22. Il demo del video Slowly New York

Praticamente in questa settimana, a parte qualche giro e qualche incontro, ho lavorato quasi esclusivamente al mio ‘Slowly Project’. Qualcuno di voi conosce questo progetto, e sa che è dal 2002 che è nato e che, lentamente, va avanti. Ora mi rendo conto benissimo che qui è questo progetto a cui sto dando la priorità, perchè sta piacendo molto e perché questa tematica, qui come altrove, è molto sentita.
C’è anche una grossa novità per questo progetto, e sarà proprio qui a New York a fine Febbraio, ma non vi anticipo niente … Sorpresa!
Intanto gustatevi il demo, che non è un pezzo del video finito. Il video è ancora in lavorazione, questo è un estratto in anteprima, montato in questi giorni.

THE SLOWLY PROJECT. Take your Time – New York – excerpt

In questi giorni c’è Marina Abramovic a Bologna, ed io sono qui a New York … ci siamo scambiate i posti, come il re con la torre quando si arrocca.
Sono molto contenta che ora la Abramovic sia così popolare e che abbia un trionfo ovunque. Amo molto il suo lavoro naturalmente, e da sempre è stata la mia maestra (e qualcuno in Italia mi ha chiamato la Marina Abramoivic italiana … ).

21. Ancora sul PS1 e il discorso di Obama

Ieri non avevo finito di scrivere del PS1. Oltre alla mostra Talent Show, incentrata come vi dicevo, su tutti quei lavori artistici dove il pubblico e l’interazione è parte integrante dell’opera (e già qui mi sentivo gongolare, perchè è una delle cose che più mi interessano e con cui lavoro da parecchio), c’era un’altra mostra interessantissima intitolata ‘Modern Women. Single Channel’ dove vengono presentati UDITE UDITE video dagli anni ’60 ai ’90 di donne che hanno lavorato col corpo, la performance e il video come documentazione. C’erano da Carolee Schneeman a Joan Jonas, da Pipilotti Rist a Valie Export (molto interessanti le cose che faceva negli anni ’60 … ), Lynda Benglis, Kristin Lucas, Dara Birnbaum. Sono stata in ascolto visione e contemplazione per ore. E’ come se stessi ascoltando le radici del mio lavoro e mi sentivo felice, orgogliosa di essere in questo percorso, e conscia del mio esserci come artista, e pure anche orgogliosa del mio lavoro, che, davvero ora lo sento, è fatto per essere visto in un museo più che nelle gallerie, o tanto meno nelle fiere dell’arte.

Domenica inaugurava anche un’altra mostra, enorme, dedicata a una giovane artista americana che anche lei lavora con video, performance con gente comune che si vedono poi dal video, e foto. Qualcosa mi è piaciuto, ma altre cose di quest’artista molto meno, perchè erano molto ripetitive, ma interessante è il segnale della tendenza e della direzione in cui sta andando l’arte qui in America, e che credo si svilupperà presto anche da noi, per cui galleristi aprite le orecchie e fatevi avanti prima che sia troppo tardi, sono qui che vi aspetto!

L’altra sera Obama ha tenuto l’annuale discorso alla Nazione. (President Obama’s 2011 State of the Union speech) Si sente che la situazione è pesante, tutti sono piuttosto scontenti. Scontenti di Obama (i democratici perchè dicono che non ha fatto niente di quello che aveva promesso e i repubblicani per ovvi motivi), scontenti della situazione economica, scontenti della neve … Sto assistendo a una città sottotono rispetto a quella che avevo visto quando ero qui nel 2005 – 2006, la crisi e lo stress si sentono molto e la gente è meno allegra. Il discorso di Obama aveva come perno il paragone con lo Sputnik. In sostanza, mi hanno spiegato, quando i russi avevano per primi mandato il satellite sulla luna gli americani erano rimasti molto male. Poi hanno deciso di mettere un sacco di soldi in questa gara, hanno creato la Nasa ed hanno per primi conquistato la luna. Ora il presidente dice che la situazione è analoga: ci sono altre nazioni che stanno andando meglio di noi, ma riusciremo a fare come con lo Sputnik, metteremo tutte le nostre forze e ritorneremo ad essere la nazione leader del mondo. Solo che adesso molti americani cominciano a non crederci più, e il senso di perdere la supremazia economica mondiale li sta letteralmente terrorizzando …

