspot.com/2011/05/41-on-road-again-hamburg-may-2011.html)
Loro si chiamano Mirko, Susanne e Rebekka, e li saluto e li ringrazio per il caloroso welcoming nella loro bella casa (per la prima volta ho dormito su un materasso ad acqua … e mi è piaciuto molto!)

Ero stata a Berlino giovanissima nel ’90, pochi mesi dopo la caduta del muro, ed ero stata impressionata dall’energia di sofferenza e di dolore che vi avevo respirato, percepivo la ferita che aveva tagliato la città e il dolore che era stato patito, e al tempo stesso sentivo le ribellioni di tutti quelli che si radunavano a Berlino come simbolo di lotta e resistenza … Ero stata magnetizzata da quella città, respiravo tensioni forti che mi facevano sentire viva, seppur in maniera tragica ( e a quel tempo ero piuttosto tragica … e malinconica, poi sono diventata crescendo più ironica e solare, che è la mia natura più vera).
Poi ero ritornata a Berlino una decina di anni fa, la città era totalmente cambiata, e seppur rimasi solo un paio di giorni per una mostra visitai le nuove opere architettoniche della ricostruzione, come il Sony Center in Postdamer Platz, il nuovo Reichstag, e rimasi affascinata da questo ricostruire e da questo rinascere.

Ma questa volta ho trovato una città totalmente trasformata ancora di più, una città che è come se avesse rimarginato le ferite e quasi come se si fosse scordata di ciò che successe (anche perché ormai le nuove generazioni sono nate in una città libera e senza muro, e lo conoscono solo dalle storie, molto diverso invece averlo vissuto!).
Ho trovato una Berlino vitalissima, e questo lo sapevo e me lo aspettavo, ma anche una Berlino completamente piena di speranza, che risorge e rinasce e che emana contentezza e movimento da tutti i pori, come invece nel ’90 emanava sofferenza e depressione da ogni poro. E la mia felicità è stata grande nel sentire questo comabiamento attuato e questa speranza diventare certezza e questa città risorgere dalle ceneri totalmente.

Anche questa volta il mio stare a Berlino è stato di pochi gorni, per cui non ho girato tanto, ma è stato importante assaporare tutte queste sensazioni (e girare in barca sul fiume inondato di luce).
Ero a Berlino anche per partecipare a un festival di performance concepito come un lab dove artisti di varie parti del mondo interagivano tra loro e si scambiavano stimoli sul lavoro. E’ stato tutto preparato velocemente, ed io ho scelto una semplice azione performativa (presa dal mio precedente ‘Side by Side’) e ho lavorato facendo interagire la mia performance con la performance di due artisti tedeschi: Albrecht e Utte.
Il Festival, che si chiamava Hunger Festival, era organizzato in diverse locations di Berlino per alcuni week-ends. Quando ci sono stata io si è tenuto a BLO atelier, un luogo molto affascinante, che era un deposito di treni dell’ ex Berlino Est. Un grande parco (e quel giorno migliaia di pollini fluttuavano come neve), alberi, fabbricati, depositi di treni in disuso, formavano una cornice interessante e stimolante, molto underground e molto berlinese.
Devo dire che, avendo passato moltissimi anni ai miei inizi bolognesi, in ambienti alternativi e underground, ora li sento un po’ passati per me, ma pur sempre ricchi e stimolanti.
Vi allego qui alcune foto della performance che abbiamo fatto come risultato del lab

foto:  Luz Scherwinski

44. I musicanti di Brema

I musicanti di Brema  Fiaba dei fratelli Grimm – KHM 027


Un uomo aveva un asino che lo aveva servito assiduamente per molti anni; ma ora le forze lo abbandonavano e di giorno in giorno diveniva sempre più incapace di lavorare. Allora il padrone pensò di toglierlo di mezzo, ma l’asino si accorse che non tirava buon vento, scappò e prese la via di Brema: là, pensava, avrebbe potuto fare parte della banda municipale. Dopo aver camminato un po’, trovò un cane da caccia che giaceva sulla strada, ansando come uno sfinito dalla corsa. “Perché‚ soffri così?” domandò l’asino. “Ah,” rispose il cane, “siccome sono vecchio e divento ogni giorno più debole e non posso più andare a caccia, il mio padrone voleva accopparmi, e allora me la sono data a gambe; ma adesso come farò a guadagnarmi il pane?” – “Sai?” disse l’asino. “Io vado a Brema a fare il musicante, vieni anche tu e fatti assumere nella banda”. Il cane era d’accordo e andarono avanti. Poco dopo trovarono per strada un gatto dall’aspetto molto afflitto. “Ti è andato storto qualcosa?” domandò l’asino. “Come si fa a essere allegri se ne va di mezzo la pelle? Dato che invecchio, i miei denti si smussano e preferisco starmene a fare le fusa accanto alla stufa invece di dare la caccia ai topi, la mia padrona ha tentato di annegarmi; l’ho scampata, è vero, ma adesso è un bel pasticcio: dove andrò?” – “Vieni con noi a Brema: ti intendi di serenate, puoi entrare nella banda municipale.” Il gatto acconsentì e andò con loro. Poi i tre fuggiaschi passarono davanti a un cortile; sul portone c’era il gallo del pollaio che strillava a più non posso. “Strilli da rompere i timpani,” disse l’asino, “che ti piglia?” – “Ho annunciato il bel tempo,” rispose il gallo, “perché‚ è il giorno in cui la Madonna ha lavato le camicine a Gesù Bambino e vuol farle asciugare; ma domani, che è festa, verranno ospiti, e la padrona di casa, senza nessuna pietà, ha detto alla cuoca che vuole mangiarmi lesso, così questa sera devo lasciarmi tagliare il collo. E io grido a squarciagola finché‚ posso.” – “Macché‚ Cresta rossa,” disse l’asino, “vieni piuttosto con noi, andiamo a Brema; qualcosa meglio della morte lo trovi dappertutto; tu hai una bella voce e, se faremo della musica tutti insieme, sarà una bellezza!” Al gallo piacque la proposta e se ne andarono tutti e quattro.