20. Il PS1 e la neve

Lo scorso week-end l’ho praticamente passato al PS1. Sono andata sabato con Mario, qui a New York per il week-end, per vedere le mostre, e poi anche la domenica, da sola, perché inauguravano delle nuove mostre, che pure mi interessavano molto.
La prima osservazione da dire è che ho avuto piacere estetico, fisico intellettuale ed emotivo, a vedere molte di queste mostre. Finalmente vedo davvero cosa vuol dire presentare delle mostre ‘curatoriali’, dove dietro a questa parola c’è davvero un lungo lavoro di ricerca del curatore e di conoscenza della materia. Non come molte volte succede che i curatori sono soltanto quelli che scrivono un testo di presentazione alle mostre, e tutto il lavoro è dato dall’artista, che crea l’opera, e dal gallerista, che investe, che ci crede, ed entrambi usano le loro risorse. Invece il curatore (e non parlo di tutti, ma parlo di una tendenza che ho visto così spesso in Italia …) arriva, scrive il testo di presentazione dell’artista – che dovrebbe piacergli, ma a volte capita che invece si debba inventare danze di parole roboanti per scrivere qualcosa – prende il suo compenso e se ne va. Perdonatemi la franchezza, ma non potevo non pensare a questo quando si vedono delle mostre curate meravigliosamente come quelle al PS1!

Altra considerazione fondamentale, che mi riempie di gioia, è che ora TUTTI i musei, i testi, le tendenze, qui a New York sono connesse con la performance, l’azione, il corpo e il video o la videoperformance. E’ una musica per i miei occhi. Una grande musica, e una grande contentezza. Ho fatto i primi passi nel 1993, arrivando alla performance per pura sperimentazione di interazione di linguaggi, per mischiare pittura con scrittura – dedicandomi ad entrambe – e ho assai goduto delle possibilità infinite che questo mezzo poteva darmi, e soprattutto anche del lato fisico, emozionale, live, carnale, dell’essere lì col mio corpo, di essere vivente in mezzo ad esseri viventi, ed è per quello che ho continuato, sempre, nonostante mille fatiche e mille difficoltà. Ma allora nessuno se la filava la performance, la maggior parte delle persone non sapeva cos’è, e i pochi restanti anche se amavano le cose che facevo, non capivano dove collocarle … ( i galleristi dicevano: ed io cosa vendo? le persone del teatro dicevano: dovresti fare corsi di dizione … i miei genitori quando gli chiedevano che lavoro fa sua figlia non sapevano che rispondere e dicevano: libera professionista …).
Sarei tentata di andare avanti a raccontarvi la mia storia di come andai poi in Brasile e fu da lì che acquisii la consapevolezza PROFONDA del corpo, andando in territori che in Italia non era possibile esplorare, ma non credo che ora vi interessi la mia storia, che sto divagando, vi interesseranno le mostre al PS1 circinbecolina, e ora ve le racconto.
La prima si intitola ‘The Talent Show’ ed è tutta incentrata su pratiche artiste che si focalizzano sull’interattività con le persone, siano essi persone di tutti i giorni o parte attiva della performance o del progetto dell’artista. La mostra cominciava con ‘la scultura vivente’ di Piero Manzoni (due impronte su un piedistallo, con scritto che si poteva salire e mettere i propri piedi sulle impronte) e un video di Andi Warhol, per proseguire con una serie interessantissima di lavori degli anni ’60 e ’70 centrati sull’interattività col pubblico. Sono stata colpita da una performance di un’artista argentina, Graciela Carnevale, fatta nel 1968, in cui aveva invitato le persone a una sua ipotetica personale in una galleria, ma non c’era nessuno show, e quando le persone erano tutte in galleria, l’artista le ha chiuse dentro a chiave …

Ora devo andare, sono stata invitata a fare a palle di neve a Central Park … dovevo finire il progetto da presentare al produttore, ma non riesco a resistere alla tentazione, (e i giorni scorsi ho lavorato come una pazza) e mi metto l’attrezzatura adatta ed esco! A dopo!

Siamo al Central Park di NY non in montagna…

19. La festa di Martin Luther King

Non sapevo che in America si celebrasse il Martin Luther King’s day, e che fosse festa nazionale.
http://en.wikipedia.org/wiki/Martin_Luther_King,_Jr._Day
Ieri sono stata a un concerto di Gospel a Marble Church dedicato a Martin Luther King e con anche le registrazioni di Amalia Jackson, bello. Mi veniva da pensare che meno male che ci sono i neri in America. E’ grazie a loro che spesso questa terra ha questo sapore forte, di dramma e di tensione ma di forza e allegria, nonostante le difficoltà. E’ grazie alla comunità nera che ci sono state alcune delle più forti caratterizzazioni della cultura americana, come il jazz il gospel il blues. Vedere il ritmo, la danza e l’allegria del coro, dei solisti e del pubblico, era uno spettacolo travolgente, e al tempo stesso simile a tutti quelli che ci siamo immaginati o che abbiamo visto in qualche film o repertorio. Che l’America, che non si ferma mai, dedichi una festa nazionale a Martin Luther King mi sembra una cosa grandiosa, e che fa riflettere.

18. Appuntamenti, lavoro e la mostra di Brooklyn

In questa settimana sono successe miriadi di cose. Qui tutto succede veloce, ma anche c’è bisogno di molto impegno e molta concentrazione, anche solo a rispondere le e-mail di tutte le persone che devi vedere. Ho avuto appuntamenti molto interessanti, davvero contenta. Non vi anticipo nulla …
Invece un’altra cosa che vi anticipo è questa mostra a Brooklyn dove sono stata invitata, nella zona emergente della città (ormai Manhattan è un po’ stagionata e carissima, così le comunità dei giovani e degli artisti si sono spostati a Brooklyn. Prima a Williamsburg, ma ormai è inflazionato anche lì, e le cose si stanno spostando verso la parte più interna di Brooklyn.
Sono molto contenta di questa nuova mostra newyorkese che mi è capitata in un baleno, e son riuscita a stampare e montare il lavoro in un paio di giorni (altra cosa interessante è che tutto è aperto 24 ore, così il giorno dura davvero molto!).
Cosa però che sto notando, è che la città è molto più rude e dura che l’altra volta. Forse perchè tutti devono lavorare come matti su 70.000 cose alla volta, forse per la crisi che si sente ancora (anche se dicono che è iniziata la fase di risalita), forse per il freddo e la neve, ma non è sempre facile la città. Tutti dicono che è ‘tuff’ (dura) e davvero la città è dura, e tutti cercano una compagnia.
Oggi per il week-end è ritornato Mario, nonostante le litigate poi ci manchiamo e facciamo pace. In realtà questa volta ero convinta di mollare tutto, e ho passato queste due settimane anche facendomi corteggiare da persone interessanti (e, perchè dicevo, qui nessuno ama stare da solo, e quindi si cerca di accoppiarsi o almeno di farsi compagnia, e forse per questo ogni volta a New York mi sento circondata da corteggiatori interessanti e in gamba, mentre in Italia non trovo mai nessuno di gradimento, o se si trova sicuramente ha paura di accoppiarsi??). Poi però ho avuto un grande cedimento, e anche lui non vedeva l’ora che gli dicessi di tornare, ed è venuto per il week-end, contento come una Pasqua, e contenta anch’io, anche se poi deve ripartire lunedì che andrà a fare un lavoro in mezzo agli inuit a 2000km a Nord di Montreal!

FOR IMMEDIATE RELEASE

OPENING RECEPTION: SATURDAY, JANUARY 22ND, 10PM

LOVE LETTER TO BROOKLYN
group art show

KINGS COUNTY BAR
286 Seigel Street (near corner of Seigel and Bogart)
Brooklyn, NY  11206
(718) 418-8823

Kings County Bar proudly presents “Love Letter to Brooklyn”, a group art exhibition.

As Valentine’s Day draws near, we thought it would be fun to put together an art show which gives loves not to our significant others, but to Brooklyn itself! NYC-based Artists will have a chance to show everyone why they love Brooklyn so much. As always there will be cheap drinks and great music to go along with the incredible artwork! You don’t want to miss this fun evening of art and excitement as we celebrate the awesomeness that is Brooklyn!

Participating artists include: Jeff Faerber, Alicia Papanek, Edgartista, Andrew Menos, Robert Servo, Liuba, Jess Ruliffson, Marissa Olney, Leslie Kenney, Carla Cubit, Steve Sandler, Robin Grearson and more!