Ma non potevano raggiungere Brema in un giorno e la sera giunsero in un bosco dove si apprestarono a passare la notte. L’asino e il cane si sdraiarono sotto un albero alto, mentre il gatto e il gallo salirono sui rami, ma il gallo volò fino in cima, dov’egli era più al sicuro. Prima di addormentarsi guardò ancora una volta in tutte le direzioni, e gli parve di vedere in lontananza una piccola luce, così gridò ai compagni che, non molto distante, doveva esserci una casa poiché‚ splendeva un lume. Allora l’asino disse: “Mettiamoci in cammino e andiamo, perché‚ qui l’alloggio è cattivo.” E il cane aggiunse: “Sì, un paio d’ossa e un po’ di carne mi andrebbero anche bene!” Perciò si avviarono verso la zona da cui proveniva la luce e, ben presto, la videro brillare più chiara e sempre più grande, finché‚ giunsero davanti a una casa bene illuminata dove abitavano i briganti. L’asino, che era il più alto, si avvicinò alla finestra e guardò dentro. “Cosa vedi, testa grigia?” domandò il gallo. “Cosa vedo?” rispose l’asino. “Una tavola apparecchiata con ogni ben di Dio e attorno i briganti che se la spassano.” – “Farebbe proprio al caso nostro,” disse il gallo. “Sì, sì; ah, se fossimo là dentro!” esclamò l’asino. Allora gli animali tennero consiglio sul modo di cacciar fuori i briganti, e alla fine trovarono il sistema. L’asino dovette appoggiarsi alla finestra con le zampe davanti, il cane saltare sul dorso dell’asino, il gatto arrampicarsi sul cane, e infine il gallo si alzò in volo e si posò sulla testa del gatto. Fatto questo, a un dato segnale incominciarono tutti insieme il loro concerto: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava e il gallo cantava; poi dalla finestra piombarono nella stanza facendo andare in pezzi i vetri. I briganti, spaventati da quell’orrendo schiamazzo, credettero che fosse entrato uno spettro e fuggirono atterriti nel bosco. I quattro compagni sedettero a tavola, si accontentarono di quello che era rimasto e mangiarono come se dovessero patir la fame per un mese.

Quando ebbero finito, i quattro musicisti spensero la luce e si cercarono un posto per dormire comodamente, ciascuno secondo la propria natura. L’asino si sdraiò sul letamaio, il cane dietro la porta, il gatto sulla cenere calda del camino e il gallo si posò sulla trave maestra; e poiché‚ erano tanto stanchi per il lungo cammino, si addormentarono subito. Passata la mezzanotte, i briganti videro da lontano che in casa non ardeva più nessun lume e tutto sembrava tranquillo; allora il capo disse: “Non avremmo dovuto lasciarci impaurire” e mandò uno a ispezionare la casa. Costui trovò tutto tranquillo andò in cucina ad accendere un lume e, scambiando gli occhi sfavillanti del gatto per carboni ardenti, vi accostò uno zolfanello perché‚ prendesse fuoco. Ma il gatto se n’ebbe a male e gli saltò in faccia, sputando e graffiando. Il brigante si spaventò a morte e tentò di fuggire dalla porta sul retro, ma là era sdraiato il cane che saltò su e lo morse a una gamba; e quando attraversò di corsa il cortile, passando davanti al letamaio, l’asino gli diede un bel calcio con la zampa di dietro; e il gallo, che si era svegliato per il baccano, strillò tutto arzillo dalla sua trave: “Chicchiricchì!” Allora il brigante tornò dal suo capo correndo a più non posso e disse: “Ah, in casa c’è un’orribile strega che mi ha soffiato addosso e mi ha graffiato la faccia con le sue unghiacce e sulla porta c’è un uomo con un coltello che mi ha ferito alla gamba; e nel cortile c’è un mostro nero che mi si è scagliato contro con una mazza di legno; e in cima al tetto il giudice gridava: ‘Portatemi quel furfante!’ Allora me la sono data a gambe!” Da quel giorno i briganti non si arrischiarono più a ritornare nella casa, ma i quattro musicanti di Brema ci stavano così bene che non vollero andarsene. E a chi per ultimo l’ha raccontata ancor la bocca non s’è freddata.

FINE

L’opera di Cattelan