Any questions about this or future shows, please send e-mail to: amfquestions@gmail.com

17. La disinfezione, la pulizia, la ripartenza e le mostre

Il lunedì mattina arrivo a casa e lo sterminatore ha lasciato tutto ribaltato e rigirato. Nella casa non si gira, passo tutto il giorno a pulire e disinfettare ogni cosa, porto una valigia di lenzuola e cose varie in lavanderia, acqua calda per disinfettare tutto, e per lo stress – e anche perché son fuori di melone –  sbaglio pure e faccio partire la macchina senza il sapone, per cui la devo fare due volte e aspettare il doppio (40 minuti ogni macchina e una mezzora l’asciugatrice … nel frattempo aspetto due tipi che devono portare il materasso nuovo e buttare via quello che era infestato, insomma passo così tutta la giornata e disinfetto ogni cosa. Un lavoro duro ma almeno ora so che ogni centimetro di questi 25 metri quadrati di casa è a posto . Ora sono davvero pronta per iniziare e a concentrarmi solo sull’arte e sui contatti.
Notizie in breve della settimana: ho fatto il giro delle Università, parlando con persone e lasciando il curriculum e candidandomi per insegnare;  incontrato Dale e preparato una performance-laboratorio sulla tematica del bullismo da fare con bambini e adolescenti in una scuola di Harlem; sono andata più volte a Chelsea a vedere mostre alle gallerie; sono uscita con diverse persone; sono andata a una festa di italians americans che all’inizio era una bolgia noiosa ma poi ho conosciuto gente interessante; sono andata al cinema a vedere ‘The Black Swan’ (discreto, anzi così così); sono andata a Williamsburg a delle inaugurazioni ma faceva un freddo porco e le gallerie non sono mica tutte vicine come a Chelsea, per cui ne abbiamo viste due o tre, e tutte con mostre poco interessanti, poi con Peter siamo finiti in un più caldo locale con musica jazz dal vivo, e poi siamo andati ad Harlem in un locale reggae; ho preso degli appuntamenti molto importanti per la settimana prossima; sono stata a un concerto gospel in onore di Marthin Luther King, di cui domani (17 gennaio) è festa nazionale; ho riflettuto sulla storia con Mario, a volte soffrendone, a volte sentendomi liberata;  ho fatto colpo su diversi uomini giovani e interessanti;  sono assiderata di freddo come gli altri newyorkesi in queste tre giornate di sottozero intenso (ma per lo più col cielo azzurro);  ho perso e trovato chiavi occhiali e guanti; sono andata a fare pedicure e manicure con massaggio; ho scambiato e-mail focose con la persona che mi aveva affittato la casa coi bed bugs (ma ci siamo accordati su uno sconto consistente); ho mangiato un po’ di qua un po’ di là ma sempre bene, a parte oggi dove mi sono fermata al brunch a Marble Church dove il pesce era impanato crudo e il pollo galleggiava in una salsa bianca cattiva copia di una besciamella mista a budino.
Una delle cose che ho più goduto è stata la enorme mostra di Rauschemberg da Gagosian. Beh, dire Gagosian non è dire noccioline, e questa mostra era più ampia che un’antologica in un museo, una decina di capannoni pieni di almeno una cinquantina di lavori, non scherzo. E ce n’erano alcuni di un semplicità e di una bellezza sconvolgente. In quel momento che li vedevo ero davvero felice. Leggera. Quel giorno ho girato le gallerie di Chelsea con metodo scientifico e gallery guide in mano, scannerizzando tutta la situazione artistico espositiva. In un’intera giornata ho fatto solo la 21th, la 22th e la 23th street. Per chi è già stato a Chelsea sa che quasi tutte le gallerie sono enormi, spazi tipo capannoni spesso con diverse stanze e sezioni, le mostre sono spesso museali con installazioni di metri e video in schermi giganti finchè si vuole. Finalmente, dopo le delusioni delle inaugurazioni delle ultime settimane, ho visto delle mostre interessanti e professionali, e non la solita pittura-esercizio-effetto-vendita facile che avevo visto poco tempo fa. Ciò che mi piace qui a New York è che si vede di tutto, e si vede anche tantissima qualità, e ci sono così tanti posti che ti sembra che tutti siano sempre ben disposti a considerare nuove proposte se ben fatte (cosa peraltro che è così). Da noi il senso di staticità è insopportabile ed è una delle cose che più mi opprime. Giorni addietro ho visto delle ottime mostre anche alla Location One a all’Artist’s Space in Soho, due spazi di ricerca e avanguardia molto conosciuti. E mi è piaciuta moltissimo anche una mostra alla Drawing Gallery, sempre a Soho che esponeva i lavori degli artisti ispirati ai loro ‘jobs’ per sopravvivere. Al contrario del nome della galleria non c’erano soltanto disegni, ma tutti i media, con particolare attenzione per il video.
Sono molto emozionata poiché domani mi incontrerò col famosissimo performer Tehching Hsieh, quello delle One Year Performance, di cui avevo visto la mostra al Moma l’anno scorso e con cui sono in contatto per e-mail. Ah, altra cosa interessante della settimana è che sono andata a fare un corso di yoga in un posto che si chiama Yoga to the people: tu vai lì quando vuoi, il giorno che vuoi, e partecipi al corso – ce ne sono dalle 7 di mattina alle 9 di sera in continuazione – pagando una piccola offerta. Eravamo in metà di mille (c’era anche una che aveva credo almeno una cinquantina di interventi di chirurgia estetica tra le labbra gli zigomi gli occhi le sopracciglia le tette le natiche ecc … lo dico perché era così eccessiva – o… eccessivo? – che sembrava un cartoon dei fumetti, e se ve lo racconto è perché anch’io, che sono tollerante e aperta per natura, mi sono quasi scandalizzata …), coi tappetini uno vicino all’altro, e quando è cominciata la lezione era una corsa infinita, un ritmo pazzesco. Anche lo yoga era energetico e di corsa! New York non è certo una città che ti accarezza, ma che ti sferza continuamente, e volendo o nolendo la vita ti salta addosso, tranne quando sei così spompata che devi passare alcune ore a vegetare sennò non ti riprendi più. E questo lo fanno tutti, sono così presi che anche telefonare alle persone è un’impresa, perché nessuno risponde più al telefono, piazzano la segreteria e quando emergono dall’apnea – da lavoro o da ripompamento che sia – chiamano, trovando a loro volta le segreterie degli altri, in un cerchio infinito e a volte grottesco. Questa storia è anche nata dal fatto che qui il cellulare si paga sia per chiamare che per essere chiamati. Ossia i minuti vengono contati come conversazione, indipendentemente da chi chiama o riceve. E così nessuno vuole parlare più del necessario. Ora però fortunatamente ci sono quei piani tariffari tutto compreso, e pure molto convenienti, come quello che ho io che per 30 dollari al mese ho 1500 minuti di conversazione e sms.

16. Capodanno, post capodanno, litigi vari e bed bugs

Il 31 mi sono divertita tantissimo, siamo andati a due belle feste, abbiamo bevuto tutta sera champagne, e ballato tantissimo a un party di due artisti gay scozzesi nell’East Village, dove mi avevano invitato le sempre informatissime Amanda e Doreen.
Ma i problemi cominciano subito dal risveglio dell’1 mattina. Quando Mario è nervoso diventa intrattabile e invece di tenerezze o romanticismi comincia a imprecare per il caldo (sì a New York gli appartamenti sono stracaldi, ( Per fortuna! Dico io … ). Poiché in Canada mi ero beccata una specie di influenza che ho miracolosamente tamponato per affrontare il Capodanno, non potevo prendere freddo, mentre Mario anche in inverno starebbe con la finestra spalancata tutto il tempo, ma io ero raffreddata. Così si innervosisce (fa tutto da solo) scatta ed esce, io gli dico che avevamo preso l’ananas e altre cose per fare una bella colazione romantica insieme il primo dell’anno e lui si arrabbia dicendo che lo forzo, prende ed esce, ed è già la solita bufera. Fortunatamente il pomeriggio avevamo una festa di capodanno diurna dalla famiglia che mi ha ospitato a Brooklyn quando sono arrivata, così non dovevamo stare soli, perché c’era aria di tempesta. La festa era carinissima, io sto benissimo, lui pure, poi arriviamo a casa e decidiamo di andare al cinema, andando però in giro nella zona Times Square. Litighiamo per una stupidata della strada da fare e di dov’è il cinema, ma quello che non tollero è che lui scatta imprecando ed avendo crisi di nervi, che io trovo totalmente fuori luogo e che mi spaventano. Comunque, non voglio tediarvi, ma il 2 la tensione aumenta per cretinate, andiamo a Coney Island e quando torniamo usciamo dalla metro a Chinatown.
E’ sempre difficile orientarsi quando si esce da una metro a New York, perché tutto può essere sud ovest est o nord. Di solito se non mi oriento io chiedo, perché odio andare dalla parte opposta, ma Mario mi dice che secondo lui è di là. Ok, dico. Poi mi chiede conferma di cosa penso. Dico che non so orientarmi, se vuole chiedo a qualcuno. No, dice, è di là. Ok, dico, e continuo ad ascoltare la musica con l’ipod, anche per fargli prendere l’iniziativa, dato che il litigio dell’1 per il cinema era che lui si è arrabbiato che ho chiesto ad altri … così lo seguo, ma lo vedo nervosissimo, arriviamo ad Hallen Street, e mi chiede se la strada mi dice qualcosa, sì dico, ma non so dove siamo perché ti stavo seguendo, e lui comincia a diventare paonazzo, esplode in ira e in scintille trattandomi malissimo dicendo che non collaboro, ecc … io non so più che fare e che pensare, lui fa un crescendo di ira, prende e fugge, va a casa e fa la valigia, torno a Montreal dice, è meglio per tutti e due. Ok gli dico, vai se vuoi, questa volta non sconvolgendomi e non piangendo, perché era davvero assurdo il suo comportamento.
Vado al cafè internet davanti a casa ( da Nora non c’è internet) e mi chiudo in me stessa. Lui gira per New York con la valigia poi alla sera decide di rimanere. Facciamo pace, ne parliamo tutta notte, parliamo come sempre di ciò che fa scattare lui o che fa scattare me, la mattina mi regala dei fiori, io mi commuovo.
Il giorno dopo dovevamo traslocare per la nuova casa, io ero eccitatissima, lui non si sa quanto sarebbe stato a New York, ma gennaio se l’era preso libero per affittarla insieme. Trasportiamo tutto col taxi, arriviamo là è piccolissima microscopica e vecchissima, ma in Mc Dougall street nel West Village, proprio il quartire dove Kevin mi accoglieva quando venivo a New York alcuni anni fa, e che considero un po’ ‘la mia zona’.
Io contenta, Mario contento, mi dice meno male che sono rimasto. Andiamo a cena a festeggiare.
La mattina dopo lui si alza con dei pizzichi e diventa nervosissimo. A New York c’è l’allarme, da tanto, di un’epidemia di bed-bugs, che sono animali che si ficcano nei materassi e si possono sparpagliare ovunque,  e Mario è convinto che la casa ne sia infestata, e mi stressa dicendomi che dobbiamo andare via, che bisogna risolvere il problema … ecc … io non sono stata pizzicata e ho dormito benissimo, dico aspetta, non drammatizzare, ma lui vuole litigare dicendo che non lo aiuto a risolvere i problemi (cosa???? Allora perché non trova lui l’alternativa?)  poiché i pizzichi sono aumentati, e sono molti, la notte seguente decide di dormire per terra, allora cominciamo ad avvisare chi possiamo del problema, ma la proprietaria è in Italia e non risponde alle e-mail, nella casa non funziona la connessione internet per cui niente skype, ecc. Io ( e perché sempre io?? Lui mi stressa, dice che non mi occupo di lui, mi tratta male, esplode in ira, ma non fa niente di niente) chiamo l’amica della nostra affittuaria che ci ha dato le chiavi, e l’amministratore del palazzo, che dice che bisogna chiamare l’exterminator e lavare tutti i vestiti in casa, ecc, ecc. che si attiverà, ecc. ecc. Mario impazzisce, è come se dà la colpa a me, e tutto diventa incubo, la casa vecchia e sporca, Mario fuori di testa coi pizzichi dei bad-bugs, io terrorizzata dai suoi furori … Mario dorme un’altra notte sul pavimento. La mattina appena alzata vado in pigiama nel cucinino (l’unica altra parte della casa, dove lui ha dormito) e Mario mi apostrofa trattandomi male dicendo che col mio pigiama gli porto l’infezione. Io deliro ma mi tolgo subito il pigiama – perché ho paura davvero quando si arrabbia – lo metto sulla scala del soppalco, rimango nuda e vado a fare la doccia, e lui sento che esplode come una jena che il pigiama era sulla scala del soppalco e non sopra il letto, esplode in improperi fa la valigia e grida per l’ennesima volta che se ne va, e prende ed esce con tutte le sue cose. Io rimango frastornata e piangente, arrabbiata, delusa che non funziona mai niente, e piango nella casa coi bed-bugs. Dopo qualche ora mi telefona che è alla stazione delle corriere per prendere il bus per Montreal, io sto malissimo sento che la storia è davvero finita e forse è pure un sollievo, però mi arrabbio anche perchè come al solito lui prende e scappa, lasciando me a risolvere tutti i problemi,  prende e va, come ha fatto tante altre volte … Ha preso il bus per Montreal ed io sono rimasta a New York, sono stata accolta da Janet, che pazientemente ha ascoltato i miei pianti e il bisogno di sfogarmi, e ho dormito da lei. Anche se ferita e delusa, sono triste che questo amore non porta frutti, che ci amiamo ma ci facciamo del male, e in fondo al cuore so che forse devo ringraziare Mario che sta fuggendo, perché mi dà tregua da questo rapporto che non funziona più.
Mi sono svegliata stamattina senza aver dormito quasi niente, e sono andata alla funzione in una chiesa chiamata Marble Church (non so bene a quale delle mille confessioni cristiane che ci sono qui appartiene) dove c’è una celebrazione strana che sembra un concerto e uno show, e dove ci sono persone simpaticissime, che avevo scoperto per caso i primi giorni a New York. Sapevo che dovevo farmi coccolare da Dio e da Lui trovare una risposta. Piansi tantissimo, ma anche tramite le parole dolcissime di Dale, (una giovane donna di Harlem, conosciuta l’altra volta e con cui ero rimasta in contatto, ed è stata la prima persona che ho trovato – non a caso – nella folla festeggiante del dopo funzione (lì fanno sempre incontri pranzi e feste e la chiesa è un edificio con 10 piani dove c’è di tutto) e le parole poste da Dio dentro il mio cuore, ho capito che forse è meglio così, perché tutto ciò è successo per non perdere tempo distruggendosi, ma perché devo ricominciare  a focalizzarmi su di me, come avevo fatto faticosamente nell’ultimo periodo in Italia, e portare avanti gli obiettivi, andare avanti nell’arte e poter dare sempre di più questi doni, e cominciare finalmente a vivere questa città con lo stupore negli occhi e cominciare a reagire, ringraziare di tutte le persone, e sono molte e sono ovunque, che mi sono vicino e che mi amano e che desiderano fare delle cose con me (e ho avuto sentori e segnali).
Il pomeriggio sono andata di nuovo nella casa dei “bed-bugs”, doveva arrivare lo sterminatore, mi sono rimboccata le maniche e ho dovuto liberarla da tutte le cose che c’erano, era sporchissima e c’erano un sacco di cose della padrona di casa sparse ovunque che andavano imballate nei sacchetti, ecc, ecc. Ed ora vi scrivo da un internet cafe, stasera ancora dovrò dormire fuori, domani risolvere dove mettere le cose, rigirare la casa come un calzino, portare tutto in lavanderia, ecc … ma questa è New York, dove tutto succede, dove tutto succede velocemente, e dove tutto è imprevedibile. Non sono arrabbiata con Mario, lo amo ancora, e amo le sue ferite, così come amo le mie ferite, provo compassione per il suo dolore, così come provo compassione per il mio dolore, ma io venendo qui ho messo tutta la buona volontà e tutto l’impegno possibile per mettere insieme una convivenza con lui, e solo a New York sapevo che la sofferenza non ha tempo per rimanere, che bisogna voltare pagina, e cercare di gioire di questa città e trarre i frutti che è pronta a darci.
Mario mi ha chiamata nel pomeriggio, mentre io stavo combattendo da sola contro i bed-bugs, dicendomi che era tristissimo e soffriva, così come anch’io gli ho detto che ero tristissima e soffrivo, ma stava arrivando lo sterminatore e bisognava che preparassi le robe di quella casa nei sacchi, non avevo più tempo per soffrire delle nostre ferite e della nostra storia che non funziona, lui era scappato, ma io ero qui da sola a New York e dover combattere la battaglia. Non so cosa succederà, so però che bisogna andare avanti, e io voglio combattere la battaglia, e vivere e gioire, e seguire le vie che ci sono preparate.

15. Natale a Quebec, Canada

Dopo mille tentennamenti e altrettante litigate ho deciso il 23 dicembre di andare in Canada per passare il Natale con la famiglia di Mario, il mio partner canadese. In un certo qual modo non avevo voglia di spostarmi: dopo aver girato come nomade in Italia nell’ultimo mese, aver organizzato dove stare a New York e aver migrato in due case nella prima settimana newyorkese, con le mie mille valigie e le settemila scale degli appartamenti, finalmente avevo le chiavi di un piccolo appartamento della mia amica Nora nel Lower East Side. Caso ha voluto che questo appartamento, che lei di solito affitta perché sta a Brooklyn insieme al fidanzato, fosse rimasto libero, così lei mi ha dato le chiavi per starci durante le vacanze di Natale,  in attesa di trasferirmi con Mario nel piccolo appartamento che abbiamo affittato tramite un’amica di un’amica italiana, dalla prima settimana di gennaio.
Orbene, anche se stanca di tutti i miei girovagamenti, pensavo comunque di andare in Canada a fare il Natale, perché mi piaceva l’idea di farlo in famiglia e non da soli in città, e poi la neve canadese d’inverno fa molto ‘Natale’… però è da quando sono partita che avevo un gran mal di schiena, e l’idea di fare ancora 11 ore di treno (è assurdo ma tra Montreal e New York c’è solo un treno al giorno, che parte alla mattina e impiega tutta la giornata … sembra di essere nel Far West!..) per arrivare a Montreal non mi sfarfugliava proprio, e da lì non era ancora finita, perché la famiglia di Mario sta a Quebec, altre tre ore più a Nord…e poi il capodanno lo vogliamo fare a New York … per cui in Canada solo per pochi giorni! Mario però vuole fare il Natale con i suoi, e lo capisco,  anche perché per due anni l’ha fatto in Italia, e così non vuole venire.  Io non me la sento di fare questo lungo viaggio, ma non sono sufficientemente forte per fare il Natale da sola a New York,  per cui il 23 mattina mi alzo prestissimo e vado alla stazione dei bus (l’unico treno giornaliero per Montreal era tutto esaurito da giorni, il bus impiega 9 ore ma non si può prenotare in anticipo e ti dicono: chi primo arriva meglio alloggia …) a mettermi in fila per prendere la corriera. Sì, è strano, ci sono cose mille volte più sviluppate che da noi, ma altre che mi sembrano fuori dal mondo, come dover fare la fila di ore, seduti sulle valigie, per non perdere il posto per salire sul pullman …
Sua madre è venuta espressamente a Montreal per venirmi a prendere, perché era davvero felice che avessi fatto tutto quel viaggio per venire da loro (notare che da Montreal a Quebec ci sono quasi tre ore di autostrada … ma qui le distanze sono lunghe) e ci ha voluto per forza riaccompagnare a Montreal a riprendere il bus per New York il 28.
Per chi fa il tifo che la mia relazione con Mario continui dò una bella notizia: appena ci siamo visti si sono sciolte tutte le tensioni e le incomprensioni che ci hanno minato in tutto l’ultimo anno ed è rimasto solo l’amore, la voglia di vedersi e la consapevolezza di entrambi di essere all’ultima possibilità e la felicità come all’inizio di stare insieme.
Sono stata anche contenta di aver scelto di andare a fare il Natale in Quebec, anche se è stato un viaggione per pochi giorni, perché è stato bello uscire dalla frenesia della mela (e quanti turisti, troppi, per le feste natalizie!) ed entrare nell’innevato e tranquillissimo paesaggio canadese, un po’ come andare a fare il Natale in una baita in montagna … solo senza montagne! Ed inoltre è stato bello stare con la famiglia di Mario invece che da soli a New York, dove tra l’altro c’è stata una tempesta di neve (che per puro caso fortuito ho evitato, avendo trovato ovunque e sempre il cielo sereno). Mi sono attrezzata come un pinguino per il freddo e devo dire che ben vestita non è stato così tragico come mi immaginavo (mah, c’erano dai -5 ai -15, ma di aria secca e serena).
Il 28 notte siamo rientrati a New York, nel piccolo appartamento vuoto di Nora, per prepararci a festeggiare il Capodanno nella metropoli.